LASCIATE CHE CRESCANO INSIEME

XVI DOMENICA DEL T.O.

Sap 12,13.16-19; Rm 8,26-27; Mt 13,24-30

 

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del bel seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a sradicarla?”. “No” – rispose, “perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il bel seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!». 

 

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Semina di grano e zizzania
Il seminatore e il nemico, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Delle tre parabole che oggi Gesù racconta nel vangelo, sembra che l’attenzione maggiore debba essere rivolta a quella del grano e della zizzania, dato che di questa, e non delle altre due, come i primi discepoli, sicuramente anche noi avremmo chiesto spiegazione al Signore (Mt 13,36). Nella parabola di domenica scorsa si parlava del seme della Parola e delle difficoltà che incontra nel terreno del nostro cuore prima di dar frutto. La parabola di oggi ci dice da quale seme provengano quegli ostacoli: è un seme cattivo. Gesù semina la sua Parola. Ma anche il nemico, il diavolo, semina la sua. La parabola è rivolta a noi discepoli e riguarda il problema che più ci attanaglia: il problema del male e del nostro rapporto con esso, problema tutto concentrato nella domanda che i servi fanno al padrone di casa, allorché scoprono meravigliati che nel suo campo, tra il grano, è spuntata anche della zizzania. Signore, non hai seminato del bel seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania? (Mt 13,27).

Parabola grano e zizzania 2
Da dove viene la zizzania? acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Gesù risponde fugando ogni dubbio sulla sua origine (Mt 13,28a), ma non fuga altri dubbi/domande che si intrufolano facilmente nel nostro cuore di credenti. Ad es., perché se il proprietario è “padrone” del suo campo non ha messo a sua guardia qualche vigilante? Oppure, perché non ha installato a sua protezione qualche altra misura di difesa? Non fanno così i padroni dei campi? Il testo del vangelo ci dice soltanto che il nemico di quell’uomo venne a seminare in mezzo al grano il suo seme, mentre tutti dormivano (Mt 13,25). Perché questa disattenzione? Come mai il nemico agisce così?

Vorrei dire qualcosa prima di tutto circa il diavolo, origine di ogni male. Il vangelo (ma anche l’A.T.) ne parla come di una realtà personale. Dopo un cinquantennio nel quale satana è riuscito persino a convincere i credenti sulla sua inesistenza, oggi invece assistiamo alla sua riscoperta in tante aree ecclesiali. Cosa in sé molto positiva per la fede. Per cui, se nei primissimi anni post-conciliari ci si è spinti teologicamente fino a teorizzare il male come realtà impersonale (e quindi a negare l’esistenza del diavolo), oggi, come reazione, assistiamo a una sensibilizzazione sulla sua presenza che a volte è frutto della evangelizzazione, a volte però rischia di diventare una seconda vittoria del diavolo, dopo quella riscossa in chi nega la sua esistenza. Difatti, incontro sempre più spesso cristiani, laici e chierici, intenti a passare tantissimo tempo per “aiutare” a vedere il diavolo dappertutto e per indicare quasi subito nell’esorcista il rimedio ad ogni male. A parlar con loro sembra quasi si sentano investiti di una vera e propria missione. Il problema è che nemmeno si accorgono che se da un lato dobbiamo effettivamente aprire gli occhi sulla zizzania e a guardarci dal maligno, dall’altro, siamo chiamati egualmente a vedere bene il grano che ci circonda. E non si accorgono minimamente che in questa parabola il Signore insegna qual è l’atteggiamento che vuole dai suoi discepoli nei confronti del male, il più delle volte giungendo a contraddirlo e a fare così un miglior servizio a satana! Quanta violenza “sacra” in certe predicazioni per cercare di individuare, condannare, ed eliminare il male saltando letteralmente il messaggio del vangelo di oggi! E’ la solita tentazione di sognare una chiesa fatta di gente perfetta, pura e senza difetti, tutta intenta a creare e ricreare delle “elìtes” di credenti incaricati di reprimere il male dentro di essa. Ma i maggiori disastri arrivano sempre dal tentativo di eliminare il male! Infatti, la proposta umana sarà sempre quella di toglierlo di mezzo: vuoi che andiamo a sradicarla? (Mt 13,28). Ma il Signore risponde “no” a questa proposta (Mt 13,29).

Parabola grano e zizzania 1
Lasciate che crescano insieme, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Anche se dispiace raccontarlo, offro un esempio in proposito. Ricordo che nel mio 3° anno di studi teologici c’era un fratello come me candidato al sacerdozio che si distingueva per l’ordine esteriore della sua persona, l’impeccabilità del suo vestirsi  (colletto clergyman da prete), ma anche austerità di vita personale, della sua condotta tra noi studenti, fedeltà rocciosa alla preghiera, ecc.ecc.. Quando poi divenne sacerdote la sua reputazione crebbe ancora di più. C’erano amici comuni che andarono a passare dei giorni nella sua parrocchia. Mi raccontarono che si svegliava ogni mattino alle 5.00, che beveva solo un caffè, che passava a preparare i fiori per il tabernacolo ogni giorno dopo l’angelus, e che digiunava due volte alla settimana. La sua predicazione era feroce nei confronti del male presente nella chiesa, contro i costumi traviati del popolo di Dio e contro altri mali che affliggono le comunità cristiane dei nostri giorni. Più lo si ascoltava, più si aveva la percezione di trovarsi di fronte a una sorta di santo “alla padre Pio” per intenderci. Ma io più lo vedevo e più mi sembrava troppo “perfetto”; al punto che, pur ascoltando queste notizie dagli altri, rimanevo sempre perplesso e mi domandavo: “perché quando entro a contatto con questo sacerdote non sento tra noi aria di fraternità? Perché si avverte questa forte “distanza” tra noi suoi confratelli e lui, anche se noi non la cerchiamo?” Non sapevo rispondermi e perciò rimanevo in silenzio quando la maggior parte del popolo di Dio decantava la sua santità. Sono passati quasi 15 anni dall’ultima volta che l’ho visto. Due anni fa ricevo la notizia che è indagato da qualche tempo per violenze ed abusi sessuali su adolescenti che frequentavano la sua parrocchia. Quest’anno è giunta la sentenza che ha confermato l’imputazione con la dichiarazione ufficiale della sua diocesi che la recepisce e chiede perdono alle vittime con le proprie famiglie.

Il male non appare subito. Anch’esso è frutto di una semina. Il diavolo è paziente! Ma in genere, all’inizio, appare sempre come qualcosa di bello e di buono. Una delle cose più difficili da accettare per noi credenti è proprio la realtà della commistione del bene con il male. Da qui le tante fughe nel religioso che fanno sognare la chiesa dei puri nella continua ricerca della personale purezza come assenza di ogni male; oppure le tante fughe dei delusi dalla chiesa quando la si sperimenta come realtà che ha sempre in sé anche la zizzania: ecco allora che ci si allontana da essa e viene ripudiata. Il Signore Gesù risponde con un secco “no” alle nostre proposte di eliminazione del male perché non accada che, raccogliendo la zizzania, sradichiate anche il grano (Mt 13,29). Egli ci propone di avere un rapporto diverso con il male che è in noi e fuori di noi. Bisogna prenderlo in modo diverso. Non come quel mio fratello sacerdote che si è messo in testa di essere esente dal male e si è poi ritrovato sradicato anche il suo grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme è l’indicazione di Gesù. Non siamo noi uomini i chiamati a fare da mietitori, ma gli angeli (Mt 13,39). “L’uomo non è né angelo né bestia e disgrazia vuole che chi vuol essere un angelo finisce per far la bestia” (Blaise Pascal): quanto è vero questo celebre pensiero del grande scienziato convertito alla fede! E’ veramente difficile accettare la nostra realtà umana dove le zizzanie si rivelano talmente forti e radicate che, chi si concentra per sradicarle, rischia di sradicare anche il grano. Quanta fatica faccio ad aiutare quei fratelli/sorelle che se da una parte mi chiedono consiglio per il loro cammino spirituale, non ci sentono però alle loro orecchie quando gli dico che sono troppo concentrati a spazzare via il male da se stessi: noto dalla reazione che è come se gli dicessi qualcosa di contrario alla fede; perciò, la maggior parte se ne va alla ricerca di altre guide.

Fuori parabola, è veramente difficile accettare la linea divina nei confronti del male: Dio non combatte il male reprimendolo, ma insegnandoci a vincerlo con il perdono. Il tempo di questa vita, non è il tempo della mietitura (Mt 13,40-43). E’ il tempo della Misericordia Divina che vuol fare di ogni luogo di peccato il luogo della sua rivelazione: laddove abbonda il peccato, sovrabbonda la sua grazia (Rm 5,20). Il trionfo del bene sarà solo alla fine del mondo (Mt 13,39). Finché siamo sulla terra, dovremo sempre misurarci con la presenza del male, ricordandoci però che Dio lo lascia stare perché è attraverso di esso che possiamo conoscerlo per quello che Lui è: amore incondizionato e misericordioso. Se quindi gli crediamo e lo seguiamo nella sua indicazione, scopriremo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8,28), cioè che anche il nostro male può esser messo al servizio del bene. Scopriremo che davvero il volto del Dio di Gesù Cristo è lo stesso del Dio del libro della Sapienza (1a lettura), quando lo decanta nel modo di agire con cui insegna al suo popolo che si devono amare gli uomini, perché ha dato ai suoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, Egli concede anche il pentimento (Sap 12,19). E scopriremo anche che, toccata con mano la sua misericordia verso il nostro male, diventiamo poco a poco con gli altri come Lui, lo scandaloso Signore che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti e fa sorgere il sole sui malvagi e sui buoni (Mt 5,45).

 

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De las tres parábolas que hoy Jesús nos cuenta en el evangelio, parece que la atención mayor deba ser dirigida a aquella del trigo y de la maleza, dado que de esta, y no de las otras dos, como los primeros discípulos, también nosotros seguramente hubiéramos pedido explicación al Señor (Mt 13,36). En la parábola del domingo pasado se hablaba de la semilla de la Palabra y de las dificultades que encuentra en el terreno de nuestro corazón antes de dar fruto. La parábola de hoy nos dice de qué semilla vienen esos obstáculos: es una mala semilla. Jesús siembra su Palabra. Pero también el enemigo, el diablo, siembra la suya. La parábola está dirigida a nosotros discípulos y se trata del problema que más nos aflige: el problema del mal y de nuestra relación con ella, problema todo concentrado en la pregunta que los siervos hacen al dueño de la casa, cuando descubren maravillados que en su campo, entre el trigo, ha nacido también la maleza. Señor, ¿no sembraste buena semilla en tu campo? ¿De dónde pues, viene esa maleza? (Mt 13,27)

Jesús responde disipando cada duda sobre su origen (Mt 13,28a), pero no disipa otras dudas/preguntas que se entrometen fácilmente en nuestro corazón de creyentes. Por ej., ¿Por qué si el propietario es “dueño” de su campo no ha puesto  en guardia algún vigilante? O sino, ¿Por qué no ha instalado en su protección cualquier otra medida de defensa? ¿No hacen así los dueños de los campos? El texto del evangelio nos dice solamente que el enemigo de aquel hombre viene a sembrar en medio del trigo su semilla, mientras todos dormían (Mt 13,25). ¿Por qué esta desatención? ¿Cómo es que el enemigo actúa así? Quisiera decir algo antes de todo acerca del diablo, origen de cada mal. El evangelio (pero también el A.T.) habla como de una realidad personal. Después de una cincuentena de años en la cual satanás ha logrado hasta convencer a los creyentes sobre su inexistencia, hoy en cambio asistimos a su descubrimiento en tantas áreas eclesiales. Cosa en sí muy positiva para la fe. Por lo cual, si en los primerísimos años post-conciliares nos hemos dirigido teológicamente hasta teorizar  el mal como realidad impersonal (y entonces negar la existencia del diablo), hoy, como reacción, asistimos a una sensibilización sobre su presencia que a veces es fruto de la evangelización;  pero algunas veces arriesga de volverse una segunda victoria del diablo, después de aquella percepción en quien niega su existencia. De hecho, encuentro siempre más cristianos, laicos y clérigos, proyectados a pasar tantísimo tiempo para “ayudar” a ver el diablo por todas partes y para indicar casi inmediatamente en el exorcista el remedio de cada mal. Al hablar con ellos parece como si se sintieran investidos de una verdadera y propia misión. El problema es que ni siquiera se dan cuenta que si de un lado debemos efectivamente abrir los ojos sobre la cizaña y cuidarnos del maligno, por otro lado, estamos llamados igualmente a ver bien el trigo que nos circunda. Y no se dan cuenta mínimamente que en esta parábola el Señor enseña cuál es la actitud que quiere de sus discípulos con respecto al mal, ¡la mayoría de las veces alcanzando a contradecirlo y a hacer así un mejor servicio a satanás! ¡Cuánta violencia “sagrada” en ciertas predicaciones para buscar de individuar, condenar, y eliminar el mal saltando literalmente el mensaje del evangelio de hoy! Es la misma tentación de soñar una iglesia hecha de gente perfecta, pura y sin defectos, toda propensa a crear y recrear “élites” de creyentes encargados de reprimir el mal dentro de ella. ¡Pero los peores desastres siempre llegan del esfuerzo por eliminar el mal! De hecho, la propuesta humana será siempre aquella de quitarla del medio: ¿Quieres que vayamos a arrancarla? (Mt 13,28). Pero el Señor responde “no” a esta propuesta (Mt 13,29).

Aunque si disgusta contarlo, ofrezco un ejemplo a propósito de esto. Recuerdo que en mi primer 3er año de estudios teológicos había un hermano como yo candidato al sacerdocio que se distinguía por el orden exterior de su persona, la impecabilidad de su vestirse (clerygman de sacerdote), pero también austeridad de vida personal, de su conducta entre nosotros estudiantes, fidelidad como una roca a la oración, etc. Etc… Cuando luego se volvió sacerdote su reputación cayó todavía más. Tenía amigos comunes que fueron a pasar unos días en su parroquia. Me contaban que se despertaba cada mañana a las 5.00, que tomaba solo un café, que pasaba preparando las flores para el sagrario cada día después del ángelus, y que ayunaba dos veces a la semana. Su predicación era feroz con respecto al mal presente en la iglesia, contra las costumbres desviadas del pueblo de Dios y contra otros males que afligen las comunidades cristianas de nuestros días. Más lo escuchaba, más se tenía la percepción de encontrarse delante de un joven santo “a la padre Pio” para entendernos. Pero yo más lo veía y más me parecía demasiado “perfecto”; hasta el punto que, aun escuchando estas noticias de los demás, me quedaba muy perplejo y me preguntaba: “¿Por qué cuando estoy en contacto con este sacerdote no siento entre nosotros aire de fraternidad? ¿Por qué se advierte esta fuerte “distancia” entre nosotros sus hermanos sacerdotes y él, a pesar que no la buscáramos? No sabía responderme y por eso me quedaba en silencio cuando la mayor parte del pueblo de Dios ensalzaban su santidad. Han pasado casi 15 años de la última vez que lo he visto. Dos años atrás recibo la noticia que está siendo indagado desde hace un tiempo por violencia y abusos sexuales en adolescentes que frecuentaban su parroquia. Este año ha llegado la sentencia que ha confirmado la imputación con la declaración oficial de su diócesis que la ejecuta y pide perdón a las víctimas con las propias familias.

El mal no aparece inmediatamente. También esa es fruto de una siembra. ¡El diablo es paciente! Pero en general, al comienzo, aparece siempre como algo lindo y bueno. Una de las cosas más difíciles de aceptar para nosotros creyentes es justamente la realidad de la confusión del bien con el mal. De aquí las muchas fugas en el religioso que hacen soñar a la iglesia de los puros en la continua búsqueda de la personal pureza como ausencia de cada mal; o sino las tantas fugas de los desilusionados de la iglesia cuando la experimenta como realidad que tiene siempre en sí misma también la cizaña: he aquí entonces que esta viene repudiada. El Señor Jesús responde con un seco “no” a nuestras propuestas de eliminación del pues al quitar la maleza podrían arrancar también el trigo (Mt 13,29). Él nos propone tener una relación diferente con el mal que está en nosotros y fuera de nosotros. Es necesario tomarlo de manera diferente. No como aquél hermano mío sacerdote que  puso en su cabeza de estar libre del mal y se encontró luego erradicado también de su trigo. Déjenlos crecer juntos es la indicación de Jesús. No somos nosotros hombres llamados a ser los que cosechan, sino los ángeles (Mt 13,39). “El hombre no es ni ángel ni bestia y desgracia quiere que quien quiere ser un ángel termina por ser la bestia” (Blaise Pascal): ¡cuánto es verdad este célebre pensamiento del gran científico convertido a la fe!  Es verdaderamente difícil aceptar nuestra realidad humana donde las cizañas se revelan tanto fuertes y radicadas que, quien se concentra para desenraizarlas, arriesga de erradicar también el grano. Hago una fatiga increíble en ayudar a esos hermanos/hermanas que me piden un consejo para su camino espiritual, pero no escuchan cuando les digo a ellos que están demasiado concentrados en desaparecer el mal de sí mismos: es como si dijera a ellos algo  contrario a la fe, el mayor número se va en busca de otros guías. Fuera de la parábola, es verdaderamente difícil aceptar la línea divina con respecto al mal: Dios no combate el mal reprimiéndolo, sino ensenándonos a vencerlos con el perdón. El tiempo de esta vida, no es el tiempo de la cosecha (Mt 13,40-43). Es el tiempo de la Misericordia Divina que quiere hacer de cada lugar de pecado el lugar de su revelación: donde abundó el pecado, sobreabundó la gracia (Rm 5,20). El triunfo del bien será solo al final del mundo. Hasta que estemos en la tierra, debemos siempre medirnos con la presencia del mal, recordándonos que Dios lo deja justamente porque es a través de esa que podemos conocerlo por lo que es: amor incondicional y misericordioso. Si entonces le creemos y lo seguimos en sus indicaciones, descubriremos que Dios dispone todas las cosas para bien de los que lo aman (Rm 8,28), o sea que también nuestro mal puede ser puesto al servicio del bien y que de verdad el rostro de Dios de Jesucristo es el mismo que el  Dios del libro de la Sabiduría (1a lectura), cuando lo decanta al actuar así le has mostrado a tu pueblo que el justo debe amar a todos los hombres, y has dado a tus hijos esa dulce esperanza de que después del pecado les permites que se arrepientan (Sab 12,19). Y descubriremos también que, tocando con mano su misericordia hacia nuestro mal, nos volvemos poco a poco con los demás como Él, el Señor  que hace brillar su sol sobre malos y buenos, y envía la lluvia sobre justos y pecadores (Mt 5,45).

A VOI SI’, A LORO NO

XV DOMENICA DEL T.O.

Is 55,10-11; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». 

 

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Gesù ammaestra la folla da una barca, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, luglio 2017

La 15esima domenica del tempo ordinario ci riserva la celebre parabola del seminatore. E’ una delle poche parabole che il Signore stesso si incarica di spiegare (Mt 13,1-9.18-23). Perciò, oggi non toglierò né aggiungerò niente a quanto Egli ci dice esplicitamente offrendone il significato. Vi invito invece a soffermarvi con me sulla domanda che i discepoli rivolgono a Gesù al v.10: perché a loro parli con parabole? Rimando subito i più desiderosi di approfondire il tema al bel ciclo di meditazioni pubblicato molti anni fa dal card. Carlo Maria Martini, dal titolo “Perché Gesù parlava in parabole?” (EDB/EMI ed.). Si tratta sostanzialmente di capire la risposta che Gesù stesso da alla domanda dei discepoli (Mt 13,11-17). E qui ci ritroviamo con un linguaggio inizialmente ancora più enigmatico: perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato (Mt 13,11). Che significa? Forse che il Signore è venuto per farsi conoscere solo ad una élite di persone? Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12). Cosa vuol dire? Che se hai qualcosa da offrirgli il Signore ti risponde in premio, mentre se non gli offri niente ci toglie anche quel qualcosa che gli potremmo offrire? Purtroppo trovo ancora attorno al mio ministero persone che credono di essere accolte da Dio solo se hanno qualcosa da dargli, se insomma lo meritano, oppure chi è convinto che la comunità dei discepoli (chiesa) debba essere una ristretta cerchia di persone virtuose, mentre tutti gli altri ne stanno fuori. Chiariamolo subito: il Signore non ha predestinato alcuni alla comprensione dei suoi misteri escludendone altri. Infatti Lui vuole che tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4).

Ecco allora venire in nostro soccorso il vangelo di domenica scorsa, quando abbiamo sentito la bocca di Gesù esprimere la lode al Padre che nasconde queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le rivela ai piccoli (Mt 11,25). Si tratta di riconoscere che i misteri di Dio si rivelano solo a chi, facendosi piccolo, si avvicina al Signore non per dirgli cosa deve dirgli, cosa deve fargli o cosa deve dimostrargli; si rivelano solo a chi, desideroso di ascoltare cosa Lui ha da dirci, si apre prima di tutto allo stupore della sua persona, mettendo da parte la propria scienza, le proprie capacità o le proprie idee. Qui c’è già il motivo della contrapposizione tra il “loro” della folla e il “voi” dei discepoli. Cioè, tra chi non si avvicina a Gesù e chi invece si avvicina. Tra chi gli apre il cuore per farsi curare e chi glielo chiude per paura di quello che Lui potrebbe fargli scoprire. E’ un po’ come ciò che avviene, permettetemelo dire, davanti al prete. C’è chi, affrontando timori o vergogne, gli apre fiduciosamente il proprio cuore; e c’è chi invece non si fida per tanti motivi, e allora inonda il prete di infiniti ragionamenti e di sue conoscenze “religiose”, ma senza andare al “dunque” della sua situazione interiore. Noi sacerdoti, per i doni connessi al ministero di cui siamo incaricati, ce ne accorgiamo. Il Signore afferma che si compie così una profezia di Isaia (Is 6,9-10), dove si parla di una cecità e di una sordità propria di chi vede e ascolta fisicamente, ma non vuole intendere e comprendere. Il motivo della contrapposizione viene poi esplicitamente indicato e diagnosticato nel profondo: è un problema di cuore indurito, divenuto insensibile (Mt 13,15). In altre parole, c’è chi vive la beatitudine di guardare stupito a Gesù con cuore umile e aperto, sempre disposto a riconoscere le proprie infermità per chiederne la guarigione (Mt 13,16-17): costui è dentro il “voi” dei suoi discepoli. E c’è chi invece non accoglie veramente il Signore con le sue parole, perché ha il cuore intorpidito da qualche interesse maggiore: costui si trova nel “loro” della folla che non segue Gesù, anche se fa parte della chiesa cattolica! Dunque non è il Signore a tenere dentro alcuni e a lasciare fuori altri. Siamo noi che ci introduciamo o ci escludiamo dalla comprensione delle sue parole che il Signore offre a tutti generosamente. Non a caso l’evangelista Matteo pone questo brano tra la parabola del seminatore e la sua spiegazione ai discepoli. Questo testo infatti ci indica il passaggio da vivere affinché la parabola non rimanga un enigma e possa giungere come una rivelazione/illuminazione: bisogna avvicinarsi e aprire il cuore a Gesù pronti a riconoscere le proprie durezze. Diversamente le parole di Gesù rimangono comunque offerte a tutti in parabola, “come un seme che resta in attesa di germinare quando chi non vuole capire, capirà almeno di non capire e sarà disposto a mettersi in questione…Gesù usa le parabole, che né inchiodano né lasciano perdere, né accusano né scusano, ma semplicemente con rispetto e discrezione propongono, in modo che chi vuol capire, se e quando vuole, può chiedere spiegazioni. Chi non vuole è libero di farlo, ma uno spiraglio gli è sempre aperto: la parabola offre sempre anche a lui la luce della verità” (P.Silvano Fausti S.I.).  

In conclusione, potremmo dire che gli occhi dei discepoli cominciano a vedere e a udire proprio perché riconoscono quella diagnosi che il Signore fa di ciò che la sua Parola incontra nel loro cuore (la spiegazione del seme seminato nei vari terreni): sono tutte le resistenze che incontra dentro di noi prima di dar frutto. Come dire: gli occhi dei discepoli vedono perché scoprono di essere ciechi, le loro orecchie odono perché avvertono le proprie sordità, il loro cuore comprende perché sente le sue resistenze alla Parola di Dio.

 

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El 15avo domingo del tiempo ordinario nos reserva la célebre parábola del sembrador. Es una de las pocas parábolas que el Señor mismo se encarga de explicar (Mt 13,1-9.18-23). Por lo cual, hoy no quitaré ni agregaré nada a cuanto Él nos dice explícitamente ofreciéndonos el significado. Les invito en cambio a detenerse conmigo sobre la pregunta que los discípulos hacen a Jesús en el V.10: ¿Por qué a ellos hablas con parábolas? Envío inmediatamente a los más deseosos en profundizar el tema al lindo ciclo de meditaciones publicado muchos años atrás por el cardenal Carlo María Martini, con el título “¿Por qué Jesús hablaba en parábolas? (EDB/EMI ed.). Se trata sustancialmente de entender la respuesta que Jesús mismo da a la pregunta de los discípulos (Mt 13,11-17). Y aquí nos encontramos con un lenguaje inicialmente todavía más enigmático: Porque a ustedes es dado a conocer los misterios del reino de los cielos, pero a ellos no es dado (Mt 13,11). ¿Qué significa? ¿Quizás que el Señor ha venido para hacerse conocer solo a una élite de personas? De hecho a quien tiene, se le dará y será en abundancia; pero a quien no tiene, le será quitado también lo que tiene (Mt 13,12). ¿Qué quiere decir? ¿Que si tienes algo para ofrecer el Señor te responde con premio, mientras si no le ofreces nada te quita también ese algo que le podríamos ofrecer? Lamentablemente todavía encuentro alrededor de mi ministerio a personas que creen ser acogidas por Dios solo si tienen algo para darle, o sea, si lo merecemos, o también quien está convencido que la comunidad de los discípulos (iglesia) deba ser un pequeño grupo de personas virtuosas, mientras todos los demás están afuera. Aclaremos inmediatamente: El Señor no ha predestinado a algunos a la comprensión de sus ministerios excluyendo a otros. De hecho Él quiere que todos sean salvados y alcancen al conocimiento de la verdad (1Tm 2,4).

He aquí entonces llegar en nuestra ayuda el evangelio del domingo pasado, cuando hemos escuchado de la boca de Jesús expresar las alabanzas al Padre que esconde estas cosas a los sabios y a los inteligentes y se lo revela a los pequeños (Mt 11,25). Se trata de reconocer que los misterios de Dios se revelan solo a quien, haciéndose pequeño, se acerca al Señor no para decirle qué cosa debe decirle, qué cosa debe hacerle o qué cosa debe demostrarle; se revelan solo a quien, deseoso de escuchar lo que Él tiene para decirnos, se abre antes de todo a la maravilla de su persona, poniendo aparte la propia ciencia, las propias capacidades o las propias ideas. Aquí está ya el motivo de la contraposición entre el “ellos” de la gente y el “ustedes” de los discípulos. O sea, entre quien no se acerca a Jesús y quien en cambio se acerca. Entre quien le abre el corazón para hacerse curar y quien se lo cierra por miedo a lo que Él podría hacerle descubrir. Es un poco como lo que sucede, permítanmelo decir, delante al sacerdote. Hay quien, afrontando temores o vergüenza, le abre confiadamente el propio corazón; y hay quien en cambio no se fía por tantos motivos, y entonces inunda al sacerdote de infinitos razonamientos y de sus conocimientos “religiosos”, pero sin ir al “entonces” de su situación interior. Nosotros sacerdotes, por los dones conectados al ministerio del cual estamos encargados, nos damos cuenta. El Señor afirma que se cumple así una profecía de Isaías (Is 6,9-10), donde se habla de una ceguera y de una sordera propia de quien ve y escucha físicamente, pero no quiere entender y comprender. El motivo de la contraposición viene luego explícitamente indicado y diagnosticado en lo profundo: es un problema de corazón endurecido, vuelto insensible (Mt 13,15). En otras palabras, está quien vive la bienaventuranza de mirar maravillado a Jesús con corazón humilde y abierto, siempre dispuesto a reconocer las propias enfermedades  para pedir la sanación (Mt 13,16-17): este está dentro el “ustedes” de sus discípulos. Y está quien en cambio no acoge verdaderamente al Señor con sus palabras, porque tiene el corazón entorpecido por algún interés mayor: este se encuentra en el “ellos” de la gente que no sigue a Jesús, ¡aunque si hace parte de la iglesia católica! Entonces no es el Señor a tener dentro a algunos y a dejar afuera a otros. Somos nosotros quien nos introducimos o nos excluimos de la comprensión de sus palabras que el Señor ofrece a todos generosamente. No casualmente el evangelista Mateo pone este texto entre la parábola del sembrador y su explicación a los discípulos. Este texto de hecho nos indica el pasaje para vivir para que la parábola no se quede como un enigma y pueda alcanzar como una revelación/iluminación: es necesario acercarse y abrir el corazón a Jesús listos en reconocer las propias durezas. Diversamente las palabras de Jesús se quedan de todas maneras ofrecidas a todos en parábola, “como una semilla que se queda en espera de germinar cuando quien no quiere entender, entenderá al menos de no entender y estará dispuesto a ponerse en cuestionamiento… Jesús usa las parábolas, que ni enclavan ni dejan pasar, ni acusan ni excusan, pero simplemente con respeto y discreción proponen, de modo que quien quiere entender, si y cuando quiera, puede pedir explicaciones. Quien no quiere es libre de hacerlo, pero una salida le es siempre abierta: la parábola ofrece siempre también a él la luz de la verdad” (P. Silvano Fausti S.I.).

En conclusión, podríamos decir que los ojos de los discípulos comienzan a ver y a oír justamente porque reconocen aquél diagnóstico que el Señor hace de lo que su Palabra encuentra en el corazón (la explicación de la semilla sembrada en los varios terrenos): son todas las resistencias que encuentra dentro de nosotros antes de dar fruto. Como decir: los ojos de los discípulos ven porque descubren estar ciegos, sus oídos oyen porque advierten la propia sordez, sus corazones comprenden porque sienten sus resistencias a la Palabra de Dios.

VENITE, PRENDETE, IMPARATE

XIV DOMENICA DEL T.O.

Zac 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

 

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

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Beatitudini
   Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017

 

Ogni volta che leggo questo vangelo mi sembra, sia pur lontanamente, di provare qualcosa di simile a quella gioia di cui il brano parallelo di Luca ci parla, quando Gesù pronunciò quelle parole di lode a Dio Padre (Lc 10,21). E rivado sempre con la memoria a quel giorno in cui, sui banchi degli studi universitari, il professore di esegesi neotestamentaria ci parlò del significato della parola greca “ευδοκια” al v.26, laddove comunemente viene tradotta con il termine “benevolenza”. Il Signore Gesù glorifica Dio perché ha nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti, e le ha rivelate ai piccoli (v.25). Ma nel versetto 26 Gesù espone il motivo più profondo della sua esultanza: sì Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Ora, se è vero che “ευδοκια” nel suo significato lato può essere tradotta con “benevolenza” o “compiacimento” senza timore di incorrere in errori interpretativi, è anche vero che il significato nativo, per così dire, di questa parola, indica invece prima di tutto il mistero della libertà divina. Cioè sarebbe ancora più appropriato tradurre: sì Padre, perché così hai deciso nella tua libertà; oppure, perché hai fatto questa scelta. L’uomo rivendica sempre la sua libertà, ma anche Dio ha la sua. L’uomo fa le sue scelte, anche Dio fa le sue. L’uomo è attratto naturalmente a scegliere il più intelligente, il più sapiente, il più brillante, il più “forte”. Dio è attratto da chi è piccolo e sceglie chi è piccolo, cioè chi non conta davanti agli uomini, chi è insignificante o non ha grande visibilità, chi non può o non vuole fregiarsi di niente davanti a Lui. S.Paolo direbbe: Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1Cor 1,27-29). Le scelte di Dio, da Abramo fino ad oggi, non si smentiscono mai. E allora che dire di quei grandi spiriti cristiani notoriamente conosciuti per l’elevata intelligenza e l’umana sapienza? Che dire di un Agostino di Ippona, di un Antonio da Padova o una Teresa d’Avila? Forse che questi casi smentiscono il modo di rivelarsi di Dio? Giammai. La Parola di Dio non inganna. Dio nasconde ancora le sue cose, cioè i misteri che lo riguardano, ai sapienti e agli intelligenti. Ma le rivela anche a quei sapienti e intelligenti che si fanno piccoli: in verità vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Nessuna colpa quindi per chi nasce con un bel quoziente di intelligenza e per chi riceve una solida formazione negli studi umani. Basta solo saper ricondurre questi doni ricevuti alla sua sorgente (Dio) e farsi piccoli davanti a Lui. Diversamente, non si entra in relazione con il Signore e si rimane nello spirito del mondo che si oppone al regno di Dio. Il v.27 suggella quanto detto ribadendo la libertà di Dio nel rivelarsi: nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Chi non entra in rapporto con Dio come un bambino farebbe con il proprio papà (o mamma), non può incontrarlo.

La seconda parte del vangelo (Mt 11,28-30) è scandita da due inviti. Il primo difficilmente rifiutabile. Eppure c’è anche chi è sordo ad esso. Come si fa a non sentire tutta la tenerezza d’amore in queste parole di Gesù? Il cuore di Dio in Gesù si manifesta attento a coloro che sono stanchi e oppressi. Ancora una volta, il suo cuore è rivolto verso chi soffre, chi non ce la fa, chi si sente schiacciato/deluso dalla vita, verso chi non nasconde a se stesso la propria debolezza, verso chi sperimenta la sconfitta. In una parola, verso chi non teme di essere piccolo e povero. Per loro è l’invito. Infatti, questo invito non può essere sentito da chi è ricco e sazio di sé, da chi vive soddisfatto e centrato su se stesso, da chi pensa che il mondo giri attorno a lui. Io vi darò ristoro è la sua promessa. Non dice che toglierà dal nostro cammino le tribolazioni. Ci assicura che se andremo da Lui, ci sosterrà in esse. Ma non basta andare da Lui. Infatti, quanti ricorrono a Lui nella preghiera e ritornano sempre insoddisfatti! Allora il secondo invito delinea la modalità per trovare ristoro presso il Signore: prendete il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29). Prima bisogna accettare e prendere il giogo di Gesù. E sappiamo bene qual è il suo giogo. Poi bisogna stare alla sua presenza come qualcuno che ha da imparare sempre. Lui è l’unico Maestro. Lui solo è mite e umile nel cuore. Il discepolo, se è convinto di essere solo tale, troverà pace e gioia nel Signore Gesù anche sotto il suo giogo. Perché sotto un braccio della croce scoprirà con sorpresa che il Signore è ancora lì a portarne il maggior peso. Solo chi ha deciso di seguire Gesù, prendendo liberamente il suo giogo, può sperimentare e testimoniare la verità che esso è dolce e il suo peso leggero (Mt 11,30).   

SE METTI GESÙ AL SUO POSTO

XIII DOMENICA DEL T.O.

2RE 4,8-11.14-16; RM 6,3-4.8-11; MT 10,37-42

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

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Se qualcuno vuol venire dietro di me
       Se qualcuno vuol venire dietro a me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2013

 

Continuano le istruzioni di Gesù ai suoi discepoli circa la missione a loro affidata nel mondo. Si rafforza quel “non abbiate paura” udito domenica scorsa. Infatti, se da un lato il Signore chiarisce subito che al suo discepolo non saranno risparmiati disprezzo e persecuzioni, dall’altro, le parole di oggi garantiscono che ci sarà pur sempre l’esperienza dell’accoglienza in quanto suo accreditato rappresentante (Mt 10,40-42). Notate il legame ontologico (“chi accoglie voi accoglie me”) che Gesù crea con il discepolo: a chi, credendo in questo profondo legame, accoglie il suo inviato, è assicurata la risposta grata del Signore. Per tre volte in due versetti è sottolineata la promessa della ricompensa di Dio.

E’ sempre molto bello per me sottolineare la bontà con cui Dio ricompensa la fede: quante volte (non si possono contare!) ho toccato con mano la fedeltà del Signore alle sue promesse! Quante benedizioni ho visto per coloro che con fede hanno riconosciuto e accolto la mia povera persona come inviato di Gesù! Come dimenticarle? Ecco una tra le tante: mi trovavo in America Latina (Perù) da circa tre anni. Una domenica, mi recavo come sempre in una delle cappelle a me affidate per celebrare l’eucarestia. Ci arrivavo sempre una mezz’ora prima per essere disponibile al sacramento della riconciliazione. Quella sera giunse davanti a me una mamma che non voleva confessarsi, ma aveva una richiesta da farmi: “padre Giacomo, la prego, venga a casa mia! Mia figlia non vuole più ascoltarmi. Non so più cosa fare, tra noi non è più come prima. Mi ostacola in tutto, mi rimprovera sempre per ogni cosa e, soprattutto, non ne vuole più sapere di Dio. C’è un clima sempre pesante a casa. Sono in ansia perché non riesco più a parlare con lei”. Quando la conobbi, Dora aveva 51 anni. Da quando rimase da sola, abbandonata subito dall’uomo con cui concepì Marta, si era sempre occupata con amore di sua figlia. Una ragazza madre come tante. “Verrò a casa tua” – le dissi – colpito dal tono contenuto e dignitoso della sua richiesta. Giunsi nella povera dimora di Dora un pomeriggio della settimana successiva al nostro incontro; c’era in casa anche sua figlia Marta. Bussai, e quando Dora mi vide alla porta trasalì di gioia: “padre! Che piacere! Venga dentro!…Che gioia! Oggi il Signore Gesù viene in casa mia!” Sono così i poveri dove ho vissuto per molti anni. Vedono in te quasi istintivamente la presenza di Gesù. Mentre mi preparava qualcosa da offrirmi guardavo tutto intorno la povertà della casa, ma in essa anche un ordine e una pulizia inconsueti. Giunse Marta e ci presentammo. Bastarono solo poche battute perché capissi che si trattava di una ragazza molto intelligente e perché lei si sentisse un tantino libera da vomitarmi addosso il suo disprezzo per la chiesa, i preti e tutti quelli che credono in Dio. Tuttavia, mentre parlava, notavo il suo argomentare ben ordinato e guardavo gli occhi sinceri con cui si esprimeva. Pensai alla sua vita senza papà sin dal grembo materno. Le dissi solo che molta della sua critica verso la chiesa era giusta e che mi avrebbe fatto piacere parlare ancora con lei. Poi arrivò la mamma e consumammo insieme quello che aveva preparato. Quando me ne andai, gli occhi di Marta mi scrutavano con un “non so che” di sorpresa e diffidenza. Dora invece, nascondeva il suo sguardo ad entrambi perché commossa. Ritornai la settimana successiva e questa volta fu Marta ad aprirmi la porta: “sono tornato per continuare quel discorso iniziato con te” – le dissi. Restai insieme a lei per quasi due ore. Quando me ne andai, Marta mi strinse forte la mano e mi disse con un germe di sorriso sul volto: “grazie!”. Alcuni giorni dopo, avevamo in programma un ritiro di evangelizzazione speciale per giovani. Andai a casa sua per invitarla. “Di cosa si tratta?” – mi chiese – “Vieni e vedrai” – le risposi. Accettò l’invito. Il suo volto già non era più lo stesso. Il Signore Gesù in quel ritiro completò il suo miracolo. Riconciliò Marta con sua madre, con se stessa, con Lui e la sua chiesa. Ricordo ancora al telefono la voce di Dora strozzata dall’emozione; aveva chiamato per ringraziarmi. “Sei tu che hai creduto nella presenza di Gesù in me: perciò Lui ha potuto operare questo” – le risposi. Oggi Marta, dopo aver completato i suoi studi universitari, è una giovane donna affermata nel suo lavoro che benedice Dio in ogni circostanza della sua vita.

Infine, qualche pensiero sui versetti iniziali (37-39) del vangelo di oggi. Se Gesù parla così non è certo per entrare in concorrenza con l’amore che sentiamo per i nostri cari. E ciononostante le sue parole sono chiarissime. Chi non lo colloca prima degli affetti più cari non è degno di Lui. Che cosa vuol dire? Nella regola di S.Benedetto da Norcia c’è una ricorrente, breve espressione rivolta ai suoi monaci che è la migliore sintesi di questi versetti: “non anteponete nulla all’amore per Cristo”. Per il discepolo in cammino queste parole non suonano né strane né  antagoniste degli altri amori umani. Non anteporre niente all’amore di Cristo non fa male agli altri amori. E’ piuttosto la direzione più autentica e saggia per far crescere bene ogni amore e per comprendere il significato della propria e dell’altrui esistenza. Alcune settimane fa insieme ad alcuni amici ho incontrato un sacerdote che conobbe molto da vicino Natuzza Evolo, la mistica di Paravati (Vibo Valentia) in Calabria. Naturalmente, abbiamo ascoltato molte cose riferite ai fenomeni soprannaturali che accadevano intorno alla sua persona. Ma una delle cose che mi ha colpito di più di quanto udito da quel confratello sacerdote, è stata la risposta che un giorno lei diede alla domanda di uno dei suoi figli ormai adulto. Natuzza infatti era una donna sposata. Questo figlio si rendeva conto della grande carità che muoveva la mamma ad accogliere tutti, soprattutto i più poveri e sofferenti, in casa sua. Carità che sperimentavano a un punto tale che tutti la chiamavano “mamma Natuzza”. Allora un giorno questo figlio, sapendo bene da quanti fosse così chiamata e considerata, fece questa domanda a sua madre: “molti ti chiamano mamma, ma io vorrei sapere se, per te, loro sono come tuoi figli, o meglio: per te, io sono come loro?”. La risposta di Natuzza fu sicura e decisa: “sì, non c’è alcuna differenza tra te e loro: siete tutti miei figli”. Così è il cuore di chi ha messo nella sua vita Gesù al suo posto, cioè il primo. Si trova a vivere una vita e un ordine nuovo che fa bello tutto ciò che lo circonda, dando il suo proprio significato ad ogni amore umano. Perché per noi cristiani non c’è amore che, se vuol evitare di fare danni, non debba orientarsi e sottoporsi a quello di Gesù Cristo. Diversamente, ecco i multiformi problemi di oggi in tante relazioni umane, per dirla morbidamente. Mettiamo dunque Gesù al suo posto, come Dora e come Natuzza. Non ce ne pentiremo.  

 

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Continúan las instrucciones de Jesús a sus discípulos acerca de la misión en el mundo a ellos confiada. Se refuerza aquél “no tengan miedo” escuchado el domingo pasado. De hecho, si por un lado el Señor aclara inmediatamente que a su discípulo no se le ahorrará desprecio y persecución, del otro lado, las palabras de hoy garantizan que estará siempre la experiencia de la acogida en cuanto a su acreditado representante (Mt 10,40-42). Noten el vínculo ontológico (“quien acoge a ustedes a mí me acoge”) que Jesús crea con el discípulo: a quien, creyendo en este profundo vínculo, acoge a su enviado, está asegurada la respuesta grata del Señor. Por tres veces en dos versículos está subrayada la promesa de la recompensa de Dios.

Para mí es siempre lindo subrayar la bondad con la cual Dios recompensa la fe: ¡cuántas veces (¡no se pueden contar!) he tocado con mano la fidelidad del Señor a sus promesas! ¡Cuántas bendiciones he visto para aquellos que con fe han reconocido y acogido mi pobre persona como enviado de Jesús! ¿Cómo olvidarlo? He aquí una de las tantas: me encontraba en América Latina (Perú) desde hacía tres años. Un domingo, me dirigía como siempre en una de las capillas a mí confiada para celebrar la Eucaristía. Llegaba siempre una media hora antes para estar disponible al sacramento de la reconciliación. Aquella noche llegó ante mí una mamá que no quería confesarse, pero tenía un pedido que hacerme: “padre Giacomo, le ruego, ¡venga a mi casa! Mi hija no quiere escucharme más. No sé más que cosa hacer, entre nosotras no es más como antes. Me obstaculiza en todo, me llama la atención por cada cosa y, sobretodo, no quiere saber nada de Dios. Hay un clima siempre pesado en la casa. Estoy ansiosa porque no logro más a hablar con ella”. Cuando la conocí, Dora tenía 51 años. Desde cuando se quedó sola, abandonada inmediatamente del hombre con la cual concibió a Marta, se había siempre ocupado con amor de su hija. Una madre soltera como tantas. “Iré a tu casa” – le dije – impactado por el tono sostenido y digno de su pedido. Llegué a la pobre demora de Dora una tarde de la semana sucesiva de nuestro encuentro; estaba en la casa también su hija Marta. Toqué, y cuando Dora me vio en la puerta   sobresalto de gozo: “¡padre! ¡Qué gusto! ¡Entre!… ¡Qué alegría! ¡Hoy el Señor  Jesús llega a mi casa!” Son así los pobres donde he vivido por muchos años. Ven en ti casi instintivamente la presencia de Jesús. Mientras me preparaba algo para ofrecerme miraba alrededor la pobreza de la casa pero también un orden y limpieza inusual. Llegó Marta y nos presentamos. Bastaron solo pocos intercambios para entender que se trataba de una joven muy inteligente y para que ella se sintiera un poquito libre para que me vomitara encima su desprecio por la iglesia, los sacerdotes y todos aquellos que creen en Dios. De todas maneras, mientras hablaba, notaba su modo muy ordenado de argumentar y miraba los ojos sinceros con los cuales se expresaba. Pensé a su vida sin papá desde el vientre materno. Le dije solo que mucho de su crítica hacia la iglesia era justo y que me hubiera dado gusto hablar todavía con ella. Luego llegó la mamá y consumimos juntos lo que había preparado. Cuando me fui, los ojos de Marta me escrudiñaban con un “no sé qué” de sorpresa y desconfianza. Dora en cambio, escondía su mirada a los dos porque estaba conmovida. Regresé la semana sucesiva y esa vez fue Marta quien me abrió la puerta: “he regresado para continuar aquel discurso comenzado contigo” – le dije. Me quedé con ella por casi dos horas. Cuando me fui, Marta me apretó fuerte la mano y me dijo con un germen de sonrisa sobre su rostro: “¡gracias!”. Algunos días después, teníamos en programa un retiro de evangelización especial para jóvenes. Fui a su casa para invitarla. “¿De qué se trata?” – Me dijo – “ven y verás” – le respondí.  Aceptó la invitación. Su rostro ya no era más el mismo. El Señor Jesús en aquél retiro completó su milagro. Reconcilió a Marta con su madre, consigo misma, con Él y su iglesia. Recuerdo todavía al teléfono la voz de Dora entrecortada por la emoción; había llamado para agradecerme. “Haz creído en la presencia de Jesús en mí: por esto Él ha podido obrar esto” – le respondí. Hoy Marta, después de haber completado sus estudios universitarios, es una joven mujer exitosa en su trabajo que bendice a Dios en cada circunstancia de su vida.

En fin, algunos pensamientos sobre los versículos iniciales (37-39) del evangelio de hoy. Si Jesús habla así no es seguramente para entrar en un concurso con el amor que sentimos por nuestros seres queridos. Y sin embargo sus palabras son clarísimas. Quien no lo pone antes de los afectos más queridos no es digno de Él. ¿Qué quiere decir? ¿Qué cosa quiere decir? En la regla de S. Benedicto de Norcia existe una recurrente y breve expresión dirigida a sus monjes que es la mejor síntesis de estos versículos: “no antepongan nada al amor por Cristo”. Para el discípulo en camino estas palabras no suenan ni extrañas ni antagónicas de los amores humanos. Es más bien la dirección más auténtica y sabia para hacer crecer bien a cada amor y para comprender el significado de la propia y de la ajena existencia. Algunas semanas atrás junto a algunos amigos he encontrado a un sacerdote que conoció de muy cerca de Natuzza Evolo, la mística de Paravati (Vibo Valentia) en Calabria. Naturalmente, hemos escuchado muchas cosas referidas a los fenómenos sobrenaturales que sucedían alrededor de su persona. Pero una de las cosas que me impresionó más de lo que escuché de ese hermano sacerdote, ha sido la respuesta que un día ella le dio a la pregunta de uno de sus hijos ya adulto. Natuzza de hecho era una mujer casada. Este hijo se daba cuenta de la gran caridad que movía a su mamá a acoger a todos, sobre todo a los más pobres y sufridos, en su casa. Caridad que probaba a tal punto que todos la llamaban “mamá Natuzza”. Entonces un día este hijo, sabiendo bien de cuantos era así llamada y considerada, hizo esta pregunta a su madre: “muchos te llaman mamá, pero yo quisiera saber si, para ti, ellos son como tus hijos, o mejor: para ti, ¿yo soy como ellos?”. La respuesta de Natuzza fue segura y decidida: “sí, no hay alguna diferencia entre tú y ellos: son todos mis hijos”. Así es el corazón de quien ha puesto en su vida a Jesús en su lugar, o sea, el primero. Se encuentra a vivir una vida y un orden nuevo que hace hermoso todo lo que lo circunda, dando su propio significado a cada amor humano. Porque para nosotros cristianos no hay amor que, si quiere evitar de hacer daños, no deba orientarse y someterse a aquello de Jesucristo. Diversamente, he aquí los multiformes problemas de hoy en tantas relaciones humanas, para decirlo suavemente. Pongamos entonces a Jesús en su lugar, como Dora y como Natuzza. No nos arrepentiremos.

NON SEGUIRE LA PAURA

XII DOMENICA DEL T.0.

GER 20,10-13; RM 5,12-15; MT 10,26-33

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

 

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Gesù dorme nella tempesta
                  “I discepoli terrorizzati nella tempesta”, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

 

Non abbiate paura, dice Gesù ai suoi discepoli (e a noi lettori) per tre volte nel vangelo di questa domenica (Mt 10,26.28.31). Sembra che questo invito nella Bibbia ricorra per ben 365 volte, cioè il numero dei giorni che costituiscono un anno. E’ come se la Sacra Scrittura ti dicesse: ogni giorno, quando ti alzi al mattino dal letto, fa risuonare questa parola all’orecchio del tuo cuore. E’ la prima cosa che Dio ci dice cominciando la nostra giornata. Perché Egli non è il Signore che genera paura, ma Colui che ci libera da essa. Chiariamo: non che la paura non abbia una sua funzione positiva. Se aiuta ad evitare i pericoli della vita è segno di salute mentale. Ma se evitare i pericoli diventa la preoccupazione primaria che frena da ogni possibile esperienza di vita, è delirio di onnipotenza. Basta guardarsi un po’ intorno. Si cerca affannosamente una sicurezza in ogni ambito dell’esistenza umana. Vogliamo che qui sulla terra tutto sia assicurato/protetto dai pericoli in modalità assoluta e, se succede qualcosa di storto, di imprevisto, bisogna subito trovare un colpevole, bisogna che qualcuno paghi per l’accaduto. Ma questo non è vivere. Chi vive sempre nella paura di perdere la vita corporale ha già buttato via la sua vita spirituale. Come diceva il giudice Paolo Borsellino: “chi vive seguendo la paura muore ogni giorno, chi non la segue muore una volta sola”. E poi ha firmato quanto detto con la sua vita, in quel tragico pomeriggio del 19 luglio 1992.

Il testo del vangelo di oggi è incastonato nel racconto della chiamata e dell’invio dei discepoli. Si comprende meglio il messaggio ricordando cosa il Signore dice ai suoi mentre consegna loro la sua missione: ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi (Mt 10,16). Hobbes diceva che homo homini lupus; Gesù dice che il suo discepolo è un uomo come gli altri chiamato ad essere homo homini agnus. Egli è subito chiamato/inviato per essere associato al destino del suo Maestro. Questo deve essere chiaro. Il mistero di Gesù è anche il suo. Essere incompreso, rifiutato, insultato, odiato e perseguitato dagli uomini, non è altro che il segno dell’essere alla sequela del Signore. In questi giorni abbiamo visto Francesco andare nei luoghi dove Lorenzo Milani e Primo Mazzolari vissero questa indimenticabile e sofferta esperienza, invitando la chiesa italiana a guardarli quali testimoni autentici del vangelo. Noi per paura di soffrire e di morire ci chiudiamo in noi stessi e difendiamo il nostro microparadiso naturale o artificiale fino a far del male agli altri, ovvero anche a noi stessi. E giustifichiamo con mille ragioni le nostre chiusure. Si guardi attentamente la realtà odierna e chi vuol capire capisca. Le difficoltà, le lotte, le piccole o grandi persecuzioni, sono la necessaria paga di chi ha scelto di vivere la propria vita come un compito d’amore, come Gesù. Chi porta amore in questo mondo riceve odio. E’ una legge fondamentale che fatichiamo sempre ad accettare: chi fa il bene deve essere punito. Così accadde a Lorenzo e a Primo, discepoli veri del Signore.

Ecco allora Gesù raccomandarsi di non temere gli uomini. E se lo dice per tre volte vuol dire che prima di tutto dobbiamo riconoscere che spesso viviamo nella paura. E’ il punto di partenza. Diversamente non ci si conosce ancora e non si può nemmeno cominciare un autentico cammino spirituale. Francamente quando incontro qualcuno/a che mi dice che non ha paure un po’ mi preoccupa. Solo gli incoscienti, i presuntuosi, i temerari e i dittatori non hanno paura: ma bisogna aver paura di e per loro! Ad es. tra i giovani “Blue Whale” (Balena blu) e altre pratiche estreme come quella di farsi i selfie in situazioni pericolose o come quella di aprire i portelloni dei treni in corsa sfidando la morte nello sporgersi fuori, sono il segno di un delirio di onnipotenza che diventa collettivo. Ma l’invito di Gesù a non aver paura non è assenza di essa, non è temerarietà. Il Signore invita a non seguire la paura dando 3 motivazioni.

1) Perché quello che trasmette ai suoi discepoli in gran segreto e in spirito di nascondimento sarà pienamente rivelato in tutta la sua verità nel futuro, luogo in cui avverrà il capovolgimento di quello che appare ora. La Croce, da segno di morte e di sconfitta splenderà quale segno di vita e vittoria, colui che perde la sua vita a causa del vangelo si rivelerà come colui che vive in eterno, i prepotenti e tutti i poteri vincenti che dominano in questo mondo si riveleranno come i veri perdenti. Per questo, investiti dallo Spirito Santo, forza dei deboli e degli inermi, i discepoli devono annunciare apertamente tutto quello che il Signore comunica loro superando i propri timori e incertezze: quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e ciò che udite all’orecchio predicatelo sui tetti (Mt 10,26-27).

2)  Perché gli uomini hanno un potere limitato: possono dare la morte fisica, ma non possono dare la morte all’anima dell’uomo. Meglio preoccuparsi di non essere morti interiormente piuttosto che scampare dalla morte corporale a tutti i costi! Temete piuttosto colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo (Mt 10,28) è l’avvertimento di Gesù. Ma chi prende sul serio queste parole?

3) Ma soprattutto, perché agli occhi del Padre noi siamo importantissimi, siamo suoi figli! Perfino i capelli del vostro capo sono contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! (Mt 10,30-31). Non dobbiamo andare dietro alla paura perché abbiamo un Dio che segue con amore il nostro cammino fin nei dettagli della nostra vita che nemmeno noi conosciamo! Siamo forse mai riusciti a contare i capelli che abbiamo in testa? Solo chi costruisce la propria autostima dalla scoperta della propria dignità di figlio di Dio rimane stabile, ed è in grado di affrontare ogni prova che gli giunge nella vita. Il piccolo racconto che segue lo spiega bene:

“Una ragazza di un villaggio di pescatori rimase incinta. I suoi genitori la picchiarono finché non confessò chi era il padre: “E’ stato il monaco che vive nel santuario fuori dal villaggio”. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio si indignarono. Una volta nato il bambino, accorsero al tempio e lasciarono il neonato ai piedi del monaco. Gli dissero: “Sei un ipocrita, questo bambino è tuo! Prenditene cura!”. Il monaco si limitò a replicare: “Va bene! Va bene!…” E diede il bambino ad una donna del villaggio perché lo svezzasse e lo accudisse per lui, facendosi carico di tutte le spese. In seguito a questo fatto quel monaco perse la propria reputazione, i suoi discepoli lo abbandonarono, nessuno andava più a chiedergli consigli, e questo durò per quasi un anno. Quando la giovane ragazza vide tutto quel che gli stava capitando, non sopportò più questa situazione e raccontò a tutti la verità. Il padre del bambino non era il monaco, ma il figlio del vicino di casa. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio, tornarono al tempio e si gettarono ai piedi di quell’uomo di Dio. Implorarono il suo perdono e chiesero che restituisse loro il bambino. Il monaco entrò nel tempio, prese in braccio il bambino e sorridendo lo restituì loro limitandosi a dire: “Va bene! Va bene!…” 

Le ultime parole di Gesù nel vangelo possono paradossalmente crearci timore. Ma in questo caso trattasi di santo timore di Dio, un dono dello Spirito. Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32-33). Riconoscere in questa vita Gesù per essere da Lui riconosciuti: è solo questione di non aver paura di affermare la propria fede come tantissimi pensano? E’ solo questione di tenere appeso il crocifisso senza timore in casa/ufficio/scuola, nel vestire ogni giorno in clergyman o tonaca (per noi preti), nel condurre battaglie morali pro famiglia su tutti i canali comunicativi, nell’essere sempre in prima linea presenti nella S.Messa? Dico che questo sarebbe troppo comodo. Anche se tutto ciò concorre indubbiamente a formare la mia identità cristiana, è il Vangelo stesso che mi chiarisce dove in primo luogo il Signore si attende di essere riconosciuto: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, ero forestiero e mi avete ospitato, ero malato, ero carcerato…(Mt 25,35-36). Come è facile ingannarsi! Come è facile rinnegare (= non riconoscere) il Signore Gesù e nemmeno accorgersene! Ma non dobbiamo scoraggiarci: c’è uno dei primissimi discepoli che ha cominciato l’avventura della fede a partire dal suo triplice rinnegamento di Gesù. Al Signore è bastato ricevere le sue lacrime sincere, perché certa è questa parola: se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui. Se con Lui perseveriamo, con Lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anche Egli ci rinnegherà. Se manchiamo di fede, Egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm, 11-13).

 

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No tengan miedo, dice Jesús a sus discípulos (y a nosotros lectores) por tres veces en el evangelio de este domingo (Mt 10,26.28.31). Parece que esta invitación en la Biblia recuerde por 365 veces, o sea el número de los días que constituyen un año. Es como si las Sagradas Escrituras nos dijera: cada día, cuando te levantes en la mañana de la cama, haz resonar esta palabra al oído de tu corazón. Es la primera cosa que Dios nos dice al comenzar nuestra jornada. Porque Él no es el Señor que genera miedo, sino Aquél que nos libra de ella. Aclaramos: no es que el miedo no tenga una función positiva. Si ayuda a evitar los peligros de la vida es signo de salud mental. Pero si evitar los peligros se vuelve la preocupación primaria que me frena de cada posible experiencia de vida, es delirio de omnipotencia. Basta mirarse un poco alrededor. Se busca afanadamente una seguridad en cada ámbito de la existencia humana. Queremos que aquí sobre la tierra todo sea asegurado/protegido de los peligros en modalidad absoluta y, si sucediera algo chueco, improvisadamente, se necesita inmediatamente encontrar a un culpable, se necesita que alguien pague por lo sucedido. Pero esto no es vivir. Quien vive siempre en el miedo de perder la vida corporal ya eliminó su vida espiritual. Como decía el juez Paolo Borsellino: “quien vive siguiendo el miedo muere cada día, quien no la sigue muere una sola vez”. Y luego ha firmado lo que ha dicho con su propia vida, en aquella trágica tarde del 19 de julio 1992.

El texto del evangelio de hoy es encastrado en el relato de la llamada y del envío de los discípulos. Se comprende mejor el mensaje recordando qué cosa dice a los suyos mientras entrega a ellos su misión: “Miren que los envío como ovejas en medio de lobos” (Mt 10,16) Hobbes decía que homo homini lupus; Jesús dice que su discípulo es un hombre como los demás llamado a ser homo homini agnus. Él es inmediatamente llamado/enviado para ser asociado al destino de su Maestro. Esto debe estar claro.  El misterio de Jesús es también el suyo. Ser incomprendido, rechazado, insultado, odiado y perseguido por los hombres, no es otra cosa que el símbolo del estar a la séquela del Señor. En estos días hemos visto a Francisco ir en los lugares donde Lorenzo Milani y Primo Mazzolari vivieron esta inolvidable y sufrida experiencia, invitando a la iglesia italiana a mirarlos como testimonios auténticos del evangelio. Nosotros por miedo de sufrir y de morir nos encerramos en nosotros mismos y defendemos nuestro micro paraíso natural o artificial hasta hacer el mal a los demás, o mejor dicho, también a nosotros mismos. Y justificamos con miles razones nuestros encierros. Si miras atentamente la realidad hodierna y quien quiera entender entienda. Las dificultades, las luchas, las pequeñas o grandes persecuciones, son los necesarios pagos de quien ha elegido vivir la propia vida como una tarea de amor, como Jesús. Quien lleva amor a este mundo recibe odio. Es una ley fundamental que fatigamos siempre en aceptar: quien hace el bien debe ser castigado. Así sucedió a Lorenzo y a Primo, discípulos verdaderos del Señor.

He aquí entonces a Jesús recomendándose de no temer a los hombres. Y si lo dice por tres veces quiere decir que primero de todo debemos reconocer que muchas veces vivimos en el miedo. Es el punto de partida. Diferentemente no nos conocemos todavía y no se puede ni siquiera comenzar un auténtico camino espiritual. Francamente cuando encuentro a alguien que me dice que no tiene miedo un poco me preocupa. Solo los inconscientes, los presuntuosos, los temerarios y los dictadores no tienen miedo: ¡pero es necesario tener miedo de y por ellos! Por ej. entre los jóvenes “Blu Whale” (ballena azul) y otras prácticas  extremas como aquella de hacerse los selfie en situaciones peligrosas o como aquellas de abrir las puertas de los trenes mientras corre desafiando la muerte al asomarse afuera, son los signos de un delirio de omnipotencia que se vuelve colectivo. Pero la invitación de Jesús a no tener miedo no es exactamente ausencia de esa, no es imprudencia. El Señor invita a no seguir el miedo dando 3 motivos.

1) Porque lo que les transmite a sus discípulos en gran secreto y en espíritu de escondimiento será revelado plenamente en toda su verdad en el futuro, lugar en que ocurrirá el vuelco de lo que aparece ahora. La Cruz, de signo de muerte y de derrota resplandecerá cual signo de vida y victoria, aquél que pierde su vida a causa del evangelio se revelará como aquél que vive en eterno, los prepotentes y todos los poderes que vencen que dominan en este mundo se revelarán como los verdaderos perdedores. Por esto, revístanse del Espíritu Santo, fuerza de los débiles y de los inermes, los discípulos deben anunciar abiertamente todo lo que el Señor comunica a ellos superando los propios temores e incertezas: Lo que yo les digo en la oscuridad, repítanlo ustedes a la luz, y lo que les digo en privado, proclámenlo desde los techos. (Mt 10,26-27).

2)  Porque los hombres tienen un poder limitado: pueden dar la muerte física, pero no pueden dar la muerte al alma del hombre. Mejor preocuparse de no estar muertos interiormente antes que salir vivo de la muerte corporal a toda costa! Teman más bien al que puede destruir alma y cuerpo en el infierno (Mt 10,28) es la advertencia de Jesús. Pero quién toma seriamente estas palabras?

3) Pero sobre todo, porque a los ojos del Padre nosotros somos importantísimos, ¡somos sus hijos! En cuanto a ustedes, hasta sus cabellos están todos contados. ¿No valen ustedes más que muchos pajaritos? Por lo tanto no tengan miedo! (Mt 10,30-31). ¡No debemos ir detrás del miedo porque tenemos a un Dios que sigue con amor nuestro camino hasta en los detalles de nuestra vida que ni siquiera nosotros conocemos! ¿Hemos quizás logrado a contar los cabellos que tenemos en la cabeza? Solo quien construye la propia autoestima del descubrimiento de la propia dignidad de hijo de Dios se queda estable y está en grado de afrontare cada prueba que le llega en la vida. La pequeña historia que sigue lo explica bien:

“Una joven de un pueblo de pescadores se quedó encinta. Sus padres le pegaron hasta que confiese quién era el padre: “Ha sido el monje que vive en el santuario fuera del pueblo”. Sus padres y todos los habitantes del pueblo se indignaron. Una vez nacido el niño, corrieron al templo y dejaron al neonato a los pies del monje. Le dijeron: “¡Eres un hipócrita, este niño es tuyo! ¡Cuídalo!” El monje se limitó a replicar: “¡está bien! ¡está bien!…” Y dio al niño a una mujer del pueblo para que lo lactara y lo acuda por él, haciéndose cargo de todos los gastos. Luego de este hecho aquél monje perdió la propia reputación, sus discípulos lo abandonaron, nadie iba más a pedirle consejos, y esto duró por casi un año. Cuando la joven mujer vio todo lo que le estaba sucediendo, no soportó más esta situación y contó a todos la verdad. El padre del niño no era el monje, sino el hijo del vecino de casa. Sus padres y todos los habitantes del pueblo, regresaron al templo y se postraron a los pies de aquél hombre de Dios. Imploraban su perdón y pidieron que le devolviera al niño. El monje entró al templo, tomó en brazos al niño y sonriendo lo devolvió a ellos limitándose a decir: “!está bien! ¡está bien!…”

Las últimas palabras de Jesús en el evangelio pueden paradojalmente crearnos temor. Pero en este caso se trata de santo temor, un del Espíritu. Al que se ponga de mi parte ante los hombres, yo me pondré de su parte ante mi Padre de los Cielos. Y al que me niegue ante los hombres, yo también lo negaré ante mi Padre que está en los Cielos (Mt 10,32-33). Reconocer en esta vida a Jesús para ser por Él reconocidos: es solo cuestión de no tener miedo de afirmar la propia fe como tantísimos piensan, en el colgar el crucifijo en casa/oficina, en el vestir cada día en clerygman o túnica (para nosotros sacerdotes), en el conducir batallas morales en todos los canales comunicativos, en el estar siempre en primera fila presentes en la S. Misa? Digo que esto sería demasiado cómodo. Aunque si todo esto conlleva a formar mi identidad cristiana, es el Evangelio mismo que se encarga de llamarme donde en primer lugar el Señor se espera ser reconocido: Porque tuve hambre y ustedes me dieron de comer; tuve sed y ustedes me dieron de beber. Fui forastero y ustedes me recibieron en su casa. Anduve sin ropas y me vistieron. Estuve enfermo y fueron a visitarme. Estuve en la cárcel y me fueron a ver… (Mt 25,35-36). ¡Cómo es fácil renegar al Señor Jesús y no darnos cuenta! Pero no nos desanimamos: hay uno de los primerísimos discípulos que ha comenzado la aventura de la fe a partir de su triple negación de Jesús. Al Señor ha bastado recibir sus lágrimas sinceras, una cosa es cierta: si hemos muerto con él, también viviremos con él. Si sufrimos pacientemente con él, también reinaremos con él. Si lo negamos, también él nos negará. Si somos infieles, él permanece fiel, pues no puede desmentirse a sí mismo. (2Tm 2, 11-13).

VUOI AMARMI?

VI DOMENICA DI PASQUA

At 8,5-8. 14-17;  1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

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Se mi amate (Gv 14,15). L’incipit del vangelo odierno di Giovanni richiama quello dei vangeli sinottici che si esprimono diversamente: se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso… Nel mio dialetto paterno (napoletano) c’è una simpatica espressione che indica lo stato di attrazione o di vero e proprio innamoramento in atto di un giovane verso una ragazza: lei dice “m’ ven ‘appriess”; cioè, il tale mi viene dietro. E’ così. Se si ama una persona la si segue, la si osserva attentamente, ci si interessa cordialmente e ci si prende cura di lei. Una mamma che ama il proprio bimbo lo segue affettuosamente fin nei primissimi passi della sua vita. Un papà che fa altrettanto lo segue nella sua crescita e cerca di educarlo a vivere in mezzo agli altri. Un/a insegnante che ama i suoi studenti li segue personalmente cercando di tirar fuori da ciascuno il meglio che hanno dentro. Una cosa è certa. Non si può obbligare nessuno ad amare qualcuno. La natura dell’amore suppone ed esige libertà.

Se mi amate. Anche Gesù non costringe nessuno ad amarlo; ma cosa succede se si risponde al suo amore, cioè, se una volta incontrato si comincia ad amarlo e quindi a conoscerlo? Prima di tutto ci si innamora sempre più della sua storia che possiamo leggere, rileggere e meditare ogni giorno nei vangeli. Sostanzialmente lo si accoglie cercando di vivere/sperimentare le sue parole: chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama (Gv 14,21a). Non so voi che mi state leggendo, ma davanti a questa affermazione (a anche altre) di Gesù, non è che mi senta tanto sicuro, anzi. Più vado avanti e più mi sembra realisticamente di non accogliere bene la direzione spirituale del Signore, di non riuscire ad osservare i suoi comandi: in una sola parola, di non amarlo veramente. Conosco una persona consacrata che un giorno si trovò da sola difronte ad un grande crocifisso mentre sentiva che il mondo gli stava crollando addosso. Ad un certo punto guardandolo in alto, mentre un profondo silenzio lo avvolgeva, gli disse: “io non ti ho mai amato veramente”. Dopo qualche istante sentì dentro di sé con chiarezza queste parole: “infatti, non sei tu che hai amato me…io sì invece ho amato e amo ancora te”.

Penso sia molto importante non disprezzare mai quel povero amore che possiamo dare a Gesù. Sicuramente conoscete queste parole sublimi che ha ispirato ad un anonimo cristiano (anche se da tempo sono attribuite a tale Mons. Lebrun): “Conosco la tua miseria, le lotte e le tribolazioni della tua anima, le deficienze e le infermità del tuo corpo: so la tua viltà, i tuoi peccati, e ti dico lo stesso: “Dammi il tuo cuore, amami come sei…”. Se aspetti di essere un angelo per amare, non amerai mai. Anche se sei vile nella pratica del dovere e della virtù, se ricadi spesso in quelle colpe che vorresti non commettere più, non ti permetto di non amarmi. Amami come sei. In ogni istante e in qualunque situazione tu sia, nel fervore o nell’aridità, nella fedeltà o nella infedeltà, amami…come sei…Voglio l’amore del tuo povero cuore; se aspetti di essere perfetto, non mi amerai mai. Non potrei forse fare di ogni granello di sabbia un serafino radioso di purezza, di nobiltà e di amore? Non sono io l’Onnipotente? E se mi piace lasciare nel nulla quegli esseri meravigliosi e preferire il povero amore del tuo cuore, non sono io padrone del mio amore? Figlio mio, lascia che ti ami, voglio il tuo cuore. Certo voglio col tempo trasformarti ma per ora ti amo come sei… e desidero che tu faccia lo stesso; io voglio vedere dai bassifondi della miseria salire l’amore. Amo in te anche la tua debolezza, amo l’amore dei poveri e dei miserabili; voglio che dai cenci salga continuamente un gran grido: “Gesù ti amo”. Voglio unicamente il canto del tuo cuore, non ho bisogno né della tua scienza, né del tuo talento. Una cosa sola m’importa, di vederti lavorare con amore. Non sono le tue virtù che desidero; se te ne dessi, sei così debole che alimenterebbero il tuo amor proprio; non ti preoccupare di questo. Avrei potuto destinarti a grandi cose; no, sarai il servo inutile; ti prenderò persino il poco che hai…perché ti ho creato soltanto per l’amore. Oggi sto alla porta del tuo cuore come un mendicante, io il Re dei Re! Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi. Non allegare la tua miseria; se tu conoscessi perfettamente la tua indigenza, moriresti di dolore. Ciò che mi ferirebbe il cuore sarebbe di vederti dubitare di me e mancare di fiducia. Voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte; voglio che tu faccia anche l’azione più insignificante solo per amore. Conto su di te per darmi gioia… Non ti preoccupare di non possedere virtù: ti darò le mie. Quando dovrai soffrire, ti darò la forza. Mi hai dato l’amore, ti darò di saper amare al di là di quanto puoi sognare… Ma ricordati… amami come sei… Ti ho dato mia Madre; fa passare, fa passare tutto dal suo Cuore così puro. Qualunque cosa accada, non aspettare di essere santo per abbandonarti all’amore, non mi ameresti mai…Va…”

Avete notato che il testo parte dalla richiesta di Gesù di amarlo così come siamo, nella nostra povertà, per poi chiederci di lasciarci amare da Lui che si fa mendicante del nostro amore? Questo significa che ogni nostro povero atto d’amore va impiantato sempre per bene sotto quell’amore più grande e più vero che è l’amore del Signore per noi. Solo se al centro del proprio cuore c’è la fede in questo amore possiamo comprendere il senso di quanto oggi ci dice nel vangelo. Lo stesso Giovanni evangelista lo afferma nella sua prima lettera: in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi (1Gv 4,10). Allora amare, conoscere il Signore Gesù, diventa un cammino che ci fa scoprire la sua presenza vicinissima. E’ la scoperta di avere dentro di sé il suo stesso Spirito, quello Spirito che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce (Gv 14,17a). Amare Gesù è conoscerlo interiormente in questo dono che ci abita: egli rimane presso di voi e sarà in voi (Gv 14,17b). Come è successo quel giorno al mio conoscente davanti al grande crocifisso.

Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui (Gv 14,21b). Come sono belle le promesse di Gesù! Pensate: chi lo ama sperimenta l’amore del Padre e dello stesso Signore verso di lui. Dio gli si rivela: mi manifesterò a lui. E’ una verità di fede comprovabilissima. Come disse anche una giovane nigeriana a un mio amico: “tu pensa a Gesù che Gesù pensa a te!”.

SE AVETE CONOSCIUTO ME

V DOMENICA DI PASQUA

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

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In quel guazzabuglio incomprensibile che è il cuore umano c’è un’infinità di paure: la fede in Gesù è l’antidoto e il rimedio per ognuna di esse. La fede in Gesù è liberante. Il brano del vangelo di oggi comincia laddove Gesù ha appena terminato di annunciare la sua dipartita, dopo aver predetto il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro e un generale fuggi-fuggi davanti allo scandalo della croce. Logico che davanti a questo parlare i discepoli fossero turbati: chi non lo sarebbe? Eppure il Signore invita a non lasciarsi trascinare dal turbamento e ad avere fede in Lui. Come se la fede, per essere veramente tale, dovesse necessariamente attraversare l’oscurità delle paure che ci abitano, come se dovesse sperimentare necessariamente tutta la propria debolezza (Gv 14,1). E, per aiutarci nella traversata, ecco la promessa: nella casa del Padre mio ci sono molti posti. Se no, vi avrei mai detto “vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi (Gv 14,2-3).

Credo che la paura di essere dimenticati nella morte sia la madre di tutte le paure. Don Oreste Benzi la definiva così: la paura di non vivere nel cuore di nessuno, ovvero la paura di non essere amati. In genere, quando celebro un funerale, se non ci sono richieste particolari dei familiari del defunto, prego e faccio pregare con il vangelo di questa domenica. Sapere che Gesù è il Dio diventato uomo come noi. Sapere che è morto ma poi è risorto. Sapere che è andato a prepararci un posto, e che ora è in grado di raggiungere ogni essere umano dentro quell’esperienza di solitudine assoluta che è la morte, questo è sommamente consolante e incoraggiante. Tanto tempo fa mi capitò tra le mani questo racconto illuminante in proposito: il più grande si chiamava  Frank e aveva vent’anni. Il più giovane si chiamava Ted e ne aveva diciotto. Erano sempre insieme, amicissimi fin dalle elementari. Insieme decisero di arruolarsi nell’esercito. Partendo, promisero a se stessi e ai genitori che avrebbero avuto cura l’uno dell’altro. Furono fortunati e finirono nello stesso battaglione. Quel battaglione fu mandato in guerra. Una guerra terribile tra le sabbie infuocate del deserto. Per qualche tempo Frank e Ted rimasero negli accampamenti protetti dall’aviazione. Poi, una sera, giunse l’ordine di avanzare in territorio nemico. I soldati avanzarono per tutta la notte, sotto la minaccia di un fuoco infernale. Al mattino, il battaglione si radunò in un villaggio. Ma Ted non c’era. Frank lo cercò dappertutto, tra i feriti, fra i morti. Trovò il suo nome nell’elenco dei dispersi. Si presentò al comandante. “Chiedo il permesso di andare a riprendere il mio amico”, disse. “E’ troppo pericoloso”, rispose il comandante – “e poi ho già perso il tuo amico. Perderei anche te. Là fuori stanno sparando”. Ma Frank partì ugualmente. Dopo alcune ore trovò Ted ferito mortalmente. Se lo caricò sulle spalle. Una scheggia lo colpì. Si trascinò ugualmente fino al campo con il suo amico addosso. “Frank! Valeva la pena morire per salvare un morto?”, gli gridò il comandante – “Sì”, sussurrò, “perché prima di morire, Ted mi ha detto: Frank, sapevo che saresti venuto…”

Continuo a pensare da circa trent’anni che conoscere e far conoscere Gesù sia la cosa più importante della nostra vita; e mi meraviglio di come l’essere umano possa permettersi di saltare la questione. Le cose che ci dice e le promesse che ci fa sono realtà così grandi e belle che non so proprio come si possano evitare o smentire. Blaise Pascal direbbe che non ci si può sottrarre alla scommessa. Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14,6): Gesù è il cammino per incontrare la verità e la vita cui il nostro cuore anela. Conoscere Gesù è conoscere quel Dio che da sempre l’uomo vorrebbe vedere e incontrare: Signore, mostraci il Padre e ci basta, gli dice Filippo (Gv 14,8). E Gesù gli risponde: da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre (Gv 14,9). Mentre meditavo questo brano pensavo a come si corra anche oggi il rischio di vivere a due passi dal Signore, magari anche deambulando nella sua chiesa, e non conoscerlo. Si rischia di non coltivare un rapporto sincero con Lui, di non pensare più a quel posto che sta preparando per amor mio, si rischia di vivere in un’angoscia senza fine perché in realtà o ci si rapporta con un fantasma che rafforza per lo più le nostre paure, oppure si maschera da cristiano il proprio ateismo pratico. Da quando sono diventato sacerdote non pensavo di incontrare ancora tanti fratelli che vanno dietro a un’immagine personale di Dio che certo non libera interiormente, né aiuta a guardare la realtà con fiducia e speranza. E in questo modo non ci si accorge di dare ragione alla menzogna del serpente antico che, sin dalle origini, volle far credere all’uomo che Dio non è un padre amorevole, ma un geloso despota che vuole dominarci (Gen 3,1ss.).

In questo terzo millennio cristiano appena cominciato, gli sconvolgimenti epocali cui stiamo assistendo dopo il crollo di tutte le impalcature ideologiche che presumevano di reggere il mondo, sembrano mettere tutto in discussione fino a propagare quello che Benedetto XVI ha chiamato culturalmente “una dittatura del relativismo”. Una cosa mi sembra certa nel non ancora definito cambiamento che percorre l’umanità: la paura cresce e minaccia di paralizzare gli uomini nel proprio egoismo. Certamente, tutti abbiamo tanti motivi per avere paura davanti agli avvenimenti che si susseguono nel mondo. Ma la nostra speranza nasce dalla convinzione che con Gesù si entra nella vita vera, quella eterna. Il male del mondo, Lui lo ha già vinto: voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia. Io ho vinto il mondo! (Gv 16,33). La fede in Gesù Cristo, malgrado tutto, resta la più ragionevole strada per guardare al futuro con speranza. Dare fiducia a Gesù ogni giorno è la sfida più affascinante della vita: pur nella fatica del cammino, si sperimenta come è bello superare le proprie paure con Lui che ci spiega, poco a poco, il senso profondo della nostra esistenza.

  “La fede è un intreccio di luce e di tenebra: possiede abbastanza splendore per ammettere, abbastanza oscurità per rifiutare, abbastanza ragioni per obiettare, abbastanza luce per sopportare il buio che c’è in essa, abbastanza speranza per contrastare la disperazione, abbastanza amore per tollerare la sua solitudine e le sue mortificazioni. Se non avete che luce, vi limitate all’evidenza; se non avete che oscurità, siete immersi nell’ignoto. Solo la fede fa avanzare”. (Louis Evely)

DAVVERO!

III DOMENICA DI PASQUA

At 2,14a.22-23; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

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                          Gesu’ in persona si avvicino’, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2013

Vi è mai capitato di aver sognato ad occhi aperti e lavorato per tanto tempo a qualcosa cui avete dedicato tutto voi stessi con sacrificio e affetto, intravedendone poco a poco la graduale realizzazione, per poi assistere al crollo di tutto sotto il vostro sguardo? Se vi è successo, allora possiamo avvicinarci anche noi ai due discepoli che retrocedono mesti da Gerusalemme, conversando su quanto di tragico vi era accaduto. Possiamo immaginare i loro sentimenti, le loro domande, le loro pause, possiamo comprendere il loro discutere che cerca di spiegarsi qualcosa sulle vicende occorse. Sarebbe rimasta una delle solite sterili discussioni umane, se Gesù in persona (Lc 24,15) non li avesse raggiunti in quel cammino fatto di conversazioni senza sbocco. E’ bello pensare che Gesù ci raggiunge nel nostro smarrimento, laddove il nostro cuore non sa darsi risposte, laddove indietreggiamo difronte ai drammi che ci capitano nella vita, è bello sapere che continua a camminare con noi malgrado la nostra persistente cecità: ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo (Lc 24,16).

Si fermarono con il volto triste, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Il viandante risorto provoca una fermata con una domanda circa il loro discutere. Accende un dialogo semplice che fa uscire dai loro cuori la tristezza (Lc 24,17), la personale interpretazione dei fatti, la speranza delusa oramai appartenente al passato: noi speravamo (Lc 24,21); ma, soprattutto, la loro totale incertezza difronte all’annuncio delle donne che hanno trovato la tomba vuota. E’ così che lavora il Signore. Camminando con noi, dapprima ci porta a conoscere tutte le ritrosie e le resistenze che ci abitano. Perché è così che siamo fatti noi, dapprima piuttosto scettici difronte a quanto altri testimoniano di aver visto e udito e a quanto ci comunica la stessa parola di Dio. Stolti e lenti di cuore a credere (Lc 24,25): questa è la nostra carta identità quando è priva dell’aiuto del Pellegrino che mai ci abbandona.

             Spiego’ loro in tutte le scritture, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? (Lc 24,26): questa è la parola su cui si infrangono i nostri ragionamenti e le nostre attese errate, le nostre equivoche immagini di Dio e ogni altra ricerca che vogliamo condurre da noi stessi. Perché Signore, bisognava che soffrissi? Perché Signore questa necessità per te e per noi? Il Risorto non dice perché, ma invita i due discepoli a ritornare con Lui sulle Scritture: lì, nel libro sacro della parola di Dio, era già predetta questa storia d’amore sofferta e solo apparentemente sconfitta. Anche oggi Gesù ci invita a ritornare sulle Scritture, perché tutto quanto è stato detto è per Lui e in vista di Lui: esse sono la roccia incrollabile su cui appoggiarci se vogliamo che la nostra fragilissima fede cresca e non venga meno. Così, quando rispondiamo sempre più a questo suo invito, ci ritroviamo a invitare noi stessi il Signore perché continui a parlarci restando insieme a noi (Lc 24,29).

Si aprirono gli occhi e lo riconobbero, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2017

Il cammino della fede è una discesa nell’oscurità del nostro cuore per poi scoprire, più avanti, che il Vivente è capace di stare con noi anche nelle nostre tenebre. La sua parola ci trasmette la luce vittoriosa che guarisce la nostra cecità spirituale e ce lo fa riconoscere sempre presente con noi, soprattutto alla tavola dove facciamo memoria del suo dono d’amore: l’Eucarestia. E anche se a causa della nostra intermittenza ci sembra talvolta di perderlo di vista (Lc 24,31), il fuoco acceso nel nostro cuore dalla sua parola ci rassicura e ci aiuta a confermarci l’un l’altro (Lc 24,32). L’incontro con il Risorto cambia la direzione del nostro cammino, ci converte a ripercorrere la sua stessa strada facendoci superare le nostre paure (Lc 24,33), ci riunisce ai nostri fratelli che condividono con noi la stessa inaudita sorpresa: davvero il Signore è risorto (Lc 24,34). Chi lo ha incontrato non può tacere, perché sente il bisogno di raccontare con gioia quello che il Signore ha fatto nella propria personale storia (Lc 24,35). 

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¿Nunca les ha sucedido soñar con los ojos abiertos y haber trabajado por tanto tiempo en algo en el cual han dedicado todo de sí mismos con sacrificio y afecto, entreviendo poco a poco gradualmente la realización, para después asistir a la caída de todo delante de tu mirada? Si les ha sucedido, entonces podemos acercarnos también nosotros a los dos discípulos que retroceden tristes de Jerusalém, conversando sobre todo lo trágico que les había sucedido. Podemos imaginarnos sus sentimientos, sus preguntas, sus pausas, podemos comprender su discusión que intenta explicar algo sobre lo sucedido. Se hubiera vuelto una de las mismas estériles discusiones humanas, si Jesús en persona (Lc 24,15) no los hubiera alcanzado en aquel camino hecho de conversaciones sin salida. Es hermoso pensar que Jesús nos alcanza en nuestro extravío, allí donde nuestro corazón no sabe darse respuestas, allí donde retrocedemos delante a los dramas que nos suceden en la vida, es hermoso saber que continúa a caminar con nosotros a pesar de nuestra persistente ceguera: pero sus ojos eran incapaces de reconocerlo (Lc 24,16)

El viandante resucitado provoca un alto con una pregunta acerca del discutir de ellos. Enciende un diálogo simple que hace salir de sus corazones la tristeza (Lc 24,17), la personal interpretación de los hechos, la esperanza desilusionada ahora perteneciente al pasado: nosotros esperábamos (Lc 24,21); pero, sobretodo, la total incerteza delante al anuncio de las mujeres que han encontrado la tumba vacía. Es así que trabaja el Señor. Caminando con nosotros, primero nos lleva a conocer todas las hosquedades (dudas) y las resistencias que nos habita. Porque es así que estamos hechos, primero más que nada escépticos delante a lo que otros testimonian de haber visto y oído y a cuanto nos comunica la misma palabra de Dios. Necios y lentos de corazón para creer (Lc 24,25): esta es nuestra carta de identidad cuando está privada de la ayuda del Peregrino que nunca nos abandona.

¿No tenía que ser así y que el Cristo padeciera para entrar en su gloria? (Lc 24,26): esta es la palabra sobre la cual se infringen nuestros razonamiento y nuestras esperas erradas, nuestra equivocada imagen de Dios y cada otra búsqueda que queremos conducir por nosotros mismos. ¿Por qué Señor, era necesario que sufrieras? ¿Por qué Señor esta necesidad por ti y por nosotros? El Resucitado no dice por qué, pero invita a los dos discípulos a regresar con Él en las Escrituras: allí, en el libro sagrado de la palabra de Dios, estaba ya predicha esta historia de amor sufrida y solo aparentemente derrota. También hoy Jesús nos invita a regresar sobre las Escrituras, para que todo lo que ha sido dicho es por Él y en vista de Él: ellas son la roca inquebrantable sobre la cual apoyarnos si queremos que nuestra fragilisima fe crezca y no muera. Así, cuando respondamos siempre más a su invitación, nos encontremos invitando nosotros mismos al Señor para que continúe a hablarnos quedándose junto a nosotros (Lc 24,29).

El camino de la fe es una pendiente en la oscuridad de nuestro corazón para después descubrir, más adelante, que el Viviente es capaz de estar con nosotros también en nuestras tinieblas. Su palabra nos transmite la luz victoriosa que sana nuestra ceguera espiritual y nos lo hace reconocer siempre presente con nosotros, sobretodo en el altar donde hacemos memoria de su don de amor: La Eucaristía. Y también si a causa de nuestra intermitencia nos parezca a veces de perderlo de vista (Lc 24,31), el fuego encendido de su palabra en nuestro corazón nos asegura y nos ayuda a confirmarnos el uno con el otro (Lc 24,32). El encuentro con el Resucitado cambia la dirección de nuestro camino, nos convierte a recorrer su mismo camino haciéndonos superar nuestros miedos (Lc 24,33), nos reune a nuestros hermanos que comparten con nosotros la misma inaudita sorpresa: Es verdad, el Señor ha resucitado (Lc 24,34). Quien lo ha encontrado no puede callar, porque siente la necesidad de contar con gozo aquello que el Señor ha hecho en la propia historia personal (Lc 24,35).

SEPPE CHE LO AVEVANO CACCIATO

4a DOMENICA DI QUARESIMA

1Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

 

1
          Fece del fango con la saliva, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

 

Nel racconto evangelico di questa domenica ci è posto davanti, al di là dell’episodio specifico della vita di Gesù, l’itinerario che ciascun battezzato compie per venire alla luce della fede. Ciascuno di noi nasce spiritualmente cieco, però, camminando nella vita, per un dono di Dio, la luce della fede ci apre gli occhi sulla realtà fino a incontrare e riconoscere personalmente in Gesù Cristo la verità di Dio e dell’uomo. Perché se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio (Gv 3,3). Il racconto è denso di simbolismi, sarebbe bello commentarlo nella sua interezza, ma non possiamo. Desidero soffermarmi con voi solo su un aspetto, peraltro richiamato dalla prima lettura della liturgia di oggi.

2
Gesù spalma il fango sugli occhi del cieco nato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Passando, vide un uomo cieco dalla nascita (Gv 9,1). Gesù vede un uomo che non lo vede; vede un uomo che gli altri vedevano soltanto nel proprio status di mendicante, certamente non gradevole allo sguardo (Gv 9,8). Non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore (1Sam 16,7). Gesù è attirato dalla piccolezza di quel cieco e, nel suo vedere e agire, conferma la parola che Dio rivolge al profeta Samuele, inviato nella casa di Iesse per scegliersi il re del suo popolo. Gesù non si perde dietro inutili interrogativi che gli uomini pongono davanti al mistero della sofferenza umana (Gv 9,2-3). La compassione è sempre il movente di ogni sua azione, la compassione porta il Signore a chinarsi sempre su chi è escluso o messo ai margini di una vita più umana (Gv 9,4-7).

3
                   Tornò che ci vedeva, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

La mancanza di compassione e l’incredulità sembra invece attorniare subito l’ex-cieco dopo il miracoloso intervento di Gesù (Gv 9,10ss.). L’uomo risponde con sincerità a ciascuna domanda che gli si rivolge, ed è lì, con la vista riacquistata, a testimoniare la bellezza di quanto accaduto. Eppure nessuno si apre allo stupore di questa vita restituita alla gioia del dono della vista, persino i suoi genitori (Gv 9,20-22) in preda alle proprie paure, non entrano nella meraviglia operata dal Signore. Anzi, per giudei e farisei quel miracolo è solo argomento per imbastire un processo sommario e trovare ogni tipo di cavillo che sostenga non solo la loro incredulità, ma anche l’accusa di peccato verso Gesù e il cieco graziato (Gv 9,16.24.34). Succede sempre così con chi non sa sorprendersi dell’agire divino, perché impegnato a promuovere e difendere la religione della dottrina fredda che categorizza gli uomini in figli di serie “A”, di serie “B”, “C” ecc.; la religione dei privilegi che, facendo presa sulle paure che abitano nelle coscienze umane, cavalca l’immagine del Dio impietoso per controllarle a proprio vantaggio. E’ la religione che, non sopportando di perdere il suo potere sulle coscienze, non può che avvertire come una grave minaccia Gesù e la sua opera, perché porta in dono all’uomo una fede libera e liberante.

4
                      Il cieco nato guarito, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

L’esito dell’incalzante interrogatorio è inevitabile. L’ex-cieco viene espulso dalla sinagoga a motivo della sua testimonianza (Gv 9,34). Ogni aspirante discepolo deve saperlo. Se sta camminando davvero sulle orme di Gesù, questa esperienza sarà inevitabile. La progressiva illuminazione della fede comporta la progressiva aggressività di chi è ancora nelle tenebre, persino di chi presume di conoscere e seguire Dio. Ma è proprio nella condivisione profonda del suo stesso incomprensibile destino, è proprio nell’esperienza di essere banditi dalla comunità umana a causa del nome di Gesù, che il discepolo entra in un rapporto più intimo con il Signore. Che bello il versetto che introduce il faccia a faccia tra Gesù e il cieco guarito! Dopo aver incassato la scomunica dei farisei, il vangelo ci dice che Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori (Gv 9,34). Ecco il privilegio di tutti coloro che, rimanendo nella verità piccoli, sofferenti e senza difensori, incuranti del disprezzo di chi conta religiosamente, possono accogliere il Signore che rivela a loro la propria identità: tu lo hai visto, è colui che parla con te (Gv 9,37).

5
        Il cieco guarito e interrogato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Franco Zeffirelli ha sceneggiato mirabilmente, nel suo film sulla vita di Gesù, l’incontro al tempio dell’ex-cieco con Lui e il prosieguo di questa parte del racconto. Da una parte i farisei e i dottori della Legge schierati come un plotone di esecuzione mentre guardano minacciosamente Gesù da un’altra parte che posa la sua mano sul cieco guarito (Renato Rascel) rannicchiato a una sua gamba. Da un lato gli oppressori, dall’altro l’oppresso insieme al Dio che starà sempre dalla parte di ogni oppresso.

6
       Il cieco guarito espulso dalla sinagoga, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

E’ per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9,39). Anche se Gesù non è venuto per condannare, davanti a Lui è già cominciato un giudizio che, in realtà, compiamo noi stessi. Infatti, in un altro testo del suo vangelo, Giovanni dice che il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie (Gv 3,19). L’uomo ha la libertà di rifiutare la luce che è venuta per illuminare ogni uomo (Gv 1,9) e preferire le tenebre di una vita mondana e incurante delle cose di Dio, cullando l’illusione di vedere e sapere ciò che giova alla sua vita. Allora, la scoperta del suo accecamento potrà essere l’unica áncora per la sua salvezza (Gv 9,41). Proprio come accadde al più celebre dei farisei della Bibbia: Saulo di Tarso (At 9,8-9).

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                   E si prostrò innanzi a Lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

IL POZZO E’ PROFONDO

3a DOMENICA DI QUARESIMA

Es 17,3-7; Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-30

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.

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Alcuni anni fa mi trovavo con un fratello sacerdote in una località balneare per un breve periodo di riposo. Eravamo soliti trovare un po’ d’ombra presso un piccolo pino marittimo, molto vicino alla spiaggia libera dove ci recavamo; lì sotto lasciavamo il telo per asciugarci e il nostro zaino. Quel pomeriggio, rientrando dal mare dopo un bel bagno, ci sdraiammo al solito posto ma ci accorgemmo che c’erano anche altri teli e alcune borse. Dopo qualche minuto, due giovani donne si avvicinarono con passo rapido. Intuimmo che dovevano essere le proprietarie di quelle cose e allora, spontaneamente, ci alzammo per far spazio, affinché potessero anche loro godere dell’ombra del pino. Una di esse, vedendo il nostro comportamento, cominciò a scusarsi con noi. Quel mio confratello la rassicurò dicendo che l’ombra dell’albero era lì per tutti e che potevano tranquillamente prendere posto perché c’era spazio a sufficienza. Ma quella donna, dopo una furtiva occhiata con l’amica, ci rivolse uno sguardo piuttosto ammiccante e, con modalità sprezzantemente sfidante, ci disse: “e perché mai ci date spazio? Dovremmo forse darvi qualcosa in cambio?…”

Gesù e la samaritana al pozzo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

A parte la constatata, imperante sfiducia nei confronti di chi oggi può compiere un atto gratuito, quell’episodio mi fece ricordare il racconto della donna di Samaria con Gesù al pozzo. La richiesta d’acqua del Signore dovette inizialmente suonargli come una indebita avance: un giudeo giammai avrebbe parlato con una samaritana, quindi tanto meno l’avrebbe mai “abbordata” in luogo pubblico (Gv 4,9). Come mai quell’uomo le faceva una simile richiesta? Ma soprattutto, come mai quella donna venne al pozzo per attingere acqua a mezzogiorno (Gv 4,6), quando normalmente ci si reca nelle ore fresche dell’alba e del tramonto? Sembrerebbe volutamente, per starsene da sola. Come se il vangelo, con infinita discrezione, ci volesse presentare la sua solitudine. Eppure, presso un pozzo, Giacobbe corteggiò Rachele (Gen 29,9ss.) che poi sposò; Mosè incontrò la sua futura sposa Zippora tra le figlie di Reuel (Es 2,10-22): un richiamo evidente dell’evangelista Giovanni per dirci che c’è qualcosa di più, dietro il gioco di fraintendimenti sull’acqua, che cresce progressivamente nel dialogo tra Gesù e quella donna. La scena del racconto, concentrata sul loro incontro, diventa paradigmatica di ogni esperienza di fede. Il Signore nel suo bisogno molto umano di bere acqua scopre la sua sete, affinché la donna possa, poco a poco, scoprire la propria sete più profonda e insoddisfatta.

Dammi da bere, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

E il pozzo è lì, sullo sfondo, a ricordarci che il cuore umano è un pozzo molto profondo, ovvero senza fondo, fatto per ricevere e dare acqua. Ma c’è acqua e acqua (Gv 4,10-15). C’è l’acqua stagnante e morta, segno di una vita spenta e infeconda (cfr. Ger 2,13), e c’è l’acqua che zampilla per la vita eterna. Gesù è la sorgente venuta a farci dono di quest’ultima per una vita piena e felice. Il suo dono supera ogni umana attesa: l’acqua viva è il suo amore gratuito, lo Spirito Santo che ci è stato donato (cfr. Rm 5,5). Il racconto nella sua interezza sembra ordinare al lettore un percorso preciso per poter farne esperienza. Infatti, giunge a trovare quest’acqua solo chi accetta la sfida della profondità. Giunge a trovarla solo chi ha il coraggio della verità (Gv 4,18).

Perché non abbia più sete, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

Nel mondo in cui viviamo e ci muoviamo, da un lato la cultura mediatica sembra creata “ad hoc” per non farci scendere in profondità davanti alla nostra e altrui esistenza; da un altro lato, quella stessa cultura è impegnatissima a parlare e far parlare sulle cose umane più profonde e delicate fino a farne un pubblico spettacolo, come se tutti ne potessero opinare con competenza. Ogni riferimento a talk-show e programmi melodrammatici di successo non è per niente casuale: lì, in qualunque caso, la profondità del cuore umano o viene evitata/mascherata oppure è banalizzata. Il vangelo di oggi, invece, suggerisce un habitat diverso affinché il cuore umano possa fare la verità in sé e quindi vivere in profondità, scoprendo l’acqua viva di cui parla Gesù. Il dinamismo dell’incontro che leggiamo nel vangelo si distende lentamente: c’è tutto il tempo necessario per l’emergere di pregiudizi, di altre difese e domande da parte della donna davanti agli occhi accoglienti dello sconosciuto Rabbi giudeo. Questo ci ricorda che non c’è incontro vero con sé stessi, con Dio e con gli altri se non ci si regala il tempo e l’apertura necessari. Inoltre, ci ricorda che ci vuole disponibilità a discendere negli inferi dei propri insuccessi, dove celiamo a noi stessi e agli altri ciò che più ci vergogna (Gv 4,16-18). Quando la samaritana tocca, accompagnata da Gesù, la verità di sé, incontra la verità di Dio che risplende sul volto di Cristo: Egli non la giudica e riconosce la sua sincerità. Spinta dall’acqua sotterranea della propria anima si apre a riconoscere in Lui il tanto atteso Messia; esce dalla sua infelice solitudine e può annunciare a tutti la gioia di averlo forse incontrato. Quando l’acqua di Gesù ci raggiunge, spinge sempre chi ne ha sentito in profondità la sete, a cercare gli altri per renderli partecipi (Gv 4,25-30.39)  

Lasciò la sua anfora, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

TENTATI E ADDESTRATI

1a DOMENICA DI QUARESIMA

Gn 2,7-9.3,1-7; Rm 5,12-19; mt 4,1-11

“In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.”

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Quello che il Signore Gesù ci ha proposto nel vangelo di domenica scorsa, è sostanzialmente cercare una vita da figli e fratelli tra noi, nella solida certezza che abbiamo un Dio Padre/Madre che sa benissimo di cosa abbiamo bisogno: cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. La Quaresima appena scoccata aiuta a focalizzare se ci troviamo dentro questa ricerca, o se siamo ancora saldamente guidati da satana, mentre c’illudiamo di seguire Gesù. Perché il racconto delle tentazioni subite da Cristo è icona di ogni discepolo sottoposto alla necessità di verificare sempre la propria sequela. Notate subito come il nemico avanzi le sue proposte, quasi fossero scelte migliori per conseguire l’obiettivo del proprio cammino: se sei Figlio di Dio… Le tentazioni ci piombano addosso in 2 modi quando si cerca il bene: o rubandoci il desiderio di cercarlo con lo scoraggiamento (“non ce la faccio!…”), oppure facendocelo cercare nel modo sbagliato. Il male si propone sempre a fin di bene o si presenta comunque (apparentemente) come un progetto di bene. Nella vita non basta avere intenzioni di bene. Un proverbio udito da un sacerdote molti anni fa mi si è impresso nella mente: “la strada che conduce dritto alla dannazione è costellata di buone intenzioni”. Bisogna che ci si chieda con quali mezzi, in che modalità si vogliono realizzarle. E qui troviamo una netta distinzione tra la strategia satanica e quella di Dio che si svela, negli opposti obiettivi, in maniera progressiva.

La tentazione del pane, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017
La tentazione del pane, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017

1° tentativo (vv.3-4): il diavolo propone a Gesù, dopo un lungo digiuno, di soddisfare il proprio bisogno materiale di mangiare. Suggerisce di approfittare del suo essere di Dio trasformando le pietre in pane. Vorrei innanzitutto chiarire che sicuramente il Signore, dopo aver superato le tentazioni, si sarà fatto una bella mangiata! Qui non si tratta di dimostrare che con Dio si può fare a meno di mangiare. Si tratta di chiarire dove si vuol collocare il principio di vita dell’uomo. Se la mia vita coincide con il mio benessere, allora il pane e tutto ciò che lo può preservare/consolidare diventa un assoluto. Tutto ciò che può garantirlo è giustificabile e giustifica ogni altro tipo di scelta a margine. Da questa prospettiva mi chiedo se la chiesa nel mondo occidentale non sia caduta e rimasta immersa in questa tentazione. Prendete il recente caso di quel confratello di una diocesi veneta che si scopre avere una doppia vita. Di giorno parroco, di notte organizzatore di orge. Siamo chiamati a non giudicare il peccatore, ma a farci un chiaro giudizio sul peccato: che segno dei tempi è? Ebbene, a quanti tra i parrocchiani avvicinati è stato chiesto cosa si pensasse in merito, colpisce che si sia levata una difesa generale (anche dal sindaco) del prete, “perché è uno che ha fatto molto per la cittadinanza, ha costruito la casa parrocchiale in montagna, ha fatto il campo sportivo per l’oratorio, organizzava eventi, sapeva parlare alla gente, era un trascinatore, ecc.ecc.”. Cioè, “ha fatto tante opere per noi, quindi è giustificabile/passabile quel che viveva, in fondo siamo uomini…”. E’ vero, siamo uomini e quindi fragili. Ma è questa la missione del sacerdote? E’ quella di garantire senz’altro un bel campo di calcio o di pallavolo per i ragazzi? Quella di soddisfare comunque il bisogno di sicurezza delle famiglie, aumentando il grado di comfort e di intrattenimento per tutti? E’ quella di offrire una disponibilità assoluta per venire incontro a ogni altro bisogno del popolo? O non è forse quella di manifestare, con la sua stessa vita, le parole di Gesù: non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio? 

La tentazione sul tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017
La tentazione sul tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017

2° tentativo (vv.5-7): osservate come il diavolo spinga Gesù dal deserto alla città santa. Che significa? Che le tentazioni non ci mollano nemmeno quando ci si trova in luoghi religiosi o comunque attorniati dal sacro. Anzi, qui si fanno più sottili. Anche satana fa il teologo di mestiere! Lo porta sul pinnacolo del tempio e lo invita a fare l’esperienza di essere sorretto dagli angeli di Dio con tanto di citazione biblica (Sal 91,11-12). Non è forse lui il Figlio che si fida della parola del Padre? Allora si faccia visibile a tutti questa fiducia totale! Si renda visibile a tutti chi egli è!…E’ la tentazione del Dio che deve rispondere alle attese religiose dell’uomo, perché questi possa garantirsi di averlo sempre dalla propria parte. E’ la tentazione di ridurre la presenza di Dio allo spazio dove avviene il miracoloso. E’ la tentazione della religione visibile, spettacolare, fatta per rispondere all’ansia di sicurezza che induce a cercare sempre segni di conferma divina. E’ la tentazione di avere Dio sotto controllo per asservirlo ai propri vantaggi, anche spirituali. E’ la pretesa sottile di essere sempre ascoltati da Dio invece di ascoltare Lui e verificare se le mie pretese sono in linea con i suoi disegni. E’ la tentazione di…mettere alla prova Dio invece di sottoporci liberamente alle prove che permette! Un esempio semplice? Prego Dio cercando di comperarmelo con mille preghiere, digiuni e altri sacrifici per qualcosa di buono che desidero: ad es. la guarigione dalla malattia di qualcuno che amo. Ma la persona non guarisce. Segno che, o non è ancora arrivato il tempo della guarigione (perché il bene della persona non coincide con la sua salute), oppure nella malattia il Signore vuole manifestare il segno inconfondibile della sua vittoria che sarà sempre sulla Croce: cosa da non dare assolutamente per scontata, vista la facilità con cui noi spostiamo Dio dove c’è sempre la salute e il successo! Non tenterai il Signore Dio tuo: Dio non si può comperare, né mettere alla prova; di Lui bisogna imparare a fidarsi!

La tentazione sul monte, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017
La tentazione sul monte, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2017

3° tentativo (vv.8-11): il diavolo porta Gesù su un monte altissimo. Notate bene: prima sulla parte più alta del tempio, adesso sulla sommità di un monte. Satana offre sempre il suo regno con il fascino e l’ebbrezza che gli sono propri. Il potere e il dominio sugli altri, la vanagloria del possedere sempre più in questo mondo al prezzo dell’adorazione del suo dio. Quanti adoratori di satana in giro anche se non lo sanno! Qui, in questa tentazione, si vede dove vuole arrivare il diavolo. Vuole sostituirsi a Dio offrendo all’uomo una falsa gloria, una falsa felicità, un falso regno. Alla fine, egli è soltanto il grande truffatore! Tutto quello che offre all’uomo è soltanto apparente e non gli da la vita. Quando arriverà la morte (ma spesso anche prima di essa) i suoi doni si riveleranno per quello che sono: una menzogna. L’uomo non porterà via niente con sé da questo mondo. Gesù respinge con decisione la tentazione. Il suo regno è il capovolgimento e la rovina di quello del diavolo. Il suo essere Re si è rivelato sul trono della Croce, dove manifesterà la sua libertà assoluta da satana nel servizio d’amore a tutti, senza dominare nessuno. Il suo essere Re si è sprigionato dalla tomba da cui si è rialzato, perché l’amore di Dio non inganna e non delude il desiderio di vita infinita dell’uomo.  

Le tentazioni non sono un episodio isolato della vita di Gesù, non lo sono neanche per noi. La vita è una palestra in cui siamo continuamente tentati e quindi addestrati. Noi normalmente pensiamo che se non ci fossero (e se non ci fossero anche le cadute…) la nostra vita sarebbe migliore e più bella. Invece ci imbrogliamo. Le tentazioni, soprattutto quando ci sentiamo assaliti da esse, sono la dimostrazione che ci stiamo opponendo al male. Buona lotta quaresimale!

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Lo que el Señor Jesús nos ha propuesto en el evangelio del domingo pasado, es sustancialmente buscar una vida de hijos y hermanos entre nosotros, en la sólida certeza que tenemos un Dios Padre/Madre que sabe muy bien qué cosa necesitamos: busquen el Reino de Dios y su justicia, y todas estas cosas se les dará por añadidura. La Cuaresma apenas iniciada ayuda a focalizar si nos encontramos dentro de esta búsqueda, o si estamos todavía saldamente guiados por satanás, mientras nos ilusionamos de seguir a Jesús. Porque el relato de las tentaciones padecidas por Cristo es icono de cada discípulo sometido a la necesidad de verificar siempre la propia secuela. Noten inmediatamente como el enemigo adelante su propuesta, casi como si fueran elecciones mejores para conseguir el objetivo del proprio camino: si eres el Hijo de Dios… Las tentaciones nos caen encima en 2 modos cuando se busca el bien: o robándonos el deseo de buscarlo con el desánimo (“no logro!…”), o sino haciendo que lo busquemos en el modo equivocado. El mal se propone siempre con un fin de bien o se presenta de todas maneras (aparentemente) como un proyecto de bien. En la vida no basta tener la intencion del bien. Un proverbio escuchado a través de un sacerdote muchos años atrás se me ha impregnado en la mente: “el camino que conduce directamente al daño está rodeada de buenas intenciones”. Es necesario que nos preguntemos con qué medios, en qué modo se quiere realizar. Y aquí encontramos una neta diferencia entre la estrategia satánica y aquella de Dios que se revela, en los objetivos opuestos, en modo progresivo.

1° intento (vv.3-4): el diablo propone a Jesús, después de un largo ayuno, de satisfacer la propia necesidad material de comer. Sugiere que aproveche de su ser Dios transformando las piedras en pan. Quisiera antes de nada aclarar que seguramente el Señor, después de haber superado la tentación, ¡se habrá hecho un buen almuerzo! Aquí no se trata de demostrar que con Dios se puede dejar de comer. Se trata de aclarar en dónde se quiere poner el principio de vida del hombre. Si mi vida coincide con mi bienestar, entonces el pan y todo lo que lo puede preservar/consolidar se vuelve un absoluto. Todo lo que puede garantirlo es justificable y justifica toda otra elección del comer. Desde esta prospectiva me pregunto si la iglesia en el mundo occidental no haya caído y quedado inmersa en esta tentación. Tomen el reciente caso de aquel hermano de una diócesis veneciana que se descubre tener una doble vida. De día párroco, de noche organizador de orgie. Estamos llamados a no juzgar  al pecador, pero a darnos un claro juicio sobre el pecado: ¿qué señal de los tiempos que vivimos es? Bien, a cuantos entre los parroquianos que se les ha preguntado qué cosa piensan sobre esto, impacta que se haya levantado una defensa general (también del alcalde) del sacerdote, “porque es uno que ha hecho mucho por la ciudad, ha construido la casa parroquial en la montaña, ha hecho la cancha de futbol para la catequesis, organizaba eventos, sabia hablar a la gente, era uno que contagiaba, etc, etc.”. O sea, “ha hecho tantas obras por nosotros, entonces es justificable/pasable lo que vivía, en fondo somos hombres…”. Es verdad, somos hombres y entonces frágiles. Pero ¿es esta la misión del sacerdote? ¿Es esa de garantizar sin duda una linda cancha de futbol o de volévoy para los jóvenes? ¿Es aquélla de satisfacer de todos modos la necesidad de seguridad de las familias, aumentando el grado de confort y de entretenimiento para todos? ¿Es aquélla de ofrecer una disponibilidad absoluta para responder a cada necesidad del pueblo? ¿O no es quizás aquella de manifestar, con su propia vida, las palabras de Jesús: no de solo pan vive el hombre, sino de cada palabra que sale de la boca de Dios? 

2° intento (vv.5-7): observen como el diablo empuja a Jesús del desierto a la ciudad santa. ¿Qué significa? Que las tentaciones no nos dejan ni siquiera cuando nos encontramos en lugares religiosos o en todo caso rodeados de lo sagrado. Mas bien, aquí se hacen más sutiles. También satanás trabaja como teólogo! Lo lleva sobre lo alto del templo y lo invita a hacer la experiencia de ser sostenido por los ángeles de Dios con tanto de citas bíblicas (Sal 91,11-12). ¿No es quizás el Hijo que se fía de las palabras del Padre? ¡Entonces que se haga visible a todos esta confianza total! Se rinda visible a todos quien es el!… Es la tentación del Dios que debe responder a las expectativas religiosas del hombre, para que estas puedan garantizar de tenerlo siempre de su propia parte. Es la tentación de reducirle a la presencia de Dios el espacio de donde sucede lo milagroso. Es la tentación de la religión visible, espectacular, hecha para responder al ansia de seguridad que induce a buscar siempre signos de confirmación divina. Es la tentación de tener a Dios bajo control para someterlo a las propias ventajas, también espirituales. Es la pretensión sutil de ser siempre escuchados por Dios en cambio de escuchar a Él y verificar si mis pretensiones están en línea con sus diseños. Es la tentación de… poner a la prueba a Dios en cambio de someternos libremente a la prueba que  Él permite! ¿Un ejemplo sencillo? Rezo a Dios intentando comprarmelo con miles oraciones, ayunos y otros sacrificios por algo de bueno que deseo: por ejemplo: La sanación de la enfermedad de alguien que amo. Pero la persona no sana. Signo que, o no ha llegado todavía el tiempo de la sanación (porque el bien de la persona no coincide con su salud), o sino en la enfermedad el Señor quiere manifestar el signo inconfundible de su victoria que será siempre sobre la Cruz: cosa de no dar absolutamente por descontado, vista la felicidad con la cual nosotros movemos a Dios donde está siempre la salud y el suceso! No tentarás al Señor Dios tuyo: Dios no se puede comprar ni ponerlo a la prueba; de Él es necesario aprende a confiar!

3° intento (vv.8-11): el diablo lleva a Jesús sobre un monte altísimo. Noten bien: antes sobre la parte más alta del templo, ahora sobre la cumbre de un monte. Satanás ofrece siempre su reino con la fascinación y placer que le son propios. El poder y el dominio sobre los demás, la vanagloria del poseer siempre más en este mundo al precio de la adoración de su dios. ¡Cuántos adoradores de satanás dando vueltas aunque si no lo saben! Aquí, en esta tentación, se ve donde quiere llegar el diablo. Quiere sustituirse a Dios ofreciendo al hombre una falsa gloria, una falsa felicidad, un falso reino. Al final, él es solamente ¡el gran estafador! Todo aquello que ofrece al hombre es solamente aparente y no le da la vida. Cuando llegará la muerte (pero muchas veces también antes de eso) sus dones se revelarán por lo que son: una mentira. El hombre no se llevará nada consigo de este mundo. Jesús empuja con decisión a la tentación. Su reino es el vuelco y la destrucción de la del diablo. Su ser Rey se ha revelado sobre el trono de la Cruz, donde manifestará su libertad absoluta de satanás en el servicio de amor a todos, sin dominar a nadie. Su ser Rey se ha emanado de la tumba de la cual se ha realzado, porque el amor de Dios no engaña y no decepciona el deseo de vida infinita del hombre.

Las tentaciones no son un episodio aislado de la vida de Jesús, no lo son tampoco para nosotros. La vida es un gimnasio en la cual estamos continuamente tentados y entonces adiestrados. Nosotros normalmente pensamos que si no estuvieran (y si no estuvieran también las caídas…) nuestra vida sería mejor y más bella. En cambio nos engañamos. Las tentaciones, sobretodo cuando nos sentimos asaltados por ellas, es la demostración que nos estamos oponiendo al mal. ¡Buena lucha cuaresmal!

NON TI DIMENTICHERÒ MAI

VIII DOMENICA DEL T.O.

Is 49,14-15; 1COR 4,1-5; mt 6,24-34

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

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“A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà”, diceva due domeniche fa il libro del Siracide nella prima lettura della liturgia. Nel vangelo di oggi Gesù ci spiega perché. L’uomo è un essere bisognoso di ricevere e dare amore. L’amore che parte dal suo cuore, alla lunga, gli darà piacere in quello che ama. Ma, nello stesso tempo, gli farà sentire disprezzo verso ciò che gli si oppone. Perciò avviene che, a un certo punto della vita, ci si renderà conto che non si possono amare due realtà incompatibili tra loro come Dio e le ricchezze di questo mondo. L’apostolo Giacomo ce lo annota nella sua lettera: non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito di Dio che abita in noi? (Gc 4,4-5) In altre parole: Dio pazienta con noi, ma non possiamo tenere a lungo un piede nel regno di satana e un altro nel regno di Dio. Affrettiamoci dunque a conoscere l’amore personale del Signore per noi e non rimarremo delusi! Perché il denaro e ogni altra ricchezza di questo mondo, al contrario, non mantengono quello che promettono: ti illudono di farti felice, di darti pace e sicurezza. E invece tristezza, un cuore schiavo della paura e sempre agitato, la propria disumanizzazione e infine la possibile perdizione, sono i frutti amarissimi di chi accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio (Lc 12,21). Ricordate la parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro? (Lc 16,19-31)

Guardate gli uccelli e i fiori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Guardate gli uccelli e i fiori, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Come sempre, Gesù va alla radice del problema del cuore umano e chiede ai propri discepoli di imparare a vivere fidandoci di Lui. Non preoccupatevi, è il ritornello che sentiamo ripetutamente nel vangelo di oggi: in nove versetti ricorre per ben sei volte. L’invito del Signore è quello di fondare la propria vita sulla scoperta continua del suo amore che oggi, nella prima lettura, ci assicura : si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ce ne fossero, io invece non ti dimenticherò mai (Is 49,15). Questo per me è uno dei nomi di Dio più belli nella Scrittura: IO NON TI DIMENTICHERÒ’ MAI. L’amore umano, (persino quello della mamma!..), può sempre tradire. Ma l’amore di Dio giammai tradisce! E se qualche volta satana ti insinuasse più di un dubbio su quanto ci dice la Bibbia, allora vai davanti a un Crocifisso, fai un bel sospiro, cerca di creare dentro di te un po’ di silenzio e trattieni i tuoi occhi su quell’uomo inchiodato alla Croce: quella è la parola irreversibile di Dio per te e per me! Oppure, fa quello che dice oggi Gesù nel vangelo per farci uscire dalla insidiosa spirale delle umane preoccupazioni. Guarda gli uccelli del cielo, i gigli del campo…e io aggiungo: guarda anche le formiche per terra e i pesci nel mare, osserva gli alberi che ti circondano, le stelle che illuminano un cielo notturno…Siamo circondati da una creazione che ci parla dell’amore di Dio per noi. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le sue creature (Sal 145,9). La creazione e la Bibbia sono due libri che contengono lo stesso messaggio d’amore di Dio per l’uomo. Il Signore Gesù ci pianta una domanda nel cuore: non valete forse più di loro?…non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Queste parole non spingono a un magico disimpegno solo perché abbiamo Dio che pensa a noi: l’uomo infatti deve lavorare per procurarsi cibo e vestito. Ma ci dice di credere che siamo al centro di un grande amore, che siamo l’opera più importante della sua creazione e di non fare del lavoro, del cibo e del vestito un assoluto; di non farne l’orizzonte ultimo della nostra esistenza.

Non valete più di loro? acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2017
Non valete più di loro? acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2017

Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,33): questa è la sfida lanciata ai suoi discepoli. Sperimenta la provvidente cura di Dio nel cibo, nel vestito e in ogni altro nostro bisogno chi non antepone nulla alla giustizia del suo regno; chi invece gioca con Lui a nascondino, sarà più di una volta scettico nei suoi confronti. In quel anzitutto” c’è il segreto dell’esperienza della premurosa bontà di Dio. Se nelle mie decisioni mi guida la ricerca continua del suo regno, scopro la paternità inesauribile di Dio: e il primo regalo che mi fa è sentire che non c’è una gioia e una ricchezza più grande di essere e vivere come figlio suo e fratello di ogni uomo. Allora, poco a poco, i pensieri e le azioni si assestano sulla lunghezza d’onda del pensare e dell’agire divino. Si sentirà sempre più il bisogno di condividere quello che si ha e quello che si è con chi soffre l’ingiustizia di una esistenza non umana, e crescerà sempre di più la propria disponibilità a costruire il regno. Vorrei concludere con questo racconto edificante accaduto veramente negli USA nell’immediato secondo dopoguerra. Ci farà tanto bene ricordarlo quando davanti ai nostri occhi passerà un uomo che bussa alla porta di casa cercando una vita più umana come la tua e come la mia.

Un ragazzo cercava di pagarsi gli studi vendendo fazzolettini di carta e altri oggettini di poco valore bussando di porta in porta per le case. Un giorno, molto affamato, si accorse di avere in tasca solo pochi centesimi. Decise che avrebbe chiesto anche qualcosa da mangiare alla prossima casa dove avrebbe bussato. Tuttavia, si sentì mancare di coraggio quando ad aprire alla porta venne una graziosa giovane dai grandi occhi verdi. Così, invece del cibo, chiese solo un bicchiere d’acqua. La ragazza però si accorse della sua fame e invece di acqua gli portò un grosso bicchiere di latte. Il giovane la ringraziò calorosamente e poi chiese: «le devo qualcosa?» – «Non mi deve niente» gli rispose la ragazza. «Mia madre mi dice che non si deve niente per un atto di gentilezza». Lui replicò: «Allora grazie, grazie con tutto il mio cuore!». Appena Howard lasciò quella casa, non si sentiva meglio solo fisicamente, ma la sua fiducia in Dio e negli uomini era cresciuta molto. Era infatti sul punto di rinunciare e rassegnarsi a non studiare, ma quel piccolo gesto gli aveva ridato la forza e la volontà di continuare a lottare. Molti anni dopo, quella stessa ragazza, ormai divenuta adulta, si ammalò gravemente. I medici locali non sapevano che fare. Alla fine la mandarono in una grande città dove c’erano degli specialisti in grado di curare quella malattia così rara. Il dottor Kelly, un luminare in materia, fu uno degli invitati per il consulto medico. Quando il professore udì il nome della città da cui proveniva la donna, una strana luce gli brillò negli occhi. Accorse immediatamente nel reparto e si fece indicare la camera dove era ricoverata l’ammalata. La riconobbe immediatamente, e non solo per gli occhi verdi. Subito dopo si avviò verso la stanza dove si teneva il consulto medico deciso a fare di tutto per salvare la vita della donna. Da quel momento dedicò tutto il tempo possibile a quel caso. Dopo una lunga e strenua lotta, la battaglia fu vinta. Durante la convalescenza in ospedale della donna il professor Kelly chiese all’ufficio amministrativo di passare a lui il conto finale delle spese mediche. Lo esaminò e poi scrisse alcune parole in un angolo del foglio. Il conto fu poi portato alla paziente. La donna esitò un poco ad aprirlo: era sicura che avrebbe dovuto impegnare tutto il resto della vita per pagare quel conto di certo salatissimo. Alla fine con cautela lo aprì, ma la sua attenzione fu subito attirata dalle parole scritte a mano su un lato del conto. C’era scritto: «Pagato totalmente, molti anni fa, con un bicchiere di latte».

                                                                                  Firmato: dr. Howard Kelly

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“A cada uno se le dará lo que a él le gustará”, decía hace dos domingos el libro del Siracides en la primera lectura de la liturgia. En el evangelio de hoy Jesús nos explica por qué. El hombre es un ser necesitado de recibir y dar amor. El amor que parte de su corazón, a la larga, le dará placer en aquello que ama. Pero, al mismo tiempo, le hará sentir desprecio hacia lo que se le opone. Por esto sucede que, a un cierto punto de la vida, nos daremos cuenta que no se puede amar dos realidades incompatibles entre ellas como Dios y las riquezas de este mundo. El apóstol Santiago nos lo dice en su carta: ¿no saben que amar al mundo es odiar a Dios? Entonces quien quiere ser amigo del mundo se vuelve enemigo de Dios. O quizás piensan que la Escritura declare inutilmente: ¿hasta los celos nos ama el Espíritu de Dios que habita en nosotros? (St 4,4-5) En otras palabras: Dios es paciente con nosotros, pero no podemos tener por mucho tiempo un pie en el reino de satanás y el otro en el reino de Dios. ¡Apurémonos entonces a conocer el amor personal del Señor por nosotros y no quedaremos desilusionados! Porque el dinero y cada otra riqueza de este mundo, al contrario, no mantienen lo que prometen: te ilusionan en hacerte feliz, de darte paz y seguridad. Y en cambio tristeza, un corazón esclavo del miedo y siempre agitado, la propia deshumanización y en fin la posible perdición, son los frutos amargos de quien acumula tesoros para sí y no se enriquece delante de Dios (Lc 12,21). Se acuerdan de la parábola del hombre rico y del pobre Lázaro? (Lc 16,19-31)

Como siempre, Jesús va a la raíz del problema del corazón humano y pide a los propios discípulos de aprender a vivir confiando en Él. No se preocupen, es el coro que escuchamos repetidamente en el evangelio de hoy: en nueve versículos encontramos por seis veces. La invitación del Señor es aquella de fundar la propia vida sobre el descubrimiento continuo de su amor que hoy, en la primera lectura, nos asegura: ¿se olvida quizás una madre de su hijo, al punto de no conmoverse por el hijo de sus entrañas? Aunque si hubiera una, yo en cambio nunca me olvidaré de ti (Is 49,15). Esto para mí es uno de los nombres de Dios mas lindos de la Escritura: YO NUNCA ME OLVIDARÉ DE TI. El amor humano, (¡hasta el de la mamá!…), puede siempre traicionar. Pero el amor de Dios  ¡nunca traiciona! Y si alguna vez satanás te insinuase más de una duda sobre lo que nos dice la Biblia, entonces ponte delante de un crucifijo, da un buen respiro, intenta crear dentro de ti un poco de silencio y detén tus ojos sobre aquel hombre clavado en la Cruz: esa es la plalabra irreversible de Dios para ti y para mi! O también, haz lo que dice hoy Jesús en el evangelio para hacernos salir de la insidiosa aspiral de las humanas preocupaciones. Mira las aves del cielo, los lirios del campo… y yo agrego: mira tambien las hormigas en la tierra y los peces en el mar, observa los árboles que te circundan, las estrellas que iluminan un cielo nocturno… Estamos circundados de una creación que nos habla del amor de Dios por nosotros. Bueno es el Señor con todos, su ternura se expande sobre todas las criaturas (Sal 145,9). La creación y la Biblia son dos libros que contienen el mismo mensaje de amor de Dios por el hombre. El Señor Jesús nos pone una pregunta en el corazón: ¿no valen ustedes más que ellos?… ¿no hará mucho más por ustedes, gente de poca fe? Estas palabras no empujan a un mágico desempeño solo porque tenemos a Dios que piensa en nosotros: el hombre de hecho debe trabajar para procurarse el alimento y el vestido. Pero nos dice que creamos que somos el centro de un gran amor, que somos la obra mas importante de su creación y no hacer del trabajo, del alimento y el vestido un absoluto; hasta volverlo el horizonte último de nuestra existencia. 

Busquen en cambio, sobretodo, el reino de Dios y su justicia, y todas estas cosas les serán dadas en añadidura (Mt 6,33): este es el desafío lanzado a sus discípulos. Experimenta la providente atención de Dios en el alimento, en el vestido y en cada otra necesidad quien no antepone nada a la justicia de su reino; quien en cambio juega con Él a las escondidas, será más de una vez ascético con respecto a Él. En aquel “sobretodo” está el secreto de la experiencia de la premurosa bondad de Dios. Si en mis decisiones me guía la búsqueda continua de su reino, descubro la paternidad inesaurible de Dios: y el primer regalo que me hace es sentir que no hay un gozo y una riqueza más grande que ser y vivir como hijo suyo y hermano de cada hombre. Entonces, poco a poco, los pensamientos y las acciones se establecen sobre la síntonia del pensar y actuar divino. Se sentirá siempre más la necesidad de compartir aquello que se tiene y lo que somos con quien sufre la injusticia de una existencia humana, y crecerá siempre más la propia disponibilidad a construir el reino. Quisiera concluir con esta historia edificante que sucedió verdaderamente en los Estados Unidos inmediatamente después de la segunda guerra mundial. Nos hará tanto bien recordarlo cuando delante de nuestros ojos pasará un hombre que toca la puerta de casa buscando una vida mas humana como la tuya y como la mia.

Un joven buscaba pagarse los estudios vendiendo pañuelos de papel y otros objetos de poco valor tocando de puerta en puerta por las casas. Un día, hambriento, se dió cuenta que tenía en el bolsillo solo pocas monedas. Decidió que hubiera pedido también algo para comer a la próxima casa que hubiera tocado. Sin embargo, sintió que le faltaba el coraje cuando al abrir la puerta  ve que era una linda joven de grandes ojos verdes. Así que, en cambio del alimento, pidió sólo un vaso de agua. La joven sin embargo se dió cuenta del hambre que tenía y en cambio de agua le ofreció un grande vaso de leche. El joven le agradeció calurosamente y luego preguntó: «¿le debo algo? » – «No me debe nada» le respondió la joven. «Mi mamá me dice que no se cobra nada por un gesto de gentileza». El respondió: «Entonces gracias, gracias con todo mi corazón!». Apenas Howard dejó la casa, no se sentía mejor solo físicamente, sino que su confianza en Dios y en los hombres había crecido mucho. Estaba de hecho al punto de renunciar y resignarse a no estudiar, pero ese pequeño gesto le habia devuelto la fuerza y la voluntad de continuar a luchar. Muchos años después, aquella joven, ya adulta, se enfermó gravemente. Los médicos locales no sabían qué hacer. Al final la envíaron a una ciudad más grande donde estaban los especialistas en grado de curar aquella enfermedad así rara. El doctor Kelly, un eminente en materia, fue uno de los invitados para la consulta medica. Cuando el profesor escuchó el nombre de la ciudad de la cual provenia la mujer, una extraña luz le brilló en los ojos. Se acercó inmediatamente al reparto y se hizo indicar el cuarto donde estaba la enferma. La reconoció inmediatamente, y no solo por los ojos verdes. Inmediatamente después se dirigió hacia el cuarto donde se tenia la consulta médica decidido a hacer de todo para salvar la vida de la mujer. Desde ese momento dedicó todo el tiempo posible a aquel caso. Después de una larga y extenuante lucha, la batalla fue vencida. Durante la convalecencia en el hospital de la mujer el profesor Kelly pidió a la oficina administrativa de pasar a él la cuenta final de los gastos médicos. Lo examinó y luego escribió algunas palabras en un ángulo de la hoja. La cuenta fue luego llevada a la paciente. La mujer titubió un poco en abrirlo : estaba segura que hubiera debido empeñar todo el resto de su vida para pagar aquella carisima cuenta de seguro. Al final con cautela lo abrió, pero su atención fue inmediatamente atraída por las palabras escritas a mano al lado de la cuenta. Estaba escrito: «Pagado totalmente, muchos años atrás, con un vaso de leche»  

Firmado: dr. Howard Kelly.

GESÙ, DIO DEI GIUSTI E DEGLI INGIUSTI

VII DOMENICA DEL T.O.

Lv 19,1-2.17-18; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

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Il fatto che Gesù diede l’insegnamento che stiamo ascoltando da un paio di domeniche su una montagna, significa molto. Il cammino dell’amore infatti è graduale. Cioè, avanza per gradi. Come quando si scala una montagna. Per chi la ama, non è difficile capirlo. Ci sali su con grande fatica e crescenti ostacoli ma, ad ogni tappa della scalata in cui ti fermi, ti guardi attorno, in alto o giù, e vedi sempre qualcosa di nuovo che prima non vedevi. Il vangelo di oggi ci porta sulla sommità della montagna chiudendosi al v. 48 con la chiamata finale a quella santità che già nel libro del Levitico (1a lettura) Dio comandava al suo popolo: siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo (Lv 19,2). Sulla vetta della montagna, dove si ha la massima panoramica e dove si vede meglio che cos’è la vita, c’è l’Amore gratuito e incondizionato di Dio verso tutti, anche i nemici. Gesù ci rivela dunque in cosa rifulge la santità di Dio, nonché la vetta del nostro cammino: voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48). Poi, metterà la sua firma su quanto detto nel discorso della montagna quando Egli stesso salirà sulla sommità del Golgota, manifestando la Gloria della santità divina nel morire in Croce come un empio, perdonando tutti.

Sto pensando a quanto sia difficile amare chi non è amabile, amare chi ci è avverso. Sto ricordando le innumerevoli volte in cui ho ascoltato fratelli e sorelle nella fede confessare di non riuscire a perdonare chi aveva loro recato qualche danno; a come mi sono sempre sentito solidale verso loro in questo senso di impotenza. Però, penso anche a quanto sia facile crearci un alibi e giustificarci perché ci diciamo: “è troppo difficile, non ci riuscirò mai”; oppure, “a perdonare ci riescono solo i santi”, mentre avvertiamo pienamente il nostro essere piccoli e peccatori, incapaci ad amare fino a tal punto.

Caro Giacomo che stai scrivendo, caro fratello e cara sorella che mi stai leggendo, diciamoci la verità. Certo, perdonare non ci è spontaneo, è molto faticoso alla nostra natura. Ma se stiamo camminando dietro di Lui, se siamo davvero innamorati delle parole di Gesù, può il Signore chiederci qualcosa che non possiamo raggiungere? Avremmo un Dio così sadico ed esigente da chiedere ai suoi figli qualcosa di così irraggiungibile? No, Dio che muore sulla Croce non è così. Dio che muore sulla Croce è Dio che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45), e non chiede loro di pagare le bollette della luce e dell’acqua! La seconda lettura di oggi ci pone con il vangelo un interrogativo cruciale: non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?…Santo è il tempio di Dio che siete voi (1Cor 3,17). Dunque la nostra fede ci ricorda che lo Spirito Santo vive in noi e ci può portare alla vetta dell’amore, se davvero impariamo ad obbedirgli. Se davvero stiamo rischiando la nostra vita per le parole di Gesù, se davvero sono disposto a perdere tutto ciò a cui sono attaccato per Lui; allora, la ineffabile esperienza di amare come Gesù mi sarà data! Il Signore è ansioso di farci questo dono! Non è vero che solo i grandi santi canonizzati dalla sua Chiesa sono riusciti a perdonare i nemici. Ci sono tanti piccoli e poveri peccatori come te e come me che ci sono riusciti!

Interrompo ora le mie parole per lasciare spazio a quelle di un sacerdote romano che il 5 febbraio del 2006 incontrò la morte nella sua piccola parrocchia a Trebisonda (Turchia) per mano di un estremista islamico. Davanti alla vetta dell’amore raggiunta da questo fratello unito nel sacerdozio ministeriale, preferisco lasciar parlare lui. La lettera che scrisse ai suoi amici a Roma soltanto pochi giorni prima della sua morte (31 gennaio 2006), è una perla dalla bellezza incomparabile. Vi invito a leggerla attentamente, anche se lunga. Prima però, una breve preghiera: caro Andrea che splendi nei cieli, prega per noi affinché non indietreggiamo nel cammino e non abbiamo più paura della Croce; perché un giorno possiamo giungere ad amare come Gesù, perdonando di cuore l’uomo che ci fa del male.

D.Andrea Santoro + 5.02.2006
                              D. Andrea Santoro + 5.02.2006

Carissimi, 

voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c’è il sereno e non soltanto invocare il sole quando c’è la pioggia. Inoltre, è giusto vedere il filo d’erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa.
Ecco dunque alcuni fili d’erba verde. Qualche giorno prima di rientrare in Italia, nell’ora della visita in chiesa si è presentato un folto gruppo di ragazzi piuttosto vocianti e rumoroso. Ci sono abituato: per ottenere silenzio e rispetto basta avvicinarsi, ricordare loro che la chiesa è, come la moschea, un luogo di preghiera che Dio ama e in cui si compiace. Un gruppetto di 4/5 ragazzi, sui 14/15 anni mi si sono avvicinati e hanno cominciato a farmi domande: “Ma sei qui perché ti hanno obbligato?”. “No, sono venuto volentieri, liberamente”. “E perché?”. “Perché mi piace la Turchia. Perché c’era qui una chiesa e un gruppo di cristiani senza prete e allora mi sono reso disponibile. Per favorire dei buoni rapporti tra cristiani e musulmani…”. “Ma sei contento? (hanno usato la parola “mutlu” che in turco vuol dire felice)”. “Certo che sono contento. Adesso poi ho conosciuto voi e sono ancora più contento. Vi voglio bene”. A questo punto gli occhi di una ragazza si sono illuminati, mi ha guardato con profondità e mi ha detto con slancio: “Anche noi ti vogliamo bene”. Dirsi: “Ti vogliamo bene”, dentro una chiesa, tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a giustificare la mia venuta. Il regno dei cieli non è forse simile a un granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi? Lo getti e poi lo lasci fare … E non è vero che “se ami conosci Dio” e lo fai conoscere e, se non ami, anche se possiedi la scienza, se parli tutte le lingue, se distribuisci beni ai poveri non sei nulla ma solo un tamburo che rimbomba?
 

Un altro filo d’erba. Una sera verso gli inizi di dicembre, ero in strada con il mio pulmino. Dovevo girare, ho messo la freccia e ho cominciato a voltare. Veniva una macchina velocissima. Ha dovuto frenare per non investirmi. Uno è sceso e ha cominciato a urlare. Conoscendo l’irascibilità dei turchi, soprattutto se sono ubriachi, ho proseguito, temendo brutte intenzioni. Mi sono accorto che mi inseguivano. Arrivato in piazza mi hanno sbarrato la strada. Mi sono trovato con la portiera aperta, uno che mi ha sferrato un pugno, un altro che mi strappava dal sedile e l’altro ancora che voleva trascinarmi. Ho portato il segno di quel pugno per qualche giorno e la spalla, tirata, che a volte ancora mi fa male. È intervenuta la polizia: erano ubriachi ed è stato fatto un verbale a loro carico. Me ne sono tornato a casa stordito, chiedendomi come si potesse diventare delle bestie. Mi sono venuti in mente i litigi in cui ci scappa un morto, le violenze fatte a una ragazza sola, il divertimento sadico ai danni di qualche povero disgraziato. Devo dirvi la verità: ho avuto paura e per qualche notte non ho dormito. Continuavo a chiedermi: perché? Come è possibile? Una settimana dopo, verso sera, hanno suonato al campanello della chiesa. Sono andato ad aprire, erano 3 giovani sui 25/30 anni. Uno mi ha chiesto: “Si ricorda di me?”. Ho guardato bene e ho riconosciuto quello che mi aveva tirato per la spalla. “Sono venuto a chiederle scusa. Ero ubriaco e mi sono comportato molto male. Padre mi perdoni”. “Va bene, gli ho detto, stai tranquillo. Ma non farlo più, per chiunque altro”. Poi mi hanno chiesto di visitare la chiesa. Continuava a chiedermi scusa ad ogni passo. Ha visto una pagina del Vangelo esposta nella bacheca: “Amate i vostri nemici” e allora ha capito perché lo avevo perdonato. Poi mi fa: anche da noi c’è un detto: “Getta i fiori a chi ti getta i sassi”. Poi ha continuato: “Abbiamo avuto un incidente qualche giorno dopo che l’abbiamo picchiata. La macchina è rimasta distrutta, uno è ancora in ospedale e noi due siamo ammaccati. Da noi si dice che se uno fa del male a una persona e poi muore non può presentarsi a Dio. Perché Dio gli dice: è da quella persona che dovevi andare. Da voi padre è la stessa cosa?”. “Anche noi diciamo che non basta rivolgersi a Dio, ma che bisogna riparare il male fatto al prossimo. Diciamo però anche che se l’innocente offre il suo dolore per il colpevole, questo ottiene da Dio il perdono per chi ha fatto il male, come Gesù che ha offerto la sua vita innocente per salvare i peccatori. Gesù si è fatto agnello per i lupi che lo sbranavano e ha pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Con la sua croce ha spezzato la lancia”. Hanno guardato la croce. Il terzo che era con loro era un mio vicino di casa, che aveva loro indicato la chiesa e si era fatto loro mediatore. Era felice di mostrare loro la chiesa e di aver ottenuto la riconciliazione col prete che conosceva. C’è scappato anche un invito a cena, al ritorno dall’Italia. Vedremo se il pugno ha fruttato anche un bel piatto di agnello arrosto! Qualche altro filo d’erba? Un venerdì in chiesa un gruppo di ragazzi è stato particolarmente maleducato e strafottente. Altri tre, più grandi, assistevano da lontano.Alla fine mi hanno chiesto di parlare. Con molta educazione hanno fatto ogni genere di domande, ascoltando con rispetto le mie risposte e facendo con garbo le loro obiezioni. Ci siamo salutati. La mattina seguente un giovane ha suonato: ho riconosciuto uno dei tre. Mi ha consegnato dei cioccolatini: “Padre, accetti il mio regalo. Le chiedo scusa per quei ragazzi maleducati di ieri”. Un’altra volta entrano due ragazze: “Padre mi riconosce?”, mi fa una. “Si, certo!”. “Lei una volta mi ha detto che Gesù non ha mai usato la spada, è così?”. “Si, è così”. “Maometto – mi fa – l’ha usata è vero, ma solo come ultima possibilità…”. “Gesù – le rispondo – neanche come ultima possibilità. Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, disse, e lui stesso s’è fatto agnello per guadagnare i lupi. Se contro la violenza usi la violenza si fa doppia violenza. Male più male uguale doppio male. Ci vuole il doppio di bene per arginare il male. Se scoppia un incendio che fai? Butti legna?”. “No, acqua”. “Ecco appunto. Ma non è facile. Questo però è il Vangelo. Nelle mani di Gesù non c’è la spada, ma la croce…”Mi ha seguito attenta, ma frastornata. Perché mi meraviglio? Quanti cristiani sono non solo frastornati, ma neppure guardano più la croce? Non colgono più la sapienza, la forza, la vittoria della croce. Si sono convertiti alla spada: nella vita pubblica e in quella privata. Se lo fa un musulmano in fondo non è strano: segue il suo fondatore. Ma se lo fa un cristiano non segue il proprio Fondatore, anche se ha croci da ogni parte, al collo, in casa, a scuola, in chiesa e su ogni altro campanile.

Un altro filettino verde delicato. Sull’aereo, di ritorno da una riunione col vescovo a Iskenderun, c’erano accanto a me due anziani coniugi e una giovane ragazza, elegante e carina. I due anziani erano piuttosto malmessi e inesperti. La ragazza con molta delicatezza ha sistemato ad entrambi la cintura, si è piegata a terra a raccogliere alcune cose cadute, si è prodigata in ogni modo, non con rispetto ma con venerazione. Lui continuava a sgranare il suo rosario musulmano, accompagnando le mani con le labbra che pronunciavano i 99 nomi di Dio. Lei al suo fianco, muta e col velo sul capo, dava l’idea di sentirsi contenta accanto al suo bravo marito in preghiera.

Ora vi faccio intravedere qualcosa della steppa in cui mi è faticoso a volte camminare, ma in cui volentieri do tutto me stesso, cercando di essere io stesso un filo d’erba, anche se a volte mi sento una rosa piena di spine pungenti. Quando avverto che per difendermi dalle spine tiro fuori le mie, mi rimetto sotto la croce, la guardo e mi ripropongo di seguire il “mio” fondatore, quello che non usa né spada né spine, ma ha subìto e l’una e le altre per spezzare la spada e toglierci le spine del risentimento, della inimicizia, dell’ostilità. Gli chiedo di farmi grazia del “suo” Spirito per tenere a bada il mio. Cominciamo dai bambini. Accanto a quelli sorridenti, affettuosi, rispettosi si è intensificato in questi ultimi mesi un nugolo di lanciatori di sassi, di disturbatori, di “piccoli provocatori” di ogni genere. I bambini sono lo specchio del mondo degli adulti. A casa, a scuola, in televisione si dicono spesso di noi cristiani bugie e calunnie. Il risultato non può che essere lo scherno di quei “piccoli” che Gesù voleva a sé ma di cui metteva in guardia quanti li “scandalizzano” cioè quanti sono per essi “motivo di inciampo e di induzione al male”. Mi sono ricordato di quando da bambino sentivo “parlare male” dell’unica famiglia protestante del mio paese o di quando sentivo dire che “tutti i turchi fanno cose turche”. Il male che si riceve, a volte ti rimette sotto gli occhi il male fatto anche se dimenticato. In altri momenti mi tornano in mente le parole di Giobbe sofferente, figura della passione di Gesù: “Tutto il mio vicinato mi è addosso…anche i monelli hanno ribrezzo di me…mi danno la baia…” (Gb 18,7 e 19,18). Stiamo studiando una strategia ancora maggiore di affabilità e accoglienza, di silenzio, di sorriso, di persuasione.

Una famiglia di musulmani diventati cristiani prima che io arrivassi a Trabzon (Trebisonda) mi hanno parlato del pianto dei loro bambini a scuola quando si diceva ogni sorta di male dei cristiani. Ne hanno parlato con l’insegnante ricevendo le scuse e un impegno di maggiore onestà e correttezza. Un padre di famiglia, registrato musulmano sul documento di identità (in Turchia sulla carta di identità è annotata la religione), desidera ritornare alla fede cristiana dei suoi antenati. Ma si scontra con gli insulti e le minacce di alcuni del suo villaggio. “Se mi assalgono e io rispondo, sono ancora cristiano?” mi chiedeva preoccupato e pensoso. “Sì – gli rispondevo – perché il Signore capisce la tua debolezza. Ma ricordati che a noi cristiani non è lecito “l’occhio per occhio e dente per dente”. Noi siamo discepoli di Colui che porta le piaghe su tutto il suo corpo e che ha detto a Pietro: “Rimetti la spada nel fodero…”. Contro il peccato Gesù ha eretto come baluardo il suo corpo sacrificato e il suo sangue versato. Il cristianesimo è nato dal sangue dei martiri non dalla violenza come risposta alla violenza”. Un giovane che per motivi sinceri e retti si era accostato alla chiesa non ha resistito all’ostilità degli amici, dei familiari, dei vicini di casa e alle “premure” della polizia che pur garantendogli piena libertà (“la Turchia è uno stato laico, sei libero”, gli hanno detto) gli chiedeva comunque perché andava, cosa accadeva in chiesa e se conosceva tizio e caio… Una signora cristiana di nazionalità russa, sposata con un musulmano e madre di un bambino, mi raccontava le angherie della suocera, il disprezzo dei parenti perché “pagana e idolatra”, e le ripetute spinte a divenire musulmana. Appena ha letto, entrando in chiesa, una frase scritta in russo, gli si è rischiarato il volto. Le ho dato una Bibbia in russo e altri libri di preghiera sempre in russo. Si è sentita finalmente “libera” e davvero “sorella” di tutti. 


Consentitemi ora una riflessione a voce alta, alla luce di quanto vi ho raccontato. 
Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, l’umiltà, anche per essi è possibile il paradiso. È vero. Ma è altrettanto vero il contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la loro fede è piena di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di seconda categoria. Perché dico questo? Perché credo che mentre sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che nel cuore dell’Islam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno rispetto, una piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata. Il cammino da fare è lungo e non facile. Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o collettiva.

La ricchezza del medio oriente non è il petrolio ma il suo tessuto religioso, la sua anima intrisa di fede, il suo essere “terra santa” per ebrei, cristiani e musulmani, il suo passato segnato dalla “rivelazione” di Dio oltre che da un’altissima civiltà. Anche la complessità del medio oriente non è legata al petrolio o alla sua posizione strategica ma alla sua anima religiosa. Il Dio che “si rivela” e che “appassionatamente” si serve è un Dio che divide, un Dio che privilegia qualcuno contro qualcun altro e autorizza qualcuno contro qualcun altro. In questo cuore nello stesso tempo “luminoso”, “unico” e “malato” del medio oriente è necessario entrare: in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio. La chiarezza va unita all’amorevolezza. Il vantaggio di noi cristiani nel credere in un Dio inerme, in un Cristo che invita ad amare i nemici, a servire per essere “signori” della casa, a farsi ultimo per risultare primo, in un Vangelo che proibisce l’odio, l’ira, il giudizio, il dominio, in un Dio che si fa agnello e si lascia colpire per uccidere in sé l’orgoglio e l’odio, in un Dio che attira con l’amore e non domina col potere, è un vantaggio da non perdere. È un “vantaggio” che può sembrare “svantaggioso” e perdente e lo è, agli occhi del mondo, ma è vittorioso agli occhi di Dio e capace di conquistare il cuore del mondo. Diceva S. Giovanni Crisostomo: Cristo pasce agnelli non lupi. Se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi perderemo. Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di “questo” Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come “cristiano”, “sale” nella minestra, “lievito” nella pasta, “luce” nella stanza, “finestra” tra muri innalzati, “ponte” tra rive opposte, “offerta “di riconciliazione? Molti ci sono, ma di molti di più c’è bisogno. Il mio è un invito oltre che una riflessione. Venite!
Vi lascio ringraziandovi dell’accoglienza nelle 3 settimane trascorse a Roma. Desidero ringraziare in particolare i tanti parroci romani e i responsabili di varie realtà studentesche che mi hanno invitato a tenere degli incontri o delle testimonianze. Ringrazio Dio di quanti hanno aperto il loro cuore. Ma sia ancora più aperto e ancora più coraggioso. La mente sia aperta a capire, l’anima ad amare, la volontà a dire “sì” alla chiamata. Aperti anche quando il Signore ci guida su strade di dolore e ci fa assaporare più la steppa che i fili d’erba. Il dolore vissuto con abbandono e la steppa attraversata con amore diventano cattedra di sapienza, fonte di ricchezza, grembo di fecondità. Ci sentiremo ancora. Uniti nella preghiera vi saluto con affetto. Potete scrivere i vostri pensieri, fare le vostre domande, esprimere le vostre proposte. Insieme si serve meglio il Signore.

don Andrea Santoro

FA LUCE A TUTTI E DA SAPORE

V DOMENICA DEL T.O.

 

Is 58,7-10; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

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Pensandoci bene, se consideriamo solo umanamente le Beatitudini come strada per giungere alla felicità, dovremmo ammettere che è pura follia. La nona Beatitudine, compendio delle otto precedenti, proclama felici ed invita persino all’esultanza coloro che vengono oltraggiati per il nome di Gesù: una pazzia! In realtà lo è tutto il Discorso della montagna (capp.5-7), iniziato con il vangelo di domenica scorsa. Lo vedremo meglio nelle prossime domeniche. Direi di più: lo è tutto il vangelo per chi non si fida di Gesù. S.Paolo lo dice con un’espressione molto efficace: e mentre i giudei chiedono miracoli e i greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani (1Cor 1,22-23). Il Vangelo alla lunga risulterà solo uno scandalo o follia per chi non vuole saperne della vita di Gesù; mentre, per chi continua a scommettere sulle sue parole, la follia della sua Croce diventa la cosa più ragionevole della nostra esistenza.

Nel vangelo di oggi Gesù indica due qualità che identificano chi davvero sta percorrendo la strada delle Beatitudini: egli è sale della terra e luce del mondo. Il discepolo di Cristo infatti non ha necessariamente un curriculum fatto di titoli di studio, di particolari esperienze, di carismi o retaggi speciali provenienti dal passato. Di sicuro chi segue Gesù comincia a dare un sapore particolare alle cose umane più semplici al punto che, chi entra in relazione con lui, “sente” la sua umanità come il sale che insaporisce una buona pietanza o che lo preserva dalla dilagante corruzione come nella sua azione conservatrice degli alimenti. Chi segue Gesù rifugge dall’apparire sui palcoscenici e non fa nulla per farsi notare. Ma, essendo sale, cioè qualcosa che da un sapore nuovo alla sua e alla altrui vita, finisce per non passare inosservato. Questo il senso delle parole di Gesù nei vv.14-16: la sua vita diventa bella, di una bellezza che si può contemplare e che conquista gli altri glorificando Dio.

La prima lettura tratta dal profeta Isaia suggerisce quella concretezza in cui la nostra vita può rivelarsi come il sale che poco a poco la rende più bella e luminosa: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri e senza tetto, vestire chi è nudo senza trascurare i parenti, togliere di mezzo l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, saziare l’afflitto di cuore. Come avrete intuito, è l’amore disinteressato che si prende cura degli altri quel sale che ci fa luce del mondo: allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto…allora brillerà fra le tenebre la tua luce…(Is 58,8-10). Nella mia comunità parrocchiale ho dei fratelli e delle sorelle che sono molto impegnati nel cammino della carità cristiana. Un gruppo della Caritas e un gruppo di una nuova associazione che si chiama Opera Matteo. Hanno deciso di dialogare tra loro, di collaborare insieme, di progettare insieme, nel rispetto della propria diversità. Hanno deciso di non mettere al centro la loro identità di gruppo, la loro peculiarità. Hanno messo al centro prima il povero, l’affamato, l’afflitto, il senza tetto. Così oggi, nella piccola canonica della loro parrocchia, con pochissimo spazio a disposizione, introducono in casa i poveri che sono affamati di pane e di essere ascoltati. Alcuni di loro hanno aperto anche gli spazi della propria casa e della propria attività lavorativa e si stanno ingegnando per cercare di dare una risposta concreta ai problemi urgenti di chi vive un generale disagio. Vedere come stanno cercando di operare silenziosamente per vivere la parola di Dio, vedere il loro tempo libero che dedicano al Signore, vedere la costante ricerca di iniziative che facciano crescere la disponibilità di altri per lavorare nella sua vigna: tutto questo mi fa ringraziare e glorificare Dio perché non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli (Mt 5,14-16).

Nelson Mandela sapeva che l’uomo non brilla di luce propria, ma porta dentro di sé una luce che non conosce e che però vuol farsi conoscere: perciò ne ha paura. Credo che il suo celebre pensiero (riportato qui sotto) spicca nella storia della umanità come uno dei migliori commenti a questi versetti del vangelo:

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.
E’ la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più
.
Ci domandiamo: ” Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso? ”
In realtà chi sei tu per non esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicché gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

BUONA DOMENICA!

FELICI DI GESÙ

IV DOMENICA DEL T.O.

Sof 2,3.3,12-13; 1cor 1,26-31; mt 5,1-12

 

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

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Molti parlano di felicità. Andate su facebook o altri social. Chi passa almeno una volta al giorno da quelle parti credo mi stia capendo. Tutti (o quasi) a dare ricette, a indicare poeticamente una via, oppure a citare questo o quell’altro sulla felicità. Magari, dopo nemmeno qualche ora, alcuni fra essi sparando giudizi a destra e a manca solo per qualche contrarietà. Poi ti giri un po’ intorno e non è che trovi subito al primo angolo della strada di casa una persona felice. Anche Gesù parlò di felicità. Ma, come sempre, dentro la cornice di un sano realismo. Si può essere felici già su questa terra, certamente. Però ciò che Gesù indica per giungere alla felicità non ha grande “audience”, tutt’altro.

Come in tante altre circostanze, mi sarebbe piaciuto vedere le reazioni della folla che quel giorno udì il Signore annunciare la felicità eterna per i poveri, per quelli che sono nel pianto, per i miti, per quelli che hanno fame e sete della giustizia o sono perseguitati per essa, per i misericordiosi, per i puri di cuore, gli operatori di pace, e per tutti i perseguitati e insultati a causa del suo nome. Gli avranno creduto subito? Avranno chiesto spiegazioni? Gli avranno dato del matto? Ci siamo tanto, ma tanto abituati a leggere questo vangelo. Io per primo. Ma se prendiamo seriamente quello che Gesù dice, è davvero sconvolgente: la beatitudine, ovvero la felicità per sempre, è promessa a coloro che in questo mondo normalmente sono sconfitti, scartati, diseredati, quelli che non contano a niente, quelli che non hanno alcuna presa sugli altri, ridicolizzati, deboli, disprezzati, insignificanti. E poi quelli che vengono calunniati, quelli che portano addosso l’obbrobrio di Gesù (Eb 13,13). Tutta una umanità che soffre, poco attraente.

Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017
                     Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, gennaio 2017

Adesso fermiamoci un attimo. Rileggiamo lentamente il vangelo. Rispondiamo personalmente: ma davvero ci credo che la strada della felicità è indicata nelle beatitudini di Gesù? Quando partii nell’anno 2003 per l’America Latina (Perù) avevo nel cuore ancora la certezza che lì la Chiesa intera vivesse davvero “l’opzione preferenziale per i poveri”. Ero un po’ più giovane. Poi scoprii che lì almeno tre quarti delle forze della Chiesa tra sacerdoti, comunità di consacrati, associazioni e istituti secolari di vita apostolica, hanno sede e vivono il loro ministero nel centro moderno della città di Lima che forse non arriva nemmeno a un quarto della sua popolazione totale. In periferia, tra le masse anonime di poveri che non vivono come noi, ci va a vivere solo una piccola percentuale delle forze ecclesiali. Fu una delusione. Però alla lunga è diventata una bella provocazione per la mia vita. Voglio seguire Gesù perché altri lo seguono o perché liberamente voglio aderire al suo programma di vita che trovo nel Vangelo? Dove appoggio la mia scelta? Sulla sua Chiesa, fatta di uomini fragili come me, o sulla parola del Signore? Forse che il Signore mi chiede di controllare se gli altri stanno veramente scegliendo Lui con le sue scelte, oppure ogni giorno rivolge a me questa domanda?

Ho riletto anch’io il vangelo. Dalla mia cecità mi pare di intravedere il filo sottile che unisce tutte le beatitudini. Chi ama diventa povero in spirito per rispettare e lasciare sempre spazio al suo prossimo, e per lasciar fare a Dio il suo mestiere. Chi ama diventa irreversibilmente una persona mite, virtù di chi matura nella fede. Chi ama vive costantemente affamato e assetato di giustizia, oppure perseguitato per essa, perché la giustizia umana è quasi sempre ingiusta. Chi ama diventa misericordioso, perché si accorge ogni giorno di ricevere misericordia. Chi ama diventa puro di cuore, perché l’amore nel tempo purifica. Chi ama diventa un operatore di pace, perché l’amore riconcilia con se stessi e con gli altri. Chi ama inevitabilmente sarà insultato, perseguitato e calunniato, semplicemente perché si trova nel cammino non davanti, ma dietro a Gesù.

Chi ama? Una cosa sola è certa. Gesù ci ama veramente. La sua storia è lì, nei vangeli, a ricordarcelo; ed è lì, nel sacramento della Eucarestia, a rendercela presente. Allora si capisce perché, se uno davvero sta imparando ad amare, prima o poi si rallegrerà e non si lamenterà più di quello che gli potrà toccare in sorte come sofferenza (Mt 5,12). Perché dunque così pochi disposti a entrare in questo cammino e così tanti disposti a vivere di surrogati d’amore? Mi sento incerto a dare una risposta, in fin dei conti siamo tutti un mistero. Ma oso darla: perché imparare ad amare fa soffrire. E noi non vogliamo più soffrire. Eppure, se qualcuno vuole venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la propria croce e mi segua…

S.Paolo nella seconda lettura invita a considerare la nostra chiamata (1Cor 1,26) penetrando ulteriormente il senso profondo delle beatitudini. Ci dice: prima di tutto datevi una occhiata intorno e osservate se tra voi che avete sentito la chiamata di Gesù c’è gente sapiente, potente e di nobili origini. Ce ne sono ben pochi. Ed ecco la rivelazione: in tre versetti, per tre volte, viene ripetuto Dio ha scelto (vv.27-29). Sì, anche Dio fa le sue scelte. Proprio qui, sinteticamente, ritroviamo le beatitudini del vangelo: ciò che è stolto, ciò che é debole, ciò che è ignobile e disprezzato, ciò che è nulla per il mondo, Dio lo ha scelto! Il motivo riassuntivo: perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio (1Cor 1,29).

Chi sta imparando ad amare infatti, si ritrova pian piano a scegliere quello che Dio sceglie, cartina di tornasole per verificare se si sta seguendo Lui oppure se stessi, con quel sottilissimo e ben nascosto compiacimento per il bene che si fa. Solo chi sta imparando ad amare comincia ad essere felice. Avendo accettato di essere solo una creatura e di non essere la sorgente dell’amore, è contento di una sola cosa ed è il suo unico vanto: di avere come Dio e sole della propria vita Gesù Cristo Nostro Signore, perché come sta scritto: chi si vanta, si vanti nel Signore (1Cor 1,31). 

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Muchos hablan de felicidad. Vayan a facebook u otros medios sociales. Quien pasa al menos una vez al día por esas partes creo que me está entendiendo. Todos (o casi) a dar recetas, a indicar poéticamente un camino, o también a citar esto o lo otro sobre la felicidad. Quizás, ni siquiera después de algunas horas, algunos entre ellos disparando juicios por aquí y por allá solo por alguna contrariedad. Luego miras un poco a tu alrededor y no es que encuentres inmediatamente en la primera esquina de la calle de casa una persona feliz. También Jesús habló de felicidad. Pero, como siempre, dentro del cuadro de un sano realismo. Se puede ser feliz ya sobre esta tierra, seguramente. Pero lo que Jesús indica para alcanzar la felicidad no tiene grandes “audiencias”, todo lo contrario.

Como en tantas otras circunstancias, me hubiera gustado ver las reacciones de la gente que aquél día escuchó al Señor anunciar la felicidad eterna para los pobres, para aquellos que están en el llanto, para los humildes, para aquellos que tienen hambre y sed de justicia o están perseguidos por ella, para los misericordiosos, para los puros de corazón, los trabajadores por la paz, y para todos los perseguidos e insultados a causa de su nombre. ¿Le habrán creído inmediatamente? ¿Habrán pedido explicaciones? ¿Lo habrán tachado de loco? Nos hemos acostumbrado tanto, pero tanto acostumbrado a leer este evangelio. Yo en primer lugar. Pero si tomamos seriamente aquello que Jesús dice, es verdaderamente desconcertante: las bienaventuranzas, o más bien la felicidad para siempre, es prometida a aquellos que en este mundo normalmente son derrotados, descartados, desheredados, aquellos que no cuentan para nadie, aquellos que no tienen algún peso sobre los demás, ridiculizados, débiles, despreciados, insignificantes. Y luego aquellos que vienen calumniados, aquellos que llevan encima la ignominia de Jesús (Heb 13,13). Toda una humanidad que sufre, poco atrayente.

Ahora detengámonos un momento. Volvamos a leer lentamente el evangelio. Respondamos personalmente: ¿Pero de verdad creo que el camino de la felicidad está indicada en las bienaventuranzas de Jesús? Cuando partí en el 2003 para América Latina (Perú) tenía en el corazón todavía la certeza que allí la Iglesia entera viviera de verdad “la opción preferencial por los pobres”. Era un poco más joven. Luego descubrí que allí al menos tres cuartos de las fuerzas de la Iglesia entre sacerdotes, comunidades de consagrados, asociaciones e institutos seculares de vida apostólica, tienen como sede y viven su ministerio en el centro moderno de la ciudad de Lima que quizás no llega ni siquiera a un cuarto de su población total. En la periferia, entre las masas anónimas de pobres que no viven como nosotros, va a vivir solo un pequeño porcentaje de las fuerzas eclesiales. Fue una desilusión. Pero a la larga se volvió una hermosa provocación para mi vida. ¿Quiero seguir a Jesús porque otros lo siguen o porque libremente quiero adherir a su programa de vida que encuentro en el Evangelio? ¿Dónde apoyo mi elección? ¿Sobre su Iglesia, hecha de hombres frágiles como yo, o sobre la palabra del Señor? ¿Quizás que el Señor me pide que controle si los otros están verdaderamente eligiendo a Él con sus elecciones, o quizás cada día dirige a mí esta pregunta?

He vuelto a leer también yo el evangelio. De mi ceguera me parece entrever el hilo sutil que une todas las bienaventuranzas. Quien ama se vuelve pobre en espíritu por respetar y dejar siempre espacio a su prójimo, y para dejar hacer a Dios su trabajo. Quien ama se vuelve irreversiblemente una persona humilde, virtud de quien madura en la fe. Quien ama vive constantemente hambriento y sediento de justicia, o más bien perseguido por ella, porque la justicia humana es casi siempre injusta. Quien ama se vuelve misericordioso, porque se da cuenta cada día de recibir misericordia. Quien ama se vuelve puro de corazón, porque el amor en el tiempo purifica. Quien ama se vuelve un operador de paz, porque el amor reconcilia consigo mismo y con los demás. Quien ama inevitablemente será insultado, perseguido y calumniado, simplemente porque se encuentra en el camino no delante, sino detrás de Jesús.

¿Quién ama? Una cosa sola es cierta. Jesús nos ama verdaderamente. Su historia está allí, en los evangelios, para recordárnoslo; y está allí, en el sacramente de la Eucaristía, a rendírnosla presente. Entonces se entiende por qué, si uno de verdad está aprendiendo a amar, antes o después se alegrará y no se lamentará de aquello que le podrá tocar en su suerte como sufrimiento (Mt 5,12). ¿Por qué entonces así pocos dispuestos a entrar en este camino y así tantos dispuesto a vivir de subrogados de amor? Me siento incierto a dar una respuesta, en fin de cuentas somos todo un misterio. Pero me atrevo a darla: porque aprender a amar hace sufrir. Y nosotros no queremos sufrir más. Y sin embargo, si alguien quiere venir detrás de mí reniegue así mismo, tome su cruz y me siga

S.Pablo en la segunda lectura invita a considerar nuestra llamada (1Cor 1,26) penetrando ulteriormente en el sentido profundo de las bienaventuranzas. Nos dice: antes de nada den una mirada alrededor y observen si entre ustedes que han escuchado la llamada de Jesús hay gente sabia, potente y de origen noble. Hay pero muy pocos. Y he aquí la revelación: en tres versículos, por tres veces, viene repetido Dios ha elegido (vv.27-29). Sí, también Dios hace sus elecciones. Justamente aquí, sintéticamente, encontramos las bienaventuranzas del evangelio: lo que es común y despreciado en este mundo, lo que es nada, para deducir a la nada lo que es. Y así ningún mortal podrá alabarse a sí mismo ante Dios (1Cor 1,28).

Quien está aprendiendo a amar de hecho, se encuentra poco a poco a elegir lo que Dios elige, papel para verificar si se está siguiendo a Él o a sí mismos, con aquel sutilísimo y bien escondido complacimiento por el bien que se hace. Solo quien está aprendiendo a amar comienza a ser feliz. Habiendo aceptado de ser solo una criatura y de no ser la fuente del amor, está contento de una sola cosa y es su única vanidad: de tener como Dios y sol de la propia vida Jesucristo Nuestro Señor, porque así está escrito: El que se gloríe, que se gloríe en el Señor (1Cor 1,31)

 

DOV’È COLUI CHE E’ NATO?

EPIFANIA DEL SIGNORE

Is 60,1-6; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

Il viaggio dei re Magi, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014
Il viaggio dei re Magi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

Nella notte della nuova creazione Luca evangelista non ci ha parlato di tutti quelli che si recarono presso la sacra mangiatoia. Matteo invece ci dice che a Betlemme, al cospetto di Gesù appena nato, giunsero da lontano, dopo breve sosta a Gerusalemme, anche dei misteriosi personaggi che successivamente la Tradizione ha enumerato e nominato: erano tre e si chiamavano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Essi, guidati da un astro apparso in cielo, credettero giustamente di dover cercare nella capitale d’Israele il neonato regale. Naturalmente, si recarono dal re Erode in persona per rivolgergli la debita domanda: se infatti un re è nato, si deve trovare dalle sue parti, cioè nei palazzi dove vivono tutti i re (Mt 2,2). Rimango sempre molto colpito da ciò che suscitò quella domanda nel cuore di Erode e di tutta Gerusalemme. A parte il turbamento tipico di tutti quelli che vivono come se il mondo girasse intorno a loro, persone che non possono assolutamente sopportare che qualcuno rubi loro la scena, mi pare evidente, dalla diffusione generale di tale turbamento, che tutta la città del popolo eletto non si stesse dando molto da fare per scrutare i segni e i tempi della venuta del Messia.

In ogni caso, il turbamento di Erode (così diverso da quello di Maria!) lo porta a riunire il suo stato maggiore religioso per cercare di capire dove doveva nascere il Messia. E costoro gli offrono una indicazione della Sacra Scrittura con precisione chirurgica (Mt 2,5-6). A questo punto Erode, autentico lupo travestito da agnello, chiede notizie ai Magi circa la stella che li stava guidando, dice loro di andare pure a Betlemme, di raccogliere le dovute informazioni e fargli sapere qualcosa sul neonato, perché anch’io venga ad adorarlo (Mt 2,7-8). Le trame di morte hanno sempre una bella maschera di bontà. Tutti i loro artefici assomigliano al loro maestro: satana, artista unico nel camuffare le proprie intenzioni attraverso progetti di bene!

Sappiamo come finì il viaggio-ricerca dei Magi. La stella riapparve (confermando l’indicazione della Bibbia) proprio su Betlemme, sul luogo preciso dove nacque Gesù (Mt 2,9). Quanto avrei desiderato vedere i volti di quegli uomini venuti da lontano quando scoprirono il luogo così povero e comunissimo dove nacque il Re dei re. Quale stupore, quale silenzio, quale sorpresa dovettero invadere i loro cuori alla vista del bambino in braccio a sua madre! Per questo il testo ci dice che essi si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra (Mt 2,11). Un comportamento che manifesta la convinzione di essere davanti a qualcuno di meraviglioso che si percepisce in tutta la sua regalità.

Che cosa ha da dire a noi questo racconto della venuta dei Magi a Betlemme? Tantissime cose, ma ne sottolineiamo solo alcune. A parte il fatto che essi rappresentano tutte le genti giunte da lontano per riconoscere nel bimbo che giace nella mangiatoia il Salvatore del mondo, i Magi ci ricordano che non basta sapere dove è nato Dio tra gli uomini. Se lo si vuole davvero incontrare, se lo si vuole riconoscere come tale, se si vuole vedere “dove” si trova Colui che è nato, bisogna accettare la fatica di un cammino fatto di luci e ombre, di ricerca e di riflessione, di gioia e di dolore, di dubbi e domande, di insicurezza e di speranza. Bisogna lasciarsi guidare da una stella. Chi volesse percorrere una scorciatoia, rischierebbe grandi delusioni. O, peggio ancora, rischierebbe di diventare come Erode, egoista fino al punto da voler uccidere un bimbo appena nato che non è venuto a sottrargli niente; oppure come i sacerdoti e gli scribi, che mettono il loro minuzioso sapere al servizio del suo progetto di morte, senza avvertire minimamente l’arrivo del tempo del messia tanto atteso e senza dare il minimo credito al segno dei misteriosi uomini venuti da lontano per onorarlo. La fede è un affare da vivere/soffrire in prima persona. Altrimenti rischia di diventare un grande auto-inganno per tutti coloro che pensano di conoscere le cose di Dio.

LA GIOIA E LO SCANDALO

3a DOMENICA DI AVVENTO

Is 35,1-6a.8a.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

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Giovanni il Battista ha annunciato “colui che viene” come il più forte, come colui che realizza il giudizio di Dio con la scure posta alla radice di ogni albero cattivo, pronto a bruciare ogni sorta di male (Mt 3,10-11). Ma, similmente a quel giorno in cui rimase allibito vedendo il Signore venirgli incontro in fila con i peccatori per farsi battezzare, ora, gettato in carcere, l’ultimo dei profeti è smarrito: sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro? (Mt 11,3) – manda a dire a Gesù, così diverso nel suo agire e parlare con gli uomini dal veniente predicato. Allora delle due l’una: o è sbagliata la sua attesa, o è sbagliato pensare che Gesù è l’atteso. Ecco il senso della domanda inviata.

13-bis
Giovanni in carcere, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2013

La realtà ti parla del vangelo e il vangelo ti parla della realtà. Basterebbe questo primo passo del vangelo (e scusate se mi ripeto in tema), per leggere dentro quel che accade oggi nella chiesa di Dio, sotto il pontificato di Francesco. Non finiscono mai di moltiplicarsi gli sdegni, i turbamenti, i dubbi dottrinali, se non addirittura le sentenze e le puerili dietro-ideologie, difronte al modo di agire e di parlare di Francesco. Ma la radice comune è quella: la fatica di credere che “colui che viene” sia così come il vangelo ce lo racconta, e non come supporrebbe o vorrebbe il bisogno della nostra testa che pretende sempre puntuali accertamenti normativi su ogni problema umano che la fede affronta.

10-bis
Giovanni battezza al Giordano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2013

La grandezza vera di Giovanni (decantata anche dal Signore nella seconda parte del vangelo) sta esattamente nel mettere in crisi se stesso piuttosto che l’Atteso: davanti al suo essere così diverso dalla propria attesa, la sua incomprensione non diventa paura aggressiva, la sua certezza non diventa minaccia per chi non si allinea con essa. Giovanni non si irrigidisce. Piuttosto, il suo sbigottimento si fa stupore, la sua austera, rocciosa integrità, si fa domanda smarrita che attende una risposta. Come il salmista che, più o meno alla fine del percorso del suo cammino, recita con sapienza: giunga il mio grido fino a te Signore, fammi comprendere secondo la tua parola…come pecora smarrita vado errando, cerca ancora il tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti (Sal 119). Giovanni è davvero il più grande, ma perché? Perché come ogni vero uomo di Dio, soprattutto quando si sente sicuro di conoscerlo, resta aperto al suo Mistero con una domanda che può compromettere le proprie certezze. Non crede forse a Colui che dice: i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie ? (Is 55,8). Giovanni è davvero il più grande perché si fa piccolo davanti alla assoluta novità di Gesù! Nuova a tal punto che, in continuità con la storia di Israele, fa esprimere così il Signore mentre tesse l’elogio del Battista: ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui (Mt 11,11). Vediamo morire Giovanni martire dopo questa domanda; dopo aver ricevuto risposta da Gesù che, piuttosto che offrirgli una risposta “dottrinale”, lo rimanda alle opere che i suoi discepoli possono da se stessi vedere ed udire (Mt 11,4-5). L’uomo di Dio diventa piccolo davanti all’inafferrabilità del suo Mistero, egli sa fermarsi alla sua soglia per lasciare il testimone ad un altro. Sa accontentarsi del responso divino che lo invita ad ammirarlo nelle sue opere.

Tornando alla realtà, dove possiamo trovare un Giovanni Battista dei tempi odierni? Nel monastero “Mater Ecclesiae”, presso i giardini vaticani, dove abita dal 2 maggio 2013. Prega ogni giorno per la chiesa di Dio sparsa per il mondo, in particolare per papa Francesco. Perché? Perché lui sa cosa vuol dire essere alla testa della chiesa, perché ha conosciuto il peso dell’incarico. Ma proprio lui, Benedetto XVI, il grande e finissimo teologo, ha dato a tutti lezione di amore al Signore e alla sua chiesa compiendo il passo che tutti sappiamo. Straordinaria quanto inattesa testimonianza dell’uomo di Dio che ascolta incessantemente nel suo cuore le ispirazioni divine, senza volerle piegare alle proprie sicurezze. Nel disegno di Dio non c’è Gesù senza Giovanni il precursore. Analogamente, nella storia della salvezza che continua nella chiesa, non c’è Francesco senza Benedetto. Ma gli uomini (soprattutto di chiesa!), nella propria delirante pseudo-realtà, fanno mettere contro i due; mentre la ben altra realtà della loro fraternità li chiama a conversione!

Cosa dice a tutti il vangelo in questa 3a domenica di Avvento? Che Gesù sarà sempre la gioia di chi lo accoglie così come Lui si rivela (Mt 11,6). E sarà invece sempre pietra di scandalo per chi ha la pretesa di dirigere il pensiero del Signore. Nel cammino della vita spirituale infatti, alla fine, ci è chiesto di abbandonarci a Lui, come fece il Battista in carcere. Dobbiamo guardarci da una tentazione: quella di voler dare consigli allo Spirito Santo, anziché riceverli. Infatti, “chi ha diretto lo Spirito del Signore e come suo consigliere gli ha dato suggerimenti?” (Is 40,13). Lo Spirito Santo dirige tutti, e non è diretto da nessuno; guida, ma non è guidato. C’è un modo sottile di suggerire allo Spirito Santo quello che dovrebbe fare con noi e come dovrebbe guidarci. (P.Raniero Cantalamessa, 2a predicazione d’Avvento alla Casa Pontificia, 9.12.2016). Chiediamo in dono a Dio un anticipo della gioia del Natale. Chiediamogli di donarci quello che diceva a se stesso Papa Giovanni XXIII: “Devo mettermi in testa che siccome Dio mi vuole bene, è inutile che gli dia consigli sul mio avvenire, devo solo abbandonarmi alla Sua volontà”. Abbandonarsi a Dio, lasciare a Lui le risposte che il nostro cuore non riesci a darsi, è fonte di pace e di gioia.

BUONA DOMENICA!

CERCATI UN DESERTO

2a DOMENICA DI AVVENTO

Is 11,1-10; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12

In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: “convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: “voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!” E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

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La prima domenica di Avvento ci ha dato una scossa, non per riempirci di angoscia e paralizzarci, ma per riportare i nostri cuori alla sola speranza che regge all’urto della storia e di ogni tragico, inevitabile evento in cui ci imbattiamo, siano essi rivolgimenti della natura o fatti provocati dagli uomini. Gesù è il futuro e l’unica speranza del credente.

La liturgia della parola oggi ci presenta Giovanni Battista, l’uomo che incarna un’esistenza impregnata di fedeltà ai messaggi profetici provenienti dal passato, nonché un’attiva testimonianza tutta protesa verso il futuro: cioè verso colui che viene dopo di me (Mt 3,11). La sua sobrietà, il suo stile di vita in linea con i veri profeti d’Israele (Mt 3,4) dovettero colpire molto il cuore del popolo: lo vediamo infatti predicare in un deserto periferico invece che nel frequentato tempio (Mt 3,1) e ciononostante attirare una buona fetta del popolo di Dio (Mt 3,5a). E’ come dire che invece di andare a predicare in cattedrale, Giovanni svolgeva il proprio ministero profetico in una chiesetta periferica e desertica di una grande città, se non addirittura all’aperto di una natura scarna. Eppure, molti si lasciavano interpellare nel profondo dalla sua predicazione, se, come dice il vangelo, accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati (Mt 3,6). Chi era Giovanni Battista? E perché riusciva a risvegliare la fede di chi lo ascoltava? Il vangelo ce lo dice riprendendo un testo del profeta Isaia che offre un brevissimo identikit del Battista. Egli è voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri (Is 40,3).

Voce che grida nel deserto, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Voce che grida nel deserto, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

Giovanni è l’uomo che della Parola ha fatto il suo cibo; è l’uomo che sa e gioisce di essere solo voce di essa (cfr. Gv 1,23). Fa risuonare la Parola di Dio nel deserto, assenza di voci e di suoni. Cosa davvero molto importante: in un mondo in cui oramai la parola vale meno di niente; dove si afferma qualcosa solo per sentito dire, dove si sparla degli altri come se fosse la cosa più normale al mondo, o dove si comunica alla velocità della luce una notizia per poi smentirla nemmeno dieci minuti dopo, Giovanni ci ricorda che le parole hanno un peso, che ci piaccia o no. E in realtà non ce lo dice solo lui, ma il Signore stesso, cui dovremo rendere conto di ogni parola uscita dalla nostra bocca (cfr. Mt 5,21 ss.). Penso sia un buon esercizio e, nello stesso tempo, una sana ed ecologica abitudine da intraprendere, pesare bene le nostre parole prima di diffonderle; il che vuol dire anche: riflettere bene prima di parlare. C’è un’inflazione di parole in giro per i vecchi e i nuovi media che ammorbano lo spirito e risucchiano tempo, energie e attenzione; per non dire che a volte sono semplicemente al servizio del diavolo. Questo non ci fa bene. La medicina che suggerisce Giovanni sta nel deserto. Lì possiamo incontrare noi stessi (e se ci vai, stanne certo, ti verrà presto la voglia di confessare i tuoi peccati più che quelli degli altri!…), lì si impara il silenzio, grembo necessario per sottoporre le nostre parole al servizio della Parola e non della menzogna. Solo lì si diventa poco a poco persone autentiche come Giovanni, voce di una Parola normalmente inascoltata in questo mondo. C’è una poetessa americana della fine del secolo XIX che amo molto: Emily Dickinson. A 25 anni scopre il suo deserto nella stanza superiore della casa paterna. Lì condurrà un’esistenza monastica per altri 30 anni, come il Battista, vivendo di pochissime cose e di pochissime relazioni. Alla sua morte, la sorella trova circa 1775 tra poesie e pensieri scritti su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo in un raccoglitore. Dentro le righe stupende di uno di questi brevi pensieri, si può leggere bene cosa fiorì nel deserto di Emily:

Non conosco nulla che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo aspettando che cominci a splendere. 

Allora in questo Avvento cerchiamoci un deserto e facciamo un po’ igiene di parole. Torniamo a dare un peso alle nostre parole. E se lo si vuol fare seriamente, bisogna ritornare, nella preghiera, all’ascolto della sua Parola!

Si facevano battezzare da lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Si facevano battezzare da lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

La sintesi della predicazione giovannea fu: convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino (Mt 3,1): sarà anche l’incipit della predicazione di Gesù. La conversione che Giovanni addita può declinarsi nei due verbi dell’identikit di cui sopra: preparate e raddrizzate. La vita umana è preparazione. Ci si prepara quando si esce di mattino al lavoro o a scuola, ci si prepara quando si deve affrontare un viaggio, ci si prepara quando si deve dare una conferenza, ci si prepara se si vuol diventare un buon professionista, ci si prepara se si vuol essere competitivi in una prestazione sportiva, ci si prepara se si attende l’incontro della persona che si ama…Giovanni viene a ricordare qualcosa che è nell’intima natura di ogni uomo: questo spiega anche il suo disporre il popolo per prepararsi ad accogliere quel messia che attendeva da secoli.

Giovanni con i farisei e i sadducei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016
Giovanni con i farisei e i sadducei, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2016

Però, in mezzo al popolo, non c’era solo chi accreditava Giovanni e si faceva battezzare da lui. C’erano anche delle guide che fingevano di credergli (Mt 3,7-9). Cosa dice questo a noi oggi? Che c’è vera preparazione solo laddove ci si impegna a raddrizzare la propria vita. Se infatti si crede alle parole di Gesù di domenica scorsa (vegliate, perché nell’ora che non immaginate viene il Figlio dell’uomo) si impara pian piano a vivere questa vita come una preparazione continua all’incontro definitivo con Lui. Allora si vive davvero attenti alle proprie azioni e alle intenzioni del cuore. E si scopre che c’è sempre qualcosa da raddrizzare. La confessione sacramentale dei peccati è un tesoro posto a nostra disposizione per fare questa operazione, con l’aiuto del sacerdote. Se non c’è questo primo, sincero passo, rischiamo di trovarci davanti agli appelli della chiesa come farisei e sadducei che s’illudevano dicendo a se stessi: abbiamo Abramo come padre (Mt 5,9). Oggi diremmo “siamo cristiano-cattolici, andiamo sempre a messa”. Ringraziamo il Signore che dona ancora tempo per la nostra conversione ed è sempre pronto a immergere la nostra vita in Spirito Santo e fuoco (Mt 3,11). Mentre camminiamo nella fede e ci prepariamo, scopriamo infatti che anche Lui è impegnato a prepararci. 

BUONA DOMENICA!

 

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El primer domingo de Adviento nos ha dado una sacudida, no para llenarnos de angustia y paralizarnos, sino para llevar nuestros corazones a la única esperanza que resiste al impacto de la historia y de cada trágico, inevitable evento en el cual nos encontramos, ya sean trastornos de la naturaleza o hechos provocados por los hombres. Jesús es el futuro y la única esperanza del creyente.

La liturgia de la Palabra de hoy nos presenta a Juan Bautista, el hombre que encarna una existencia impregnada de fidelidad a los mensajes proféticos provenientes del pasado, así como un activo testimonio todo dirigido hacia el futuro: o sea, hacia aquél que viene después de mí (Mt 3,11). Su sobriedad, su estilo de vida en línea con los verdaderos profetas de Israel (Mt 3,4) tuvieron que golpear mucho el corazón del pueblo: lo vemos de hecho predicar en un desierto periférico en lugar que el concurrido templo (Mt 3,1) y a pesar de todo atraer a una buena rebanada del pueblo de Dios (Mt 3,5a). Es como decir que en cambio de ir a predicar en la catedral, Juan desarrolla el propio ministerio profético en una iglesita periférica y desierta de una grande ciudad, sino además al abierto de una naturaleza desencarnada. Y aun así, muchos se dejaban interpelar en lo profundo de su predicación, si, como dice el evangelio, y además de confesar sus pecados, se hacían bautizar por Juan en el río Jordán (Mt 3,6). ¿Quién era Juan Bautista? Y ¿por qué lograba a despertar la fe de quien lo escuchaba? El evangelio nos lo dice retomando un texto del profeta Isaías que ofrece un brevísimo identikit del Bautista. Él es voz de uno que grita en el desierto: enderecen sus caminos (Is 40,3)

Juan es el hombre que ha hecho de la Palabra su alimento; es el hombre que sabe y goza de ser solo voz de ella (cfr. Jn 1,23). Hace resonar la Palabra de Dios en el desierto, ausencia de voces y de sonidos. Cosa verdaderamente importante: en un mundo que como nunca la palabra vale menos que nada; donde se afirma algo solo porque lo escuché decir, donde se habla mal de los demás como si fuera la cosa más normal del mundo, o donde se comunica a la velocidad de la luz una noticia para luego desmentirla ni siquiera 10 minutos después, Juan nos recuerda que las palabras tienen un peso, que nos guste o no. Y en realidad no nos lo dice solo él, sino el Señor mismo, al cual debemos rendir cuentas de cada palabra salida de nuestra boca (cfr. Mt 5,21ss). Pienso que es un buen ejercicio y, al mismo tiempo, un sano y ecológico hábito para emprender, pesar bien nuestras palabras antes de difundirlas; lo que quiere decir también: reflexionar bien antes de hablar. Hay por ahí una inflación de palabras por los viejos y los nuevos medios de comunicación que contagian el espíritu y absorben tiempo, energías y atención; por no decir que a veces están sencillamente al servicio del diablo. Esto no nos hace bien. La medicina que sugiere Juan está en el desierto. Ahí podemos encontrarnos a nosotros mismos (¡y si vas, debes estar seguro, te vendrán rápidamente las ganas de confesar tus propios pecados más que lo de los demás!…), ahí se aprende el silencio, vientre necesario para someter nuestras palabras al servicio de la Palabra y no de la mentira. Solo ahí se vuelve poco a poco personas auténticas como Juan, voz de una Palabra normalmente no escuchada en este mundo.

Existe una poetisa americana del final del siglo XIX que amo mucho: Emily Dickinson. A los 25 años descubre su desierto en el cuarto superior de la casa paterna. Ahí conducirá una existencia monástica por otros 30 años, como el Bautista, viviendo de poquísimas cosas y de poquísimas relaciones. En su muerte, la hermana encuentra como 1775 entre poesías y pensamientos escritos en hojas dobladas y cocidas con aguja e hilo en una carpeta. Dentro de las líneas estupendas de uno de estos breves pensamientos, se puede leer bien qué cosa floreció en el desierto de Emily:

No conozco nada que tenga tanto poder como la palabra. A veces escribo una, y la miro esperando que comience a resplandecer. 

Entonces en este Adviento busquemos un desierto y hagamos un poco de higiene de palabras. Regresemos a dar un peso a nuestras palabras. ¡Y si se quiere hacerlo seriamente, es necesario regresar, en la oración, a la escucha de su Palabra!

La síntesis de la predicación juanina fue conviértanse, porque el Reino de los Cielos está cerca (Mt 3,1): será también el comienzo de la predicación de Jesús. La conversión que Juan tilda puede declinarse en dos verbos del identikit de aquí arriba: preparen y enderecen.

La vida humana es preparación. Nos preparamos cuando se sale en la mañana al trabajo o al colegio, nos preparamos cuando se debe enfrentar un viaje, nos preparamos cuando se debe dar una conferencia, nos preparamos si queremos volvernos un buen profesional, nos preparamos si queremos ser competitivos en una prestación deportiva, nos preparamos si se espera el encuentro de la persona que se ama… Juan viene a recordarnos algo que está en lo más íntimo de la naturaleza de cada hombre: esto explica también su disponer al pueblo para prepararse a acoger a aquél mesías que esperaba desde siglos. Pero, en medio al pueblo, no estaba solo quien creía en Juan y se hacía bautizar por él. Estaban también guías que fingían creerle (Mt 3,7-9). ¿Qué nos dice hoy esto a nosotros? Que hay verdadera preparación solo donde nos comprometemos a enderezar la propia vida. Si de hecho se cree en las palabras de Jesús del domingo pasado (vigilen, porque en la hora que no imaginan viene el Hijo del hombre) se aprende poco a poco a vivir esta vida como una preparación continúa al encuentro definitivo con Él. Entonces se vive verdaderamente atento a las propias acciones y a las intenciones del corazón. Y se descubre que hay siempre algo para enderezar. La confesión sacramental de los pecados es un tesoro puesto a nuestra disposición para hacer esta operación, con la ayuda del sacerdote. Si no está este primer, sincero paso, arriesgamos de encontrarnos delante de las apelaciones de la Iglesia como fariseos y saduceos que se ilusionaban diciéndose a sí mismos: tenemos a Abraham como padre (Mt 5,9). Hoy diríamos “somos cristianos-católicos, vamos siempre a misa”. Agradezcamos al Señor que dona todavía tiempo para nuestra conversión y está siempre listo a bautizar nuestra vida en Espíritu Santo y fuego (Mt 3,11). Mientras caminamos en la fe y nos preparamos, descubrimos de hecho que también Él está comprometido a prepararnos.

CERCATE DI CAPIRE

1a DOMENICA DI AVVENTO

Is 2,1-5; Rm 13,11-14a; Mt 24,37-44

Sul suo insolito trono regale il nostro Dio ha cominciato a giudicare il mondo, ma non come lo farebbero gli uomini. Sotto la croce, avrebbero voluto vederlo scendere per dare a tutti una lezione clamorosa; come anche oggi tanti lo vorrebbero più muscoloso davanti al male che imperversa. Ma la onnipotenza del Signore è altra cosa. Il suo modo di vincere il male è altra cosa. Il vangelo rifugge da ogni ovvietà e domenica scorsa ce ne siamo accorti. Credere che quell’uomo “sconfitto” in croce sia un re, non è scelta affatto ovvia né sicura nel cuore di chi si professa cristiano; soprattutto se poi vedi questo re concedere udienza, sapienza e dignità regale a un delinquente che si pente all’ultimo momento. Gesù crocifisso è davvero una pietra scandalosa sulla quale si compie il giudizio degli uomini (cfr. Mt 21,42-44)

Ci siamo appena lasciati alle spalle la porta del Giubileo, entriamo oggi per la porta dell’Avvento. Le porte di Dio hanno questo difetto: non si chiudono mai, perché il suo cuore resta aperto ad accogliere tutti quelli che si affidano a Lui. Ma il vangelo ci ricorda che la scena di questo mondo è destinata a passare (cfr. 1Cor 7,29-31); ci sarà comunque una porta che si chiuderà, quella di questo mondo che spalancherà all’uomo il destino eterno scelto già qui sulla terra. Il richiamo di Gesù infatti è di vivere questa vita in attesa vigile ed operosa dell’incontro con Lui, nostro futuro assicurato. La sua venuta è certa. Anzi, il discepolo che ha discernimento vede proprio nei travagli annunciati da Gesù il segno della sua maggior vicinanza, perché i cieli e la terra passeranno, la mie parole non passeranno mai (Mt 24,35). Per il credente non c’è dunque bisogno di sapere il giorno e l’ora, perché ogni giorno e ogni ora sono buoni per prepararsi a questo incontro. Perciò anche S.Paolo ci dice nella seconda lettura: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino (Rm 13,11-12a). L’avvertimento è come sempre chiarissimo. Occorre essere vigilanti, pronti ad andare incontro al Signore che opera il suo giudizio nel presente: lo stesso momento storico allora può essere vissuto come Noè, impegnati nella costruzione di un’arca che salva, oppure lasciandosi inghiottire dalle acque distruttrici del diluvio. Due uomini e due donne fanno lo stesso lavoro, ma con esito ben diverso: c’è chi sarà preso e salvato e chi sarà lasciato e perduto (Mt 24,40-41). Perché? Appunto perché c’è chi vive nella fiducia delle parole del Signore che ci avverte, e c’è chi vive non curandosi della serietà dei suoi avvertimenti. Paolo direbbe: c’è chi si è svegliato dal sonno del peccato, e c’è chi invece ci dorme ancora.

Cercate di capire questo… (Mt 24,42ss.) Gesù offre una serie di piccole parabole (di cui il vangelo di oggi riporta solo una) per spiegare sostanzialmente perché avverrà, alla sua definitiva venuta (alla porta della morte), quella distinzione di cui sopra. Il diverso comportamento che si ha nel tempo presente decide il futuro diverso degli uomini. Per cui, chi riconosce il Signore ogni giorno della vita e lo aspetta operoso al suo servizio, gli andrà incontro sentendolo arrivare come lo Sposo che viene (cfr. Mt 25,6). Chi invece opererà iniquamente (cfr. Mt 24,48-51), incurante delle parole del maestro, sentirà il Signore arrivare come un ladro che gli scassina la casa (Mt 24,43): il rischio è un destino lontano dal suo volto, e non certo perché ce lo manda Lui. Gesù non ci sottrae mai alla nostra libertà e responsabilità, pur accompagnandoci amorosamente ogni giorno della nostra vita. La storiella che segue integra e illumina il senso profondo del vangelo:

Una leggenda narra che una povera donna con un bambino in braccio davanti a una caverna sentì una voce misteriosa uscire dal di dentro che le diceva: “vieni e prendi tutto quello che vuoi, ma non dimenticare la cosa più importante. E ricordati che quando uscirai da questa caverna, una grande pietra la chiuderà per sempre. Pertanto, cogli pure questa grande occasione, ma ti ripeto, non dimenticare la cosa più importante”. La donna entrò nella grotta e trovò ogni genere di bene e di preziosi. Affascinata da oro, gioielli e tante cose utili per la sua casa, poggiò per terra il suo bambino e iniziò ansiosamente a mettere da parte mille cose, mentre raccoglieva tutto ciò che poteva nel proprio grembiule. La misteriosa voce parlò nuovamente: “ti rimangono solo otto minuti”. Passò ancora del tempo e la voce riprese: “te ne rimangono quattro”. Il tempo si ridusse ulteriormente e la voce aggiunse: “ultimo minuto!”. Esaurito il tempo a disposizione, piena di tanti oggetti, di oro e di gioielli, quella donna corse fuori e la bocca della caverna fu chiusa. Si ricordò solo allora che il suo bimbo era rimasto dentro, ma la parte rimase chiusa: quello che prese con sé durò poco, ma la sua disperazione per aver perso la propria creatura durò sempre.

La vita è un dono troppo prezioso e decisivo per sprecarlo nel sonno del peccato. Il tempo di Avvento che ci è dato serve per svegliarci, ricordarci, deciderci per tornare alla “cosa più importante”. Perché nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo (Mt 24,44).

BUON AVVENTO!

IL RE SI RICORDA DI TE

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

2 Sam 5,1-3; Col 1,11-20; Lc 23,35-43

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

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(Live)

Hanno appena finito di crocifiggere Gesù. Il forte trambusto diffusosi lungo tutto il calvario si tramuta in agitazione carica di attesa. Il Rabbi è appeso, sfinito e impotente, al legno maledetto (cfr. Dt 21,23), in un mare di sofferenza. Il Benefattore è stato messo nel posto del malfattore: é condannato al supplizio più ignominioso che si conoscesse allora. Dirà o farà qualcosa da lì?

Il popolo stava a vedere (v.35). Cosa vedeva? Come stava a vedere? Come tutti coloro che, sempre guardinghi, vivono osservando gli altri dai balconi sicuri delle proprie idee. Come tutti quelli che son sempre a sbirciare dalla tendina di una finestra, guardando cosa stanno dicendo e facendo gli altri, come lo stanno dicendo e come lo stanno facendo, sempre attenti a non sporcarsi le mani, ma piuttosto attendendo il momento propizio per criticare a oltranza. Come tutti quelli che spiano il parlare e l’agire altrui, per coglierli in fallo, guardandosi però dall’uscire per primi allo scoperto. Come tutti quelli che si aspettano sempre una prova in più per potersi fidare di qualcuno, perché si fidano solo di se stessi. O come tutti quelli che si accomodano opportunisticamente su interpretazioni della realtà offerte da altri, in genere di persone che contano, ossia quando “salire sul carro con tutti è più rassicurante e da meno responsabilità”. Oppure come tutti quelli che oggi assistono alla morte atroce di migliaia e migliaia di esseri umani inghiottiti dal mare, senza essere minimamente toccati dal loro dramma e anzi prodigandosi a chiudere i propri e gli altrui occhi, alla ricerca di nuove giustificazioni. Come…

I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016
I capi deridevano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

I capi invece deridevano Gesù dicendo: “ha salvato gli altri! Salvi se stesso se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (v.36). Le autorità religiose, non contente dell’improvvisato e falso processo contro di Lui, non sono sfiorate da alcun dubbio. Anzi, raggiungono il colmo: lo scherniscono anche nel suo orribile supplizio. Se Gesù è veramente quello che tutti aspettiamo, scenderà dalla croce e dimostrerà a tutti chi veramente è. Perché il messia, se è tale, non può che essere uno che sbaraglia i suoi nemici lasciando tutti a bocca aperta. L’eletto di Dio, o è così, o non lo è. Se si salverà la pelle, gli crederemo! Gesù ode un misterioso ritorno di parole: se tu sei il Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti “ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano, essi ti sosterranno con le mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra” (Lc 4,9b.10-11). Ma Gesù non parla. Non scende. E nemmeno gli angeli scendono dal Cielo a soccorrerlo.

Anche i soldati lo deridevano, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016
Anche i soldati lo deridevano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (vv.36-37). I soldati, presenza dell’autorità politica dominante, aggiungono altra derisione a quella dei capi religiosi. Vediamo se veramente è un re, come dice quella scritta appesa in cima alla croce (v.38). Se lo è, si salverà la pelle, come fanno tutti i re e i dominatori di questo mondo. Infatti, quando le cose si mettono male, non sono forse i primi a darsela a gambe? Non sono forse i primi a mettere al sicuro se stessi e la propria famiglia con le proprie ricchezze? Bene, allora se questo Gesù è un re, non può continuare a star lì, ma scenderà da lì. I veri re, sanno sempre come cavarsela; avranno sempre con loro mezzi, soldati, sudditi e territori su cui regnare. A Gesù ritornano all’orecchio altre parole: ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo (Lc 4,6-7). Ma il Signore rimane lì. Non parla e non scende. Nessun potere, nessuna gloria, nessuna guardia del corpo, nessun possesso da difendere e mettere al sicuro.

Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016
Uno dei malfattori lo insultava, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Il malfattore alla sinistra prende affannosamente la parola. Anche lui lo insulta: non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi! (v.39). La voce del malfattore esplicita il pensiero del popolo pusillanime e sordo che sta guardare, riecheggiando quella dei capi e dei soldati. Se Gesù è il messia, adesso deve salvarsi e deve salvare anche noi. Perché crediamo (e vogliamo) solo a un Dio che ci salvi da tutte le esperienze di morte: dalla malattia e dal terremoto, dall’incidente stradale e dalla morte casuale, dalla cattiveria dei violenti come da quella dei politici ladri e ingiusti, da ogni delusione d’amore e da qualsiasi tracollo della salute e dell’economia, da ogni dolorosa perdita e da tutto ciò che ci fa soffrire. Perché se Dio esiste, deve fare questo mestiere. Altrimenti non è Dio! Altrimenti quell’uomo lì che pende dal legno, che dice di essere il figlio inviato da Dio, è un impostore! Ma Gesù non parla. Non scende dalla croce. Non mette in salvo la sua vita. Eppure, sta salvando la nostra: mors mea vita vestra.

Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre2016
Ricordati di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2016

Ecco, anche il malfattore alla destra ha qualcosa da dire. L’atroce sofferenza che l’avvolge non gli ha impedito di ascoltare le parole sprezzanti rivolte a Gesù: perché così tanto accanimento? Sente provenire gli insulti anche dall’altro malfattore, ora non riesce più a trattenersi: non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; Egli invece non ha fatto nulla di male (vv.40-41). Finalmente, il Figlio di Dio ha trovato un difensore! Tardi, ma l’ha trovato. Quel giorno, non si trovò una voce che lo difendesse al di fuori di un delinquente! Sembra che Dimas* intraveda qualcosa che gli altri non vedono. Dalla bocca di Gesù nessuna parola offensiva, nessuna maledizione. Come mai? Gesù resta lì con loro, nella tortura di quel supplizio, e non cerca di salvarsi. C’è qualcosa che non quadra. Perché tutti lo hanno abbandonato? Cosa ci fa a patire quell’inferno insieme a loro due? Non dovrebbe essere lì! Qualcosa sul volto sfigurato del Signore si trasfigura agli occhi del ladrone. Ora Dimas vede l’Invisibile e ode l’Inaudito. Ora, dopo aver proferito l’innocenza del Signore e la propria colpa nel male, Dimas vede quelle cose che occhio mai vide e che orecchio umano mai udì, quelle cose che mai entrarono in cuore di uomo e che Dio ha preparato per quelli che lo amano (1Cor 2,9). Dalle profondità del suo cuore sorge la misteriosa sapienza che s’impara solo sul legno della croce. Ora Dimas vede chiaramente, accanto a sé, un Re:

Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno (v.42) 

Gli chiede una sola cosa: di non essere dimenticato. Perché non c’è nulla che fa soffrire maggiormente l’animo umano più del sentire di non essere nel cuore di nessuno. Il buon ladrone si slancia verso Gesù con fiducia, lo chiama per nome, è sicuro che quel suo regno esiste: forse ci sarà un posticino anche per lui. Ricordo ancora (dicembre 2008) la prima volta che lasciai la popolazione peruviana, dopo quasi 6 anni tra loro; ricordo il volto e le parole di quei poveri che salutavano benedicendomi: “padre Giacomo… per favore, non dimenticarti di noi!”. E come dimenticare? Se io che sono solo un peccatore non posso dimenticarli, può forse Dio dimenticarsi di chi gli chiede con fiducia di ricordarsi? Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se esistessero donne così, io invece, non ti dimenticherò mai (Is 49,15).

E Gesù gli rispose:

In verità io ti dico: oggi stesso sarai con me nel paradiso (v.43) 

“Oggi io, il Signore elevato sulla croce, mi sono abbassato fino all’inferno per essere vicino ad ogni uomo. Entro nella morte, perché tutti possano riavere la vita. Tu sarai con me, perché io, l’Emmanuele, sono con te. Sono ormai ovunque, come puoi vedere. Tu non sei stato con me, sei fuggito lontano. E io sono venuto lontano con te, fin qui sulla croce. Voglio infatti stare con te perché tu possa stare con me. Ora concludo una alleanza nuova, come la nostra amicizia, che comincia oggi. Essa è eterna come la mia fedeltà, più forte della morte. E questo è il paradiso, perché sono io la tua vita. Adamo scappò da esso perché credette alla menzogna. Ora che mi vedi vicino e non puoi e non vuoi più fuggire, conosci la verità di me e di te. Siamo di nuovo l’uno con l’altro. Sono venuto con te sulla croce perché tu tornassi con me nel mio regno. Ora che la tua paura di me è cessata e legata, vedi che il mio amore per te è crocifisso e inchiodato. Non si allontanerà mai da te; e tu non sarai più lontano da me…” (P.Silvano Fausti S.I.)

Dimas, il “buon ladrone”, mio unico santo protettore, ha un messaggio perenne da dare anche a te che hai letto oggi il vangelo; a te che hai avuto la pazienza di leggere questo lungo e povero commento: non aver paura, il Re si ricorda di te.

*Dimas o Dismas, è il nome tradizionalmente attribuito nella chiesa al “buon ladrone” del vangelo di Luca

 

BUONA DOMENICA!

 

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(En vivo) 

Han apenas terminado de crucificar a Jesús. El fuerte trasiego difundido a lo largo de todo el calvario se convierte en agitación cargada de espera. El Rabí está colgado, cansado e impotente, al madero maldito (cfr. Dt 21,23), en un mar de sufrimiento. El Benefactor ha sido puesto en el lugar del malhechor: está condenado al suplicio más vergonzoso que se conociera entonces. ¿Dirá o hará algo desde allí?

La gente estaba ahí mirando (v.35). ¿Qué miraba? ¿Cómo estaba mirando? Como todos aquellos que, siempre mironean, viven observando a los demás desde los balcones seguros de las propias ideas. Como todos aquellos que están siempre a espíar desde la cortina de una ventana, mirando qué están diciendo y haciendo los demás, cómo lo están diciendo y cómo lo están haciendo, siempre atentos a no ensuciarse las manos, sino más bien esperando el momento propicio para criticar a ultranza. Como todos aquellos que espían el hablar y el actuar de los demás, para agarrarlos en el error, pero cuidandose de no salir primero descubiertos. Como todos aquellos que se esperan siempre una prueba más para poder confiar de alguien, porque se fian solo de sí mismos. O como todos aquellos que se acomodan oportunamente sobre interpretaciones de la realidad ofrecidas por otros, en general de personas que cuentan, o sea cuando “subir al carro con todos es más tranquilizador y de menos responsabilidad”. O también como todos aquellos que hoy asisten a la muerte atroz de millones y millones de seres humanos engullidos por el mar, sin ser minimamente tocados por sus dramas y más bien desvelándose a cerrar los propios y los ajenos ojos, en busca de nuevas justificaciones. Como…

Los jefes, por su parte, se burlaban diciendo: “Ya que salvó a otros, que se salve a sí mismo, para ver si es el Cristo de dios, el Elegido” (v.35). Las autoridades religiosas, no contentos del improvisado y falso proceso contra Él, no son rosados por ninguna duda. Más bien, llegan al colmo: lo escarnecen también en su horrible suplicio. Si Jesús es verdareramente lo que todos esperan, bajará de la cruz y demostrará a todos quién es verdaderamente. Porque el mesias, si es tal, no puede ser uno que desbarata a sus enemigos dejando a todos con la boca abierta. El elegido de Dios, o es así, o no lo es. ¡Si se salvará la piel, le creeremos! Jesús oye un misterioso regreso de palabras: si tu eres el Hijo de Dios, tírate de aquí para abajo; está escrito de hecho “Dios ordenará a sus ángeles que te protejan. Ellos te llevarán en sus manos para que no tropiecen tus pies en alguna piedra” (Lc 4,9b.10-11). Pero Jesús no habla. No baja. Y ni siquiera los ángeles bajan del Cielo para socorrerlo.

Los soldados también se burlaban de él. Cuando le ofrecieron de su vino agridulce para que lo tomara le dijeron: “Si tú eres el rey de los judíos, sálvate a ti mismo” (vv.36-37). Los soldados, presencia de la autoridad política dominante, agregan otra burla a aquella de los jefes religiosos. Veámos si verdaderamente es un rey, como dice ese cartel colgado encima de la cruz (v.38). Si lo es, se salvará el pellejo, como hacen todos los reyes y los dominadores de este mundo. De hecho, cuando las cosas se ponen mal, ¿no son quizás los pirmeros en escapar? ¿no son quizás los primeros en ponerse al seguro ellos mismos y la propia familia junto a sus riquezas? Bien, entonces si este Jesús es un rey, no puede continuar estando allí, sino que bajará de allí. Los veraderos reyes, siempre saben como arreglárselas; tendrán siempre con ellos medios, soldados, subditos y territorios sobre el cual reinar. A Jesús regresarán a sus oídos otras palabras: te daré poder sobre estos pueblos y te entregaré sus riquezas, porque me han sido entregadas y las doy a quien quiero. Todo será tuyo si te arrodillas delante de mí (Lc 4,6-7). Pero el Señor se queda allí. No habla y no baja. Ningún poder, ninguna gloria, ningún guardia del cuerpo, ninguna posesión que defender y poner al seguro.

El malhechor de la izquierda toma afanosamente la palabra. También él lo insulta: ¿Así que tú eres el Cristo? ¡Sálvate, pues, y también a nosotros! (v.39). La voz del malhechor explícita el pensamiento del pueblo pusilánime y sordo que está a mirar, retumbando el de los jefes y de los soldados. Si Jesús es el mesías, ahora debe salvarse y debe salvar también a nosotros. Porque creemos (y queremos) solo a un Dios que nos salve de todas las experiencias de muerte: de la enfermedad y del terremoto, del accidente automovilístico y de la muerte casual, de la maldad de los violentos como de aquella de los políticos ladrones e injustos, de cada desilusión de amor y de cualquier quiebre de la salud y de la economía, de cada dolorosa pérdida y de todo lo que nos hace sufrir. Porque si Dios existe, debe hacer este trabajo. ¡Sino no es Dios! Sino ese hombre allí que cuelga del madero, que dice ser el hijo enviado de Dios, es un ¡impostor! Pero Jesús no habla. No baja de la cruz. No pone a salvo su vida. Sin embargo, está salvando la nuestra: mors mea vita vestra.

He aquí, que también el malhechor de la derecha tiene algo que decir. El atroz sufrimiento que lo envuelve no le ha impedido escuchar las palabras desdeñozas dirigidas a Jesús: ¿por qué así tanto tesón? Siente también provenir los insultos del otro malhechor, ahora no logra más aguantar: ¿no temes a Dios, tú que estás en el mismo suplicio? Nosotros lo tenemos merecido, y pagamos nuestros crímenes, pero Él no ha hecho nada malo (vv.40-41). Finalmente, ¡el Hijo de Dios ha encontrado un defensor! Tarde, pero lo ha encontrado. Aquél día, no se encontró una voz que lo defendiera más que el de un ¡delincuente! Parece que Dimas* entrevea algo que los otros no ven. De la boca de Jesús ninguna palabra ofensiva, ninguna maldición. ¿Cómo así? Jesús se queda allí con ellos, en la tortura de aquel suplicio, y no busca salvarse. Hay algo que no cuadra. ¿Por qué todos lo han abandonado? ¿Qué es lo que lo hace patir aquel infierno junto a esos dos? ¡No debería estar allí! Algo sobre el rostro desfigurado del Señor se transfigura a los ojos del ladrón. Ahora Dimas ve lo Invisible y oye lo Inaudito. Ahora, después de haber proferito la inocencia del Señor y la personal culpa del mal, Dimas ve lo que el ojo no ha visto, el oído no ha oído, a nadie se le ocurrió pensar lo que Dios ha preparado para los que lo aman (1Cor 2,9). Desde la profundidad de su corazón surge la misteriosa sabiduría que se aprende solo sobre el madero de la cruz. Ahora Dimas ve claramente, a lado suyo, un Rey:

Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino (v.42) 

Pide una sola cosa: de no ser olvidado. Porque no hay nada que haga sufrir mayormente el ánimo humano más que el sentir no estar en el corazón de nadie. El buen ladrón se lanza hacia Jesús con confianza, lo llama por nombre, está seguro que ese reino suyo existe: quizás habrá un lugarcito también para él. Recuerdo todavía (diciembre 2008) la primera vez que dejé el pueblo peruano, después de casi 6 años entre ellos; recuerdo el rostro y las palabras de aquellos pobres que me saludaban bendiciéndome: “padre Giacomo… por favor, no te olvides de nosotros”. ¿Y cómo olvidar? Si yo que soy solo un pecador no puedo olvidarlos, puede quizás Dios olvidarse de quien le pide con confianza de acordarse? Pero, ¿puede una mujer olvidarse del niño que cría, o dejar de querer al hijo de sus entrañas? Pues bien, aunque alguna lo olvidase, ¡Yo nunca me olvidaría de ti! (Is 49,15)

Y Jesús le responde:

En verdad, te digo que hoy mismo estarás conmigo en el paraíso (v.43) 

“Hoy yo, el Señor elevado sobre la cruz, me he abajado hasta el infierno para estar cerca a cada hombre. Entro en la muerte, para que todos puedan volver a tener vida. Tú estarás conmigo, porque yo, el Emanuel, estoy contigo. Estoy ya en todas partes, como puedes ver. Tú no has estado conmigo, te has escapado lejos. Y yo he ido lejos contigo, hasta aquí sobre la cruz. Quiero de hecho estar contigo para que tú puedas estar conmigo. Ahora concluyo una alianza nueva, como nuestra amistad, que comienza hoy. Esta es eterna como mi fidelidad, más fuerte que la muerte. Y esto es el paraíso, porque soy yo tu vida. Adán escapó de ella porque creyó en la mentira. Ahora que me vez cercano y no puedes y no quieres más escapar, conoces la verdad de mí y de ti. Somos de nuevo el uno con el otro. He ido contigo sobre la cruz para que tú regreses conmigo en mi reino. Ahora que tu miedo por mí ha acabado y amarrada, ves que mi amor por ti está crucificado y clavado. No se alejará nunca de ti; y tú no estarás más lejano de mí…” (P. Silvano Fausti S.I.)

Dimas, el “buen ladrón”, mi único santo protector, tiene un mensaje perenne que dar a ti que has leído hoy el evangelio, a ti que has tenido la paciencia de leer este largo y pobre comentario: no tengas miedo, el Rey se acuerda de ti.

*Dimas o Dismas, es el nombre tradicionalmente atribuido en la iglesia al “buen ladrón” del evangelio de Lucas

IL NOME CHE INFASTIDISCE IL MONDO

XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Mal 3,19-20a; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

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La domanda-trabocchetto dei sadducei nel vangelo di domenica scorsa permette a Gesù di affermare la certezza della vita futura da risorti, come anche di chiarire che su di essa non si può ragionare con le categorie della vita presente: la sua novità è ben più grande della continuità che c’è fra questa e quella. Il vangelo di oggi ci aiuta a leggere con fede dentro la storia incamminata verso quel futuro.

Il discorso del Signore nasce dall’incanto di alcuni che osservano l’opera umana in cui normalmente ci si radunava: il tempio (v.5). Gesù annuncia senza mezzi termini la sua prossima distruzione (v.6). Non ci fa male apprezzare la bellezza dell’opera umana guardando le nostre chiese, ma è indubbio che si può rimanere così preoccupati di quel che appare in esse, da perdere sia la natura che l’orizzonte della fede. In tal caso ci può far male. Si finisce per preoccuparsi di più del tempio fatto da mani d’uomo invece che del tempio nuovo, quello non fatto da mani d’uomo (cfr. Gv 2,19-20), dove Dio vuole essere adorato (cfr. Gv 4,23-24). La domanda successiva sorge dall’affermazione del Maestro (v.7): gli si chiede il tempo e il segno dell’evento distruttivo predetto, perché per gli ebrei la fine del tempio corrispondeva alla fine del mondo; come tutti quelli che anche oggi continuano a occuparsi maggiormente di conoscere “quando” e “quali segni” accompagnano la fine del mondo. Gesù non soddisfa il prurito di curiosità circa il futuro, né l’ansia di vedere segni nel presente. Egli si è sempre sottratto e si sottrarrà sempre a rispondere a questo tipo di richieste. Anzi, nella ripresa del suo discorso, Gesù avverte di non seguire tutti quelli che si presentano nel suo nome ad annunciare la fine imminente: non andate dietro a loro! (vv.8-9) In genere si tratta di persone che presentano credenziali come carismi particolari, doti medianiche o personali rivelazioni non certificate. E devo purtroppo dire che ce ne sono molti nella sua chiesa, e che molti gli vanno dietro. Ricordo che da ragazzo, nei miei primi passi di conversione, è toccato anche a me passare nelle case di vari fra essi: ho scoperto che si incontrano tra cristiani che frequentano molto la messa, moltiplicano le preghiere e i digiuni, sono fedelissimi a tre/quattro se non cinque devozioni, nonché presentissimi in tutti i maggiori santuari cattolici. La grazia ricevuta di guide spirituali sicure e un progressivo avvicinamento alla Parola di Dio mi hanno aiutato a non andar dietro a quel clima di intimidazione religiosa che si creava intorno a loro con annessi presagi di sventura. Cosa c’è alla radice di questa antica curiosità “religiosa” di conoscere tempo e segni della fine del mondo? E’ il solito tentativo umano di tener sotto controllo una realtà spesso infida e un Dio che sembra non avere potere su di essa. Ma questa non è la fede che ci ha donato Gesù Cristo: non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine (v.9).

Il Signore ci dice con chiarezza che la realtà di questo mondo è sempre avvolta da fatti umani tragici come pure da rivolgimenti naturali e cosmici (vv.10-11). Davanti ad essi, ci invita a non farci vincere dalla paura, perché l’indizio della fine di tutte le cose, della vicinanza del Regno di Dio, in realtà non è rappresentato da questi eventi, ma dalla testimonianza dei suoi discepoli che continuano la storia di Gesù nella propria carne. Come dire: ogni giorno, per chi vive di fede, è la fine del mondo, e nello stesso tempo è il sorgere di un mondo nuovo. Nel piccolo brano che troviamo nella prima lettura di oggi, il profeta Malachia esprime felicemente questa verità: ma per voi, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con i suoi raggi benefici (Mal 3,20). La vita è un banco di prova dove alla lunga esce allo scoperto il “cristiano” che usa il nome di Gesù ingannando se stesso e gli altri, perché cerca la propria gloria attirando l’attenzione su di sé (cfr. At 20,30); ma esce allo scoperto anche il vero cristiano, il discepolo che condivide il destino di Gesù, essendo disposto a subire lo stesso odio del mondo che si abbatté su di Lui: sarete odiati da tutti a causa del mio nome (v.17). Il Signore ha assicurato che il suo discepolo non sarà lasciato a sé stesso. La sua stessa irresistibile parola e sapienza sarà sulla sua bocca (v.15). Ed è assicurata la salvezza integrale della propria persona a motivo della perseverante pazienza nel soffrire la persecuzione (v.19). Non posso fare a meno di riproporre a questo punto, come esemplare testimonianza di quanto detto, la lettera-testamento trovata nello studio di Shahbaz Bhatti, ministro per le minoranze religiose del Pakistan, assassinato il 2 marzo 2011 a motivo della fastidiosa operosità della sua fede:

“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia. Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nell’amore e nel sacrificio della crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire il mio servizio alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai una predica sul sacrificio d’amore di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico. Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio d’amore della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri. Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione. Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù, ed io potrò guardarlo senza provare vergogna”.  

+Shahbaz Bhatti, 2 marzo 2011
+Shahbaz Bhatti, 2 marzo 2011

Il Signore ci faccia dono del suo Santo Spirito per poter essere sempre segno di quel mondo nuovo che Lui stesso ha cominciato con il dono della sua vita.

BUONA DOMENICA!

IL TUO VOLTO IO CERCO

XXI DOMENICA DEL T.O.

Sap 11,22-12,2; 2Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10

 

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

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Ci sono pagine del vangelo che fanno letteralmente scatenare la fantasia: in questi casi, perdo il controllo della mia facoltà immaginativa. Il vangelo di domenica è una di queste pagine. Per favore, perdonate subito chi scrive se nel commento si prenderà qualche licenza narrativa…

Il Signore Gesù sta entrando a Gerico, la città inespugnabile (cfr. Gs 6,1ss.). E lì vive un uomo inespugnabile, Zaccheo, il ricco capo dei pubblicani (Lc 19,2). Egli è uno di quelli di cui il Signore dice: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio (Lc 18,25); uno davanti al quale anche noi, insieme ai primi discepoli, ci interroghiamo: “e chi si può salvare?” (Lc 18,26). Ma Zaccheo, quel giorno, udì il frastuono della gente che faceva ressa attorno a un uomo. Perché tutta quella agitazione? La notizia giunse anche alle sue orecchie: “sta passando in città Gesù, il Rabbi di Nazareth!” (Lc 19,1) Il cuore di Zaccheo è colto da una improvvisa ma non definibile emozione. Esce fuori, si dirige nella calca, anche lui vuole vedere Gesù. Cerca e ricerca un punto di osservazione adeguato, ma non gli riesce; nella folla son tutti più alti di lui, non gli permettono di vederlo (Lc 19,3). Zaccheo non desiste. Perché non ha rinunciato? Perché non ha lasciato perdere questa sua voglia? Perché questa curiosità? Cosa aveva dentro di sé da ingegnarsi così tanto a cercare un posto dove poter finalmente vedere il figlio del falegname di Galilea? Forse che qualche cittadino compiacente non poteva farlo salire sul balcone di casa sua? O forse sapeva che qualsiasi richiesta di questo tipo sarebbe stata respinta, disprezzato e scomunicato com’era presso la cittadinanza e le autorità religiose?

Cercava di vedere Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Cercava di vedere Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Una volta mi trovavo a meditare questo testo da solo, davanti al tabernacolo. Ho rivolto direttamente questi interrogativi a Zaccheo, convinto di essere ascoltato. In fondo, mi dicevo, è uno dei primi amici di Gesù, è un santo, me lo farà questo piacere! Non ho avuto risposte dirette, ma condivido volentieri quel che ho sentito formarsi nel profondo della mia interiorità, mentre meditavo. Allora Zaccheo corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là (Lc 19,4). Il capo dei pubblicani vede la strada che Gesù deve percorrere. Più avanti, vede che c’è un bell’albero frondoso: da lì si può vederlo bene, lì si può anche rimanere nascosti da occhi indiscreti! Non so se Zaccheo avrebbe potuto dire con parole sue cosa esattamente lo muovesse a salire su quell’albero. E poi diciamocelo, é un po’ ridicolo alla sua età: non è forse quando si è bambini che si sale sugli alberi? Anzi, penso sinceramente che non sapesse proprio il senso profondo di quel che faceva, ma lo fece! Forse, nella sua vita socialmente e religiosamente disprezzata, c’era una fame profonda che né il potere né il denaro di cui disponeva riuscivano a soddisfare. Forse, da qualche parte, aveva udito parlare di questo strano maestro che non si rifiutava di stare e persino di mangiare con peccatori come lui: come era possibile? Forse aveva sentito parlare della lezione data a Simone il fariseo, in casa sua, con una nota prostituta di quel luogo (Lc 7,36-50). Forse era nato in lui un desiderio: “sarebbe bello conoscere questo Gesù! Non ho mai sentito finora di un rabbino in Israele che si intrattenga volentieri con gente come noi, che mangi anche in casa di persone come noi…sarà vero che costui parla e agisce così? Se Lui è così, come può essere il suo volto? Come può essere la sua voce? Cosa può fare la sua parola in chi l’ascolta?”. Zaccheo cercava di vedere chi era Gesù. Quel balzo sull’albero mi sembra rivelare che in lui non ci sia la morbosa curiosità “gossippara” di Erode (cfr. Lc 9,9 e 23, 8-9), tanto diffusa oggi, ma l’attrazione misteriosa di chi si chiede: “chi è veramente Gesù?”. Perché c’è una curiosità “possessiva”, quella di chi cerca con lo sguardo una persona ma solo per poterla controllare; e c’è anche una curiosità “contemplativa”, quella di chi cerca con un altro sguardo la persona, aprendosi al suo mistero, senza pretendere nulla da essa.

Zaccheo sul sicomoro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Zaccheo sul sicomoro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Zaccheo si è sistemato tra i rami del sicomoro: gli basta vedere a distanza Gesù, non desidera altro. Il momento dell’incontro è imminente: “finalmente da quassù vedrò il suo volto un po’ da vicino, vedrò come guarda gli altri attorno a sé, vedrò se davvero come dicono ci sono peccatori come me che camminano vicino a lui, vedrò…”. Come non ricordare le parole di quel salmo? Il mio cuore ripete il tuo invito: “cercate il mio volto”. Il tuo volto Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto (Sal 26). Gesù giunge sul posto. Ed ecco, il suo maestoso sguardo si alza verso di lui: Zaccheo scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua (Lc 19,5). Sorpresa inaudita! Zaccheo ha un sussulto di gioia e obbedisce istintivamente all’invito/auto-invito del Signore (Lc 19,6).

Scese in fretta con gioia, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Scese in fretta con gioia, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

L’uomo che cercava con lo sguardo lo sconosciuto Gesù ora scopre che dal Suo sguardo era cercato e persino conosciuto per nome! Oggi stesso il maestro sarà a casa sua! Gesù a casa dell’immondo Zaccheo, il capo dei pubblicani! Non è possibile,…anzi sì! Perché ciò che è impossibile presso gli uomini è possibile a Dio! Tutto è possibile a Dio! (Mc 10,27). Che cos’è la fede cristiana secondo Zaccheo? E’ incontrare Gesù e rimanere sbalorditi dal suo modo di guardarti e relazionarsi con te. E’ scoprire personalmente che quello che si dice su di Lui non sono frottole, non sono nemmeno storie belle per pochi eletti, ma è un dono per tutti, anche per me!

Gesù a casa di Zaccheo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Gesù a casa di Zaccheo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

“E Gesù va nella casa di Zaccheo, suscitando le critiche di tutta la gente di Gerico – perché anche a quel tempo si chiacchierava tanto! – che diceva: ma come? Con tutte le brave persone che ci sono in città, va a stare proprio da quello schifoso di pubblicano? Sì, da lui, perché lui era perduto; e Gesù dice: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo» (Lc 19,9). In casa di Zaccheo, da quel giorno, entrò la gioia, entrò la pace, entrò la salvezza, entrò Gesù. Non c’è professione o condizione sociale, non c’è peccato o crimine di alcun genere che possa cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli. Il nome Zaccheo significa “Dio ricorda”: Egli ricorda sempre, non dimentica nessuno di quelli che ha creato; Lui è Padre, sempre in attesa vigile e amorevole di veder rinascere nel cuore del figlio il desiderio del ritorno a casa. E quando riconosce quel desiderio, anche semplicemente accennato, e tante volte quasi incosciente, subito gli è accanto, e con il suo perdono gli rende più lieve il cammino della conversione e del ritorno. Guardiamo Zaccheo, oggi, sull’albero: il suo è un gesto ridicolo, ma è un gesto di salvezza. E io dico a te: se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti. Pensa che qualcuno ti aspetta perché mai ha smesso di ricordarti; e questo qualcuno è tuo Padre, è Dio che ti aspetta! Arrampicati, come ha fatto Zaccheo, sali sull’albero della voglia di essere perdonato; io ti assicuro che non sarai deluso. Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare! Ricordatelo bene, così è Gesù. Lasciamoci anche noi chiamare per nome da Gesù! Nel profondo del cuore, ascoltiamo la sua voce che ci dice: “Oggi devo fermarmi a casa tua”, cioè nel tuo cuore, nella tua vita. E accogliamolo con gioia: Lui può cambiarci, può trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne, può liberarci dall’egoismo e fare della nostra vita un dono d’amore. Gesù può farlo; lasciati guardare da Gesù!” (Papa Francesco, Angelus, 3.11.2013)

Le ultime parole di Gesù nel vangelo generalmente sono anche tra le prime ad essere dimenticate: Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10). Cercare e salvare: identità e missione del Signore Gesù, identità e missione della sua chiesa che prosegue nella storia. Volto di Dio, volto della chiesa. Dio ci faccia la grazia di non perdere di vista il suo Volto, perché subito perderemmo di vista il nostro.

BUONA DOMENICA!

 

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Hay páginas del evangelio que hacen literalmente desencadenar la fantasía: en estos casos, pierdo el control de mi facultad imaginativa. El evangelio del domingo es una de estas páginas. Por favor, perdonen inmediatamente a quien escribe si en el comentario se tomará algunas licencias narrativas…

El Señor Jesús está entrando a Jericó, la ciudad inexpugnable (cfr. Gs 6,1ss.). Y allí vive un hombre inexpugnable, Zaqueo, el rico jefe de los publicanos (Lc 19,2). Él es uno de aquellos del cual el Señor dice: es más fácil para un camello pasar por el ojo de una ajuga que para un rico entrar en el Reino de Dios (Lc 18,25); uno delante al cual también nosotros, junto a los primeros discípulos, nos preguntamos:  y “¿Quién podrá salvarse entonces? (Lc 18,26). Pero Zaqueo, aquél día, oyó el ruido de la gente que hacia alboroto alrededor de un hombre. ¿Por qué toda esa agitación? La noticia llegó también a sus oídos: “está pasando Jesús por la ciudad, ¡el Rabí de Nazaret!” (Lc 19,1) El corazón de Zaqueo viene tomado por una imprevista pero no definible emoción. Sale afuera, se dirige al tumulto, también él quiere ver a Jesús. Busca y rebusca un punto de observación adecuado, pero no logra; en el gentío son todos más altos que él, no le permiten verlo (Lc 19,3). Zaqueo no desiste. ¿Por qué no ha renunciado? ¿Por qué no ha dejado este deseo suyo? ¿Por qué esta curiosidad? ¿Qué tenía dentro de sí para ingeniarse así tanto en el buscar un lugar donde poder finalmente ver al hijo del carpintero de Galilea? ¿Quizás que algún ciudadano complaciente no pudo hacerlo subir sobre el balcón de su casa? ¿O quizás sabía que cualquier pedido de este tipo hubiera sido rechazado, despreciado y excomulgado como era delante de la ciudadanía y las autoridades religiosas?

Una vez me encontraba solo a meditar este texto delante del sagrario. He dirigido directamente estos interrogantes a Zaqueo, convencido de ser escuchado. En fondo, me decía, es uno de los primeros amigos de Jesús, es un santo, ¡me hará este favor! No he tenido respuestas directas, pero comparto con mucho gusto lo que he sentido formarse en lo más profundo de mi interioridad, mientras meditaba.

Entonces se adelantó corriendo y se subió a un árbol para verlo cuando pasara por allí (Lc 19,4). El jefe de los publicanos ve el camino que Jesús debe recorrer. Más adelante, ve que hay un árbol frondoso: de allí se puede verlo bien, ¡allí también se puede quedarse escondido de los ojos indiscretos! No sé si Zaqueo hubiera podido decir con palabras suyas qué cosa exactamente lo movía a subir sobre ese árbol. Y luego digámonoslo, es un poco ridículo a su edad: ¿no es quizás que cuando se es niño se sube sobre los árboles? Además, sinceramente pienso que no sabía el sentido profundo de lo que hacía, pero ¡lo hizo! Quizás, en su vida socialmente y religiosamente despreciada, había un hambre profunda que ni el poder ni el dinero del cual disponía lograban a satisfacerlo. Quizás, en algún lugar, había escuchado hablar de este extraño maestro que no se negaba de estar y hasta de comer con pecadores como él: ¿Cómo era posible? Quizás había escuchado hablar de la lección dada a Simón el fariseo, en su casa, con una notable prostituta de aquél lugar (Lc 7,36-50). Quizás había nacido en él un deseo: “¡sería hermoso conocer este Jesús! No he escuchado hasta ahora de un rabí en Israel que se detenga con gusto con gente como nosotros, que coma también en casa de personas como nosotros… ¿será verdadero que este habla y actúa así? Si Él es así, ¿cómo será su rostro? ¿Cómo será su voz? ¿Qué puede hacer su palabra en quien lo escucha?”. Zaqueo quería ver cómo era Jesús. Aquél rebote sobre el árbol me parece revelar que en él no esté la morbosa curiosidad “posesiva” de Herodes (cfr. Lc 9,9 y 23,8-9), tan difundida hoy, sino la atracción misteriosa de quien se pregunta: “¿quién es verdaderamente Jesús?”. Porque hay una curiosidad “chismosa”, aquella de quien busca con la mirada a una persona pero solo para poderla controlar; y hay también una curiosidad “contemplativa”, aquella de quien busca con otra mirada a la persona, abriéndose a su misterio, sin pretender nada de ella.

Zaqueo se ha ubicado entre las ramas del árbol: le basta ver a distancia a Jesús, no desea más. El momento del encuentro es inminente: “finalmente desde aquí arriba veré su rostro un poco más cerca, veré como mira a los demás alrededor suyo, veré si verdaderamente como dicen hay pecadores como yo que caminan cerca de él, veré…”. ¿Cómo no recordar las palabras de aquel salmo? Mi corazón de ti me habla diciendo: “Procura ver mi faz”. Es tu rostro, Señor, lo que yo busco, no me escondas tu rostro (Sal 26)

Jesús llega al lugar. Y he aquí, su majestosa mirada se levanta hacia él: Zaqueo, baja en seguida, pues hoy tengo que quedarme en tu casa (Lc 19,5). ¡Sorpresa inaudita! Zaqueo tiene un sobresalto de gozo y obedece instintivamente a la invitación / auto-invitación del Señor (Lc 19,6). ¡El hombre que buscaba con la mirada al desconocido Jesús ahora descubre que de Su mirada era buscado y hasta conocido por nombre! ¡Hoy mismo el maestro estará en su casa! Jesús en la casa del inmundo Zaqueo, ¡el jefe de los publicanos! No es posible,… ¡pero sí! Porque para los hombres es imposible, pero no para Dios, porque para Dios ¡todo es posible! (Mc 10,27). ¿Qué es la fe cristiana según Zaqueo? Es encontrar a Jesús quedándonos asombrados de su modo de mirarte y relacionarse contigo. Es descubrir personalmente que aquello que se dice sobre Él no son cuentos, no son ni siquiera historias lindas para pocos elegidos, sino un don para todos, ¡también para mí!

“Y Jesús va a la casa de Zaqueo, suscitando las críticas de toda la gente de Jericó  – porque también en ese tiempo se murmuraba mucho -, que decía: ¿Cómo? Con todas las buenas personas que hay en la ciudad, ¿va a estar precisamente con ese publicano? Sí, porque él estaba perdido; y Jesús dice: «Hoy ha sido la salvación de esta casa, pues también éste es hijo de Abrahán» (Lc 19, 9). En la casa de Zaqueo, desde ese día, entró la alegría, entró la paz, entró la salvación, entró Jesús. No existe profesión o condición social, no existe pecado o crimen de algún tipo que pueda borrar de la memoria y del corazón de Dios a uno solo de sus hijos. El nombre Zaqueo significa «Dios recuerda», Él recuerda siempre, no olvida a ninguno de aquellos que ha creado. Él es Padre, siempre en espera vigilante y amorosa de ver renacer en el corazón del hijo el deseo del regreso a casa. Y cuando reconoce ese deseo, incluso simplemente insinuado, y muchas veces casi inconsciente, inmediatamente está a su lado, y con su perdón le hace más suave el camino de la conversión y del regreso. Miremos hoy a Zaqueo en el árbol: su gesto es un gesto ridículo, pero es un gesto de salvación. Y yo te digo a ti: si tienes un peso en tu conciencia, si tienes vergüenza por tantas cosas que has cometido, detente un poco, no te asustes. Piensa que alguien te espera porque nunca dejó de recordarte; y este alguien es tu Padre, es Dios quien te espera. Trépate, como hizo Zaqueo, sube al árbol del deseo de ser perdonado; yo te aseguro que no quedarás decepcionado. Jesús es misericordioso y jamás se cansa de perdonar. Recordadlo bien, así es Jesús. ¡Dejémonos también nosotros llamar por el nombre por Jesús! En lo profundo del corazón, escuchemos su voz que nos dice: «Es necesario que hoy me quede en tu casa», es decir, en tu corazón, en tu vida. Y acojámosle con alegría: Él puede cambiarnos, puede convertir nuestro corazón de piedra en corazón de carne, puede liberarnos del egoísmo y hacer de nuestra vida un don de amor. Jesús puede hacerlo; ¡déjate mirar por Jesús!” (Papa Francesco, Ángelus, 3.11.2013)

Las últimas palabras de Jesús en el evangelio generalmente son también entre las primeras a ser olvidadas: el Hijo del hombre de hecho ha venido a buscar y a salvar lo que estaba perdido (Lc 19,10). Buscar y salvar: identidad y misión del Señor Jesús, identidad y misión de su iglesia que prosigue en la historia. Rostro de Dios, rostro de la iglesia. Dios nos haga la gracia de no perder de vista su Rostro, porque inmediatamente perderíamos de vista el nuestro.

DAVANTI ALL’IO O DAVANTI A DIO?

XXX DOMENICA DEL T.O.

Sir 35,15b-17.20-22a; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che confidavano in se stessi e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato»

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Domenica scorsa l’invito di Gesù a perseverare nella preghiera. La parabola infatti era sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi (Lc 18,1). Oggi Gesù invita a verificare l’anima della nostra preghiera e a interrogarsi sulla sua autenticità.

Due uomini salgono al Tempio per pregare. Colpisce subito che la preghiera del fariseo, credente-praticante tipo in Israele, cominci con un grazie a Dio cui segue un immediato inno al proprio io (Lc 18,11-12). E’ come uno che ad un banchetto richiama tutti a dire la preghiera prima di cominciare a mangiare; ringrazia Dio per quello che c’è sulla tavola da condividere insieme, ma poi a tutti si affretta a dire: “tutte queste pietanze le ho preparate io!”. Inoltre, ma guarda un po’, sono il digiuno e la decima di tutto, cioè offerte da fare a Dio, l’oggetto discriminante tra lui e gli uomini che lo circondano, tutti dei poco di buono, compreso quel disgraziato di pubblicano che gli sta alle spalle. In realtà quest’uomo non parla con Dio, perché davanti ha un altro dio come interlocutore: il proprio io. Il suo è un monologo, non un dialogo. Notate bene: stando in piedi. C’è una vita di fede che non sta in piedi, ma che si ostenta stare in piedi. Nel nome dell’osservanza della legge di Dio, ci si rende protagonisti del bene che si fa dimenticando ciò che fa lievitare le opere della autentica fede: nascondimento e umiltà.

Il fariseo al Tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Il fariseo al Tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Il pubblicano, figura di uomo notoriamente deprecato dall’autorità religiosa, non riesce nemmeno ad avvicinarsi e ad alzare gli occhi al cielo, ma si riconosce semplicemente e sinceramente peccatore (Lc 18,13). Gesù dice che costui torna a casa giustificato da Dio mentre l’altro no: per Dio quel giusto non è affatto giusto! Il che vuol dire che il pubblicano invece aveva davanti a sé il Dio vivo e vero, Colui che giustifica l’uomo che riconosce la propria verità. Perché la verità è principio di umiltà, e né l’una né l’altra sono nella natura umana. Perciò il Signore aggiunge alla fine che è necessaria all’uomo l’umiliazione (Lc 18,14).

Il pubblicano al Tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Il pubblicano al Tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Dalla parabola, quale insegnamento per il nostro cammino nella preghiera? Sembra che il vero peccato per Dio sia quello del fariseo, ovvero quello che ci si nasconde accuratamente dietro una falsa immagine di bontà. La vera preghiera, in quanto incontro con il vero Dio, ha questo passaggio necessario: fa uscir fuori la verità del mio cuore. Mi fa vedere il mio peccato e mi unisce a tutti gli uomini facendomeli vedere per quello che sono: sono peccatori, ma sono miei fratelli! Diversamente, mi porta a guardarmi e a cercare me stesso nelle opere di bene fatte magari con tanto sacrificio, ma contrapponendomi e distinguendomi dagli altri uomini. Quest’ultima preghiera (se si può chiamare tale) non spicca nemmeno il volo, rimane nell’illusione di chi parla così tra sé (Lc 18,11). La grazia allora da chiedere davanti a questo vangelo è di riconoscere il fariseo che è in me! Perché se il pericolo di costui era dire al Signore ti ringrazio che non sono come quei peccatori, per noi cristiani invece il pericolo è dirgli ti ringrazio perché non sono come quel fariseo.

Fu chiesto da un giovane a un monaco padre del deserto: cos’è l’umiltà? Quegli rispose: L’umiltà è un opera grande, anzi, è un opera divina. La strada che conduce all’umiltà è la seguente: bisogna pregare, bisogna compiere lavori corporali, bisogna considerarsi uomini peccatori, bisogna sottomettersi a tutti. Allora quel giovane aggiunse: e che cosa vuol dire essere sottomesso a tutti? Il vecchio replicò: uno è sottomesso a tutti quando non bada ai peccati degli altri, ma piuttosto osserva i suoi supplicando ininterrottamente Dio (A.Grün, Il cielo comincia in te, Queriniana, p.29).

Un giorno il Signore Gesù disse a S.Maria Faustina Kowalska: ci sono anime per le quali non posso fare nulla. Sono le anime che spiano continuamente quello che fanno le altre e non sanno quello che avviene nell’intimo del proprio cuore…Povere anime che non ascoltano le mie parole! Restano vuote nel loro intimo perché non mi cercano all’interno del proprio cuore, ma nei pettegolezzi e nei giudizi degli altri, dove io non ci sono mai. Sentono il loro vuoto, ma non riconoscono la loro colpa; e così le anime dove io regno costituiscono per loro un rimorso insopportabile di coscienza (Sr.Maria Faustina Kowalska, Diario, VI quaderno parte 2, LEV).

Il cammino della preghiera è il cammino dell’umiltà di chi si sta conoscendo mentre sta conoscendo Colui che gli dona di conoscersi.

BUONA DOMENICA!

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El domingo pasado la invitación de Jesús a perseverar en la oración. La parábola de hecho era sobre la necesidad de orar siempre, sin cansarnos (Lc 18,1). Hoy Jesús invita a verificar el alma de nuestra oración y a preguntarnos sobre su autenticidad.

Dos hombres suben al Templo para rezar. Impacta inmediatamente que la oración del fariseo, creyente-practicante tipo en Israel, comience con un gracias a Dios en el cual sigue un inmediato himno al propio yo (Lc 18,11-12). Es como uno que en un banquete llama a todos a decir la oración antes de comenzar a comer; agradece a Dios por lo que hay en la mesa para compartir juntos, pero después se apura a decir a todos: “¡todos estos alimentos los he preparado yo!”. Además, pero mira un poco, son el ayuno y el diezmo de todo, o sea prescripciones religiosas, el objeto discriminador entre él y los hombres que lo circundan, todos con poco de bueno, incluido aquél desgraciado del publicano que está a sus espaldas. En realidad este hombre no habla con Dios, porque delante tiene a otro dios como interlocutor: el propio yo. Lo suyo es un monólogo, no un diálogo. Miren bien: de pie. Hay una vida de fe que no está de pie, pero que se ostenta estar de pie. En el nombre del cumplimiento de la ley de Dios, se hacen protagonistas del bien que se hace olvidando lo que hace levitar las obras de la auténtica fe: escondimiento y humildad.

El publicano, figura de hombre notoriamente desaconsejado por la autoridad religiosa, no logra ni siquiera a acercarse y a levantar los ojos al cielo, pero se reconoce simplemente y sinceramente pecador (Lc 18,13). Jesús dice que este regresa a casa justificado por Dios mientras que el otro no: ¡para Dios aquel justo no es de hecho justo! Lo que quiere decir que el publicano tenía delante de sí al Dios vivo y verdadero, Aquél que justifica al hombre que reconoce la propia verdad. Porque la verdad es principio de humildad, y ni una ni la otra están en la naturaleza humana. Por esto el Señor agrega al final que es necesario al hombre la humillación (Lc 18,14).

De la parábola, ¿qué enseñanza para nuestro camino en la oración? Parece que el verdadero pecado para Dios sea lo del fariseo, es decir aquello que se esconde cuidadosamente detrás de una falsa imagen de bondad. La verdadera oración, en cuanto encuentro con el verdadero Dios, tiene este necesario pasaje: saca afuera la verdad de mi corazón. Me hace ver mi pecado y me une a todos los hombres haciéndomelos ver por aquello que son: ¡son mis hermanos! Diversamente, me lleva a mirarme y a buscar a mí mismo en las obras de bien hechas quizás también con tanto sacrificio, pero contraponiéndome y distinguiéndome de los demás. Esta última oración (si se puede llamar tal) no sobresale ni siquiera el vuelo, se queda en la ilusión de quien habla así entre sí (Lc 18,11)

La gracia para pedir entonces delante a este evangelio es de reconocer al fariseo que está en mí! Porque si el peligro de este era decir al Señor te doy gracias porque no soy como los demás hombres, que son ladrones, injustos y adúlteros, para nosotros cristianos en cambio el peligro es decirLe te agradezco porque no soy como aquel fariseo.

Fue preguntado por un joven a un mónaco padre del desierto: ¿Qué es la humildad? Este respondió: La humildad es una obra grande, más bien, es una obra divina. El camino que conduce a la humildad es la siguiente: es necesario rezar, se necesita hacer trabajos corporales, es necesario considerarse hombres pecadores, es neceario someterse a todos. Entonces aquél joven agregó: ¿Qué quiere decir estar sometido a todos? El viejo replicó: uno está sometido a todos cuando no hace caso de los pecados de los demás, sino más bien observa los suyos suplicando inenterrumpidamente a Dios (A.Grün, El cielo comienza en ti, Queriniana, p.29).

Un día el Señor Jesús dijo a S. María Faustina Kowalska: hay almas por las cuales no puedo hacer nada. Son las almas que espian continuamente lo que hacen las otras y no saben lo que sucede en lo íntimo  del propio corazón… ¡Pobres almas que no escuchan mis palabras! Se quedan vacías en su interior porque no me buscan en lo íntimo del propio corazón, sino en las chismoserías y en el juzgar de los demás, donde yo nunca estoy. Sienten su vacío pero no renocen su culpa, y así las almas donde yo reino constituyen para ellos un remordimiento insoportable de consciencia (Sr. Maria Faustina Kowalska, Diario, VI cuaderno parte 2, LEV).

El camino de la oración es el camino de la humildad de quien se está conociendo mientras está conociendo a Aquél que le dona conocerse.

PRIMA LA SALUTE O LA SALVEZZA?

XXVIII DOMENICA DEL T.O.

2Re 5,14-17; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19

11Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 14Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 15Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». 19E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

“La prima cosa, la più importante, è la salute”. “Quando hai la salute, hai tutto”. Sono solo alcune delle espressioni che sin da piccolo sento sulla bocca di tanti. Sembrerebbe proprio così, se consideriamo che le parole salvezza e salute hanno la stessa radice: il latino salus. Ma il vangelo non sembra allinearsi con il comune modo di pensare. Per carità, non che le due realtà non possano coincidere, ma ricordiamo il vangelo di un paio di domeniche fa. Un uomo ricco e satollo, senza problemi di salute; un povero invece pieno di problemi con il corpo coperto di piaghe, privo di salute. Nel post-mortem raccontato nella parabola, solo Lazzaro, che non aveva buona salute in terra, raggiunge la salvezza. Cosa se ne fece invece quel ricco della sua salute? Però voglio chiarirlo subito: questo commento non è né un elogio della sofferenza, né un invito al disprezzo della salute corporale.

I dieci lebbrosi incontrano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
I dieci lebbrosi incontrano Gesù, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

Gesù incontra sul suo cammino verso Gerusalemme dieci lebbrosi che gridano a Lui. Lo chiamano per nome e lo riconoscono anche maestro (v.13). Il Signore ordina loro: andate a presentarvi ai sacerdoti (v.14). L’ordine dato rispetta le norme del libro del Levitico circa la purificazione dei colpiti da lebbra: questa è la legge da applicare al lebbroso per il giorno della sua purificazione. Egli sarà condotto al sacerdote…(Lv 14,2ss.). Osserviamo che Gesù ha ascoltato il grido e ha visto la condizione di quegli uomini ma, nel suo pronto intervento, si è limitato a ordinar loro di fare quello che la parola di Dio già dice in proposito. Due piccole annotazioni al riguardo:

1) nella vita tante volte, per problemi di natura spirituale che non si ha più il coraggio di chiamare “peccati”, c’è chi fa giri interminabili qua e là tra santoni, guru e presunti specialisti in umanità che offrono soluzioni suggestive spesso a caro prezzo, ma a lungo andare privandosi di una vita più serena e felice. Quante cose comincerebbero a sistemarsi nella propria vita, quale pace ritornerebbe nel proprio cuore se si andasse con fiducia dal sacerdote per una sincera confessione sacramentale e per ricevere le indicazioni di un cammino personalizzato!

2) i 10 lebbrosi, obbedendo alle parole di Gesù, vengono guariti mentre sono in cammino (v.14). Segno che conferma quanto detto sopra al punto 1. Le nostre infermità interiori di cui la lebbra è figura, guariscono all’interno del cammino di fede che intraprendiamo. Ed è l’obbedienza alla parola di Dio che ci guarisce! Inoltre, questo significa che per seguire Gesù non bisogna aspettare di essere prima puri, sani e santi. La guarigione e la salvezza sono doni consequenziali alla decisione di dar fiducia a Gesù e alle sue parole.

Il samaritano guarito dalla lebbra, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016
Il samaritano guarito dalla lebbra, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2016

E veniamo al nucleo più importante del messaggio evangelico. Uno dei dieci vedendosi guarito tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un samaritano (vv.15-16). Dieci vengono guariti, ma uno solo ritorna verso Gesù per ringraziare e per giunta samaritano, cioè uno doppiamente escluso dalla salvezza secondo il pensiero religioso del tempo: perché era lebbroso e per il suo status di cittadino etnicamente impuro. Gesù lo chiama straniero (v.18). Ancora una volta il vangelo ci mette di fronte al tema della fede che il Signore incontra laddove non dovrebbe manifestarsi (cfr. Lc 9,53). Le domande che Gesù si pone davanti a quell’uomo sono in sé stesse la strada migliore per cogliere il nocciolo del suo insegnamento. La salvezza della nostra vita non consiste nel guarire dalla propria lebbra, ma incontrare Chi ci guarisce. La salvezza non coincide con una buona salute, anche se è sempre auspicabile averla. Se, come diceva un antico padre (S.Ireneo di Lione), il fine della vita dell’uomo è dar lode e gloria al suo Creatore, allora possiamo comprendere il risalto delle domande e l’affermazione finale nel vangelo. E’ la relazione con Gesù che ci salva. La salute è uno dei tanti doni che può farmi ricordare il Donatore, ma me ne può anche allontanare se diventa più importante di Lui! Ecco quanto il credente deve ricordare.

Alzati e cammina; la tua fede ti ha salvato! (v.19) Se è la fiducia nel rapporto con Gesù a salvare la mia vita, allora la salute può esserci ma può anche non esserci. Come la stessa esperienza umana ci insegna quando incontriamo persone (e quante ce ne sono!…) che pur non godendo affatto di buona salute ci sono di esempio nella fede. La salvezza, salute interiore dell’anima, con o senza una buona salute, è vivere grati a Dio, anche su una sedia a rotelle! Per il discepolo di Cristo il dono più importante, il dono che Dio ci ha già fatto, il dono da accogliere ogni giorno nella preghiera, è incontrare e riconoscere il Donatore nel proprio cuore. Chi ha orecchi per intendere, intenda.

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“La primera cosa, la más importante, es la salud”. “Cuando tienes la salud, tienes todo”. Son solo algunas de las expresiones que desde cuando era pequeño escucho de la boca de tantos. Pareciera justamente así, si consideramos que las palabras salvación y salud tienen la misma raíz: el latín salus. Pero el evangelio no parece alinearse con el común modo de pensar. Por favor, no es que las dos realidades no puedan coincidir, pero basta recordar el evangelio de hace un par de domingos. Un hombre rico y satisfecho, sin problemas de salud; un pobre en cambio lleno de problemas con su cuerpo lleno de heridas, sin salud. En la post-muerte relatado en la parábola, solo Lázaro, que no tenía buena salud en la tierra, alcanza la salvación. ¿Qué cosa hizo en cambio aquél rico de su salud? Pero quiero aclararlo inmediatamente: este comentario no es ni el elogio del sufrimiento, ni la invitación al desprecio de la salud corporal.

Jesús encuentra en su camino hacia Jerusalén 10 hombres que gritan a Él. Lo llaman por nombre y lo reconocen también como maestro (v.13). El Señor ordena a ellos: vayan a presentarse a los sacerdotes (v.14). La orden dada respeta las normas del libro del Levítico acerca de la purificación de los enfermos de lepra: esta es la ley para aplicar al leproso por el día de su purificación. Él será conducido al sacerdote… (Lev 14,2ss.).

Es interesante observar que Jesús ha escuchado el grito y ha visto la condición de esos hombres pero, en su pronta intervención, se ha limitado a ordenar a ellos de hacer aquello que la palabra de Dios ya dice a propósito. Dos pequeñas anotaciones al respecto:

1) en la vida tantas veces, por problemas de naturaleza espiritual que no se tiene más el coraje de llamar “pecados”, hay quien da vueltas interminables aquí y allá entre santones, brujos y presuntos especialistas en cosas humanas que ofrecen soluciones sugestivas normalmente a caro precio, pero a la larga privándose de una vida más serena y feliz. ¡Cuántas cosas comenzarían a arreglarse en la propia vida, qué paz regresaría en el propio corazón si se iría con confianza al sacerdote para una sincera confesión sacramental y para recibir las indicaciones de un camino personalizado!

2) los 10 leprosos, obedeciendo a las palabras de Jesús, vienen sanados mientras están en camino (v.14). Signo que confirma lo dicho arriba en el punto 1. Nuestras enfermedades interiores de la cual la lepra es figura, sanan dentro del camino de fe que emprendemos. ¡Y es la obediencia a la palabra de Dios que nos sana! Además, esto significa que para seguir a Jesús en su camino no es necesario esperar a ser primero puros, sanos y santos. La sanación y la salvación son dones consecuenciales a la decisión de dar confianza a Jesús y a sus palabras.

Y vamos al núcleo más importante del mensaje evangélico. Uno de los diez viéndose sanado volvió atrás alabando a Dios a gran voz, y se postró delante de Jesús, a sus pies, para agradecerle. Era un samaritano (vv.15-16). Diez son sanados, pero uno solo regresa hacia Jesús para agradecer y además samaritano, o sea uno doblemente excluido de la salvación según el pensamiento religioso del tiempo: porque era leproso y por su status de ciudadano étnicamente impuro. Jesús lo llama extranjero (v.18) Una vez más el evangelio nos pone delante al tema de la fe que el Señor encuentra allí donde no debería manifestarse (cfr. Lc 9,53). Las preguntas que Jesús se pone delante a ese hombre son en sí mismas el mejor camino para coger el corazón de su enseñanza. La salvación de nuestra vida no consiste en sanar de nuestra propia lepra, sino en encontrar a Quien nos sana. La salvación no coincide con una buena salud. También si es siempre deseable tenerla. Si, como decía un antiguo padre (S. Ireneo di Lione) el final de la vida del hombre es dar alabanza y gloria a su Creador, entonces podemos comprender el resalto de las preguntas y la afirmación final en el evangelio. Es la relación con Jesús que nos salva. ¡La salud es uno de los tantos dones que puede hacerme recordar al Donador, pero me puede también alejar si se vuelve más importante que Él!. He aquí lo que el creyente debe recordar.

¡Levántate y camina; tu fe te ha salvado! (v.19) Si es la confianza en la relación con Jesús en salvar mi vida, entonces la salud puede estar pero puede también no estar. Como la misma experiencia humana nos enseña cuando encontramos a personas (¡y cuántas hay!…) que aun no gozando de hecho de buena salud son de ejemplo en la fe. La salvación, salud interior del alma, con o sin una buena salud, es vivir felices porque gratos a Dios, ¡también sobre una silla de ruedas! Para el discípulo de Cristo el don más importante, el don que Dios ya nos ha hecho, el don para acoger cada día en la oración, es encontrar y reconocer al Donador en el propio corazón. Quien tenga oídos para entender, entienda.

L’ALDILÀ COMINCIA ALDIQUA’

XXVI DOMENICA DEL T.O.

Am 6,1a.4-7; 1Tm 6,11-16; Lc 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: 19C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di bisso finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. 25Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 27E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. 29Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. 30E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. 31Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

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La vita non ci è data in proprietà. Ci è data in amministrazione. Questo è quello che dice la Bibbia dappertutto. Che ci piaccia o non ci piaccia, finiremo per metterla al servizio di qualcuno o di qualcosa. Questo il senso profondo del vangelo di domenica scorsa, nel racconto della parabola dell’amministratore disonesto, come anche nelle successive e perentorie parole del Signore che ci avverte sull’impossibilità di servire due padroni: poiché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e il denaro (Lc 16,13). La parabola del vangelo di oggi riprende plasticamente questo avvertimento.

Un povero di nome Lazzaro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Un povero di nome Lazzaro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco epulone, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco epulone, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Un uomo ricco senza nome e un uomo povero di nome Lazzaro sono vicinissimi: il povero infatti, “stava alla sua porta” (v.20). Come mai il ricco non lo vede se è alla porta? Lazzaro non ha voce, ma il suo corpo coperto di piaghe grida aiuto. Come è possibile non vederlo, se persino i cani si accorgevano di Lazzaro? (v.21) La prima scena del racconto, situata aldiquà della vita, è già tremenda per se stessa nel suo messaggio. In certi frangenti, credo che la stessa Parola di Dio spieghi la Parola di Dio meglio di qualsiasi commento. Sentite cosa dice il Salmo 49 dal v.7 al v.21:

Essi confidano nella loro forza,
si vantano della loro grande ricchezza.
Ma nessuno può riscattare se stesso,
o dare a Dio il suo prezzo.
Per quanto si paghi il riscatto di una vita,
non potrà mai bastare
per vivere senza fine,
e non vedere la tomba.
Lo stolto e l’insensato periranno insieme
e lasceranno ad altri le loro ricchezze.
Il sepolcro sarà loro casa per sempre,
loro dimora per tutte le generazioni,
eppure hanno dato il loro nome alla terra.
Ma l’uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.
Questa è la sorte di chi confida in se stesso,
l’avvenire di chi si compiace nelle sue parole.
Come pecore sono avviati agli inferi,
sarà loro pastore la morte;
scenderanno a precipizio nel sepolcro,
svanirà ogni loro parvenza:
gli inferi saranno la loro casa.
Se vedi un uomo arricchirsi, non temere,
se aumenta la gloria della sua casa.
Quando muore con sé non porta nulla,
né scende con lui la sua gloria.
Nella sua vita lo si diceva fortunato:
«Ti loderanno, perché ti sei procurato del bene».
Andrà con la generazione dei suoi padri
che non vedranno mai più la luce.
L’uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.

Già secoli prima lo Spirito Santo aveva ispirato il salmista a scrivere con parole indelebili la triste possibilità che il cuore dell’uomo si accechi a un punto tale da perdere per sempre il senso della vita e a ridursi, ahimè, come un animale. Perché non essere toccati dalla sofferenza altrui, rimanere indifferenti a chi è nel bisogno, è segnale preoccupante di un cammino che avanza verso la morte interiore, ovvero di un cuore che sta spegnendo la propria capacità di amare. La seconda scena del vangelo infatti, spingendosi aldilà di questa vita, viene a confermare e a illustrarci questo salmo. Dopo la morte di entrambi, la situazione è totalmente capovolta: Lazzaro si trova con Abramo, simbolo del paradiso di tutti coloro che hanno creduto e confidato nella Parola di Dio. Il ricco si trova negli inferi tra i tormenti, simbolo di tutti coloro che pongono la propria sicurezza nelle ricchezze di questo mondo e non si curano affatto di quello che dice la Parola di Dio (v.23). Ma guarda un po’: solo ora il ricco degna di uno sguardo Lazzaro. Adesso è il ricco a gridare il suo bisogno. “Egli sembra vedere Lazzaro per la prima volta, ma le sue parole lo tradiscono: «Padre Abramo – dice – abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Adesso il ricco riconosce Lazzaro e gli chiede aiuto, mentre in vita faceva finta di non vederlo. Quante volte tanta gente fa finta di non vedere i poveri! Per loro i poveri non esistono! Prima gli negava gli avanzi della sua tavola, e ora vorrebbe che gli portasse da bere!” (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016) Nonostante Abramo risponda con misteriosa dolcezza, non è più possibile cambiare la situazione (vv. 25-26). Troppo tardi. Anche qui, il versetto di un altro libro della Bibbia è la più chiara spiegazione di questo passo della parabola: chi chiude l’orecchio al grido del povero, griderà a sua volta, ma non otterrà risposta (Proverbi 21,13).

Lazzaro portato dagli angeli, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Lazzaro portato dagli angeli, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Il messaggio è chiarissimo: l’ammonizione severa è per tutti coloro che vivono in una prosperità egoistica senza curarsi degli inviati speciali (i poveri) che Dio manda alle nostre porte. L’intento non è certo quello di spaventare, ma di invitare costoro ad una urgente e fattiva conversione. La possibilità di finire negli inferi tra i tormenti è seria, realissima. Da notare che non si dice nella parabola che Dio mandò negli inferi quel ricco. Negli inferi (o nel paradiso) ci si va con le nostre scelte. Il nostro aldilà comincia aldiquà. Perciò, senza inutili ansie, non c’è tempo da perdere! Abbiamo solo questa vita per credere alle parole del Signore che domenica scorsa aggiungeva: fatevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando questa verrà a mancare essi vi accolgano nelle dimore eterne (Lc 16,9). I poveri sono la possibilità di salvezza che Dio offre instancabilmente a ogni ricco accecato dal proprio benessere e preoccupato solo della sua sussistenza (cfr. Lc 12,16-21). Quel ricco ebbe una vita intera per farsi amico Lazzaro, ma non lo fece. Forse dentro di sé era come quei farisei che si fecero beffe di Gesù quando diede questo insegnamento (Lc 16,14). Ma rifiutarsi di ascoltare il grido del povero è rifiutare Dio. Escludendo Lazzaro, quel ricco non ha tenuto in alcun conto né il Signore, né la sua legge. Ignorare il povero è disprezzare Dio! Questo dobbiamo impararlo bene: ignorare il povero è disprezzare Dio! (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016)

Il ricco negli inferi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013
Il ricco negli inferi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2013

Bene, allora stiamo capendo qualcosa di importante per una sincera verifica della nostra fede. Le ricchezze nelle nostre mani non sono segno di benedizione, anzi, se le nostre mani non si aprono alla loro condivisione possono diventare causa di rovina eterna. Ma se le mani si aprono al dono verso i poveri, ecco che la benedizione di Dio ci sovrasta. C’è una furbizia del mondo che inganna e rende schiavo il cuore dell’uomo conducendolo verso la morte eterna; ma c’è anche un’altra furbizia che attira la benedizione e ci conduce a Dio. La morte, diceva un noto comico napoletano (Totò), è una “livella”: è molto democratica in quanto comune esperienza del ricco come del povero. Ma per noi credenti non lo è. La morte è soltanto la porta d’ingresso al giudizio di Dio. Lasciamo tirare le opportune conclusioni alla già citata catechesi di Papa Francesco: “Abramo in persona offre la chiave di tutto il racconto: egli spiega che beni e mali sono stati distribuiti in modo da compensare l’ingiustizia terrena, e quella porta che separava in vita il ricco dal povero, si è trasformata in «un grande abisso». Finché Lazzaro stava sotto casa sua, per il ricco c’era la possibilità di salvezza, ma ora che entrambi sono morti, la situazione è diventata irreparabile. Dio non è mai chiamato direttamente in causa, ma la parabola mette chiaramente in guardia: la misericordia di Dio verso di noi è legata alla nostra misericordia verso il prossimo; quando manca questa, anche quella non trova spazio nel nostro cuore chiuso, non può entrare. Se io non spalanco la porta del mio cuore al povero, quella porta rimane chiusa, anche per Dio. E questo è terribile!… A questo punto, il ricco pensa ai suoi fratelli, che rischiano di fare la stessa fine, e chiede che Lazzaro possa tornare nel mondo ad ammonirli. Ma Abramo replica: «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro». Per convertirci, non dobbiamo aspettare eventi prodigiosi, ma aprire il cuore alla Parola di Dio, che ci chiama ad amare Dio e il prossimo. La Parola di Dio può far rivivere un cuore inaridito e guarirlo dalla sua cecità. Il ricco conosceva la Parola di Dio, ma non l’ha lasciata entrare nel cuore, non l’ha ascoltata, perciò è stato incapace di aprire gli occhi e di avere compassione del povero. Nessun messaggero e nessun messaggio potranno sostituire i poveri che incontriamo nel cammino, perché in essi ci viene incontro Gesù stesso: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40), dice il Signore. Così, nel rovesciamento delle sorti che la parabola descrive è nascosto il mistero della nostra salvezza.” (Papa Francesco, Udienza pubblica generale del 18.05.2016)

BUONA DOMENICA!

 

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La vida no nos ha sido dada como propiedad. Nos es dada en administración. Esto es aquello que nos dice la Biblia por todas partes. Que nos guste o no nos guste, terminaremos por ponerla al servicio de alguien o de algo. Este es el sentido profundo del evangelio del domingo pasado, en el relato de la parábola del administrador deshonesto, como también en las sucesivas y perentorias palabras del Señor que nos advierte sobre la imposibilidad de servir a dos padrones: porque u odiará a uno y amará al otro, o también se aficionará a uno y despreciará al otro. No pueden servir a Dios y al dinero (Lc 16,13). La parábola del evangelio de hoy retoma plásticamente esta advertencia.

Un hombre rico sin nombre y un hombre pobre de nombre Lázaro están cerquísima: el pobre de hecho, “estaba en su puerta” (v.20). ¿Cómo así el rico no lo ve si está en su puerta? Lázaro no tiene voz, pero su cuerpo cubierto de llagas grita ayuda. ¿Cómo es posible no verlo, si hasta los perros se dan cuenta de Lázaro? (v.21) La primera escena del relato, situada en el más acá de la vida, ya es tremenda por sí misma en su mensaje. En ciertos momentos, creo que la misma Palabra de Dios explique la Palabra de Dios mejor que cualquier comentario. Escuchen qué cosa dice el Salmo 49 desde el v.7 al v.21:

Ellos ponen su confianza en su fuerza,

y se glorían de su gran riqueza.

Si nadie puede redimirse

ni pagar a Dios por su rescate

es muy cara la redención de su alma,

y siempre faltará,

para que viva aún y nunca vea la fosa.
Se ve, en cambio, fenecer a los sabios,

perecer a la par necio y estúpido,

y dejar para otros sus riquezas.

Sus tumbas son sus casas para siempre,

sus moradas de edad en edad;

y a sus tierras habían puesto sus nombres.
El hombre en la opulencia no comprende,

a las bestias mudas se asemeja.

Así andan ellos, seguros de sí mismos,

y llegan al final, contentos de su suerte.

Como ovejas son llevados al infierno,

los pastorea la Muerte,

y los rectos dominarán sobre ellos.

Por la mañana se desgasta su imagen,

el infierno será su residencia.

Pero Dios rescatará mi alma,

de las garras del infierno me cobrará.

No temas cuando el hombre se enriquece,

cuando crece el boato de su casa.

Que su muerte, nada ha de llevarse,

su boato no bajará con él.

Aunque en vida se bendecía a sí mismo:

“Te alaban, porque te has tratado bien”.

Irá a unirse a la estirpe de sus padres,

que nunca ya verán la luz.
El hombre en la opulencia no comprende,

a las bestias mudas se asemeja.

 

Ya desde siglos antes el Espíritu Santo había inspirado al salmista a escribir con palabras indelebles la triste posibilidad que el corazón del hombre se ciegue al punto tal de perder para siempre el sentido de la vida y a reducirse, ay de mí, como un animal. Por qué no ser tocados por el sufrimiento ajeno, quedarse indiferentes de quien está en la necesidad, es señal preocupante de un camino que camina hacia la muerte interior, es decir de un corazón que está apagando la propia capacidad de amar. La segunda escena del evangelio de hecho, abriéndose camino al más allá de esta vida, viene a confirmar y a ilustrarnos este salmo. Después de la muerte de los dos, la situación es totalmente invertida: Lázaro se encuentra con Abraham, símbolo del paraíso de todos aquellos que han creído y confiado en la Palabra de Dios. El rico se encuentra en el infierno en medio de los tormentos, símbolo de todos aquellos que ponen la propia seguridad en las riquezas de este mundo y no se cuidan de hecho de lo que dice la Palabra de Dios (v.23). Pero mira un poco: solo ahora el rico digna de una mirada a Lázaro. Ahora es el rico quien grita su necesidad. “Parece que ve a Lázaro por primera vez, pero sus palabras lo traicionan: «Padre Abraham —dice— ten piedad de mí y manda a Lázaro a mojar en el agua la punta del dedo y a humedecerme la lengua, porque sufro terriblemente en esta llama». Ahora el rico reconoce a Lázaro y le pide ayuda, mientras que en vida fingía no verlo. — ¡Cuántas veces mucha gente finge no ver a los pobres! Para ellos los pobres no existen— ¡Antes le negaba hasta las sobras de su mesa, y ahora querría que le trajese algo para beber!” (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016) A pesar de que Abraham responda con misteriosa dulzura, no es más posible cambiar la situación (vv.25-26). Demasiado tarde. También aquí, el versículo de otro libro de la Biblia es la más clara explicación de este paso de la parábola: el que pone oídos sordos al grito del afligido, cuando llame no le responderán (Proverbios 21,13).

El mensaje está clarísimo: la advertencia severa es para todos aquellos que viven en una prosperidad egoísta sin cuidar de los invitados especiales (los pobres) que Dios manda a nuestras puertas. El intento seguramente no es el de asustar, sino de invitar a ellos a una urgente y activa conversión. La posibilidad de terminar en el infierno entre los tormentos es seria, realísima. Hago notar que no se dice en la parábola que Dios mandó a los infiernos a aquél rico. En el infierno (o en el paraíso) se va con nuestras elecciones. Nuestro más allá comienza en el más acá. Por lo tanto, sin inútiles ansias, ¡no hay tiempo que perder! Tenemos solo esta vida para creer en las palabras del Señor que el domingo pasado agregaba: Háganse amigos por medio de las riquezas injustas, para que cuando falten, les reciban en las moradas eternas (Lc 16,9). Los pobres son la posibilidad de salvación que Dios ofrece incansablemente a cada rico cegado por el propio bienestar y preocupado solo de su subsistencia (cfr. Lc 12,16-21) Aquél rico tuvo una vida entera para hacerse amigo de Lázaro, pero no lo hizo. Quizás dentro de sí era como aquellos fariseos que se burlaron de Jesús cuando dio esta enseñanza (Lc 16,14). Pero rechazarse a escuchar el grito del pobre es rechazar a Dios. Excluyendo a Lázaro, no tuvo en cuenta ni al Señor, ni a su ley. ¡Ignorar al pobre es despreciar a Dios! ¡Esto debemos aprenderlo bien: ignorar al pobre es despreciar a Dios¡ (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016)

Bien, entonces estamos entendiendo algo importante para una sincera verificación de nuestra fe. Las riquezas en nuestras manos no son signo de bendición, más bien, si nuestras manos no se abren al compartir pueden volverse causa de ruina eterna. Pero si las manos se abren al don hacia los pobres, he aquí que la bendición de Dios nos sobrepasa. Hay una viveza del mundo que engaña y rinde esclavo al corazón del hombre conduciéndolo hacia la muerte eterna; pero hay también otra viveza que atrae la bendición y nos conduce a Dios. La muerte, decía un notable cómico napolitano (Totó), es un “nivel”: es muy democrática cuanto común experiencia del rico como del pobre. Pero para nosotros creyentes no lo es. La muerte es solamente la puerta de ingreso al juicio de Dios. Dejemos sacar la oportunas conclusiones a la ya citada catequesis de Papa Francisco: “Abraham en persona ofrece la clave de todo el relato: él explica que bienes y males han sido distribuidos en modo de compensar la injusticia terrena, y la puerta que separaba en vida al rico del pobre, se transformó en «un gran abismo». Hasta que Lázaro estuvo bajo su casa, para el rico había posibilidad de salvación, abrir la puerta, ayudar a Lázaro, pero ahora que ambos están muertos, la situación se ha vuelto irreparable. Dios no es nunca llamado directamente en causa, pero la parábola advierte claramente: la misericordia de Dios hacia nosotros está relacionada con nuestra misericordia hacia el prójimo; cuando falta esta, también aquella no encuentra espacio en nuestro corazón cerrado, no puede entrar. Si yo no abro de par en par la puerta de mi corazón al pobre, aquella puerta permanece cerrada. También para Dios. Y esto es terrible. A este punto, el rico piensa en sus hermanos, que corren el riesgo de tener el mismo final, y pide que Lázaro pueda volver al mundo a advertirles. Pero Abraham responde: «Tienen a Moisés y a los profetas, que les oigan». Para convertirnos, no debemos esperar eventos prodigiosos, sino abrir el corazón a la Palabra de Dios, que nos llama a amar a Dios y al prójimo. La Palabra de Dios puede hacer revivir un corazón marchito y curarlo de su ceguera. El rico conocía la Palabra de Dios, pero no la dejó entrar en el corazón, no la escuchó, por eso fue incapaz de abrir los ojos y de tener compasión del pobre. Ningún mensajero y ningún mensaje podrán sustituir a los pobres que encontramos en el camino, porque en ellos nos viene al encuentro el mismo Jesús: «Cuanto hicisteis a unos de estos hermanos míos más pequeños, a mí me lo hicisteis» (Mt 25, 40), dice Jesús. Así en el cambio de las suertes que la parábola describe se esconde el misterio de nuestra salvación”.  (Papa Francisco, Audiencia general del 18.05.2016)

GIOITE CON ME

XXIV DOMENICA DEL T.O.

Es 32,7-11.13-14; 1Tm 1,12-17; Lc 15,1-32

 

Se si prendono sul serio (speriamo) le parole di Gesù di domenica scorsa circa le esigenze del discepolato, verrebbe da dire che nessuno è in grado di stargli dietro. Oppure (che è lo stesso) verrebbe da dire che essere discepoli di Gesù è una possibilità riservata a una élite di persone quali i citati S.Francesco d’Assisi, la novella S.Teresa di Calcutta e altri canonizzati. Ma subito dopo quel vangelo troviamo il cap.15 di Luca evangelista che in questa domenica la chiesa ci offre di meditare integralmente. Luminosa intelligenza delle Scritture: S.Luca ci ha condotto fin qui per renderci consapevoli della nostra incapacità a seguirlo in modo che, disperando di noi, speriamo nella sua Misericordia! La grande ouverture della “sinfonia n.15 in figlio minore” la dice tutta: continuavano ad avvicinarsi a Lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo (v.1). Anche oggi si avvicina veramente a Gesù solo chi guarda a Lui dalla propria realtà di peccato, dalla propria fragile umanità incapace di salvarsi. Si avvicina a Gesù soltanto chi sente la necessità della sua Misericordia, perché tocca con mano la propria miseria. Si allontana da Gesù chi si arrocca nel proprio giusto modo di vedere e confida in virtù proprie per fare il bene. Si allontana da Gesù chi condanna i fratelli ingiusti e crede che Dio faccia lo stesso: i farisei e gli scribi mormoravano: “costui accoglie i peccatori e mangia con loro” (v.2). Del vangelo ho capito solo pochissime cose, anzi, mi correggo, penso che Egli me le abbia fatta capire. Una di queste è che Gesù nella sua vita ebbe maggiore accoglienza e comprensione nel cuore dei piccoli, dei poveri e dei peccatori. Per questo troviamo nei vangeli che la maggioranza di quelli che lo seguono si trovano tra questi ultimi. Per questo tra i vari nomignoli che gli affibbiarono troviamo anche mangione e beone, amico dei pubblicani e dei peccatori (Lc 7,34). L’impresa più difficile per il Signore, allora come oggi, è farsi spazio nel cuore dei giusti e convertirli!

Il padre misericordioso, Arcabas
Il padre misericordioso, Arcabas

Se guardiamo all’intera “economia” delle parabole del cap.15 noteremo che dietro le figure tratteggiate da Gesù del pastore, della donna e del padre, emerge un personaggio coinvolto totalmente nella ricerca di un incontro; e, una volta giunto l’incontro, con una voglia irresistibile di far festa e di contagiare la propria gioia a chi gli sta intorno. Una pecora ritrovata sulle spalle, una moneta recuperata, un figlio che ritorna a casa: il leitmotiv della sua incontenibile gioia è sempre l’incontro con ciò che cercava. Siamo al cuore della rivelazione del volto di Dio nel vangelo di Luca. Gesù spiegherà con la sua vita, ma soprattutto nel modo in cui muore, che quanto ci ha raccontato in quelle parabole, fa emergere l’identikit autentico di Dio. Amore incondizionato. Amore gratuito. Amore che cerca incessantemente l’incontro con tutti i suoi figli. “E’ importante questo insegnamento di Gesù: la nostra condizione di figli di Dio è frutto dell’amore del cuore del Padre; non dipende dai nostri meriti o dalle nostre azioni, e quindi nessuno può togliercela, neppure il diavolo! Nessuno può toglierci questa dignità!” (Papa Francesco, catechesi su Lc 15,11-32, Udienza pubblica del 11.05.2016).

Infatti, nel centro del cap.15, concepibile come un’unica grande parabola in tre racconti, c’è un padre che vede meglio chi è lontano, che si commuove, che corre incontro e compie i gesti più materni che ci siano al riabbracciare il figlio che non era più in casa; un padre che non sopporta di sentirsi dire “non sono più degno di essere tuo figlio” e che si affretta piuttosto a restituirgli tutti i segni della sua dignità (anello, vestito e calzari), avviando poi una festa di famiglia a base di filetto di vitello ben foraggiato. Gesù non tratteggia un papà offeso che chiede prima conto al figlio delle sue malefatte, ma un papà concentrato a esprimere la sua gioia di averlo di nuovo in casa salvo (Lc 15,20-24). Come è bello questo papà! Che forza si sprigiona nella gioia di avere davanti ai propri occhi il proprio figlio perduto! Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato (v.24).

E cominciarono a far festa, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014
E cominciarono a far festa, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Ma in questa gioia trascinante c’è una persona che non si riesce a coinvolgere. E’ il fratello maggiore che è sempre stato in casa. E’ curioso che nelle tre parabole è l’unico personaggio  che rifiuta l’invito alla gioia: un figlio che vive in casa e dovrebbe conoscere bene il papà. Anzi, giustifica il proprio rifiuto trasformandolo in una poco velata accusa al padre (Lc 15,30). Quanto è diverso questo figlio dal suo papà! Qui scopriamo chi veramente ha più bisogno della Misericordia di Dio. “Vediamo il disprezzo: non dice mai “padre”, non dice mai “fratello”, pensa soltanto a sé stesso, si vanta di essere rimasto sempre accanto al padre e di averlo servito…Il figlio maggiore, anche lui ha bisogno di misericordia. I giusti, quelli che si credono giusti, hanno anche loro bisogno di misericordia. Questo figlio rappresenta noi quando ci domandiamo se valga la pena faticare tanto se poi non riceviamo nulla in cambio. Gesù ci ricorda che nella casa del Padre non si rimane per avere un compenso, ma perché si ha la dignità di figli corresponsabili. Non si tratta di “barattare” con Dio, ma di stare alla sequela di Gesù che ha donato sé stesso sulla croce senza misura.” (Papa Francesco, catechesi su Lc 15,11-32, Udienza pubblica del 11.05.2016).

Ho davanti agli occhi del mio cuore due persone. Una più giovane e una più avanti negli anni. La giovane un giorno mi confessò: “sai, i miei, molto preoccupati, pensano che non frequenti più la parrocchia perché sto mettendo in dubbio la mia fede. Ma in realtà non l’ho mai fatto, tutto quanto ho cominciato ad imparare da piccola circa la fede non l’ho rifiutato. Ho riflettuto. In verità io non frequento più la mia chiesa perché lì non mi sento a casa”. La signora più avanti negli anni un giorno mi raccontò: “ho fatto un sogno strano. Scorrevano davanti all’altare della mia chiesa tante persone. Sacerdoti, suore e fedeli che frequentano la parrocchia con il volto piuttosto spento. Poi ad un certo punto appare Gesù dietro di loro che mi guarda sofferente dicendo: “sono tutti qui, ad un passo da Me, ma non vengono da Me…ed è così da tanto tempo!”.

L’appello del Giubileo a riscoprire il cuore del vangelo nell’amore misericordioso e gioioso di Dio è più che mai urgente. Perché il cammino del discepolato è divenire misericordiosi e gioiosi come il Padre; è riflettere come comunità cristiana questo volto, l’unico volto, di Dio Padre. In chiesa, fuori della chiesa, tutti ne abbiamo bisogno.

BUONA DOMENICA!

LA VERA FORZA DEL DISCEPOLO

XXIII DOMENICA DEL T.O.

Sap 9,13-18; Flm 9b-10.12-17; Lc 14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine?Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo,dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

 

Domenica scorsa abbiamo ascoltato l’invito di Gesù a camminare nella vita, per così dire, “a ritroso”. Se ci fidiamo di quel che ci dice, poco a poco comprenderemo che per salire al Cielo bisogna scendere, per avanzare nella vita spirituale bisogna andare indietro al corteo dell’umanità in fila per entrare dalla porta stretta; bisogna andare in cerca dell’ultimo posto, con il cuore aperto a coloro che incontriamo in fondo alla fila. Infatti, a loro per prima spetta l’entrata nel Regno (cfr. Lc 14,15-24) perché sono come Gesù, sono dove si trova Gesù. Nel vangelo di questa domenica ci viene offerto una sorta di “test” per verificare se ci troviamo tra essi: perché per stare con Gesù, per conoscerlo e diventare suoi amici, bisogna scegliere il suo stesso posto. Come Madre Teresa di Calcutta, oggi canonizzata amica del Signore nella sua chiesa attraverso un luminoso cammino in amorosa ricerca degli ultimi.

Siamo in tanti ad essere affascinati da Gesù. Per questo Luca sottolinea che una folla numerosa andava con Lui (v.25). Ma il Signore, oggi come allora, si rivolge a tutti e ci dice con la sua solita chiarezza che se vogliamo essere suoi discepoli autentici bisogna:

1) Amare Gesù sopra ogni altra relazione, anche la più sacra e cara, e amarlo più della nostra stessa vita (v.26)

2) Portare la propria croce e rimanere sempre dietro Gesù: c’è sempre all’angolo la pretesa (satanica) di metterci davanti a Lui perché faccia il “nostro” cammino, chiedere a S.Pietro per informazioni (v.27).

Libera traduzione di questi due punti. Vuoi essere discepolo del Signore? Bisogna relativizzare ciò che ci è più caro e amare ciò che è odioso a questo mondo (la croce). Altro esempio illustre. Vi ricordate Francesco d’Assisi? Rientrato dalla guerra e dal carcere, dove aveva iniziato a leggere il vangelo, cammina guidato dallo Spirito fino a relativizzare i suoi più cari affetti familiari e amicali, le sue ricchezze, e giunge a baciare ciò che ripugnava lui e tutto il mondo, nella fattispecie la croce di Cristo presente nella carne del lebbroso. Detto questo il Signore aggiunge un paio di considerazioni che rimarcano queste esigenze del discepolato in due piccole parabole. La prima compara la sequela alla costruzione di una torre. Gesù invita a pensarci bene prima di decidersi a seguirlo: ci si deve fermare per valutare attentamente ogni costo onde evitare fallimenti che espongono alla derisione (vv.28-30). La seconda la compara ad una guerra ad armi impari tra due re che ha come campo di battaglia il nostro cuore (vv.31-32). Con la differenza che trattasi di armi diametralmente opposte. E qui veniamo al dunque.

Se infatti vuoi vincere nella tua sequela con le stesse armi del nemico (potere, avere, mezzi, apparire) ti stai arrendendo a lui. Solo chi confida nel Signore avrà successo nella sequela. Ma questo non avviene mai senza attraversare prima l’insuccesso! Ricordarsi ancora di S.Pietro. Ecco perché il versetto finale è la chiave per comprendere bene quel che il Signore Gesù dice. Cos’è in fondo la sua sequela, cos’è la vita cristiana? Non è un atto eroico che si consuma all’istante. Non è nemmeno una vita all’insegna di scelte stoiche continue. E’ un imparare a portare un peso che diventa più leggero e dolce quanto più si lascia, per amore di Gesù, ogni tipo di ricchezza. Perché Lui per primo, da ricco che era si è fatto povero perché noi ci arricchissimo della sua povertà (2Cor 8,9). Davide per vincere su Golia dovette liberarsi della forza delle armi (1Sam 17,39). L’unica forza del credente nella sua sequela, è la sua debolezza e povertà che gli fa confidare solo in Dio. Ricordarsi anche di quel tale che voleva carpire il segreto della vita eterna a Gesù. Era un obbedientissimo ai comandamenti fin dalla giovinezza ma gli occhi d’amore del Signore gli rivelarono che mancava una cosa importantissima per poter entrare nel segreto. Una sola cosa ti manca: va vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in Cielo. Poi vieni e seguimi (Mc 16,21). Le ricchezze in sé non sono un male. E’ la mia relazione con esse, è cosa faccio di esse che mi instradano dietro Gesù o me ne allontanano: così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo (Lc 14,33)

BUONA DOMENICA!

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El domingo pasado hemos escuchado la invitación de Jesús a caminar en la vida, por así decir, “al revés”. Si confiamos de lo que nos dice, poco a poco comprenderemos que para subir al Cielo es necesario bajar, para avanzar en la vida espiritual es necesario ir hacia atrás al cortejo de la humanidad en fila para entrar por la puerta estrecha; es necesario ir en busca del último lugar, con el corazón abierto a aquellos que encontramos detrás de la fila. De hecho, a ellos les toca primero la entrada al Reino (cfr. Lc 14,15-24) porque son como Jesús, están donde se encuentra Jesús. En el evangelio de este domingo se nos ofrece una serie de “test” para verificar si nos encontramos entre ellos: porque para estar con Jesús, para conocerlo y volvernos sus amigos, es necesario elegir su mismo lugar. Como Madre Teresa de Calcuta, hoy canonizada amiga del Señor en su iglesia a través de un iluminado camino en amorosa búsqueda de los últimos.

Somos en tantos a estar fascinados por Jesús. Por esto Lucas subraya que una multitud de gente iba con Él (v25). Pero el Señor, hoy como esa vez, se dirige a todos y nos dice con su misma claridad que si queremos ser sus discípulos auténticos es necesario:

1) Amar a Jesús sobre cada otra relación, también la más sagrada y querida, y amarlo más que a nuestra propia vida (v.26)

2) Llevar la propia cruz y quedarse siempre detrás de Jesús: está siempre al ángulo la pretensión (satánica) de ponernos delante de Él para que haga “nuestro” camino, preguntar a S. Pedro para informaciones (v.27)

Libre traducción de estos dos puntos. ¿Quieres ser discípulo del Señor? Es necesario relativizar lo que nos es más querido y amar lo que es odioso en este mundo (la cruz). Otro ejemplo ilustre. ¿Se acuerdan de Francisco de Asís? Habiendo regresado de la guerra y de la cárcel, donde había comenzado a leer el evangelio, camina guiado por el Espíritu hasta relativizar sus más queridos afectos familiares y amicales, sus riquezas, y llega a besar lo que le repugnaba y a todo el mundo, en particular la cruz de Cristo presente en la carne del leproso.
Dicho esto el Señor agrega un par de consideraciones que observan estas exigencias del discipulado en dos pequeñas parábolas. La primera compara la secuela a la construcción de una torre. Jesús invita a que piensen bien antes de que decidan seguirlo: nos debemos detener para evaluar cuidadosamente cada coste donde evitar fracasos que exponen al escarnio (vv.28-30). La segunda la compara a una guerra de armas impares entre dos reyes que tienen como campo de batalla nuestro corazón (vv.31-32). Con la diferencia que él lleva armas diametralmente opuestas. Y aquí vamos al grano.

Si de hecho quieres vencer en tu secuela con las mismas armas de tu enemigo (poder, tener, medios, aparecer) te estás rindiendo a él. Sólo quien confía en el Señor tendrá suceso en la secuela. ¡Pero esto no sucede nunca sin atravesar antes el fracaso! Acuérdate todavía de S. Pedro. He aquí por qué el versículo final es la llave para comprender bien lo que el Señor Jesús dice: ¿Qué es en fondo su secuela, qué es la vida cristiana? No es un acto heroico que se consume al instante. No es ni siquiera una vida a la alegoría de elecciones estoicas continuas. Es un aprender a llevar un peso que se vuelve más ligero y dulce, al máximo se deja, por amor de Jesús, cada tipo de riqueza. Porque Él primero, de rico que era se hizo pobre para que nosotros nos volviéramos ricos de su pobreza (2Cor 8,9). David para vencer su Goliat debió librarse de las fuerzas de las armas (1Sam 17,39). La única fuerza del creyente en su secuela, es su debilidad y pobreza que le hace confiar solo en Dios. También recuerden de aquél tal que quería sonsacar el secreto de la vida eterna a Jesús. Era un gran obediente a los mandamientos desde su juventud pero los ojos de amor del Señor le revelaron que le faltaba una cosa importantísima para poder entrar en el secreto. Una sola cosa te falta: va vende todo lo que tienes, dalo a los pobres y tendrás un tesoro en el Cielo. Luego ven y sígueme (Mc 16,21) Las riquezas en sí no son un mal. Es mi relación con ellas, es lo qué hago con ellas que me encaminan detrás de Jesús o me alejan: así si uno de ustedes no renuncia a todo lo que tiene, no puede ser mi discípulo (Lc 14,33)

 

NON CERCARMI TRA I PRIMI

XXII DOMENICA DEL T.O.

Sir 3,17-20; Eb 12,18-19.22-24a; Lc 14,1.7-14

E avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato»Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri...luglio 2016
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri…luglio 2016

Come già preannunciato, ecco nel vangelo di questa domenica il consiglio di Gesù di cui vi parlavo. Purtroppo, nel commento sarò più coinvolto del solito: siete ancora in tempo, si salvi chi può dalla mia lungaggine!…Perché questo vangelo, più l’intero cap.15 di Luca, sta nel principio della mia conversione a Gesù (che è solo appena cominciata), ed è una personale chiave di lettura per guardare al mistero di Dio e dell’uomo. Perciò chiedo scusa, ma è inevitabile qualche riferimento autobiografico.

Sorella Miriam e Francisco, trovato in stato di abbandono totale 2 anni fa, luglio 2016
Sorella Miriam e Francisco, trovato in stato di abbandono totale 2 anni fa, luglio 2016

Circa 28 anni fa (avevo 22 anni) mi ha preso una fame della parola di Dio mai sentita prima. Deve essere stato Lui. Leggevo la Bibbia così avidamente che più volte mi ritrovavo a leggerla di notte; arrivavo a chiuderla, senza che me ne accorgessi prima, intorno alle 4 o alle 5 del mattino. Iniziai in quegli anni a far cose di cui non mi ero mai occupato. Per esempio, nel caso specifico, leggevo e rileggevo questa pagina di vangelo ma non avevo chi rispondesse alle mie domande. Nel riprendere a frequentare la parrocchia, sentivo dire spesso a messa: “Dio deve essere al primo posto nella nostra vita”. Per me voleva dire: lo possiamo trovare nei primi posti della nostra esistenza. Ok, perché allora Gesù ci consiglia di scegliere l’ultimo posto?

Consuelo, responsabile di un "Comedor parroquial", luglio 2016
Consuelo, responsabile di un “Comedor parroquial”, luglio 2016

Qualcosa non mi quadrava. Prendevo alla lettera quello che diceva nel vangelo. Mi giunse un invito a una festa di nozze. Arrivato quel giorno, durante la messa me ne andai dietro, al fondo della chiesa, quasi sull’uscio. Così pure al ristorante, dove si continuava a festeggiare gli sposi: avevano già assegnato i posti, ma durante il ricevimento andai a sedere al tavolo più lontano. Volevo vedere cosa succedeva, se veniva qualcuno a dirmi di passare avanti come diceva Gesù. Non venne nessuno, né in chiesa, né al ristorante; tanto meno vennero onori.

Paolo e Marta, luglio 2016
Paolo e Marta, luglio 2016

Perché chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (Lc 14,11). Ma io vedevo che le persone che primeggiavano a scuola, nello sport, nel lavoro e altrove, venivano esaltate da tutti, non umiliate. Piuttosto, in genere venivano umiliati coloro che non avevano particolari capacità o ricchezze. Perché? Poi Gesù offriva consiglio anche quando fossimo stati noi ad invitare. Non gli amici, né i fratelli, né i parenti e i ricchi vicini (Lc 14,12). Come sarebbe? Fratelli, parenti e ricchi vicini va bene, solitamente per loro gli invitanti erano i genitori. Ma gli amici? Non avrei dovuto più invitare i miei amici? Gesù mi sembrava troppo strano. Ci dice di voler bene a tutti, che dare la vita per i propri amici è il massimo, e poi non invitarli perché loro mi contraccambiano? Non è logico. Se li invito, anche loro mi invitano: vuol dire che ci vogliamo bene! Perché questo consiglio?

Diana ammalata di tubercolosi e i suoi 2 piccoli Josue Mathias e Richard, luglio 2016
Diana ammalata di tubercolosi e i suoi 2 piccoli Josue Mathias e Richard, luglio 2016

Al contrario, quando offri un banchetto invita poveri, storpi, zoppi, ciechi, e sarai beato perché non hanno da ricambiarti (Lc 14,13). Questo mi incuriosiva tanto. Gesù mi diceva che dovevo fare qualcosa al contrario. Allora iniziai a darmi uno sguardo attorno. Giravo per il centro del mio paese alla ricerca di qualcuno di essi. Sapevo dove viveva un cieco, ma non lo trovavo mai. Storpi e zoppi non ce n’erano. Qualcosa mi spinse ad andare per le strade più periferiche. Un giorno vidi due uomini camminare per i giardini pubblici. In realtà, essi ogni giorno erano sotto i miei occhi perché girovagavano spesso da quelle parti; ma quel giorno era come se li vedessi per la prima volta. Notai che non erano messi molto bene: dai loro indumenti era evidente la loro povertà. Finalmente avevo trovato degli esemplari del vangelo da invitare! Giunse il momento favorevole. Si sedettero su una panchina. Mi avvicinai, sedetti accanto a loro, cominciai a chiedere come si chiamavano, ecc.ecc. Erano italiani, ma non del posto. Antonio era stato interdetto in tribunale e non aveva più alcun familiare in vita. Giovanni, più anziano, abbandonato da figlio, nuora e altri familiari. Vivevano in una specie di casa di riposo. Cominciai a sentire dalla loro voce cos’era la solitudine. Dopo la chiacchierata, li invitai a mangiare qualcosa. Ebbero un’esitazione, mi guardarono quasi increduli. Li condussi ad un bar vicino e mangiammo insieme un panino. Al momento del saluto, gli occhi di entrambi su di me e una sola parola: “grazie”. Non riuscivo a staccare i miei occhi dai loro, ci vedevo qualcosa che non avevo mai visto prima. Non posso descrivervi cosa, non ci riesco. So soltanto che sentii toccarmi nel profondo ma non sapevo da chi o da che cosa. Ricordo che successivamente li cercai ancora. Una volta li trovai mentre ero in auto. Li invitai a salire con me e andammo a farci un bel giro. Di ritorno verso sera mi dissi: “li invito a cena da me!” Senza avvertire i miei genitori giunsi a casa e chiamai mia madre che era sul balcone: “mamma oggi abbiamo ospiti a cena!” Lei alzò la testa, sgranò gli occhi e mi disse: “ma sei matto? Tu non porti nessuno qui a casa!”. Accettai il divieto, risalimmo nell’automobile e quella sera si rimediò con una pizza.

La comunità "Sembrando Esperanza", luglio 2016
La comunità “Sembrando Esperanza”, luglio 2016

Di lì a poco, siccome alcuni amici e conoscenti furono presi dallo stesso dubbio di mia madre, cominciai a nutrirlo anch’io. Decisi allora di consultare uno psichiatra amico di famiglia per chiedergli se stessi diventando matto. Risposta negativa, una risata per rassicurarmi e uno sguardo molto perplesso, come di chi non stesse comunque capendo cosa mi stava accadendo.

Luis Alberto e sorella Miriam, luglio 2016
Luis Alberto e sorella Miriam, luglio 2016

Infatti, nemmeno io capivo cosa mi accadeva. L’unica cosa che iniziavo a intuire, nel mio smarrimento, era che quel vangelo mi diceva che se davvero volevo conoscerlo, dovevo cercarlo lì, tra gli ultimi, non tra i primi. Fu così che il Signore iniziò a rivelarsi, a guidarmi e portarmi sulla mia strada. Quella che cerco di percorrere e far percorrere ancora oggi, con gioia, dopo essere stato nel frattempo incaricato del sacerdozio ministeriale nella sua chiesa, e dopo tante vicissitudini belle e dolorose: è la via del vangelo di Luca, ai numeri 14-15.

Alex, Valentina, Carlos, Josue Mathias, Diana, Richard, luglio 2016
Alex, Valentina, Carlos, Josue Mathias, Diana, Richard, luglio 2016

La nostra inguaribile voglia di primeggiare, soprattutto religiosamente (siamo a casa di un capo religioso, cfr. v.1), può essere guarita solo se ci si convince, cammin facendo, che bisogna invertire la rotta. Andiamo verso l’ultimo posto: è lì che si trova Gesù, l’Ultimo di tutti. Se non ci vergogneremo di Lui perché ha scelto di farsi incontrare lì, tra gli ultimi dimenticati, allora la sua gioia invaderà la nostra anima e non lo cercheremo più nei primi posti che il dio di questo mondo ci propone con le sue lusinghe. E se per caso la vita ci conducesse ad occupare uno di questi posti nella sua chiesa, non lo confonderemo più con un posto di potere per dominare sulle coscienze degli altri e servircene. Come ci sta insegnando questo papa in parole e soprattutto gesti, sotto gli occhi di tutti, naturalmente per chi ha occhi per vedere, orecchie per udire e un cuore aperto per contemplare in lui l’umiltà e la mitezza del Signore. Diversamente, si dovrà con vergogna andare ad occupare l’ultimo posto (v.9). Come la stessa parola di Dio conferma in un altro passo: chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo quando verrà nella gloria sua, del Padre e degli angeli santi (Lc 9,26). Se non mi vergogno delle scelte di Dio con quello che comportano, Dio non si vergognerà di me. Ma se per non rischiare di subire la vergogna mondana per stare dalla parte degli ultimi me ne sto alla larga da loro volutamente, rischio di trovarmi sempre più lontano da Lui…Meglio subire la vergogna del mondo oggi per non far vergognare il Signore domani!

La gioia di vivere tra gli ultimi, luglio 2016
La gioia di vivere tra gli ultimi, luglio 2016

Un’ultima cosa. Da quando cerco di seguire il Signore Gesù, tra molti più insuccessi che successi, da quando ho iniziato a cercare, frequentare e offrire un banchetto a chi non potrà mai ricambiare, non sono mai riuscito a capire cos’è quella ricompensa che ci verrà incontro in futuro (v.14). E tuttavia ogni volta che insieme ad altri fratelli agiamo secondo questo consiglio del Signore, vedo che la pace, la gioia, la fraternità e ogni altro vero ben di Dio ci viene donato abbondantemente. In più, Lui stesso provvede alle nostre necessità materiali, soprattutto quando meno ce l’aspettiamo. Quanto è buono il Signore!

Giuliana e Milagros, luglio 2016
Giuliana e Milagros, luglio 2016

Per questo, a nome suo, invito chiunque a toccare con la propria vita la sua bontà in questo itinerario con voi condiviso. E se per caso stai ancora guardando i volti delle foto che in questo commento illustrano meglio delle mie parole il vangelo che hai ascoltato, se stessi sentendo dentro una voce che ti dice venite e vedrete (Gv 1,39), allora sappi che ogni anno si parte lontano, in Perù, per vivere giorni o anche mesi indimenticabili in mezzo a tanta umanità dimenticata. Lì in mezzo, al centro di una delle tante periferie del mondo, potrai ritrovare il centro del tuo cuore. Buona domenica! 

Se prima non sarai il primo

a cercarmi tra gli ultimi

a scoprirmi negli ultimi

non cercarmi

ti cercherò io

anche se tu non mi cercassi

perché io mi faccio trovare

anche da chi non mi cerca (Is 65,1)

e così conosca l’Ultimo

l’Ultimo di tutti

Se passi da quelle parti

Ti aprirò l’orecchio

E i tuoi occhi vedranno

Il nome dell’Ultimo

senza più segreto

Il Primo senza numero

Il Primo senza un posto

ovvero in tutti i posti

Il posto che c’è

ai piedi di ogni uomo

Il Primo di coloro

che risorgono dai morti

Non cercarmi tra i primi 

(Anonimo) 

Damaris, Silvia, Valentina, Paolo, Giuliana, Giacomo Jennifer, Milagros, Graciela e il suo ultimogenito, luglio 2016
Damaris, Silvia, Valentina, Paolo, Giuliana, Giacomo, Jennifer, Milagros, Graciela e il suo ultimogenito, luglio 2016

 

“Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, il Vivente” (Ap 1,18)

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Como ya preanunciado, he aquí en el evangelio de este domingo el consejo de Jesús del cual les hablaba. Lamentablemente, en el comentario estaré más involucrado de lo normal: están todavía en tiempo, ¡se salve quien pueda de mi locuacidad!… Porque  este evangelio, más el entero capítulo 15 de Lucas, está al principio de mi conversión a Jesús (que apenas está comenzando), y es una clave personal de lectura para mirar el misterio de Dios y del hombre. Por esto pido disculpas, pero es inevitable alguna referencia autobiográfica.

Hace unos 28 años (tenía 22 años) me tomó un hambre de la palabra de Dios nunca antes sentida. Debe haber sido Él. Leía la Biblia así ávidamente que muchas veces me encontraba leyendo de noche; cerrándola después, sin que me dé cuenta antes, como a las 4 o a las 5 de la mañana. Comencé en esos años a hacer cosas de la cual hasta entonces nunca había hecho. Por ejemplo, en el caso específico, leía y releía esta página del evangelio pero no tenía quien respondiera a mis preguntas. En volver a frecuentar la parroquia, escuchaba decir muchas veces en la misa: “Dios debe estar en el primer lugar en nuestra vida”. Para mí quería decir: lo podemos encontrar en los primeros lugares de nuestra existencia. Ok, ¿Por qué entonces Jesús nos aconseja de elegir el último lugar?

Algo no me cuadraba. Tomaba a la letra lo que decía en el evangelio. Me llegó una invitación a una fiesta de bodas. Llegado aquél día, durante la misa me fui atrás, al fondo de la iglesia, casi sobre la puerta. Así también en el restaurante, donde se continuaba a festejar a los esposos: ya habían designado los lugares, pero pedí explícitamente poder sentarme en la mesa más lejana. Quería ver qué sucedía, si alguien venía a decirme que pase adelante como decía Jesús. No vino nadie, ni en la Iglesia, ni en el restaurante; mucho menos honores.

Porque quien se exalta será humillado y quien se humilla será exaltado (Lc 14,11). Pero yo veía que las personas que destacaban en el colegio, en el deporte, en el trabajo y donde sea, venían exaltadas por todos, no humilladas. Más bien, generalmente venían humillados aquellos que no tenían particulares dotes o dones. ¿Por qué? Luego Jesús ofrecía consejo también cuando nosotros hubiéramos invitado. No los amigos, ni los hermanos, los parientes y los vecinos ricos (Lc 14,12). ¿Cómo sería? Hermanos, parientes y vecinos ricos está bien, normalmente para ellos los que invitaban eran los papás. Pero ¿los amigos? ¿No hubiera tenido que invitar más a mis amigos? Jesús me parecía demasiado extraño. Nos dice de querer mucho a todos, que dar la vida por los propios amigos fuera lo máximo, y luego ¿no invitarlos porque ellos me lo devuelven? No es lógico. Si los invito, también ellos me invitan: ¡quiere decir que nos queremos! ¿Por qué este consejo?

Al contrario, cuando ofreces un banquete invita pobres, inválidos, cojos, ciegos, y serás dichoso porque ellos no pueden compensarte (Lc 14,13). Esto me daba tanta curiosidad. Jesús me decía que debía hacer algo al contrario. Entonces comencé a darme una mirada en torno. Daba vueltas por el centro de mi pueblo en busca de alguno de ellos. Sabía dónde vivía un ciego, pero nunca lo encontraba. Inválidos y cojos no habían. Algo me empujó a ir por las calles más periféricas. Un día vi a dos hombres caminar por los parques. En realidad, aquellas personas cada día estaban delante de mis ojos porque vagabundeaban muchas veces por esas partes, pero ese día era como si los hubiera visto por la primera vez. Noté que no estaban bien: de sus vestidos era evidente que eran pobres. ¡Finalmente había encontrado los ejemplares del evangelio para invitar! Llegó el momento favorable. Se sentaron en una banca. Me acerqué, me senté junto a ellos, comencé a preguntar cómo se llamaban, etc. etc. Eran italianos, pero no del lugar. Antonio había sido inhabilitado en el tribunal y no tenía ningún familiar más en vida. Juan, más anciano, abandonado por el hijo, nuera y otros familiares. Vivían en una casa como asilo. Comencé a escuchar de sus palabras qué cosa era la soledad. Después de la conversación, los invité a comer algo. Tuvieron dudas, me miraron casi incrédulos. Los llevé a un bar cercano y comimos un emparedado. Al momento del saludo, los ojos de los dos sobre mí y una sola palabra: “gracias”. No lograba a despegar mis ojos de sus ojos, veía algo que no había nunca visto antes. No puedo describir que cosa, no logro. Sé solamente que sentí tocarme profundamente pero no sabía de quién o de qué cosa. Recuerdo que sucesivamente los busqué todavía. Una vez los encontré mientras iba con el carro. Los invité a subir conmigo y fuimos a darnos una vuelta. De regreso en la tarde me dije: “¡los invito a cenar a mi casa!” Sin avisar a mis padres llegué a casa y llamé a mi madre que estaba en el balcón: “¡mamá hoy tenemos huéspedes a cena!”. Ella levantó la cabeza, se le salieron los ojos y me dijo: “¿estás loco? ¡Tú no traes a nadie a la casa!”. Acepté el pare, volvimos a subir al carro y aquella noche se remedió con una pizza.

De allí a poco, como algunos amigos y conocidos fueron tomados de la misma duda de mi madre, comencé a alimentarlo también yo. Decidí entonces consultar con un psiquiatra amigo de la familia para preguntarle si me estaba volviendo loco. Respuesta negativa, una carcajada para asegurarme y una mirada muy perpleja, como de quien no estuviera entendiendo qué cosa me estaba sucediendo. De hecho, ni siquiera yo entendía que cosa me sucedía. La única  cosa que comenzaba a notar, en mi extravío, era que aquel evangelio me decía que si de verdad quería conocerlo, debía buscarlo allí, entre los últimos, no entre los primeros. Fue así que el Señor comenzó a revelarse, a guiarme y llevarme hacia mi camino. Aquella que intento recorrer y hacer recorrer también hoy, con gozo, después de haber sido mientras tanto encargado del sacerdocio ministerial en su iglesia y después de tantas vicisitudes bellas y dolorosas: es el camino del evangelio de Lucas, en los números 14-15.

Nuestra incurable ganas de primar, sobretodo religiosamente (estamos en la casa de un jefe religioso, cfr. v.1), puede ser curada solo si nos convencemos, caminando, que es necesario invertir la ruta. Vamos hacia el último lugar: es allí que se encuentra a Jesús, el Último de todos. Si no nos avergonzaremos de Él porque ha elegido hacerse encontrar allí, entre los últimos olvidados, entonces su gozo invadirá nuestra alma y no lo buscaremos más entre los primeros lugares que el dios de este mundo nos ofrece con sus adulaciones. Y si por si acaso la vida nos condujera a ocupar uno de estos puestos en su iglesia, no lo confundiremos más con un puesto de poder para dominar en las consciencias de los demás y servirnos de ella. Como nos está enseñando este papa en palabras y sobretodo gestos, a los ojos de todos, naturalmente para quien tiene ojos para ver, oídos para escuchar y un corazón para contemplar en él la humildad y la mansedumbre del Señor. Diversamente, se deberá con vergüenza ir a ocupar el último lugar (v.9). Como la misma palabra de Dios confirma en otro texto: si alguien se avergüenza de mí y de mis palabras, también el Hijo del Hombre se avergonzará de él cuando venga en su gloria y en la gloria de su Padre con los ángeles santos (Lc 9,26). Si no me avergüenzo de las elecciones de Dios con aquello que comporta, Dios no se avergonzará de mí. Pero si por no arriesgar de padecer la vergüenza mundana al estar de la parte de los últimos estando a lo lejos de ellos intencionalmente, corro el riesgo de encontrarme siempre más lejano de Él… ¡Es mejor padecer la vergüenza del mundo hoy para no hacer avergonzar al Señor mañana!

Una última cosa. Desde cuando busco seguir al Señor Jesús, entre muchos más fracasos que sucesos, desde cuando he comenzado a buscar, frecuentar y ofrecer un banquete a quien no podrá nunca devolver, nunca he logrado a comprender qué es aquella recompensa que nos que nos darán en el futuro (v.14). Y sin embargo cada vez que junto a otros hermanos actuamos según este consejo del Señor, veo que la paz, el gozo, la fraternidad y cada otro verdadero bien de Dios nos vienen donado abundantemente. Además, Él mismo provee a nuestras necesidades, sobre todo cuando menos nos lo esperamos. ¡Cuánto es bueno el Señor!

Por lo cual, a nombre suyo, invito a quienquiera a tocar con la propia vida su bondad en este itinerario hoy con ustedes compartido. Y si por si acaso estás todavía mirando los rostros concretos que en este comentario ilustran mejor que mis palabras el evangelio que has escuchado, si estuvieras sintiendo dentro de ti una voz que te dice vengan y verán (Jn 1,39), entonces debes saber que cada año se parte lejos, en Perú, para vivir días o también meses inolvidables en medio a tanta humanidad olvidada. Allí en medio, al centro de una de las tantas periferias del mundo, podrás encontrar el centro de tu corazón. ¡Buen domingo!

 

Si antes no serás el primero

a buscarme entre los últimos

a descubrirme en los últimos

no me busques

te buscaré yo

también si tú no me buscaras

porque yo me hago encontrar

también de quien no me busca (Is 65,1)

para que pueda conocer al Último

el Último de todos

Si pasas por aquellas partes

Te abriré el oído

Y tus ojos verán

El nombre del Último

sin algún secreto

El primero sin número

El primero sin un lugar

O verdaderamente en todos los lugares

El lugar que hay

a los pies de cada hombre

El primero de aquellos que resucitan de los muertos

No me busques entre los primeros 

(Anónimo)

 

¡No temas! Yo soy el Primero y el Último, el viviente (Ap 1,18)

DENTRO O FUORI, PRIMI O ULTIMI?

XXI DOMENICA DEL T.O.

Is 66,18b-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

Penso che la domanda che quel tale fece al Signore in cammino verso Gerusalemme, sotto sotto, ce l’abbiamo tutti (Lc 13,23). Ma Lui non soddisfa questo genere di curiosità, anche se tutti, me lo auguro, speriamo che si salvino in tanti. Altrimenti, che Paradiso sarebbe? Cosa risponde il Signore? Come al solito, mette le cose ben in chiaro: sforzatevi (lottate) di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare ma non ci riusciranno (Lc 13,24). Ad una prima reazione sentiamo che Gesù non da una risposta incoraggiante. Non spaventiamoci. Ricordate: quel che dice il Signore non va mai sganciato da altre sue parole. Cioè, non si può mai interpretare isolatamente un brano del vangelo dagli altri. Chi procede così in genere diventa un fondamentalista (non molto diverso da fondamentalisti di altre fedi) che attribuisce al Signore intenzioni che non ha. Pertanto, ad esempio, se uno osserva il v. 25, noterà che qui Gesù parla di un padrone di casa il cui comportamento non è molto dissimile dal personaggio della parabola di Lc 11,5-8, con la differenza che in quella, l’uomo che sembrava non essere disposto ad aprire all’amico che bussava alla sua porta, alla fine gliela apre per accondiscendere alla sua richiesta non per amicizia ma per la sua insistenza (Lc 11,8). Mentre qui, nel vangelo di oggi, la sua posizione sembra irremovibile: non so di dove siete si ripete per 2 volte (vv.25-26) e allontanatevi da me voi tutti operatori di ingiustizia è espressione drastica che sembra chiudere ogni possibilità di cambiamento. Che significa? Come combinare assieme queste parole di Gesù? Qual è il volto di Dio che ne esce? E cos’è questa porta stretta che conduce alla salvezza?

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Nel 2010 ho vissuto gli esercizi spirituali in una casa di preghiera in Trentino dove vive stabilmente una comunità di tipo monastico. Ricordo che sopraggiunto in quel posto, dopo la rituale accoglienza, il sacerdote responsabile mi accompagnò a vedere gli ambienti della casa. Prima di portarmi al mio alloggio, volle mostrarmi la sala degli incontri. Mentre ci dirigevamo insieme ecco che il corridoio si restringeva sia lateralmente che in altezza. Rimaneva davanti a noi una piccola porta che introduceva alla sala. Il sacerdote che mi precedeva si voltò e guardandomi con un bel sorriso mi disse: “questa è una porta speciale, ti ricorda qualcosa?” Una breve pausa per pensarci, poi, uno dietro l’altro, abbassandoci e rimpicciolendoci, la varcammo. Come non ricordare questo vangelo? Non so se quella sera ebbi una illuminazione. Gesù è la porta stretta che ci introduce nel Regno di Dio. Egli stesso si definisce altrove la porta delle pecore (cfr. Gv 10,7). Ma perché “stretta”? Non certo perché il suo cuore è stretto! Non certo perché il suo Regno ha in sé poco spazio! E’ stretta perché per varcarla bisogna farsi piccoli, bisogna lasciare fuori ogni umano protagonismo, ogni ricchezza che ci gonfia, ogni nostra presunta giustizia e conoscenza di Dio! In verità vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Quanto è vero Gesù quando dice che molti cercheranno di entrare ma non ci riusciranno: infatti, quanto è difficile all’uomo farsi piccolo! Come è difficile per l’uomo accettare la salvezza come un dono perché ci si riconosce peccatori incapaci di salvarci, piuttosto che cercare di conquistarcela con le buone azioni per poi dire a se stessi: me la sono meritata! Difficilissimo! Perciò Gesù parla così nel vangelo: ci mette davanti la nostra realtà di persone dure da convertire. Se all’inizio con la sua risposta sembra quasi restringere lo spazio dei salvati, dal v.28 invece ci parla di Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti, di coloro che verranno da oriente e occidente da settentrione e da mezzogiorno: segno inequivocabile di una moltitudine innumerevole che siederà salva al banchetto del Regno; segno del suo cuore con la porta sempre spalancata per tutti! E allora chi sarà dentro e chi resterà fuori? Il vangelo di oggi non dice chi; solo assicura, come altre parabole, che ci sarà un epilogo e ci dice come esso sarà. Alla fine chi sarà dentro, vivrà una mensa festosa con Dio; fuori, pianto e stridore di denti. Con Dio, felicità senza fine, senza di Lui, infelicità infinita. E poi aggiunge chi corre il vero pericolo di restare fuori. Versetto n.26. Allora comincerete a dire: abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze…Il pericolo più insidioso lo corriamo noi, ossia tutti coloro che si ritrovano primi ad aver ricevuto la fede: ebrei e cristiani. Il pericolo oggi lo corriamo noi che siamo in casa, cioè nella chiesa. Il versetto è una chiara allusione alle eucaristie e alla conoscenza degli insegnamenti ricevuti in essa. Non ci salva il numero delle messe celebrate né la conoscenza di quanto si è ricevuto nella propria formazione. Chiunque pone la sua sicurezza in questo rischia di ritrovarsi tristemente fuori dal Regno, cioè senza aver incontrato e conosciuto il volto di Dio! Siamo alla fine del cap.13 di Luca. Nei capitoli 14-15 Gesù spiegherà più approfonditamente questo rischio proprio mentre chiarisce meravigliosamente chi è Dio. Perché il vero problema del credente del passato, come del presente e del futuro, è stato, è e sarà sempre la Misericordia di Dio. Ricordate la fine del cap.15? Anche in quella casa, uno che era andato fuori entra dentro e si ritrova in un festoso banchetto, un altro invece che era dentro esce e rimane fuori, stridendo i denti di rabbia per quello a cui assiste e reclamando pure giustizia!…

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Tiriamo un po’ le somme con l’ultimo versetto del vangelo: ed ecco vi sono ultimi che saranno primi e vi sono primi che saranno ultimi (v.30). E’ evidente che quanto alle intenzioni del Signore c’è solo una volontà di salvezza per tutti. Ma c’è una dinamica di tipo spirituale da intendere bene: avviene infatti che nel Regno ci entrano dentro prima coloro che ai nostri occhi sono ultimi, e per ultimi ci entrano quelli che ai nostri occhi sono primi. Come mai? Ve lo faccio spiegare dalle parole di uno dei miei maestri, il compianto p. Silvano Fausti S.I. Nella lotta per entrare nella porta stretta del Regno il primo della fila diviene l’ultimo per 2 motivi:

1) Perché Colui che da il biglietto d’ingresso ha il suo sportello in fondo alla coda.

2) Perché chi si crede a posto per entrare nel Regno si presenta in prima fila ed è l’ultimo a sentire il bisogno di convertirsi.

L’ultimo della fila invece diviene il primo per gli stessi 2 motivi:

1) Perché è oggettivamente più vicino a Colui che è andato all’ultimo posto per salvare tutti.

2) Perché riconoscendosi peccatore, quindi non meritevole di presentarsi tra primi in fila, è il primo a convertirsi.”

E tu che mi stai leggendo che ne dici? Ti senti dentro o fuori? In fila tra i primi o tra gli ultimi? Se non riesci a dare ancora una risposta non temere. Nel vangelo di domenica prossima Gesù darà in proposito un consiglio a tutti, una parola con cui il Signore ha iniziato a farsi largo nella mia vita.

Buona domenica e alla prossima!

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Pienso que la pregunta que ese tal hizo al Señor de camino hacia Jerusalén, muy en fondo, la tenemos todos (Lc 13,23). Pero Él no satisface este tipo de curiosidad, aunque si todos, eso espero, esperamos que se salven muchos. Sino, ¿qué Paraíso sería? ¿Qué responde el Señor? Como siempre, pone las cosas bien en claro: esfuércense (luchar) en entrar por la puerta estrecha, porque muchos, yo les digo, intentarán entrar pero no lo lograrán (Lc 13,24). Como primera reacción sentimos que Jesús no da una respuesta que anima. No nos asustemos. Recuérdate: que lo que dice el Señor nunca va desenganchado de otras palabras suyas. O sea, nunca se puede interpretar un texto del evangelio aislado de los demás. Quien procede así generalmente se vuelve un fundamentalista (no tan diferente de los fundamentalistas de otras religiones) que atribuye al Señor intenciones que no tiene. Por lo tanto, por ejemplo, si uno observa el v. 25, notará que aquí Jesús habla de un padrón de casa el cual comportamiento no es muy diferente del personaje de la parábola de Lc 11,5-8, con la diferencia que en esa, el hombre que parecía no estar dispuesto a abrir al amigo que tocaba su puerta, al final le abre para satisfacer su pedido no por amistad sino por su insistencia (Lc 11,8). Mientras que aquí, en el evangelio de hoy, su posición parece inflexible: no sé de dónde son se repite por dos veces (vv.25-26) y aléjense de mí todos ustedes obreros de injusticia es expresión drástica que parece cerrar cada posibilidad de cambio. ¿Qué significa? ¿Cómo combinar junto estas palabras de Jesús? ¿Cuál es el rostro de Dios que sale? ¿Y qué es esta puerta estrecha que conduce a la salvación?

En el 2010 he vivido los ejercicios espirituales en una casa de oración del Trentino donde vive establemente una comunidad de tipo monástica. Recuerdo que habiendo llegado en aquél lugar, después de la ritual acogida, el sacerdote responsable me acompañó a ver los ambientes de la casa. Antes de llevarme a mi alojamiento, quizo mostrarme la sala de los encuentros. Mientras nos dirigíamos juntos he aquí que el corredor se reducía ya sea lateralmente como en altura. Quedaba delante de nosotros una pequeña puerta que introducía a la sala. El sacerdote que me precedía se volteó y mirándome con una linda sonrisa me dijo: “esta es una puerta especial, te recuerda algo? Una breve pausa para pensar, luego, uno detrás del otro, agachándonos y achicándonos, la pasamos. ¿Cómo no recordar este evangelio? No sé si esa noche tuve una iluminación. Jesús es la puerta estrecha que nos intruduce al Reino de Dios. Él mismo se define en otro lugar la puerta de las ovejas (cfr. Jn 10,7). Pero ¿Por qué “estrecha”? ¡No seguramente porque su corazón es estrecho! ¡No cierto porque su Reino tiene en sí poco espacio! Es estrecha porque para pasarla es necesario hacerse pequeños, es necesario dejar afuera cada protagonismo humano, cada riqueza que nos infla, cada nuestra presunta justicia y conocimiento de Dios! En verdad les digo, si no se convierten y no se vuelven como niños, no entrarán en el Reino de los cielos (Mt 18,3) Cuánto es verdadero Jesús cuando dice que muchos intentarán entrar pero no lo lograrán: de hecho, ¡cuánto es difícil al hombre hacerse pequeño! ¡Cómo es difícil para el hombre aceptar la salvación como un don porque nos reconocemos pecadores incapaces de salvarnos, antes que buscar de conquistarnosla con las buenas acciones para después decir a sí mismos: ¡Me la he merecido! ¡Dificilísimo! Por esto Jesús habla así en el evangelio: nos pone delante de nuestra realidad de personas duras de convertir. Si al inicio con su respuesta parece casi restringir el espacio de los salvados, del v.28 en cambio nos habla de Abraham, Isaac, Jacob y todos los profetas, de aquellos que vendrán del oriente y del poniente, del norte y del sur: signo inequívoco de una multitud innumerable que se sentará salvada en el banquete del Reino; signo de su corazón con la puerta siempre espalancada para todos! Y entonces ¿quién estará adentro y quien se quedará afuera? El evangelio de hoy no dice quién; solo asegura, como en otras parábolas, que habrá un epílogo y nos dice como será eso. Al final quién estará dentro, vivirá una mesa de fiesta con Dios; afuera, llanto y el rechinar de dientes. Con Dios, felicidad sin fin, sin Él, infelicidad infinita. Y luego agrega quién corre el verdadero peligro de quedarse afuera. Versículo n.26. Entonces ustedes comenzarán a decir: Nosotros comimos y bebimos contigo, tú enseñaste en nuestras plazas… El peligro más insidioso lo corremos nosotros, o sea todos aquellos que se encuentran primeros en haber recibido la fe: hebreos y cristianos. El peligro hoy lo corremos nosotros que estamos en casa, o sea, en la iglesia. El versículo es una clara alusión a las eucaristías y al conocimiento de las enseñanzas recibidas en ella. No nos salva el número de las misas celebradas ni el conocimiento de lo que se ha recibido en la propia formación. Cualquiera que pone su seguridad en esto arriesga de encontrarse tristemente fuera del Reino, o sea sin haber encontrado y conocido el rostro de Dios! Estamos al final del cap. 13 de Lucas. En los capítulos 14-15 Jesús explicará más profundamente este riesgo justamente mientras aclara maravillosamente quién es Dios. Porque el verdadero problema del creyente del pasado, como del presente y del futuro, ha sido, es y será siempre la Misericordia de Dios. ¿Recuerdan el final del cap. 15? También en aquella casa, uno que había ido afuera entra dentro y se encuentra en un festín de banquete, otro en cambio que estaba dentro sale y se queda afuera, rechinando los dientes de rabia por lo que está viendo y reclamando además justicia!…

Sacando conclusiones con el último versículo del evangelio: Pues algunos que ahora son últimos, serán los primeros, y en cambio los que ahora son primeros serán los últimos (v.30). Es evidente que en cuanto a las intensiones del Señor hay solo una voluntad de salvación para todos. Pero hay una dinámica de tipo espiritual que hay que entender bien: ocurre en efecto que en el Reino entran dentro primero aquellos que a nuestros ojos son últimos, y por últimos entran aquellos que a nuestros ojos son primeros. ¿Cómo así? Se los hago explicar de las palabras de uno de mis maestros, el compianto p. Silvano Fausti S.I. “En la lucha para entrar en la puerta estrecha del Reino el primero de la fila se vuelve el último por dos motivos:

  • Porque Aquél que da el boleto de ingreso tiene su puerta al fondo de la fila.
  • Porque quien se cree en su lugar para entrar en el Reino se presenta en primera fila y es el último en escuchar la necesidad de convertirse.

El último de la fila en cambio se vuelve el primero por los mismos dos motivos:

  • Porque es objetivamente más cercano a Aquél que ha ido al último lugar para salvar a todos.
  • Porque reconociéndose pecador, entonces no merecedor de presentarse entre los primeros de la fila, es el primero en convertirse.”

Y tú que me estás leyendo ¿Qué dices? ¿Te sientes dentro o fuera? ¿Entre los primeros de la fila o entre los últimos?

Si no logras a dar todavía una respuesta no temas. En el evangelio del próximo domingo Jesús dará a propósito de esto un consejo a todos, una palabra con la cual el Señor ha iniciado a hacerse espacio en mi vida. ¡Buen domingo y a la próxima!

CURATI DI LUI, GUARDA E PASSAGLI ACCANTO

XV DOMENICA DEL T.O.

Dt 30,10-14; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

 

Il dottore della Legge vuole fare una domanda a Gesù. Ma il Vangelo dice che la fece per metterlo alla prova (Lc 10,25). Anche oggi molti si avvicinano così a Gesù. Non è che se lo dicono (genericamente si tratta di fratelli che non sono molto attenti ad osservare ciò che avviene nel loro cuore, ma piuttosto a quel che fanno gli altri…), anzi, il più delle volte non ne sono consapevoli. Fanno domande, ma da “dottori”. Cioè, non si fanno piccoli davanti a Gesù perché in realtà diffidano di Lui come degli altri: la fiducia è il loro problema. E si ritrovano così a mettere alla prova gli altri, mentre sarebbe meglio riservare questo mestiere a Dio. Alla fine del vangelo, dalle parole di Gesù, comprendiamo che il dottore della Legge metteva al centro se stesso. Come facciamo anche noi quando vogliamo giustificarci davanti alle sue parole (Lc 10,29). Il dottore sa bene qual è il comandamento di tutti i comandamenti (Lc 10,27-28), ma chi è il mio prossimo? è domanda che tradisce il suo problema di uomo di legge. Come tutti quelli che fanno delle Legge il loro Dio, si aspetta che dall’esterno arrivi la rassicurante risposta. Per loro voler bene a Dio è osservare scrupolosamente quel che dice la Legge; in questa logica allora si vuol sapere con precisione chi è il prossimo da amare, forse ci sarà anche qualcuno che si potrà non amare!…Gesù racconta la celebre parabola di un pagano disprezzato e incapace di conoscere il vero Dio (così erano considerati i samaritani al suo tempo) che si comporta molto diversamente (Lc 10,33-35) da un sacerdote e un levita anch’essi incappati in un uomo mezzo morto (Lc 10,30-32). Il sacerdote e il levita rappresentano la Legge e il culto. C’è già implicito in questo primo quadretto della parabola un sano ammonimento: la Legge e il culto possono essere, nella nostra vita di credenti, un grande inganno. Crediamo di servire e piacere a Dio nell’osservanza dei comandamenti, nelle pignolerie dei decreti e nella cura/frequenza puntualissima delle liturgie, ma esse possono far avanzare impercettibilmente la nostra insensibilità verso i fratelli che soffrono. Chissà cosa fece passare oltre i due religiosi. La paura di sporcarsi le mani? La fretta degli impegni che incombevano? La paura di essere ingannati da quell’uomo steso per terra? La paura dell’impegno che richiede il soccorso a un moribondo? Passare oltre davanti alle sofferenze dell’uomo il più delle volte è segnale di una vita guidata dal peccato, ovvero il nostro egoismo. E se mi permettete, (lo dico prima a me stesso) sono convinto che anche se non sempre siamo chiamati a risolvere i problemi di tutti i fratelli sofferenti, siamo però sempre chiamati a far sentire loro la nostra vicinanza.

Vide e passò oltre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Vide e passò oltre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Alcuni giorni fa un amico che insegna in scuola media mi raccontava questa lezione appresa nei suoi primi anni di lavoro. Si dirigeva ogni giorno a piedi verso la scuola dove insegnava e puntualmente incontrava un uomo che mendicava sulla strada che percorreva. Dopo aver chiesto la prima volta come si chiamava e da dove proveniva, passava sempre a salutarlo e gli lasciava ogni giorno qualche soldo. Visse fedelmente quest’incontro mattutino per tanto tempo, ma un giorno si ritrovò senza soldi. Decise allora di passare oltre, perciò quel giorno non si avvicinò a salutarlo. Ma, mentre stava attraversando un incrocio, si sentì toccare dietro le spalle. Era il povero mendicante che, sorridendo, gli disse: “ma tu pensi che ogni giorno io stessi aspettando quei soldini che mi hai sempre lasciato? Io ti ho sempre aspettato perché tu mi salutassi!…”

Si fece vicino, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Si fece vicino, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Dietro il modello di azione del buon samaritano si cela il nostro unico punto di riferimento per quel che riguarda la conoscenza di Dio, quel che piace a Lui e quel che riguarda il nostro cammino di fede. Gesù è infatti il buon samaritano che passa sempre accanto, mai oltre, prendendosi cura di ogni uomo, soprattutto quello ferito e mezzo morto che noi scansiamo. Nel suo viaggio, Gesù ci ha lasciato questa traccia chiarissima e ha affidato a noi sua chiesa la cura di ogni essere umano spezzato dalla vita, anzi, si è identificato con essi e ha lasciato dietro di sé una importante promessa: abbi cura di lui; ciò che spenderai in più te lo pagherò al mio ritorno (Lc 10,35). Coordinando con altra parabola evangelica: ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avrete fatto a me (Mt 25,40). Ogni secondo del nostro tempo speso per amore sincero dei fratelli si imprime nell’eternità! Ma si imprime anche quello che non spendiamo per loro!…Come sua chiesa non possiamo non interrogarci, davanti all’umanità mezza morta che bussa incessantemente alle porte della nostra realtà, se stiamo accogliendo e spendendo del tempo, nel nome di Gesù, per i fratelli cui hanno portato via tutto: terra, casa, famiglia e dignità…

Abbi cura di lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013
Abbi cura di lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Alla fine della parabola scopriamo che Gesù ha capovolto il senso della domanda del dottore. Nella vita, bisogna passare dal “chi è il mio prossimo?” a “come posso io diventare sempre più prossimo?” Se sono incamminato a smetterla di fare di me stesso il centro della vita potrò capirci qualcosa di Dio. E allora, piano piano, Dio stesso mi farà entrare nel mistero della sua compassione, movente di ogni sua azione. Diversamente, anche se si moltiplicassero opere buone, si rischia di cercare solo se stessi, come spesso accade tra noi e come vedremo anche domenica prossima con l’episodio di Marta e Maria. Allora affrettiamoci, se davvero abbiamo sperimentato l’Amore che si prende cura di ciascuno, ad andare e fare anche noi così (Lc 10,37), come Lui fa con noi.

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El doctor de la ley quiere hacer una pregunta a Jesús. Pero el Evangelio dice que la hizo para ponerlo a la prueba (Lc 10,25). También hoy muchos se acercan así a Jesús. No es que se lo dicen (genéricamente se trata de hermanos que no son muy atentos a observar lo que sucede en su corazón, sino más bien a lo que hacen los demás…), Es más, muchas de las veces no lo saben. Hacen preguntas, pero como “doctores”. O sea, no se hacen pequeños delante de Jesús porque en realidad desconfían de Él como de los demás: la confianza es su problema. Y así se encuentran a poner a la prueba a los demás, mientras sería mejor dejar este trabajo reservado a Dios. Al final del evangelio, de las palabras de Jesús, comprendemos que el doctor de la Ley ponía al centro a él mismo. Como hacemos también nosotros cuando queremos justificarnos delante de sus palabras (Lc 10,29)

El doctor sabe bien cuál es el mandamiento de todos los mandamientos (Lc 10,27-28), pero ¿quién es mi prójimo? Es una pregunta que traiciona su problema de hombre de ley. Como todos aquellos que hacen de la Ley su Dios, se espera que de la exterioridad llegue la tranquilizadora respuesta. Para ellos querer mucho a Dios es observar escrupulosamente lo que la Ley dice; en esta lógica entonces se quiere saber con precisión quién es el prójimo para amar, ¡quizás habrá alguno también que se podrá no amar!… Jesús cuenta la célebre parábola de un pagano despreciado e incapaz de conocer el verdadero Dios (así eran considerados los samaritanos en su tiempo) que se comporta muy diferente (Lc 10,33-35) a un sacerdote y a un levita también ellos atascados en un hombre medio muerto (Lc 10,30-32). El sacerdote y el levita representan a la Ley y el culto. Está ya implícito en este primer cuadro de la parábola una sana amonestación: la Ley y el culto pueden ser, en nuestra vida de creyentes, un gran engaño. Creemos servir y gustar a Dios en la observancia de los mandamientos, en las pedanterías de los decretos y en el cuidado/frecuencia puntual de las liturgias, pero eso pueden hacer avanzar imperceptiblemente nuestra insensibilidad hacia los hermanos que sufren. Quizás qué cosa hizo tomar el otro lado a los dos religiosos. ¿El miedo de ensuciarse las manos? ¿El apuro de los compromisos que les incumbía? ¿El miedo de ser engañados por aquel hombre tirado en el piso? ¿El miedo del compromiso que requería el auxilio a un moribundo? Pasar de largo delante de los sufrimientos del hombre la mayor de las veces es señal de una vida guiada por el pecado, o mejor dicho por nuestro egoísmo. Y si me permiten, (lo digo antes a mí mismo) estoy convencido que también si no siempre estamos llamados a resolver los problemas de todos los hermanos que sufren, estamos siempre llamados a hacerles sentir nuestra cercanía.

Hace algunos días  un amigo que enseña en el colegio me contaba esta lección aprendida en sus primeros años de trabajo. Se dirigía cada día a pie hacia la escuela donde enseñaba y puntualmente encontraba a un hombre que mendigaba en el camino que recorría. Después de haber preguntado la primera vez cómo se llamaba y de dónde provenía, pasaba siempre a saludarlo y le dejaba cada día un poco de dinero. Después de haber vivido fielmente este encuentro matutino por tanto tiempo, un día se encontró sin dinero. Decidió entonces pasar de largo, por lo cual aquel día no se acercó a saludarlo. Pero, mientras estaba atravesando un cruce, sintió ser tocado por las espaldas. Era el pobre mendigo que, sonriendo, le dijo: “pero ¿piensas tú que cada día estoy esperando esas monedas que me has dejado siempre? ¡Yo siempre te he esperado para que tú me saludaras!…”

Detrás del modelo de acción del buen samaritano se conserva nuestro único punto de referencia por lo que concierne al conocimiento de Dios, lo que le gusta a Él y lo que respecta a nuestro camino de fe. Jesús es de hecho el buen samaritano que siempre pasa cerca, nunca por otro lado, cuidando de cada hombre, sobretodo del herido y medio muerto que nosotros apartamos. En su viaje, Jesús nos ha dejado esta huella clarísima y ha confiado a nosotros su iglesia el cuidado de cada ser humano partido por la vida, es más, se ha identificado con ellos y ha dejado detrás de sí una importante promesa: cuídalo; y si gastas más, yo te lo pagaré a mi vuelta (Lc 10,35). Coordinando con otra parábola evangélica: cuando lo hicieron con alguno de los más pequeños de estos mis hermanos, me lo hicieron a mí (Mt 25,40). ¡Cada segundo de nuestro tiempo muchas veces por amor sincero de los hermanos se imprime en la eternidad! ¡Pero se imprime también aquello que no gastamos por ellos!… Como su iglesia no podemos no interrogarnos, delante a la humanidad media muerta que toca incesantemente a la puerta de nuestra realidad, si estamos acogiendo y gastando tiempo, en el nombre de Jesús, por los hermanos a los cuales se les ha quitado todo: tierra, casa, familia y dignidad…

Al final de la parábola descubrimos que Jesús ha dado vuelta al sentido de la pregunta del doctor. En la vida, es necesario pasar del “¿quién es mi prójimo?” a “¿cómo puedo yo volverme siempre más prójimo?” Si estoy encaminado a acabar de hacer de mí mismo el centro de la atención podré entender algo de Dios. Y entonces, poco a poco, Dios mismo me hará entrar en el misterio de su compasión, motivo de cada acción suya. Diversamente, también si se multiplicaran obras buenas, se arriesga de buscar solo a sí mismos, como muchas veces sucede entre nosotros y como veremos también el domingo próximo con el episodio de Marta y María. Entonces apurémonos, si de verdad hemos experimentado el Amor que cuida de cada uno, a ir y hacer así también nosotros (Lc 10,37), como Él hace con nosotros.

SI VOLTO’E LI RIMPROVERO’

XIII DOMENICA DEL T.O.

1Re 19,16b.19-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Domenica scorsa siamo giunti alle porte della seconda metà del vangelo di Luca, concepito come un racconto della vita di Gesù incamminato con i suoi discepoli verso il destino che lo attende a Gerusalemme. Spartiacque della narrazione, la domanda rivolta ai discepoli circa la propria identità: e voi, chi dite che io sia? Pietro risponde a nome di tutti, e la risposta sembrerebbe azzeccata: il Cristo di Dio (Lc 9,20). Sì, ma quale Cristo? La verità è che finora i discepoli hanno interpretato il Cristo come vogliono loro. Allora Gesù comincia a giocare a carte scoperte con la prima predizione della sua passione, morte e resurrezione. Il Cristo di Dio è il Figlio dell’uomo che farà una brutta fine (Lc 9,22). Comincia una lenta catechesi rivolta ai discepoli che durerà ben 9 capitoli. Gesù chiede di imbroccare risolutamente la via dell’amore che ci porta a rinnegare il nostro egoismo (Lc 9,23). Ma Pietro, camminando insieme a Gesù, a Gerusalemme si ritroverà a rinnegare il Signore, non se stesso, e gli altri faranno come lui. Come mai? Che cosa non ha funzionato?

Nella prima parte del vangelo di questa domenica è contenuto “in nuce” quel che non va nella ricezione delle istruzioni del maestro mentre si cammina verso Gerusalemme; per questo mi soffermerò a commentare solo questo testo. Il problema è che la parola della Croce, la parola di Cristo che si consegna e viene (apparentemente) sconfitto, proprio non la si riesce né ad accettare né a capire. Gesù si avvicina ai giorni decisivi della sua missione e prende la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme (Lc 9,51): in realtà, una traduzione ancor più fedele alla lettera dice: indurì il suo volto per camminare verso Gerusalemme. Nel testo per ben 3 volte ricorre la parola volto, dal v.51 al v.55. Il volto è quella prima parte del corpo che individua la persona: senza volto non si ricostruisce la sua identità, perciò è fondamentale vedere il volto di una persona per iniziare a conoscerla. Gesù “indurisce” il volto e questo vuol dire che oramai è determinato a fare come ha detto perché ne va della sua vera identità. Egli è il volto di Dio che, fattosi uomo, va a dare la vita per tutti. Perciò, potremmo dire, Gesù è indurito nella misericordia, l’unica durezza che Dio conosce. Da questo punto del vangelo in poi, il racconto di Luca è tutto concentrato a delineare per bene i tratti di questo volto fino alla crocifissione: ed è proprio in questo cammino che vengono fuori i problemi interiori dei discepoli, dei primi che camminarono fisicamente con lui come di quelli di ogni tempo, anche del nostro! Infatti, Gesù manda alcuni dei suoi davanti al suo volto per preparare il suo ingresso in un villaggio di Samaria (Lc 9,52), cioè presso una popolazione considerata lontana da Dio; ma quella gente non lo accolse perché il suo volto era in cammino verso Gerusalemme (Lc 9,53). Allora Giovanni e Giacomo, tra i discepoli più bravi e più buoni perché vogliono tanto bene al Signore (!!!), gli domandano se possono far scendere un accidente dal cielo per toglierli di mezzo. Più o meno come Pietro, quando nell’orto degli Ulivi sguainerà la spada per difendere Gesù, simbolo di tutte quelle opere che noi diciamo di fare per amore di Cristo, certo, ma di quale Cristo? Abbiamo fatto, facciamo e faremo ancora crociate per difendere Cristo e la sua Croce, ma Cristo non si è difeso nell’orto degli ulivi, anzi, ha rimproverato anche lì Pietro: Cristo si è consegnato nelle mani di chi gli metteva le mani addosso! Ai samaritani che lo rifiutarono Cristo non lanciò un giudizio o un ultimatum ma, girato il volto verso di loro li minacciò (Lc 9,55). Capito? Rimproverò i suoi discepoli non i samaritani! Perché? Perché è in gioco il suo volto, ed è proprio questo volto che i suoi non capiscono, perciò Gesù glielo mette davanti nuovamente!

Indurì il suo volto verso Gerusalemme, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2016
Indurì il suo volto verso Gerusalemme, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2016

Ci sono fratelli autorevoli, (articolisti molto seguiti nei blog personali o nelle rubriche di quotidiani), che mal sopportano gli ammonimenti di papa Francesco che si dirigono maggiormente al mondo clericale e dei cristiani praticanti piuttosto che al mondo pagano. Lo tacciano di non avere veramente a cuore la chiesa! Inoltre, constato un sensibile incremento di fratelli che giungono al mio confessionale con una sorda protesta indirizzata al papa: parla sempre di misericordia, ha indetto un Giubileo sulla misericordia, ma insomma il giudizio di Dio? E la sua giustizia? Non bisognerebbe parlare di più del suo giudizio e della sua giustizia? Molti di essi giungono a dubitare che Francesco ci stia parlando a nome di Dio, nella migliore delle ipotesi. E allora ecco il dilemma: ma Dio è veramente quel Cristo re di misericordia che il papa annuncia e spiega, oppure c’è nella sua predicazione/magistero qualcosa che non va? In realtà, mi pare che i dubbi/dilemmi di questi fratelli assomiglino tanto a quelli che sorsero nel cuore del Battista ormai vicino al suo martirio, quando ricevette notizie sulle opere di Gesù e sul suo comportamento: se era veramente lui quel messia per il quale aveva preparato la strada, che ne era di tutta la sua predicazione incentrata sulla giustizia e il giudizio di Dio? Allora mandò un paio di suoi discepoli a domandargli: sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro? (Lc 7,18-19). Cos’è che fondamentalmente fa in loro problema? Il volto misericordioso di Cristo.

Se Gesù invece di camminare “indurito” verso Gerusalemme per dare la vita avesse camminato come gli suggerì Pietro, gli altri discepoli lo avrebbero accettato, i samaritani non lo avrebbero rifiutato, i giudei lo avrebbero riconosciuto, i romani avrebbero cercato un accordo con lui. Invece Gesù è rifiutato da tutti proprio per questo suo volto indurito nella misericordia, indurito nella povertà, nell’umiltà, nel servizio, nel dare la vita. Per questo tutti lo hanno rifiutato e per questo lo rifiutiamo ancora oggi…Questo è il mistero di Cristo che nessuno dei potenti di questo mondo ha capito, compreso me e tutti voi, perché siamo tutti uomini. Gesù minaccia i suoi discepoli come minacciò Pietro e i demoni perché il loro zelo è demoniaco. Tanto del nostro zelo è demoniaco. Noi amiamo Gesù fino a che non lo conosciamo, poi quando lo conosciamo (cfr. seconda parte di questo vangelo…) gli diciamo “aspetta un po’, ti seguirò dopo!”. Quando lo conosciamo non vogliamo seguirlo, quando non lo conosciamo gli vogliamo bene, lo vogliamo difendere, perché sia e faccia quel che noi vogliamo…Così, nella nostra vita di discepoli, mettiamoci davanti a questo volto indurito nella misericordia e chiediamoci: quale spirito abbiamo? Quale volto di Cristo e di Chiesa presentiamo? (P.Silvano Fausti S.I., Lo stile di Gesù)

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El domingo pasado hemos llegado cerca al comienzo de la segunda mitad del evangelio de Lucas, concebido como una historia de la vida de Jesús encaminado con sus discípulos hacia el destino que lo espera en Jerusalén. Momento crucial de la narración, la pregunta dirigida a los discípulos acerca de la propia identidad: y ustedes, ¿quién dicen que soy yo? Pedro responde en nombre de todos, y la respuesta parecería adivinada: el Cristo de Dios (Lc 9,20). Sí, pero ¿qué Cristo? La verdad es que hasta ahora los discípulos han interpretado a Cristo como ellos querían. Entonces Jesús comienza a jugar con las cartas en las manos con la primera predicción de su pasión, muerte y resurrección. El Cristo de Dios es el Hijo del hombre que tendrá un final horrible (Lc 9,22). Comienza una lenta catequesis dirigida a los discípulos y que durará hasta 9 capítulos. Jesús pide que acertemos con resolución la vía del amor que nos lleva a negar nuestro egoísmo (Lc 9,23). Pero Pedro, caminando junto a Jesús, se encontrará en Jerusalén renegando al Señor, no a sí mismo, y los demás harán como él. ¿Cómo así? ¿Qué es lo que no ha funcionado?

En la primera parte del evangelio de este domingo está contenido “en germen” lo que no va en la recepción de las instrucciones del maestro mientras se caminaba hacia Jerusalén: por esto me detengo a comentar solo este texto. El problema es que la palabra de la Cruz, la palabra de Cristo que se entrega y viene (aparentemente) derrotado, no se logra a aceptar ni a entender. Jesús se acerca a los días decisivos de su misión y toma la firme decisión de ponerse en camino hacia Jerusalén (Lc 9,51): en realidad, una traducción todavía más fiel a las palabras precisas dice: endureció su rostro para caminar hacia Jerusalén. En el texto por bien tres veces vuelve la palabra rostro, desde el v.51 al v.55. El rostro es aquella primera parte del cuerpo que localiza a la persona: sin rostro no se reconstruye su identidad, por lo cual es fundamental ver el rostro de una persona para comenzar a conocerla. Jesús “endurece” el rostro y esto quiere decir que ya estaba determinado a hacer como había dicho porque he ahí de su verdadera identidad. Él es el rostro de Dios que, hecho hombre, va a dar la vida por todos. Por esto, podemos decir, Jesús está endurecido en la misericordia, la única dureza que Dios conoce. Desde este punto del evangelio para adelante, el relato de Lucas está todo concentrado a delinear bien los rasgos de este rostro hasta la crucifixión: ¡y es justamente en este camino que salen afuera los problemas interiores de los discípulos, de los primeros que caminaron físicamente con él como de aquellos de cada tiempo, también del nuestro! De hecho, Jesús manda a algunos de los suyos delante a su rostro para preparar su ingreso en una aldea de Samaria (Lc 9,52), o sea, cerca de una población considerada lejana de Dios; pero aquella gente no lo acogió porque su rostro estaba en camino hacia Jerusalén (Lc 9,53).

Entonces Juan y Santiago, entre los discípulos más capaces y más buenos porque quieren tanto al Señor (!!!), le preguntan si pueden hacer caer fuego del cielo para quitarlos del medio. Más o menos como Pedro, cuando en el huerto de los Olivos desenvainará la espada para defender a Jesús, símbolo de todas aquellas obras que nosotros decimos hacer por amor a Cristo, cierto, pero ¿de cuál Cristo? Hemos hecho, hacemos y haremos todavía cruzadas para defender a Cristo y su Cruz, pero Cristo no se ha defendido en el huerto de los olivos, más bien, ha reprochado también allí a Pedro: ¡Cristo se ha entregado en las manos de quien le ponía las manos encima! A los samaritanos que lo rechazaron Cristo no lanzó un juicio o un ultimátum pero, volteando el rostro hacia ellos los amenazó (Lc 9,55). ¿Entendieron? ¡Reprochó a sus discípulos no a los samaritanos! ¿Por qué? Porque está en juego su rostro, y es justamente este rostro que los suyos no entienden, ¡por esto Jesús se los pone nuevamente delante!

Hay hermanos acreditados, (columnistas muy seguidos en los blog personales o en las agendas de los periódicos), que soportan mal las amonestaciones de Papa Francisco que se dirigen mayormente al mundo clerical y de los cristianos practicantes en cambio que al mundo pagano. Lo tachan de no tener ¡a corazón realmente a la iglesia! Además, constato un sensible incremento de hermanos que llegan a mi confesionario con una sorda protesta dirigida al papa: habla siempre de misericordia, ha convocado un jubileo de la misericordia, pero entonces ¿el juicio de Dios? ¿Y su justicia? ¿No se necesitaría hablar más de su juicio y de su justicia? Muchos de ellos llegan a dudar de que Francisco nos esté hablando en nombre de Dios, en la mejor de las hipótesis. Y entonces he aquí el dilema: pero ¿Dios es verdaderamente aquel Cristo rey de misericordia que el papa anuncia y explica, o quizás hay en su predicación/magisterio algo que no va? En realidad, me parece que las dudas/dilemas de estos hermanos se asemejan tanto a aquellos que surgieron en el corazón del Bautista ya cercano a su martirio, cuando recibió noticias de las obras de Jesús y sobre su comportamiento: si era verdaderamente él aquél mesías por el cual había preparado el camino, ¿qué había con toda su predicación centrada en la justicia y el juicio de Dios? Entonces mandó a un par de sus discípulos a preguntarle: ¿eres tú aquel que debe venir o debemos esperar a otro? (Lc 7,18-19). ¿Qué es lo que fundamentalmente hace el  problema en ellos? El rostro misericordioso de Cristo.

Si Jesús en cambio de caminar “endurecido” hacia Jerusalén para dar la vida hubiera caminado como le sugirió Pedro, los demás discípulos lo hubieran aceptado, los samaritanos no lo hubieran rechazado, los judíos lo hubieran reconocido, los romanos hubieran buscado un acuerdo con él. En cambio Jesús es rechazado por todos justamente por este rostro suyo endurecido en la misericordia, endurecido en la pobreza, en la humildad, en el servicio, en el dar la vida. Por esto todos lo han rechazado y por esto lo rechazamos todavía ahora… Este es el misterio de Cristo que ninguno de los potentes de este mundo ha entendido incluido yo y todos ustedes, porque somos todos hombres. Jesús amenaza a sus discípulos como amenazó a Pedro y a los demonios porque el celo de ellos es demoniaco. Tanto de nuestro celo es demoniaco. Nosotros amamos a Jesús hasta que no lo conocemos, luego cuando lo conocemos (cfr. Segunda parte de este evangelio…) le decimos “¡espera un poco, te seguiré después!”. Cuando lo conocemos no queremos seguirlo, cuando no lo conocemos lo queremos mucho, lo queremos defender, para que sea y haga lo que nosotros queremos… Así, en nuestra vida de discípulos, pongámonos delante a este rostro endurecido en la misericordia y preguntémonos: ¿qué espíritu tenemos? ¿Qué rostro de Cristo y de Iglesia presentamos? (P. Silvano Fausti S.I., El estilo de Jesús)

 

STANDO DIETRO, PRESSO I SUOI PIEDI

XI DOMENICA DEL T.O.

2Sam 12,7-10.13; Gal 2,16.19-21; Lc 7,36-50

Ogni volta che leggo questo vangelo, il cuore e la mente si affollano di tante persone incontrate sulla mia strada. Se fosse possibile farle uscire da me e proiettarle come tanti ologrammi davanti a tutti voi lettori, ve le presenterei con gioia una ad una e vi racconterei volentieri la loro storia. Si tratta di fratelli di cui Gesù parla in una celebre espressione del vangelo. E’ una frase di cui mi sono presto invaghito quando da ragazzo ricominciavo a frequentare ambienti di fede: in verità vi dico, i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. Anche oggi questa meravigliosa pagina del vangelo è ben scritta e leggibile nella storia di tanti fratelli.

Alla tavola di Simone il fariseo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012
Alla tavola di Simone il fariseo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Gesù andava ovunque venisse invitato. Quel giorno a invitarlo fu Simone dei farisei, gruppo che certamente non amava il Signore. Allora perché invitarlo? Era solo incuriosito dallo strano maestro? Forse il suo cuore si stava aprendo alla sua parola? Oppure voleva solo “studiarne” le prossime mosse, sentendosi con quel gruppo minacciato dal suo ministero? Gesù è a tavola con lui e, molto probabilmente, con altri convitati del gruppo. Irrompe improvvisamente nella scena del racconto una donna, una peccatrice di quella città (v.37). Espressione delicatissima di Luca, ma non ci sono dubbi: è una donna che si prostituisce. Aveva saputo che il Signore era lì. Il vangelo dice solo che vi entra senza invito (e rischiando di essere buttata fuori…). Non una parola, ma con sé un vaso di profumo e poi alcuni gesti lenti, precisi, coinvolgendosi molto emotivamente, verso una parte precisa del corpo di Gesù: stando dietro, presso i suoi piedi (v.38). Cosa ti era successo o donna, da accorrere in quella casa, ospite indesiderata, ma così desiderosa di incontrarti ai piedi di Gesù?

Presso i suoi piedi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012
Presso i suoi piedi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Un giorno predicavo a messa questo vangelo nella piccola cappella di una zona molto povera della periferia di Lima (Perù), dove operavo solo da pochi mesi. Al termine della celebrazione mi ritrovai a conoscere un gruppetto di giovani. Fra essi c’era una ragazza sui 15-16 anni, bella e dal sorriso molto bello. Ma, non so perché, più guardavo quel sorriso, più avvertivo negli occhi della giovane qualcosa che non andava. Solo qualche giorno dopo mi chiese di parlare. La conversazione diventò inaspettatamente una confessione. Afferrando e stringendomi forte la mano mi chiese a proposito del vangelo ascoltato: “padre, davvero Gesù perdonò quella donna che piangeva ai suoi piedi?…” Le dissi semplicemente che era scritto proprio così, anzi, aggiunsi che il Signore la amava moltissimo. Ma non terminai di parlarle che la ragazza scoppiò in un lungo pianto. Da alcuni mesi infatti, essendo povera, stava vendendo il suo giovane corpo per avere qualche soldo per sé. Dopo quella confessione, compreso che Dio ci teneva molto a lei, non lo fece più.

Vedi questa donna?, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012
Vedi questa donna?, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Simone vide tutta la scena. Ma non vide dentro il cuore di quella donna. Vedere dentro il cuore umano è cosa possibile solo al Signore Gesù e a coloro cui Egli lo concede, se ci si decide a seguirlo sulla via dell’amore. Solo che, se non batti quella strada, finisci per battere la strada del giudizio che ti convince erroneamente di essere dalla parte di Dio, come se Lui fosse un essere che accoglie e approva alcuni che si attengono alle regole e allontana da sé altri che le trasgrediscono (v.39). La genialità divina di Gesù che vuol condurre alla conoscenza di Dio anche il presuntuoso fariseo, imbastisce ad arte una piccola parabola che lo intrappola in una domanda: chi di loro dunque lo amerà di più? (vv.41-43). Simone risponde bene. Adesso tocca a lui aprire il cuore alla lezione di Gesù e di quella donna. Altrimenti nel mistero di Dio non ci entra e non lo conoscerà mai. La vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non…lei invece…tu non…lei invece…tu non…lei invece (vv.44-46). Il messaggio è chiaro: a Dio di noi interessa solo l’amore. E l’amore, dicono nelle loro lettere gli apostoli Pietro e Giacomo, cancella una moltitudine di peccati. Attenzione perché la nostra salvezza non si gioca nell’evitare a tutti i costi il peccato, ma nel credere nella Misericordia di Gesù che ha già pagato per il mio peccato. Perciò S.Paolo giunge a dire ai Galati, nella odierna 2a lettura, che oramai vive la sua vita nella fede del Figlio di Dio che l’ha amato dando sé stesso per lui e che non vuole rendere vana la grazia di Dio, perché se la sua salvezza venisse dall’osservanza della Legge allora Cristo è morto invano (Gal 2,20-21). Solo se si è fatta l’esperienza della misericordia di Dio nella propria vita, si può amare veramente/gratuitamente i fratelli. Diversamente, li stiamo amando per qualche tornaconto o cercando religiosamente solo noi stessi. Inoltre, per quel che comprendo dai vangeli, dobbiamo dire che nella vita ci possono essere in giro tante persone apparentemente molto pie che consideriamo sante magari perché non cadono in gravi peccati, ma che in realtà non sono nemmeno entrati nel regno di cui ci parla Gesù; mentre possono esserci tanti la cui vita è incorsa in vicende di peccato grave, ma che amano con tale sincerità e intensità il Signore da essere sante senza che ce ne accorgiamo. Quanto è diverso il Signore da come lo pensano e lo dipingono gli uomini! Quanto è diverso il Signore da come lo vorrebbero! Davvero pubblicani e prostitute ci precedono nel regno di Dio!

La tua fede ti ha salvato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012
La tua fede ti ha salvato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Ma Egli disse alla donna: la tua fede ti ha salvata; va in pace! (v.50). Laddove l’occhio umano e religioso vedeva solo una specie di donna (v.39), l’occhio di Dio vedeva una signora dalla fede ammirabile. Come gli occhi di Papa Francesco, che ci invitano da tempo a riscoprire il vero volto di Dio, specialmente in quest’anno giubilare in corso. Sentite cosa racconta lui stesso nel libro-intervista Il nome di Dio è Misericordia (pp.73-74), ricordando un episodio della sua vita di pastore. “Al tempo in cui ero rettore del Collegio Massimo dei Gesuiti e parroco in Argentina, ricordo una madre che aveva dei bambini piccoli ed era stata abbandonata dal marito. Non aveva un lavoro fisso, riusciva a trovare dei lavori saltuari soltanto qualche mese all’anno. Quando non trovava lavoro, per dar da mangiare ai suoi bambini faceva la prostituta. Era umile, frequentava la parrocchia, cercavamo di aiutarla con la Caritas. Ricordo che un giorno – eravamo nel periodo delle festività natalizie – è venuta con i figli al Collegio e ha chiesto di me. Mi hanno chiamato e sono andato a riceverla. Era lì per ringraziarmi. Io credevo che fosse per il pacco con i generi alimentari della Caritas che le avevamo inviato: “Lo ha ricevuto?”, le ho chiesto. E lei: “Sì, sì, la ringrazio anche per quello. Ma io sono venuta qui per ringraziarla soprattutto perché lei non ha mai smesso di chiamarmi “signora”. Sono esperienze dalle quali uno impara quanto sia importante accogliere con delicatezza chi si ha di fronte, non ferire la sua dignità. Per lei il fatto che il parroco, pur intuendo la vita che conduceva nei mesi in cui non poteva lavorare, continuasse a chiamarla “signora” era importantissimo tanto quanto, o forse di più, quell’aiuto concreto che le davamo”.

Dio ci faccia la stessa grazia che fiorì nel cuore della donna del vangelo. Possa rivelarci il suo segreto, quello che la portò a stare dietro, presso i suoi piedi: il luogo dove si impara a conoscere il Signore e si diventa, poco a poco, suoi discepoli.

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Cada vez que leo este evangelio, el corazón y la mente se llenan de tantas personas encontradas en mi camino. Si fuera posible hacerlas salir de mí y proyectarlas como tantos hologramas delante de todos ustedes lectores, se los presentaría con gozo una a una y les contaría con mucho gusto sus historias. Se trata de hermanos de los cuales Jesús habla en una célebre expresión del evangelio. Es una frase de la cual me he enamorado rápidamente cuando de joven volvía a frecuentar ambientes de fe: en verdad les digo, que los publicanos y las prostitutas llegan antes que ustedes al Reino de los cielos. También hoy esta maravillosa página del evangelio está bien escrita y legible en la historia de tantos hermanos.

Jesús iba a cualquier lugar donde venía invitado. Aquél día a invitarlo fue Simón de los fariseos, grupo que ciertamente no amaba al Señor. Entonces ¿Por qué invitarlo? ¿Era solo curiosidad del extraño maestro? ¿Quizás su corazón se estaba abriendo a su palabra? O ¿quizás quería solo “estudiar” sus próximas movidas, sintiéndose con aquel grupo amenazado por su ministerio? Jesús está en la mesa con él y, muy probablemente, con otros invitados del grupo. Irrumpe de improviso en la escena del relato una mujer, una pecadora de aquella ciudad (v.37). Expresión delicadísima de Lucas, pero no hay dudas: es una mujer que se prostituye. Había sabido que el Señor estaba allí. El evangelio dice solo que entró sin invitación (y arriesgando ser echada fuera…). No una palabra, pero con ella un frasco de perfume y luego algunos gestos lentos, precisos, involucrándose muy emotivamente, hacia una parte precisa del cuerpo de Jesús: poniéndose detrás, a los pies de Él (v.38). ¿Qué te había sucedido oh mujer, para acudir a aquella casa, huésped indeseado, pero así deseosa de encontrarte a los pies de Jesús?

Un día predicaba en la misa este evangelio en la pequeña capilla de una zona muy pobre de la periferia de Lima (Perú), donde trabajaba solo desde pocos meses. Al concluir con la celebración me encontré a conocer un grupito de jóvenes. Entre ellos estaba una joven entre 15 y 16 años, bella y con una sonrisa muy bonita. Pero, no sé por qué, más miraba esa sonrisa, advertía más en los ojos de la joven que algo no iba bien. Solo algunos días después me pidió para que conversemos. La conversación se volvió inesperadamente una confesión. Agarrándome y apretándome fuerte la mano me preguntó a propósito del evangelio escuchado: “padre, ¿de verdad Jesús perdonó aquella mujer que lloraba a sus pies?…” Le dije simplemente que estaba escrito justamente así. Además, agregué que el Señor la amaba muchísimo. Pero no terminé de hablar que la joven explotó en un largo llanto. Desde algunos meses de hecho, siendo pobre, estaba vendiendo su joven cuerpo para tener algo de dinero para sí. Después de aquella confesión, comprendiendo que Dios se preocupaba mucho por ella, no lo hizo más.

Simón vio toda la escena. Pero no vio dentro del corazón de aquella mujer. Ver dentro el corazón humano es cosa posible solo al Señor Jesús y a aquellos al cual Él lo concede, si nos decidimos a seguirlo en el camino del amor. Solo que, si no tocas aquel camino, terminas por tocar el camino del juicio que te convence erradamente de estar de la parte de Dios, como si Él fuera un ser que acoge y aprueba a algunos que se atienen a las reglas y aleja de sí a otros que la trasgreden (v.39). La genialidad divina de Jesús que quiere conducir al conocimiento de Dios también al presuntuoso fariseo, cose con arte una pequeña parábola que lo atrapa en una pregunta: ¿quién de ellos entonces lo amará más? (vv.41-43). Simón responde bien. Ahora le toca a él abrir su corazón a la lección de Jesús y de aquella mujer. Si no en el misterio de Dios no entra y no lo conocerá nunca. ¿Vez a esta mujer? Entré en tu casa y no me diste… Ella, en cambio… tu no… ella en cambio (vv.44-46). El mensaje es claro: a Dios, de nosotros, le interesa solo el amor. Y el amor, dicen en sus cartas los apóstoles Pedro y Santiago, cancela una multitud de pecados. Atención porque nuestra debilidad no se juega en el evitar a toda costas el pecado, sino en el creer en la Misericordia de Jesús que ya pagó por mi pecado. Por esto S. Pablo alcanza a decir a los Gálatas, en la actual 2ª lectura, que ya vive su vida en la fe del Hijo de Dios que lo ha amado dando a sí mismo por él y que no quiere rendir vana la gracia de Dios, porque si su salvación viniera de la práctica de la Ley entonces Cristo ha muerto inútilmente (Gal 2,20-21). Solo si se ha hecho la experiencia de la misericordia de Dios en la propia vida, se puede amar verdaderamente/gratuitamente a los hermanos. Diversamente, lo estamos amando por algún provecho o buscando religiosamente solo a nosotros mismos. Además, por lo que comprendo de los evangelios, debemos decir que en la vida pueden haber tantas personas aparentemente muy devotas que quizás consideramos santas porque no caen en grave pecado pero que en realidad no han entrado ni siquiera en el Reino del cual nos habla Jesús; mientras pueden haber tantos cuya vida ha incurrido en hechos de pecado grave, pero que aman con tal sinceridad e intensidad al Señor de ser santas sin que nos demos cuenta. ¡Cuánto es diferente el Señor de cómo lo piensan y pintan los hombres! ¡Verdaderamente publicanos y prostitutas nos preceden en el Reino de los cielos!

Pero Él dijo a la mujer: tu fe te ha salvado; ve en paz! (v.50). Allí donde el ojo humano y religioso veía solo una especie de mujer (v.39), el ojo de Dios veía una señora de fe admirable. Como los ojos de Papa Francisco, que nos invita desde hace tiempo a descubrir el verdadero rostro de Dios, especialmente en este año jubilar en curso. Escuchen que cosa cuenta él mismo en el libro-entrevista El nombre de Dios es Misericordia (pp.73-74), recordando un episodio de su vida de pastor. “En el tiempo en el cual era rector del Colegio Máximo los Jesuitas y párroco en Argentina, recuerdo a una madre que tenía niños pequeños y había sido abandonada por el esposo. No tenía un trabajo fijo, lograba a encontrar trabajos esporádicos solo algunos meses del año. Cuando no encontraba trabajo, para dar de comer a sus niños hacia la prostituta. Era humilde, frecuentaba la parroquia, intentábamos ayudarla con la Cáritas. Recuerdo que un día – estábamos en el período de las fiestas natalicias – ha venido con los hijos al Colegio y ha preguntado por mí. Me han llamado y he ido a recibirla. Estaba allí para agradecerme. Yo creía que fuera por el paquete con los víveres de la Cáritas que le habíamos enviado: “¿lo ha recibido?, le pregunté. Y ella: “Sí, sí, le agradezco también por eso. Pero yo he venido aquí para agradecerle sobre todo porque usted nunca ha dejado de llamarme “señora”. Son experiencias de las cuales uno aprende cuanto es importante acoger con delicadeza a quien se tiene delante, no herir su dignidad. Para ella el hecho que el párroco, aunque si intuyendo la vida que llevaba en los meses en el cual no podía trabajar, continuaba a llamarla “señora” era importantísimo tanto cuanto, o quizás mucho más, de aquella ayuda concreta que le dábamos”.

Dios nos haga la misma gracia que floreció en el corazón de la mujer del evangelio. Pueda revelarnos su secreto, lo que la llevó a estar detrás, cerca de sus pies: el lugar donde se aprende a conocer al Señor y se vuelve poco a poco sus discípulos.

 

 

GESÙ, IL CORPO DELL’AMORE

SOLENNITA’ DEL SS.MO CORPO E SANGUE DI CRISTO

Gn 14,18-20; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11b-17

Questa è la domenica in cui ricordiamo solennemente cosa ha inventato l’amore del Signore Gesù per noi: ha lasciato nelle nostre mani il suo corpo, ogni giorno. Il che vuol dire: ha lasciato la sua stessa persona, la sua reale presenza, proprio come ci aveva promesso. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Se ci pensiamo, non poteva essere altrimenti: chi ama non sopporta l’idea di stare fisicamente lontano dall’amato. Così il nostro Dio ha inventato questa sua nuova presenza tra noi. Ma come è possibile che un’ostia di pane e un po di vino nascondano la sua reale presenza corporea? Come spiegare questa indicibile realtà posta nelle nostre mani? Appunto, un tale mistero non si può spiegare. Quando stiamo davanti all’Eucarestia, bisogna approcciare con il cuore. Altrimenti, si rischia di fallire il contatto. Altrimenti, in quel pane non si vede niente.

Papa Francesco solleva l'ostensorio al termine della processione del Corpus Domini dalla Basilica di San Giovanni in Laterano alla Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, 30 maggio 2013. Pope Francis holds a monstrance containing a Holy Host at the end of the Corpus Domini procession from St. John Lateran Basilica to St. Mary Major Basilica, in Rome, 30 May 2013. UPDATE IMAGES PRESS/Riccardo De Luca STRICTLY ONLY FOR EDITORIAL USE
Papa Francesco solleva l’ostensorio al termine della processione del Corpus Domini dalla Basilica di San Giovanni in Laterano alla Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, 30 maggio 2013.

Durante la mia prima esperienza in America Latina (in Perù, periferia di Lima), nell’ultima parrocchia dove svolgevo il mio servizio c’era una cappellina di adorazione permanente del SS.mo Sacramento. Mi ci recavo quasi ogni giorno intorno alle tre del pomeriggio. Lì incontravo sempre Basilia, una mamma molto povera il cui solo inginocchiarsi e poi rimanere davanti al SS.mo esposto, rapiva la mia attenzione. Dopo parecchi giorni, mi sono accorto che questo mi accadeva sistematicamente. Perciò mi dissi: “perché Signore questa donna così povera prende la mia attenzione più di te?”. Pensai tra me: “questo non va bene…”. Poi un giorno mi sono alzato, sono andato da lei inginocchiata e le ho detto: “senti Basilia, adesso tu mi devi dire una cosa. Perché vieni ogni giorno qui? Come fai a restare così a lungo in silenzio con gli occhi verso il SS.mo? Basilia mi guardò solo qualche istante, poi mi disse: “padre, vengo ogni giorno qui per parlare al Signore Gesù. Se non vengo qui, dove andrei? Chi mi ascolterebbe? Chi mi capirebbe? Chi mi aiuterebbe? Vengo e gli parlo di tutto, soprattutto dei miei problemi. Gesù mi ascolta e mi da forza. Senza di Lui non posso andare avanti”. Quel giorno capii che la mia non era distrazione, ma assistevo a una lezione. Gesù stesso spingeva il mio sguardo verso quella donna.

Gesù e i suoi al Cenacolo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015
Gesù e i suoi al Cenacolo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2016

Cos’è l’Eucarestia? E’ il Signore Gesù che, silenzioso e rispettoso, attende che gli andiamo a parlare della nostra vita. Cos’è l’Eucarestia? E’ il Signore Gesù che ci accoglie e ascolta sempre, ci nutre e ci dona energia per camminare in questa vita scoprendo che si può già vivere un altra vita: la sua, ovvero una vita spesa per amore dei fratelli. Cos’è l’Eucarestia? E’ il Signore Gesù, non un suo mero ricordo, che in ogni s.messa ci chiama al banchetto della fraternità per prendere tra le sue mani noi che prendiamo nelle nostre mani Lui; ci alza al cielo pronunciando su di noi la sua benedizione, ci spezza affinché anche noi, come Lui che si spezza, possiamo sfamare una umanità affamata di amore ancor prima che di pane. E’ questo il movimento esatto che fa il sacerdote con il Suo Corpo tra le mani. Ma bisogna essere convinti di essere cinque pani e due pesci, troppo poca cosa per tutta questa gente (Lc 9,13). E bisogna tuttavia essere convinti che questa poca cosa che siamo, nelle sue mani, diventa una grande cosa. Bisogna essere disposti ad essere spezzati, credendo che le mani di Gesù ci spezzano per una vita benedetta che feconda la mia e quella degli altri (Lc 9,16-17).

Eucaristia7

Quello che mi è successo qualche giorno fa, dopo alcuni giorni di amarezza, forse illumina questo ultimo pensiero. Orismenne è una mamma nigeriana povera che viene con altri fratelli a ricevere in parrocchia degli aiuti alimentari dalla Caritas. Ogni volta che la incrocio mi saluta sempre con tanta affabilità. Un giorno mi sono fermato con lei e l’ho ascoltata nei suoi problemi. Vi lascio immaginare. Un marito e due figli alla continua ricerca di una vita più dignitosa. Quella mattina Orismenne, in attesa della distribuzione, mi ha raggiunto in chiesa dove mi stavo recando per la mia preghiera. Mi disse con un gran sorriso sul volto “padre, mi scusi, ma non trovo la buchetta per le offerte…” – “E’ nell’albero dove si accendono i lumini votivi” – le risposi. Mi diressi con lei verso l’albero votivo, le mostrai la piccola buchetta e lei subito (non volendo far vedere cosa aveva in mano) vi allungò “furtivamente” del denaro cartaceo con la mano, ma non riusciva a farlo entrare. Quando mi feci avanti per aiutarla non credevo ai miei occhi: “Orismenne, cosa stai facendo? Perché stai mettendo tutto quel denaro? Ma guarda che forse può servire a te e la tua famiglia!…”. Erano 105 €! Allora lei mi disse: “padre, questa è la decima del nuovo stipendio di Maurice mio marito. Dopo tanta ricerca finalmente ha trovato lavoro, siamo tanto contenti! Perciò padre, la prego, prenda questi soldi per la parrocchia: mio marito ed io abbiamo deciso di dare al Signore la decima di quello che abbiamo ricevuto per ringraziarlo, come dice di fare la Bibbia. Nella vita, prima viene Dio…”.

corpus-domini

“PRIMA VIENE DIO”. Orismenne e suo marito hanno deciso che le necessità proprie e quelle dei loro figli non sono più importanti della risposta da dare al Signore, non sono più importanti del grazie concreto da dirgli. Se mi fossi messo a far calcoli, avrei potuto impedirle di compiere questo gesto, ma grazie a Dio non le ho tolto la possibilità di scrivere questa pagina di vangelo. Con il loro gesto infatti hanno permesso, liberamente, che il Signore spezzasse qualcosa della loro vita: perciò sono benedetti e sono stati la benedizione per me. Non dimenticherò mai la gioia con cui mi ha consegnato quel denaro. L’Eucarestia è il corpo dell’amore che ci fa capaci di amare come Gesù.

LO SPIRITO DI DIO ABITA IN VOI

SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

At 2,1-11; Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26
Pentecoste, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014
Pentecoste, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

 

La solennità che si celebra oggi ci ricorda il dono dello Spirito Santo: per dirla con il vangelo, il compimento della promessa di Gesù di non lasciarci orfani dopo la sua Ascensione: pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre (Gv 14,15). La liturgia della parola del giorno offre, come sempre, il racconto dell’evento presente negli Atti degli Apostoli; questa volta però ci soffermeremo sulla 2a lettura, un brano tratto dalla lettera ai Romani che invita a meditare sul mistero della inabitazione dello Spirito Santo nel cuore umano dal giorno del suo battesimo. Tremo e nello stesso tempo gioisco al solo fermarmi a pensare questa verità di fede. Una regola esegetica ci dice che quando meditiamo un testo biblico bisogna fermarsi ad osservare attentamente quella parola o quella espressione che ricorre maggiormente nel brano esaminato: ebbene qui Paolo dice “lo Spirito di Dio abita in voi” per ben 3 volte in 3 versetti (Rm 8,8-11). E’ innegabile che voglia attirare l’attenzione sulla presenza dello Spirito Santo nella nostra anima.

Di solito quando battezzo un bimbo rinnovo sempre con piacere la mia fede insieme a familiari e amici convenuti al rito liturgico. E di solito mi soffermo sempre a spiegare che nel corso della nostra breve vita l’uomo rincorre tanti obiettivi e titoli, ma per noi cristiani si tratta di cose che impallidiscono di fronte alla luce invisibile e abbagliante di ciò che accade nel battesimo. La vita umana viene immersa nella vita divina, viene liberata dalla forza del peccato originale, Dio “entra” nella sua creatura come nel suo proprio tempio e ci assicura il titolo maggiormente ambito da tutti gli esseri viventi dell’universo visibile ed invisibile: figli di Dio. Da lì lo Spirito di Dio non se ne va più e ci accompagnerà lungo tutto il cammino della nostra esistenza per farci comprendere, se lo vogliamo, che cosa significa che dopo il battesimo siamo figli di Dio. S.Giovanni nella sua 1a lettera ce lo spiega con una breve ma densissima espressione: quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!…Noi sin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato (1Gv 3,1-2). Questo grande amore è lo Spirito Santo. Ed è lo stesso Spirito Santo che, rivelandosi nell’arco della vita del credente, insegnerà ogni cosa e ricorderà tutto ciò che vi ho detto (Gv 16,26); è Lui stesso che attesta insieme al nostro spirito che siamo figli di Dio (Rm 8,16). Lo Spirito Santo presente nei nostri cuori è la prova concreta che Dio ci ama: l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,5).

Da qualche tempo una buona parte delle domande “teologiche” che ricevo in colloqui personali riguarda la persona dello Spirito Santo. Molti mi dicono: dov’è lo Spirito Santo? Cos’è? Io non sento lo Spirito Santo, come posso avvertire la sua presenza? Devo invocarlo come qualcuno che è fuori o dentro di me? Come posso capire quando è lo Spirito Santo che mi parla? Segno evidente che quando ci si interroga su di Lui, emerge una sorta di fatica a stabilire una relazione che lo consideri persona. Non mi sembra il caso di dare risposte puntuali o di definizioni precise, anche perché non ne ho: le lascio volentieri a chi se ne occupa. Eppure dirò qualcosa in merito. Infatti, se leggi una parola della Scrittura e questa si illumina improvvisamente dando una comprensione nuova al tuo intelletto o riscaldando/guarendo il tuo fragile cuore: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che fa questo. Se una persona molesta offende con la parola o con un gesto la tua dignità e invece di reagire ripagandola con la stessa moneta pazienti e lasci cadere l’offesa, non tenendo conto del male ricevuto: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ti ha guidato in questa scelta. Se dopo un periodo trascorso nelle gozzoviglie di qualche peccato senti il vuoto e il dispiacere dentro di te per aver sciupato tanto tempo e risorse in quello che non può dare felicità al proprio cuore, e ti senti spinto ad andare a confessare il male accumulato: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ha creato questo. E se in quella confessione, attraverso le parole del sacerdote, ti senti di nuovo libero interiormente e convinto del perdono di Dio: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ha operato tutto questo. Se guardando uno straniero povero in difficoltà che cerca accoglienza ti viene da avvicinarlo mentre gli altri rimangono indifferenti, ascolti la sua storia e la sua sofferenza provando compassione e poi ti adoperi con gioia per far qualcosa per lui: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ti spinge a far questo. Se davanti a una scelta importante da prendere, dopo tanta incertezza trovi il coraggio di prendere risolutamente quella decisione che era da prendere superando la paura che ti bloccava: non avere dubbi, lo Spirito Santo era dentro quella decisione. Potrei continuare, ma penso possa bastare.

Cari amici, forse ora state pensando che non è poi così difficile riconoscere la sua presenza ed entrare in una relazione confidenziale con lo Spirito Santo, o almeno questo mi e vi auguro. Perciò, mi viene ora da concludere con semplicità insieme a voi invocandolo come la Chiesa lo invoca da secoli:

Vieni, o Spirito creatore,
visita le nostre menti,
riempi della tua grazia
i cuori che hai creato.

O dolce consolatore,
dono del Padre altissimo,
acqua viva, fuoco, amore,
santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio,
promesso dal Salvatore,
irradia i tuoi sette doni,
suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto,
fiamma ardente nel cuore;
sana le nostre ferite
col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico,
reca in dono la pace,
la tua guida invincibile
ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza,
svelaci il grande mistero
di Dio Padre e del Figlio
uniti in un solo Amore.

Sia gloria a Dio Padre,
al Figlio, che è risorto dai morti
e allo Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

BUONA DOMENICA A TUTTI!

LE PAROLE DA OSSERVARE

VI DOMENICA DI PASQUA

At 15,1-2.22-29; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

 

Ho ancora in mente la tragedia di qualche giorno fa. Una promettente studentessa fotomodella che attraversa i binari di una stazione di Milano, la musica a tutto volume con le cuffie alle orecchie. Non avverte il sopraggiungere di un treno ad alta velocità, l’impatto è fatale. Leggo qualche commento. Non ne ho trovato uno che si chiedesse se non ci sia qualcosa di anomalo nell’andare in giro assordando le proprie orecchie, quando la realtà che mi sta davanti richiederebbe una concentrazione auditiva ben diversa e rivolta a tante altre persone o cose che mi circondano, non solo su se stessi. Questo fatto mi ha fatto pensare quanto sia importante dirigere il traffico di quello che arriva alle mie orecchie: senza questa attenzione, possono giungere ad esse anche semi di morte.

La tua parola è lampada, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2013
La tua parola è lampada, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2013

Come è importante ricevere parole che comunichino vita e ottimismo! E’ così importante che da qualche tempo siamo arrivati a capire quanto sono determinanti persino nella vita intrauterina, come dimostrano vari studi scientifici al riguardo. I cristiani si fidano di uno che dice: le mie parole sono spirito e vita (Gv 6,63). Anzi, nel vangelo di oggi il Signore sembra dirci che l’amore per Lui è proporzionale alla accoglienza/frequenza della sua parola (Gv 14,23). Però ci si sarebbe aspettato che dicesse: se uno mi ama ascolterà la mia parola. Invece dice: osserverà la mia parola. Ma come si può “guardare” la parola? E’ solo un povero esempio, ma può aiutare. Sui banchi universitari di teologia ho incrociato due luminari dell’esegesi biblica, ritenuti allora i maggiori esperti italiani del vangelo di Giovanni per le conoscenze linguistiche-semantiche e i prolungati studi su quel vangelo. Quando uno di essi dava le sue lezioni bastavano poche battute iniziali perché in classe regnasse un autentico dormitorio: il professore esponeva tutta la sua scienza, eppure le ore delle sue lezioni ci sembravano interminabili. Quando invece l’altro professore ci dava lezione era sempre come se stesse per iniziare una sinfonia: si creava immediatamente un silenzio pieno di ascolto e le sue ore di lezione correvano velocissime al punto che al suono della campanella ti dicevi sempre: “è già finita l’ora?”. Ed era così per tutti. Perché stessa grande competenza e così grande differenza? Mi sono dato una risposta quando mi sono accorto che c’era una grande differenza tra i due anche quando li incontravi fuori dall’aula. Uno scontroso, poco disponibile e a volte persino sprezzante difronte alle tue domande. L’altro affabile, disponibile e sempre interessato alle stesse domande. Di quest’ultimo professore ricordo quasi ogni lezione, persino alcune puntuali espressioni delle sue spiegazioni. Dell’altro non ricordo niente, se non la noia che avvolgeva noi studenti. E questo perché uno può sapere tante cose senza conoscere veramente ciò di cui parla a menadito. Invece, quando P.Giuseppe Ferraro S.I. svolgeva le sue lezioni, noi “vedevamo” sul suo volto, nei suoi gesti, in tutta la sua originale umanità quelle parole di Gesù che insegnava: credo che questo ci succedesse perché lui per primo “vedeva” quella parola che trasmetteva.

Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Potremmo anche tradurre: se uno mi ama vedrà la mia parola. La rivelazione di Dio passa attraverso questo atto di amore e di fiducia verso le parole di Gesù. Ancora oggi, quando ascoltiamo i vangeli, quelle parole attendono di essere accolte e di incarnarsi in noi, di rendersi visibili in noi. Perciò, se davvero si vuole conoscere la persona di Gesù, bisogna frequentare spesso le Sacre Scritture. Ignorantia scriptura ignorantia Christi, diceva S.Girolamo. Poi, siccome abbiamo spesso “la memoria corta”, Gesù ci ha promesso il suo Spirito: il “Paraclito”, ovvero “colui che viene in nostro soccorso”, compie il servizio di ricordarci le parole di Gesù con il loro insegnamento. Viene proprio da dire che il Signore, il quale sa come siamo fatti, pensa proprio a tutto! Il vangelo poi ci dice che se amiamo Gesù così come siamo, se accettiamo di vivere questo cammino per imparare da Lui, Dio stesso farà di noi la sua casa portandoci ogni dono necessario di cui il primo è una pace stabile che questo mondo non conosce: una pace capace di farci superare le nostre paure e di farci sperimentare già su questa terra la gioia dell’amicizia con Dio (Gv 14,27-28 e anche 15,11).

BUONA DOMENICA A TUTTI!

 

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Tengo todavía en mente la tragedia de algunos días atrás. Una estudiante fotomodelo que prometía mucho y que atraviesa los binarios de una estación de Milán, la música a todo volumen con los auriculares en los oídos. No advierte el sobrevenir de un tren a alta velocidad, el impacto es fatal. Leo algunos comentarios. No he encontrado ni siquiera uno que se preguntara si hay algo de anormal en el caminar por las calles ensordando los propios oídos, cuando la realidad que me está delante requeriría una concentración auditiva muy diferente y dirigida a tantas otras personas o cosas que me circundan, no solo sobre uno mismo. Este hecho me ha hecho pensar en cuánto es importante dirigir el tráfico de lo que llega a mis oídos: sin esta atención, también pueden llegar a ellas semillas de muerte.

¡Como es importante recibir palabras que comunican vida y optimismo! Es así importante que desde algún tiempo hemos llegado a entender cuanto es determinante hasta en la vida intrauterina, como demuestran varios estudios científicos al respecto. Los cristianos se fían de uno que dice: mis palabras son espíritu y vida (Jn 6,63). Más bien, en el evangelio de hoy el Señor parece decirnos que el amor por Él es proporcional a la acogida/frecuencia de su palabra (Jn 14,23). Pero nos hubiéramos esperado que dijera: si uno me ama escuchará mi palabra. En cambio dice: observará mi palabra. Pero cómo se puede “mirar” la palabra? Es solo un pobre ejemplo, pero puede ayudar. Sobre los bancos universitarios de teología he cruzado a dos lumbreras de la exégesis bíblica, creídos entonces como los mayores expertos italianos del evangelio de Juan por los conocimientos lingüísticos-semántico y los prolongados estudios sobre aquel evangelio. Cuando uno de ellos daba sus lecciones bastaban pocas frases iniciales para que en la clase reinase un auténtico dormitorio: el profesor exponía toda su ciencia, y sin embargo las horas de sus lecciones nos parecían interminables. Cuando en cambio el otro profesor nos daba lecciones era siempre como si estuviera por comenzar una sinfonía: se creaba inmediatamente un silencio lleno de escucha y sus horas de lección corrían velozmente al punto que al sonido de la campana te decías siempre: “¿ya terminó la hora?”. Y era así para todos. ¿Por qué la misma gran competencia y así gran diferencia? Me he dado una respuesta cuando me he dado cuenta que había una grande diferencia entre los dos aunque cuando los encontraba fuera del aula. Uno hosco, poco disponible y a veces hasta desdeñoso delante a tus preguntas. El otro afable, disponible y siempre interesado a las mismas preguntas. De este último profesor recuerdo casi cada lección, hasta algunas puntuales expresiones de sus explicaciones. Del otro no recuerdo nada, sino el aburrimiento que envolvía a nosotros estudiantes. Y esto porque uno puede saber tantas cosas sin conocer verdaderamente de lo que habla a dedillo. En cambio, cuando P. Giuseppe Ferraro S.I. desenvolvía sus lecciones, nosotros “veíamos” en su rostro, en sus gestos, en toda su original humanidad esas palabras de Jesús que enseñaba: creo que esto nos sucedía porque él primeramente “veía” esa palabra que transmitía.

Si uno me ama observará mi palabra y el Padre mío lo amará y nosotros vendremos a él y pondremos demora en él. Podríamos también traducir: si uno me ama verá mi palabra. La revelación de Dios pasa a través de este acto de amor y de confianza hacia las palabras de Jesús. También hoy, cuando escuchamos los evangelios, aquellas palabras esperan ser acogidas y de encarnarse en nosotros, de rendirse visible en nosotros. Por esto, si de verdad se quiere conocer a la persona de Jesús, es necesario frecuentar mucho las Sagradas Escrituras. Ignorantia scriptura ignorantia Christi, decía S. Girolamo. Luego, como muchas veces tenemos “la memoria corta”, Jesús nos ha prometido su Espíritu: el “Paráclito”, es decir “aquél que viene en nuestra ayuda”, cumple el servicio de recordarnos las palabras de Jesús con su enseñanza. Me viene exactamente en decir que el Señor, el cual sabe cómo somos hechos, ¡piensa exactamente en todo! El evangelio luego nos dice que si amamos a Jesús así como somos, si aceptamos de vivir este camino para aprender de Él, Dios mismo hará de nosotros su casa trayéndonos cada don necesario de la cual el primero es una paz estable que este mundo no conoce: una paz capaz de hacernos superar nuestros miedos y de hacernos experimentar ya sobre esta tierra el gozo de la amistad con Dios (Jn 14,27-28 y también 15,11).

LA VOCE CHE RASSICURA L’UOMO

IV DOMENICA DI PASQUA

At 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

 

Per iniziare a commentare il vangelo di questa 4a domenica di Pasqua vi voglio raccontare qualcosa che mi è accaduto molti anni fa, quando avevo 14 anni. Ero andato a una festa di compleanno a casa di una amica che viveva vicino alla mia parrocchia. Erano passati solo 3 mesi da un violentissimo terremoto che aveva interessato la terra di mio padre, nella provincia di Napoli. In quel tempo la mia famiglia viveva lì, ricordo ancora che quella sera mi incamminai verso casa di quella amica insieme a mia madre che invece doveva andare a messa. Ero giunto solo da pochi minuti alla festa quando all’improvviso una nuova forte scossa di terremoto sconvolse la nostra riunione giovanile: cominciammo a scappare tutti giù per le scale per metterci al sicuro fuori dall’abitazione. Mentre scendevo giù in fretta ebbi subito un pensiero per mia mamma. Appena uscito, corsi verso la chiesa. Un fiume di persone usciva dall’entrata gridando dallo spavento e, per di più, non c’era luce perché era venuta meno l’elettricità: questo avrebbe dovuto rendere più difficile individuare mia madre. La chiesa gremita di persone in movimento era al buio, eppure tra tutte le voci e le grida ne ho riconosciuta una: “mia madre è là” – mi dissi. Mi diressi verso quell’inconfondibile tono di voce passando in mezzo alla corrente di persone che scappava dalla chiesa e la trovai! Lei parlava, non stava urlando né stava richiamando l’attenzione di qualcuno, ma la riconobbi tra tanti perché conoscevo quella voce.

Io sono il buon pastore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2012
Io sono il buon pastore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2012

La stessa cosa succede con la voce di Dio: quando la conosciamo allora la distinguiamo tra tante voci. Gesù nel vangelo afferma che le sue pecore ascoltano la sua voce. E’ molto bella questa immagine che Gesù sceglie per parlare della sua relazione con chi gli appartiene. Le conosco ed esse mi seguono (Gv 10,27). Ho vissuto in Sardegna per 4 anni e mezzo e ho potuto osservare molto da vicino il rapporto tra il pastore e le pecore di sua proprietà. Sono rimasto sbalordito da come egli conosce una a una le pecore (che ai miei occhi sembravano tutte uguali), e anche da come esse si incamminano seguendo il richiamo della sua voce, senza lasciarsi trarre in inganno da voci imitatrici. Dunque “prova di conoscenza” della voce del Signore è seguirlo sulla via dove Egli chiama. La sua vita, meditata e contemplata nei vangeli, è essa stessa “via” (cfr. Gv 14,6). Come dire, più si segue Gesù sulla via dell’amore, più si distingue la sua voce quando chiama. Tanti anni fa conobbi, durante un corso di esercizi spirituali, la storia di un sacerdote polacco che si trovava in Ruanda all’epoca della sanguinosa guerra tribale che sconvolse quella terra africana. Le cose precipitarono al punto che le missioni cristiane non potevano più restare sicure in quei luoghi. Mandarono delle truppe dell’ONU per evacuare ogni zona, ma non poterono portar via tutta la popolazione presente. Quel sacerdote polacco salì su una jeep venuta a portarlo via. Ad un certo punto disse ai caschi blu dell’ONU: “lasciatemi scendere un istante, ho dimenticato qualcosa”. Corse in cappella e andò a prendere la Bibbia pregando: “dammi Signore una parola prima di partire in quest’ora drammatica”. Aprì la Bibbia al vangelo di Giovanni dove dice : “il buon pastore da la vita per le pecore, il mercenario invece se ne va..”. Allora quel sacerdote tornò indietro e disse ai funzionari dell’ONU: “andate, io resto!”. Venne assassinato dentro la sua chiesa insieme ad altre 4000 persone mentre implorava pietà per loro dicendo: “uccidete me, ma non toccate la mia gente!”.

Ascoltano la mia voce, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014
Ascoltano la mia voce, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Se da una parte seguire la via dell’amore può portare anche al dono cruento della propria vita, da un altra Gesù stesso ci rassicura su cosa significhi seguirlo su questa via (Gv 10,28): è promessa la vita eterna, anzi, essa è già comunicata a chi lotta ogni giorno contro il suo egoismo; inoltre, ci assicura la dolce esperienza di essere nelle sue mani sicure, persino quando a noi non sembrerà così. E questo perché il Padre mio è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,29-30). L’amore invincibile di Dio ci custodisce da chi vuole strapparci dalle sue mani. Perché c’è indubbiamente qualcuno che ci prova e ci proverà sempre: satana, il nemico di Dio e dell’uomo che lavora giorno e notte per convincerci a non credere nell’amore del Signore. Il diavolo punta a questo: sfiduciare Dio fino al punto da prestar ascolto a lui, padre della menzogna, come accadde per Adamo ed Eva. C’è dunque un’altra voce, subdola e malvagia, che cerca di trascinarci con false promesse di sicurezza verso il luogo dove lui vive: la perdizione eterna. Perciò preghiamo il Padre dicendo ogni giorno: non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Chiudo con un breve racconto, chiedendo la grazia a Dio, con tutti voi, di preservarci da tutti i disegni di morte del maligno e di affidarci sempre più a Lui per ogni cosa.

Se qualcuno vuol venire dietro di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2013
Se qualcuno vuol venire dietro di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2012

Un uomo disperava dell’amore di Dio. Un giorno mentre errava sulle colline che attorniano la sua città incontrò un pastore. Questi vedendolo afflitto gli chiese: “Cosa ti turba amico?” – “Mi sento immensamente solo” – gli rispose quell’uomo. “Anch’io sono solo eppure non sono triste” – disse il pastore. “Forse perché Dio ti fa compagnia…” – aggiunse quell’uomo. “Hai indovinato!” – esclamò il pastore. “Io invece non ho la compagnia di Dio. Non riesco a credere nel suo amore: com’è possibile che ami gli uomini uno per uno? Com’è possibile che ami me personalmente?…” – Allora il pastore gli disse: “Vedi laggiù la nostra città? Vedi ogni casa? Vedi le finestre di ogni casa?” – “Vedo tutto questo” – soggiunse quell’uomo. “Allora non devi disperare: il sole è uno solo, ma ogni finestra della città anche la più piccola e nascosta, viene baciata dal sole. Forse tu ti disperi perché tieni chiusa la tua finestra…

BUONA DOMENICA A TUTTI!

SI MANIFESTO’ DI NUOVO

III  DOMENICA DI PASQUA

At 5,27b-32.40b-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-15 (forma breve)

 

Il racconto evangelico di oggi ci parla della terza apparizione ai discepoli. Gesù è già apparso ai suoi per due volte (Gv 21,14). Tommaso ha resistito, ma alla fine è caduto in ginocchio davanti al Signore. Ora essi sanno che il maestro crocifisso è tornato in vita dal mondo dei morti. Ora sanno che tutto quello che diceva era vero. Ora sanno che Gesù condivide con il Padre la stessa natura divina. Eppure questo racconto sembra quasi suggerire una fede che rientra nell’ombra. Si ritrovano in sette sul familiare mare di Tiberiade (e gli altri quattro dove sono?…). Pietro decide di andare a pescare e gli altri sei lo seguono (Gv 21,3a). C’è un che di regressione in quelle scarne parole. Sembra quasi che si rientri alla vita di prima senza alcuna traccia di quanto è accaduto. Nessuna preghiera, nessuna richiesta, nessun dialogo: il maestro risorto non viene interpellato. L’esito di quella pesca conferma la mia impressione, si è faticato per pescare nulla (Gv 21,3b). La luminosa esperienza di Gesù risorto non ci sottrae alla realtà, sempre presente in chiaroscuro, della nostra umanità fragile nella fede.

E' il Signore! acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2016
E’ il Signore! acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2016

Ma il Signore si manifesta proprio lì, nei nostri deboli e incerti passi. Egli va loro incontro sulla riva del mare non per rimproverarli, ma per aiutarli; lo fa con una delicatezza infinita, chiedendo loro solo qualcosa da mangiare e indicando una zona precisa per la pesca (Gv 21,5-6a). I pescatori obbediscono, ed ecco il segno a sorpresa: la rete si riempie di pesci al punto che non riuscivano a tirarla su (Gv 21,6b). La memoria si attiva: dove avevamo già assistito a questa scena? Giovanni ci arriva sempre prima: è Lui! (Gv 21,7). E Pietro questa volta è più reattivo alla voce di Giovanni…come è bello Pietro che si butta in mare per raggiungere la riva al solo sentire che c’è il Signore! Gli altri si affrettano a rientrare con la barca ed ecco a riva un altra sorpresa: c’è una grigliata di pesce che già cuoce sul fuoco. Gesù ha domandato da mangiare, ma ha già preparato da mangiare per loro, come una mamma che aspetta i propri figli di rientro da una attività per poi chiamarli a tavola: venite a mangiare (Gv 21,12). Successo nella pesca, cibo già pronto e in abbondanza, gioia nel ritrovarsi con il Signore…Gesù, quando ci sei tu, c’è tutto!!!

Venite a mangiare, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2016
Venite a mangiare, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2016

In questa scena molto semplice, dove ci si appresta a mangiare insieme con del pesce preparato dal Signore e del pesce appena pescato dai discepoli, c’è da fare un fermo-immagine eucaristico molto importante: allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce (Gv 21,13). Gesù rilancia nuovamente la sua chiamata a Pietro e compagni nel luogo del loro lavoro quotidiano. Essi dovranno diventare, come promesso, dei pescatori di uomini. Ma dovranno ricordare che senza di Lui non si pesca nulla, dovranno ricordare in che modo essi stessi sono stati pescati e ripescati, cioè invitati al banchetto di un amore premuroso e discreto che dona gratuitamente. Dovranno ricordare che i pesci trovati nella rete sono 153, il totale del numero delle specie di pesci esistenti al tempo di Gesù: simbolo della moltitudine umana di ogni popolo della terra che l’amore di Dio vuole raggiungere attraverso di loro, poveri discepoli di ogni tempo della Chiesa, nelle cui mani il Signore mette tutto!

BUONA DOMENICA A TUTTI!

 

IL SUO AMORE E’ PER SEMPRE

II DOMENICA DI PASQUA

“DELLA DIVINA MISERICORDIA”

At 5,12-16; Ap 19-11a.12-13.17-19; Gv 20,19-31

Pietro e Giovanni al sepolcro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015
Pietro e Giovanni al sepolcro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

La parte del salmo 117 che la Chiesa prega nella 2a domenica di Pasqua esprime tutto lo stupore credente per le meraviglie che Dio opera. Giustamente lo si applica per l’opera di tutte le opere di Dio, la Resurrezione di Cristo che celebriamo in questo tempo pasquale. Vorrei evidenziare quel versetto che recita: dicano quelli che temono il Signore “il suo amore è per sempre”. E’ interessante notare come il salmista ritenga timorato di Dio l’uomo convinto del suo amore fedele e incondizionato, nonché della eternità e irremovibilità dello stesso. Temere Dio allora non vuol dire che si deve avere paura di Dio: al contrario, questo sarebbe piuttosto come darla vinta a satana che generò questa paura nel peccato di Adamo. Un altro salmo, il 129, gli fa eco dicendo: se consideri le colpe Signore, chi potrà sussistere davanti a te? Ma presso di te è il perdono, perciò avremo il tuo timore (Sal 129,3-4). La misericordia divina è il fondamento del timore che Gli si deve. Il timore di Dio è dunque quel dono dello Spirito che, ricordandoci cosa e quanto siamo costati a Lui, ci aiuta a riconoscere, rispettare e rispondere all’amore che Egli ha dichiarato per sempre a ogni uomo in Cristo: non ti ho amato per scherzo disse il Signore in locuzione interiore a S.Angela da Foligno (Angela da Foligno, Istruzioni, 22,1-11).

Stette in mezzo a loro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014
Stette in mezzo a loro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Deve essere successo qualcosa del genere a S.Tommaso otto giorni dopo (Gv 20,26) che il Signore era apparso risorto ai suoi amici. Aveva vissuto dolorosamente come gli altri lo scandalo della Croce e l’incomprensione della vicenda del suo Maestro: perché era apparso agli altri e a lui no? Oppure, perché in quella prima apparizione Tommaso non era con gli altri nel Cenacolo? L’incredulo Tommaso formula senza troppi preamboli agli altri le sue richieste (Gv 20,25) per poter credere a quanto accaduto loro. In fondo, che cosa sto chiedendo? A voi ha mostrato mani e costato, o no? Beh, lo voglio vedere anch’io in carne e ossa, voglio vedere se costui è lo stesso che era appeso sulla croce, anzi, ci voglio pure mettere le mani! Gesù viene incontro alla sua debolezza e Tommaso finalmente si convince non solo che Egli è risorto, ma anche dell’amore misericordioso del Signore per lui (Gv 20,28): ha visto e toccato le sue piaghe su esplicito invito di Gesù. Le brevi parole esprimono la nuova fede, l’adorazione del mistero, il santo timore davanti alla Misericordia di Dio fattasi visibile e tangibile in Gesù. In questo modo Dio ha vinto il nostro male antico: l’aver creduto che Egli fosse il falso personaggio presentato dal serpente maledetto (cfr. Gn 3).

Metti qui il tuo dito, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015
Metti qui il tuo dito, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

Questa 2a domenica di Pasqua è anche detta della “Divina Misericordia” da quando S.Giovanni Paolo II ha decretato di intitolarla così per rispondere al desiderio che il Signore in persona espresse a S. Faustina Kowalska. Come Tommaso, anche noi siamo chiamati ad adorare il Signore Gesù perché il suo amore è per sempre. Non c’è un altro modo per onorarLo e ringraziarLo. Alla santa mistica polacca il Signore rivela che alla sua misericordia non si possono mettere limiti e che l’unico modo per onorarLo e ringraziarLo è appunto riconoscerlo e adorarlo nel suo amore misericordioso e incondizionato verso l’uomo. Nei giorni scorsi, molto impegnato ad ascoltare le confessioni nel sacramento della riconciliazione, ho riflettuto a lungo su alcune espressioni dei fedeli. Uno di loro ha espresso il suo disagio perché “recidivo” nel peccato. Ho pensato in quel momento che in realtà tutti lo siamo. Ho detto a quell’uomo che fortunatamente per noi anche Dio è “recidivo”, ma nell’amore ostinato verso gli uomini. Quell’uomo è tornato sorridente e visibilmente sollevato dal confessionale ma, quando qualche giorno dopo, durante un incontro, ho raccontato di questo scambio di parole tra confessore e penitente, sono rimasto colpito dalla incredulità espressiva di tanti fratelli: davvero il Signore è così con noi? Davvero mi perdona anche se sono recidivo nel peccato? Possibile che a un certo punto non ne possa più di me? Mi sembra impossibile che non si stanchi di perdonarmi!… A costoro e a tutti quei fratelli che leggendo questo commento si riconoscono in questi ricorrenti dubbiosi pensieri, invito a recarsi nel luogo che più gli aggrada dove c’è un crocifisso. Anche se non apparisse risorto come quel giorno a Tommaso, consideriamo la beatitudine di cui il Signore ci parla (Gv 20,29) e guardiamo lo stesso alle sue piaghe in Lui ancora crocifisso: da lì Gesù non si muove per rassicurarci che il suo amore è per sempre, anche se noi ricadiamo nel peccato. Tocca a noi credergli oppure chiamarlo, come Tommaso, ad aiutarci nella nostra fragile fede affinché crediamo che il suo amore è più grande del nostro peccato.

BUONA DOMENICA A TUTTI!

L’ADULTERIO NASCOSTO

5a DOMENICA DI QUARESIMA

Is 43,16-21; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

 

A scanso di equivoci, bisogna dire che le parabole di Gesù non sono raccontini offerti per addolcire la vita di chi sbaglia. Nella scena del vangelo di oggi la donna in questione l’ha combinata grossa, non ci sono dubbi. E grossa gliela aveva combinata a suo papà anche il figlio minore della parabola di domenica scorsa. Ma una prova esistenziale del Dio padre misericordioso di Lc 15 si trova qui, nella umanità con cui il Signore Gesù guarda e parla con la donna scoperta in flagrante adulterio e buttata in mezzo al pubblico ludibrio (Gv 8,3). Il peccato va sempre chiamato con il suo nome, certamente, ma è proprio lì che Dio ci raggiunge. Le autorità religiose che controllano Gesù dovunque vada, lo sappiamo, hanno un solo scopo: distruggere la sua figura come maestro. La donna serve solamente al loro malizioso progetto, è oggetto di una manipolazione e basta. Il trabocchetto è ben architettato (Gv 8,4-6). Caro Gesù, se ti schieri con la donna adultera ti metti contro la Legge di Mosè, pensaci bene. Se invece dai il via libera alla lapidazione, smentisci clamorosamente quanto hai raccontato a tutti sulla misericordia di Dio attraverso le parabole e tutti gli altri tuoi insegnamenti e gesti: questa volta sei in trappola!

La posero in mezzo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2015
La posero in mezzo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2016

Ogni volta che leggo e medito questa pagina del vangelo rimango sempre ammirato dall’iniziale, maestoso silenzio del Signore. Si può immaginare facilmente la scena. Arrivano tutti eccitati trascinando quella donna, già pronti a scaricare su di lei la propria voglia di giustizia sommaria. C’è gran confusione di parole e di movimento di gente che si accalca incuriosita. Un po come accade oggi in nuova edizione, quando dall’anonimato qualcuno esce improvvisamente alla ribalta delle cronache mediatiche per aver compiuto qualcosa di grave. Ci accalchiamo tutti all’osservatorio della televisione o dei social-network e chissà perché subito si ha da dire qualcosa, con i media che te ne danno la immediata possibilità! Viviamo davvero in una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e al tempo stesso ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente ammalata di curiosità morbosa (Papa Francesco, Evangelii Gaudium n. 169). Gesù, sempre silenzioso, scrive per terra. Si sono scritti fiumi di inchiostro su questo gesto di Gesù cercando di interpretarne il senso. Non so se sia così, ma a me piace pensare che stesse solo scarabocchiando per terra per lasciare libero corso alla foga giustizialista che circondava la donna, ma nello stesso tempo manifestando tutt’altro atteggiamento difronte ad essa. Gesù viene sollecitato ancora a rispondere (Gv 8,7a). Allora il Signore si alza da terra, ma solo perché insistono: chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei (Gv 8,7b). Ora, piano piano, tutti fanno silenzio. E’ importante far silenzio, altrimenti non si riflette, altrimenti si è solo preda degli istinti che si agitano dentro di noi. Tutti, piano piano, mollano le pietre, se ne vanno uno dietro l’altro, dal più vecchio al più giovane.

Se ne andarono uno per uno, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2015
Se ne andarono uno per uno, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2016

L’ultima scena del vangelo è un capolavoro. Lasciano da solo Gesù, lasciano da sola la donna ancora là in mezzo (Gv 8,9). Generalmente gli uomini, quando commetti qualche grosso sbaglio, spariscono presto (ma se per caso ti capitasse di incontrare un uomo che rimane con te, non fartelo scappare, quello è “tanta roba”, come si dice oggi tra i giovani…). Gesù invece condivide subito la solitudine del peccatore lasciato a sé stesso con il proprio peccato. Egli è il Dio che non se ne scappa da te perché hai peccato gravemente. Gli scribi e i farisei, abbandonando il peccatore, rappresentano solo una caricatura deformata del Dio che proclamano di credere. Pensano di non avere niente a che fare con l’adulterio della donna perché pensano che Dio giudichi come loro. Ma Gesù con la sua parola ha scoperto l’adulterio nascosto nel loro cuore. L’adulterio della legge di Dio, Misericordia io voglio non sacrificio (Os 6,6 e Mt 12,7), quella legge che dichiaravano di conoscere bene e che invece manipolavano ad arte per i loro vantaggi.

Nemmeno io ti condanno, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2016
Nemmeno io ti condanno, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2016

Gesù, il volto e il cuore dell’amore misericordioso di Dio, adesso può parlare alla donna faccia a faccia. La donna non ha più addosso gli occhi morbosi e pieni di giudizio di tanti, ora può ascoltare bene quello che il Maestro ha da dirle: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? – Ed ella rispose – Nessuno Signore. – E Gesù le disse: Nemmeno io ti condanno; va e d’ora in poi non peccare più. Ecco il centro di gravità della legge di Dio, ecco la verità dell’uomo e la verità di Dio: rimasero da soli lì, la miseria e la Misericordia (S.Agostino, Discorso 16/A). Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono. La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona (Papa Francesco, Misericordiae Vultus n.3). Hai ragione Francesco, Dio ama troppo la sua creatura: il suo Amore è più grave di ogni peccato!

 

 

GESU’, L’AMORE CHE CERCA E SUPPLICA L’UOMO

4a DOMENICA DI QUARESIMA “LAETARE”

Gs 5,9-12; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

 

Ci sono almeno 3 motivi per cui chiedo subito di armarvi di pazienza e comprensione. Eccoli:

1. I capitoli 14 e 15 del vangelo di Luca sono la parola della mia vita. Abito lì da circa 28 anni, ogni volta che sono chiamato a commentarli mi nasce sempre una gioia molto particolare, come fosse la prima volta che ascolto quelle parole: difficilmente riesco ad essere breve…

2. Nella 4a Domenica di Quaresima siamo chiamati a rallegrarci per la Pasqua vicina cercando di entrare un po di più nel mistero della gioia divina. Ma cos’è la gioia di Dio? La sua gioia e la nostra gioia sono la stessa cosa?

3. Al termine del maldestro tentativo di una sintetica riflessione sul vangelo, vi lascio il racconto di un miracolo che l’amore misericordioso di Dio ha compiuto nell’anno 2007 con il povero asinello che vi parla: il Signore non smette mai di fare il suo lavoro, mai!

Quindi, come avrete capito, sarò più lungo del solito, così potete subito esercitarvi nel perdono… In sintonia con l’ispirazione che ha mosso papa Francesco a indire un Giubileo della misericordia, ho riletto prima di tutto questo vangelo per ascoltare Gesù, ancora una volta, come quei pubblicani e peccatori (v.1) che si avvicinavano a Lui, attratti dalla sua umanità o forse desiderosi di ricevere da Lui una speranza che per le loro vite non c’era, data l’esclusione e la distanza che in quel tempo religiosi autorevoli generavano nei loro confronti con le parole e il comportamento. Lo scandalo di Gesù Cristo è già tutto qui, nell’accoglienza incondizionata offerta a tutti: costui accoglie i peccatori e mangia con loro (v.3).

Partì per un paese lontano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014
     Partì per un paese lontano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014
Rientrò in sé stesso, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014
Rientrò in sé stesso, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Nella parabola Gesù ci racconta di un papà la cui condotta riflette questo scandalo. Il profondo rispetto della libertà di un figlio che capricciosamente pretende, ancor prima della morte del padre, l’eredità che gli spetta, sembra essere più importante del far rispettare tempi e leggi che non lo consentirebbero. Il racconto si sofferma sulla progressiva scoperta che il ragazzo fa dell’inganno nascosto in una vita dissoluta, spesa per consumare egoisticamente qualcosa che si pensava di poter “possedere”. Ma la vera, sorprendente scoperta che egli fa, dopo essere “rientrato in sé stesso“(v.17) ed aver preparato da sé un downgrade del suo status filiale per essere riaccolto a casa, è che quel papà, appena lo vede tornare all’orizzonte, gli si lancia addosso, non gli rinfaccia alcuna colpa, e invece di procedere alla retrocessione del ragazzo nello status di dipendente in servizio, lo riempie di baci, lo riveste con i segni della sua figliolanza, e indice persino ansiosamente una festa in suo onore! (vv.20-24). A questo punto bisogna dirselo: questo padre non è solo uno scandalo, questo è matto!… O no?… Che ne dici tu che stai leggendo? Ti sembra un modo corretto di affrontare quel che è realmente accaduto in quella casa? Ti sembra educativo per quel ragazzo sommergerlo di amore senza nemmeno mettere alla prova il suo pentimento? Ti sembra “giusto”, “equilibrato”, questo papà nella relazione con suo figlio? Non doveva forse quel figlio capire prima quanto aveva fatto soffrire suo padre?

Commosso gli corse incontro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014
Commosso gli corse incontro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014
Gli si gettò al collo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Adesso andiamo a vedere il resto. Vediamo se lo scandalo si prolunga, se questo padre continua su questa linea, o se offre qualche segno di ravvedimento anche lui, rientrando di più in se stesso. C’è infatti un altro figlio che rientra dal lavoro dei campi; egli nota che qualcosa di strano sta avvenendo a casa sua. Si informa, riceve le notizie del caso e scopre pure che si mangia alla grande per il ritorno del fratello! (v.27). Questo è troppo. Si arrabbia. Proprio non se l’aspettava. Questo papà non è uno scandalo, è più di uno scandalo, è una autentica delusione come padre, non sa fare il suo mestiere, non è giusto! Non s’accorge di lui, non si accorge di tutti gli anni e delle forze date per la sua casa, della sua obbedienza pressoché perfetta, del suo non aver mai preteso niente dal padre…No, in casa non ci torna. In realtà, quel papà si era accorto di lui: si era accorto che non c’era a far festa con lui per il ritorno del fratello. Gli era uscito incontro a supplicarlo (v.28). E alle argomentazioni piuttosto fiscali del figlio risponde con una tenerezza sconvolgente: figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo (v.31). In verità il padre non risponde alle sue proteste. O meglio, quel che dice al v.32 non è motivazione ragionevole per spiegare al figlio maggiore la sua condotta: ma bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato alla vita, era perduto ed è stato ritrovato. Ragionevole può essere solo per chi, leggendo questo vangelo in ogni tempo e memore solo del suo peccato, si apre alla novità assoluta che questo padre rappresenta. Perché ci sono delle ragioni del cuore che la ragione non conosce (B.Pascal), e perché l’unico modo per incontrare il Dio vivo e vero con i tratti materni di questo padre, è aprirgli il proprio cuore: il che implica riconoscersi peccatori e infedeli al suo Amore (Papa Francesco, omelia a S.Marta del 3.03.2016). La gioia di Dio è perdonare l’uomo, la sua sofferenza è vedersi impedito nel condividere la propria gioia dall’uomo stesso. Sin da piccolo sono rimasto sempre molto colpito dalla gioia delle mamme che si chinano sul proprio bimbo perché si è sporcato con i suoi bisogni naturali mentre lo lavano, gli cambiano pannolino, vestiti e gli balbettano qualcosa nella sua lingua. Non ho mai visto una mamma fare questa azione tristemente o di malavoglia: come mai se a me faceva schifo il solo vedere la cacca dei bimbi, a loro invece sembrava niente toccarla, anzi, l’azione del pulire la propria creatura era fonte di tanta gioia? E’ solo una immagine, lo so. Ma è quella più fedele al testo biblico che abbiamo davanti. Dio gioisce nel perdonarci, perché gli stiamo tanto a cuore, perché ama teneramente ognuno come una madre il proprio piccolo! (cfr. Is 49,15)

Il fratello maggiore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014
Il fratello maggiore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014
Uscì a supplicarlo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014
Uscì a supplicarlo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Questa volta, devo dire che quel che più mi ha colpito del vangelo, è che questo padre, dietro cui si nasconde così poco il nostro Dio, giunge a supplicare l’uomo che lo rifiuta, anche quello religioso che non lo accetta così come è. Lo supplica con la stessa dolcezza misericordiosa con cui accoglie l’uomo che si perde nei grovigli del peccato. Come non vedere questa azione divina negli instancabili appelli di papa Francesco verso i membri (laici e clericali) della chiesa di oggi? Cosa non fa il Signore pur di raggiungere il cuore della sua creatura! Perché ricordiamolo, c’è un peccato più insidioso, più difficile da togliere dal cuore umano: il peccato di chi si ritiene giusto davanti a Lui. Nel cuore del cristianesimo c’è l’annuncio inaudito e perennemente scandaloso (cfr. anche 1Cor 1,17-31) di un Dio che non ci condanna e finisce come un malfattore pur di raggiungere il cuore dell’uomo imprigionato nel suo male e rassicurarci sul suo Amore: Dio ha riconciliato a sé il mondo in Gesù Cristo non imputando agli uomini le loro colpe…Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio! Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore (2Cor 5,19.21). Anche oggi, come Paolo, ambasciatore di Gesù Cristo insieme a tanti fratelli nel sacerdozio, supplico chi sta leggendo di lasciarsi raggiungere da queste parole, dalla sua Misericordia: credere all’Amore di Dio e convertirsi, è una stessa unica azione, non c’è prima una e poi l’altra. Preghiamo insieme per avvicinarci ai giorni della Settimana Santa con il cuore aperto e pronto per accogliere l’Amore che ci viene incontro.

“Nell’anno 2007 mi trovavo nella periferia di Lima, capitale del Perù, dove ho vissuto per cinque indimenticabili anni. Una domenica mi recai come sempre nella cappella affidata alla mia cura pastorale denominata “Sacra Famiglia” della parrocchia “SS.ma Trinità”. Quel giorno il Vangelo raccontava che Dio è un Padre pieno di misericordia che attende ansioso il ritorno del figlio più giovane e che “spinge” in casa il figlio maggiore perché condivida la gioia del suo ritrovamento. Entrai nel piccolo cortile della povera cappella e, da lontano, subito notai un uomo seduto in modo po’ insolito, ricurvo, su una pietra collocata in una aiuola. Seduto così, in mezzo ad altre piante, mi sembrava una piantina ormai giunta alla fine del suo tempo. “Padre Giacomo, c’è un amico di famiglia che avrebbe bisogno di parlarle”, mi disse una collaboratrice della parrocchia. Lo ricevetti e mi accorsi che era proprio quell’uomo visto poco prima all’ingresso. Capii subito che si trattava di una confessione, anche se non ci fu diretta richiesta dall’interessato. “Sa Padre, poche settimane fa ho perso l’amicizia e la fiducia di mia moglie e delle mie figlie: stanche della mia dipendenza dall’alcool e delle violenze psicologiche a cui le sottoponevo, mi hanno cacciato fuori di casa. Avevo già perso gli amici, il lavoro e i pochi risparmi rimasti, ora ho perso anche loro. Poi, tre giorni fa due uomini hanno atteso il momento propizio e mi hanno derubato delle ultime cose che possedevo. Sono rimasto senza niente, senza casa, senza famiglia, senza amici, senza soldi, senza lavoro… Allora mi sono chiesto se poteva davvero finire tutto qui o se ci fosse ancora qualcuno cui potevo ancora stare a cuore… Ho deciso di venire qua, sentivo il bisogno di parlarne…”. Il volto di Gonzalo, una cinquantina di anni e un peso troppo grande nel cuore, non lasciava trasparire la minima emozione, ma la pacata serietà con cui parlava mi fece immaginare che quella desolazione era figlia di qualche dolore più antico. “Nella vita ho commesso dei grande sbagli, di quelli che non si possono più correggere, e allora vorrei capire perché mai sono venuto al mondo, se tutto ciò che faccio è sbagliato. Mio padre, saputo del mio concepimento, abbandonò mia madre. Lei morì quando avevo tre anni, e da allora sono passato di casa in casa, da una zia all’altra… sembrava che per tutti fossi solo un problema da risolvere piuttosto che un figlio da amare. Non penso di aver conosciuto che cos’è l’amore, che cos’è una famiglia, che cosa significhi sapere di essere nel cuore di qualcuno… Così mi ritrovai presto per la strada, tra le gang giovanili della città, a sfogare la mia rabbia in tutti quei modi che può immaginare. Ma un giorno arrivò una colpa irreparabile: uccisi un rivale durante uno scontro tra bande. Quel giorno non lo potrò mai più dimenticare. Decisi di rompere con le gang giovanili e imparai a lavorare il legno. Conobbi Juana e, vivendo con lei,  pensai che tutto sarebbe passato, invece cominciai a bere e a non riuscire ad essere quell’onesto lavoratore che volevo essere. Nemmeno la presenza delle mie bimbe riusciva più a frenarmi. Dopo le mie ubriacature mi sentivo sempre più in colpa, cercavo di uscirne con i miei sforzi, ma più mi sforzavo più ricadevo rovinosamente. Non so dirle quanto la mia famiglia ha sofferto per causa mia, quante volte mi hanno riaccolto ubriaco. Ora però sono definitivamente fuori di casa da più di due mesi”. “Dove stai dormendo ora ?” – gli chiesi. Vidi sul volto di Gonzalo un leggero sussulto, un’emozione che cercava di farsi spazio. “In un’auto abbandonata fuori la falegnameria dove stavo lavorando… ma non mi riesci di dormire bene… in quell’auto vengono inattesi ospiti… ci vengono a dormire anche i topi…”. Ad entrambi cominciarono ad uscire, timide, le lacrime, anche se evitavamo di guardarci nel volto. Allora annunciai con semplicità il Vangelo che di lì a poco avremmo ascoltato nella s.Messa. Mentre gli parlavo dell’Amore di Dio, Gonzalo mi guardava come se vedesse per la prima volta il mondo che lo circonda. Assistevo ancora una volta all’incomparabile spettacolo della Misericordia Divina nel cuore dell’uomo. “Dio ti stava aspettando per dirti questo: tu sei e per sempre sarai suo figlio. Oggi tutto il Cielo con Dio è in festa per te, Gonzalo!Non lo dico io, lo dice la parola di Dio!”. Il suo stupore divenne presto commozione, la commozione un atto di fede. Finalmente Gonzalo sapeva che poteva vivere nel Cuore di Qualcuno che non l’aveva mai abbandonato. “Ti piacerebbe fare qualcosa perché anche tua moglie e le tue figlie possano giungere a perdonarti come oggi ha fatto Dio?”. “Certamente”,-  mi disse ancora stupefatto. “Allora aspettami dopo la Messa perché andremo subito a casa tua: diremo quello che è successo oggi, poi chiederemo loro perdono insieme e ce ne andremo”. Gonzalo accettò e così, dopo l’Eucaristia, ci incamminammo verso casa sua. Venne ad aprirci la figlia maggiore che al solo vedere il papà ebbe una brusca ritrazione. “Sono padre Giacomo, vorrei parlare con la mamma e chiedo il permesso di venire in casa con il tuo papà”. Acconsentì solo per la mia presenza. La moglie era a letto, influenzata e con un braccio fratturato. Il suo volto esprimeva tutta la storia di dolore di quella povera famiglia. Chiesi di chiamare le figlie al suo capezzale, poi raccontai loro quel che era accaduto in chiesa mentre Gonzalo ascoltava in silenzio a capo chino. Poi entrambi ci inginocchiammo davanti a loro. “Perdonatemi”, disse quell’uomo con voce roca e strozzata dall’emozione. Aggiunsi: “Vi invito insieme con me a chiedere a Dio di farci conoscere quell’amore che oggi ha manifestato a Gonzalo e, nel tempo, a imparare a darglielo come ha fatto Lui”. Ci alzammo e, mentre eravamo sul punto di uscire dalla stanza senza altre richieste, Juana prese la parola e disse: “Grazie Padre”. Mi girai verso di lei e in un solo colpo d’occhio mi parve che il Crocifisso sopra il suo letto fosse una sola cosa con la sua persona. Gli occhi di Juana avevano ripreso speranza, quasi mi sorridevano. Quello sguardo e la sua accoglienza furono la prova tangibile del miracolo della Misericordia Divina. Uscimmo da lì e per un po’ di tempo andai a visitare Gonzalo nella sua nuova “casa”, l’auto abbandonata. Il datore di lavoro lo aveva ripreso in falegnameria per affidargli qualche piccolo lavoretto. Andavo a dargli la buonanotte nella sua insolita abitazione ed egli si mostrava sempre contento di vedermi. Dopo qualche settimana la notizia: “P.Giacomo, mi hanno permesso di tornare a casa! Due delle mie tre figlie ancora non mi rivolgono neppure la parola, ma non importa, non posso chiedere alla vita tutto e subito…”. Una sera mi recai a casa loro con l’intento di fare una sorpresa. Si avvicinava Natale e volli fermarmi a conversare e mangiare qualcosa in loro compagnia. Non tutto era risolto tra moglie e marito, ma sicuramente era tornata nei cuori la speranza. Partii per tornare in Italia. Dopo alcuni mesi, ricevetti una commovente lettera di Juana. “Carissimo padre Giacomo… a volte affiora in me ancora la paura che Gonzalo possa ritornare ad essere violento e schiavo dell’alcool, ma ormai c’è qualcosa di nuovo in casa che non so neppure spiegare… Una presenza di pace… Gonzalo non è più quello di prima, anche se a volte si concede qualche pausa… Ho ritrovato la speranza, anzi, credo che Gonzalo, dopo di me, riuscirà a riconciliarsi anche con le nostre figlie. Prego per questo e ti chiedo di pregare con me. Grazie!”

PER LA GLORIA DI DIO CHE E’ LA SUA MISERICORDIA!


 

 

Hay almenos 3 motivos por la cual pido inmediatamente que se armen de paciencia y comprensión. He aqui:

  1. Los capítulos 14 y 15 del evangelio de Lucas son la palabra de mi vida. Vivo allí desde casi 28 años, cada vez que estoy llamado a comentarlas me nace siempre un gozo muy particular, como si esas palabras fueran la primera vez que las escucho: dificilmente logro a ser breve…
  2. En el 4° Domingo de Cuaresma estamos llamados a alegrarnos por la Pascua ya cercana intentando entrar un poco más en el misterio del gozo divino. Pero ¿qué cosa es el gozo de Dios? ¿Su gozo y nuestro gozo son la misma cosa?
  3. Al final del torpe tentativo de una reflexión sintética sobre el evangelio, les dejo la narración de un milagro que el amor misericordioso de Dios ha cumplido en el año 2007 con el pobre burro que les habla: el Señor no termina nunca de hacer su trabajo, nunca!

Entonces, como han entendido, seré más largo de lo normal, así podrán inmediatamente ejercitarse en el perdón… En sintonía con la inspiración que ha movido a papa Francisco a convocar un Jubileo de la Misericordia, he releido antes de todo este evangelio para escuchar a Jesús, una vez más, como aquellos publicanos y pecadores (v.1) que se acercaban a Él, atraidos por su humanidad o quizás deseosos de recibir de Él una esperanza que para sus vidas no había, dada la exclusión y la distancia que en aquel tiempo los religiosos con autoridad generaban en su contra con las palabras y el comportamiento. El escandalo de Jesucristo está todo ya aquí, en la acogida incondicional ofrecida a todos: este hombre recibe a los pecadores y come con ellos (v.3). En la parabola Jesus nos cuenta de un papá que con su conducta refleja este escandalo. El profundo respeto de la libertad de un hijo que caprichosamente pretende, todavía antes de la muerte del padre, la herencia que le corresponde, parece ser más importante que hacer respetar tiempos y leyes que no lo consentirián. La narración se detiene en el progresivo descubrimiento que el joven hace del engaño escondido en una vida disoluta, gastada por consumir egoístamente algo que se pensaba poder “poseer”. Pero el verdadero, sorprendente descubrimiento que él hace, después de “entrar en sí mismo” (v.17) y haberse preparado un downgrade de su estado filial para ser nuevamente acogido en la casa, es que ese papá, apenas lo ve regresar por el horizonte, se le lanza encima, no le saca en cara ninguna culpa, y en cambio de proceder al retroceso del joven en el estado de dependiente en servicio, lo llena de besos, lo reviste con los signos de su filiación, y hasta convoca ansiosamente una fiesta en su honor! (vv.20-24). A este punto es necesario decirlo: este padre no solamente es un escándalo, este está loco!… O no?… ¿Qué dices tú que estás leyendo? ¿Te parece un modo correcto de afrontar lo que realmente ha sucedido en esa casa? ¿Te parece educativo para ese joven sumergirlo de amor sin nisiquiera poner a la prueba su arrepentimiento? ¿Te parece “justo”, “equilibrado”, este papá en la relación con su hijo? ¿No debería quizás ese hijo entender antes de todo lo que había hecho sufrir a su padre?.

Ahora vamos a ver el resto. Veámos si el escándalo se prolonga, si este padre continúa en esta línea, o si ofrece alguna señal de arrepentimiento también él, entrando aún más en sí mismo. Hay de hecho otro hijo que regresa del trabajo en el campo; él nota que algo extraño está sucediendo en su casa. Se informa, recibe las noticias del caso y descubre además que se come a la grande por el regreso del hermano! (v.27). Esto es demasiado. Se enfada. Esto no se lo esperaba. Este papá no es un escandalo, es más que un escándalo, es una autentica desilusión como padre, no sabe hacer su trabajo, ¡no es justo! No se da cuenta de él, no se da cuenta de todos los años y de las fuerzas dadas por su casa, de su obediencia casi perfecta, de su no haber nunca pretendido nada del padre… No, a la casa no regresa. En realidad, ese papá se había dado cuenta de él: se habia dado cuenta que no estaba haciendo fiesta con él por el regreso de su hermano. Le salió al encuentro para suplicarlo (v.28). Y a las argumentaciones bastante fiscales del hijo responde con una ternura sobrecogedora: hijo, tú  estas siempre conmigo y todo lo que es mío es tuyo (v.31). En verdad el padre no responde a sus protestas. O mejor dicho, lo que dice en el v.32 no es una motivación razonable para explicar al hijo mayor su conducta: pero era necesario hacer fiesta y alegrarse porque este hermano tuyo estaba muerto y ahora vive, estaba perdido y ha sido encontrado. Razonable puede ser solo para quien, leyendo este evangelio en cada tiempo y en memoria solo de su pecado, se abre a la novedad absoluta que este padre representa. Porque hay razones del corazon que la razón no conoce (B. Pascal), y porque el único modo para encontrar al Dios vivo y verdadero con los razgos maternos de este padre, es abrirle el proprio corazón: lo que implica reconocerse pecadores e infieles a su Amor (Papa Francisco, homilía en S. Marta del 3.03.2016). El gozo de Dios es perdonar al hombre, su sufrimiento es verse impedido en compartir el proprio gozo del mismo hombre. Desde pequeño siempre me he quedado impactado del gozo de las mamás que se agachan sobre su propio bebé porque se ha ensuciado con sus necesidades naturales mientras lo lavan, le cambian el pañal, la ropa y le balbucean algo en su idioma. Nunca he visto a una mamá hacer esta acción tristemente o de malagana: ¿cómo así si a mi me daba asco solo ver la caca de los niños , a ellas en cambio no les hacía nada tocarlo, además, la acción de limpiar a la propia criatura era fuente de tanto gozo? Es solo una imagen, lo sé. Pero es la más fiel al texto bíblico que tenemos delante. Dios actua en el perdonarnos, porque le estamos tanto a pecho, porque ama tiernamente a cada uno como una madre al proprio hijo! (cfr. Is 49,15)

Esta vez, debo decir que lo que me ha impactado mas del evangelio, es que este padre, detras del cual se esconde asi poco nuestro Dios, alcanza a suplicar al hombre que lo rechaza, también el religioso que no lo acepta así como es. Lo suplica con la misma dulzura misericordiosa con la cual acoge al hombre que se pierde en los enredos del pecado. ¿Cómo no ver esta accion divina en los incansables llamados de Papa Francisco hacia los miembros (laicos y clérigos) de la iglesia de hoy? ¡Qué cosa no hace el Señor contal de alcanzar el corazón de la criatura! Porque recordemoslo, hay un pecado más insidioso, más dificil de quitar del corazón humano: el pecado de quien se retiene justo delante de Él. En el corazón del cristianismo está el anuncio inaudito y perennemente escandaloso (cfr. también 1Cor 1,17-31) de un Dios que non se condena y termina como un malhechor contal de alcanzar el corazón del hombre prisionera en su mal y asegurarse de su Amor: Dios ha riconciliado con él al mundo en  Jesucristo no imponiendo a los hombres su culpa…Lessuplicamos en nombre de Cristo: déjense reconciliar con Dios! Aquel quee no había conocido pecado, Dios lo hizo pecado a nuestro favor (2Cor 5,19.21) También hoy, como Pablo, embajador de Jesucristo junto a tantos hermanos en el sacerdocio, suplico a quien está leyendo de dejarse alcanzar de estas palabras, de su Misericordia: creer al Amor de Dios y convertirse, es una misma única acción, no hay antes una y luego la otra. Recemos juntos para acercarnos a los dias de la Semana Santa con el corazón abierto y listo para acoger al Amor que viene en nuestro encuentro.

En el año del Señor 2007 me encontraba en la perifería de Lima, en Perú, donde he vivido por cinco años inolvidables. Un día fui a la capilla de la “Sagrada Familia” de la parroquia La Trinidad, siendo encargado de la pastoral. Ese domingo el Evangelio nos decía que Dios es un Padre Misericordioso que espera ansioso el regreso del hijo más joven y que “empuja” hacia la casa al hijo mayor para gozar junto a Él por su regreso. Entre en el pequeño patio de la pobre capilla y desde lejos noté a un hombre sentado de manera un poco insólita, encurvado, apoyado sobre una piedra  colocada en un pequeño jardín. Sentado así, en medio a las otras plantas, me parecía una plantita que ya había llegado al final de su vida.

“Padre Giacomo, tengo un amigo de familia que necesita hablarle”, me dijo una participante de la parroquia. Lo recibí y me dí cuenta que era justamente aquél hombre que poco antes había visto a la entrada. Entendí inmediatamente que se trataba de una confesión, aunque si no me lo pidió directamente el interesado. “Sabe Padre, hace pocas semanas he perdido la amistad y la confianza de mi esposa y de mis hijas: cansadas de mi alcoholismo y de la violencia psicológica a la cual las sometía, me han botado de la casa. Ya había perdido a mis amigos, el trabajo y los pocos ahorros que me quedaban, ahora he perdido también a ellas. Además, hace tres dias dos hombres han esperado el momento oportuno y me han robado las ultimas cosas que poseia. Me he quedado sin nada, sin casa, sin familia, sin amigos, sin dinero, sin trabajo… Entonces me he preguntado si todo podia terminar aquí o si todavia habia alguien a quien yo le podría importar. He decidido venir aquí, porque sentía la necesidad de hablar de esto…”

El rostro de Gonzalo, de cuarenta y ocho años y un peso demasiado grande en el corazón, no dejaba reflejar la mínima emoción, pero la sosegada seriedad con la cual hablaba me hizo imaginar que aquella desolación era fruto de algún dolor más antiguo.

He cometido grandes errores en la vida, de esos que no se pueden corregir más, y entonces quisiera entender por que entonces he venido al mundo, si en todo lo que hago me equivoco. Mi padre, cuando supo de mi concepción, abandonó a mi madre. Ella murió cuando tenía tres años, y desde entonces he pasado de casa en casa, de una tia a la otra… parecía que para todos era solo un problema que resolver en cambio de ser un hijo al cual amar. No creo haber conocido qué es el amor, qué es una familia, que cosa signifiqui saberse en el corazón de alguien… De esta manera me encontré rapidamente en la calle, entre pandilleros de la ciudad, a desahogar mi rabia en todos esos modos que puede imaginar… Pero un día llego una culpa irreparable: maté a un rival durante una pelea entre bandas. Aquél dia no lo podré olvidar nunca. Decidí terminar con las pandillas y aprendí a trabajar la madera. Conocí a Juana y, viviendo con ella, pense que todo hubiera pasado, en cambio comencé a tomar y a no lograr a ser ese honesto trabajador que tanto deseaba ser. Ni siquiera la presencia de mis niñas lograban a detenerme. Después de mis emborracheras me sentía siempre más en culpa, intentaba salir con mis esfuerzos, pero más me esforzaba más recaía malamente. No sé decirle cuánto ha sufrido mi familia por causa mia, cuántas veces me han recogido borracho. Pero ahora estoy definitivamente fuera de mi casa desde hace mas de dos meses”. “Donde estas durmiendo?” le pregunte. Vi en el rostro de Gonzalo un lijero susulto, una emocion que intentaba darse un espacio. “En un carro abandonado fuera de la carpintería donde estaba trabajando… pero no logro a dormir bien… en ese carro llegan huéspedes… vienen a dormir también las ratas…”

A los dos nos comenzaron a caer, tímidas lágrimas. Entonces anuncié con sencillez el Evangelio que aquél domingo hubieramos escuchado y rezado. Mientras hablaba del Amor de Dios, Gonzalo me miraba como si estuviera viendo por la primera vez el mundo que lo circundaba. Una vez más asistía al incomparable espectáculo de la Misericordia Divina en el corazón del hombre. “Dios te estaba esperando para decirte esto: “tú eres su hijo y por siempre lo serás. Hoy todo el cielo con Dios está de fiesta por ti, Gonzalo!”. La maravilla se volvió rápidamente conmoción, la conmoción un acto de fe. Finalmente Gonzalo sabía que podía vivir en el Corazón de Alguien que no lo había abandonado.

 “¿Te gustaría hacer algo para que también tu esposa y tus hijas puedan llegar a perdonarte como Dios?. “Seguramente”, me dijo todavía estupefacto. “Entonces esperame después de la Misa porque iremos a tu casa: diremos lo que ha sucedido hoy, luego  pediremos perdón juntos y nos iremos”. Gonzalo estuvo de acuerdo, y así, después de la Eucaristía, nos encaminamos hacia la casa. Vino a abrirnos la hija mayor que al solo ver a su papá tuvo una brusca reacción. “Soy padre Giacomo, quisiera hablar con la mamá y pido el permiso de entrar en tu casa con tu papá”.

Consintió. La esposa estaba en la cama, resfriada y con un brazo fracturado. Su rostro expresaba toda la historia de dolor de aquella pobre familia. Pedí que llame a las hijas a su cabecera y conté a ellas lo que había sucedido aquel domingo. Luego Gonzalo y yo nos arrodillamos delante de ellas. “Perdónenme”, dijo aquél hombre con voz ronca y ahogada de la emoción. Agregué: “Les invito a pedir a Dios junto a mi que nos haga conocer ese amor que hoy ha manifestado a Gonzalo y, con el tiempo, a aprender a darlo como ha hecho Él”. Luego nos levantamos, y, mientras estábamos por salir del cuarto, Juana tomó la palabra y dijo: “Gracias, Padre”.

Me di vuelta hacia la cama y con una sola mirada me pareciò que el crucifijo que estaba sobre su cama fuera una sola cosa con su persona. Los ojos de Juana habían recuperado la esperanza, casi me sonreía. Su mirada, su acogida, fueron la prueba tangible del milagro de la Misericordia Divina.

Salimos de la habitación y por un poco de tiempo iba a visitar a Gonzalo a su “casa”. El dueño del trabajo lo había contratado nuevamente en la carpintería para confiarle algunos pequeños trabajitos. Iba a darle las buenas noches en su insólita habitación y él se mostraba siempre contento de verme. Después de algunas semanas la noticia: “Me han permitido regresar a casa! Dos de mis tres hijas todavía no me devuelve ni siquiera la palabra, pero no importa, no puedo pedir todo y de inmediato  a la vida…”

Una noche me acerqu​é​ a casa de ellos con la intensión de dar una sorpresa. Se acercaba la Navidad y quise detenerme a conversar y comer algo en compañía de ellos. No todo estaba resuelto entre estas personas, pero seguramente había regresado la esperanza al corazón. Partí para regresar a Italia. Después de algunos meses, recibí una conmovedora y sincera carta de Juana. “Querido padre Giacomo… a veces aflora en mí todavía el miedo que Gonzalo pueda regresar a ser violento y esclavo del alcohol, pero ya hay algo de nuevo en casa que ni siquiera explicar… Una presencia de paz… Gonzalo no es más el de antes, también si a veces se concede alguna pausa… He vuelto a encontrar la esperanza, es más, creo que Gonzalo, después de mí, logrará a reconciliarse también con nuestras hijas. Rezo por esto y te pido que reces conmigo. Gracias!”.

¡PARA LA GLORIA DE DIOS QUE ES SU MISERICORDIA!

SIAMO CIRCONDATI DA DIO

III DOMENICA DI QUARESIMA

Es 3,1-8a.13-15; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

 

In queste prime due settimane di quaresima la morte ha colto di sorpresa varie persone che conoscevo. Sono stati giorni nei quali i classici interrogativi sulla nostra esistenza riaffioravano nei cuori di tanti, compreso me. Nello stesso tempo, con un gruppo di fratelli ho vissuto il Giubileo in pellegrinaggio verso Roma, sulle tracce del Signore della Misericordia. La vita è questo mistero impastato di gioia e di dolore, di luce e di oscurità. Bisogna imparare a saper vivere tenendo unite entrambe queste polarità. S.Paolo, nella 2a lettura di oggi, guardando alla storia del suo popolo chiamato dall’Egitto alla libertà come una lezione da meditare, ricorda che il nostro cammino è l’esperienza dell’attraversamento di un deserto che, a seconda di come lo affrontiamo, può diventare luogo di pericolo o di fecondità per la nostra vita.

Il Signore Gesù nel vangelo, in linea con le parole di S.Paolo, rivolge a tutti un richiamo all’urgenza della conversione. Ai tempi di Gesù c’era chi interpretava certi tragici avvenimenti di morte come l’indizio di una vita più peccaminosa (vv.1-5). Anche oggi molti pensano che la morte improvvisa o assurda che colpisce alcuni sia segno di uno sfavore divino. Niente di più equivoco per il Signore. Anzi, quelle stesse notizie che circolavano ai suoi tempi (un’uccisione premeditata e un incidente con molte vittime), diventano per Gesù occasione di richiamo ad una verità essenziale. Al credente Egli offre una comune chiave di lettura per gli eventi storici e naturali: il male presente sia nell’uomo che nelle cose create è misteriosamente connesso con il peccato, ma non sfugge di mano a Colui che ha tutto nelle sue mani. Si tratta di interpretare diversamente gli stessi eventi, anche se di segno negativo. Questi fatti evocano il nostro limite e la nostra fragilità originaria che, dopo il peccato dell’uomo, è divenuta tragica. Ogni evento insensato ed assurdo di morte ci richiama pertanto a cercare nella conversione a Dio il senso ultimo della vita (vv.3-5). Il momento presente è il punto preciso in cui ci si può convertire da una vita insensata, ovvero preoccupata solo di salvare se stessa. Insomma, Gesù offre un criterio di corretto discernimento della realtà: bisogna leggere ogni fatto come appello a passare dalla paura alla libertà, dall’egoismo al dono, dalla volontà di dominio (controllare tutti e tutto) al servizio.

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Il proprietario e il vignaiolo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2016

Dunque, per chi crede in Lui, cos’è in fondo la nostra vita? E’ un tempo sempre propizio per convertirsi, cioè per scoprire, come dice il salmista, quanto misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore (Sal 102). Ed è uno spazio che ci è concesso dentro il quale posso rispondere (o non rispondere) a questo instancabile amore. Dietro la piccola parabola del proprietario e dell’albero di fichi sterile si cela (ma non tanto) questa invisibile realtà. Dio è Colui che si prende da sempre amorosa cura dell’uomo, ma questi non si decide a fare frutti degni di autentica conversione. Il dialogo tra il proprietario della vigna e il vignaiolo circa il fico sterile rivela il misterioso dramma interno a Dio tra giustizia (“taglialo”) e misericordia (“lascialo ancora quest’anno”) sempre in dialogo tra loro. E’ molto bella questa immagine del vignaiolo che invita il suo padrone a indulgere con l’albero, offrendo di lavorarci attorno ancora per un anno. E’ immagine della fatica di Dio a farsi ascoltare dall’uomo, è immagine del suo instancabile lavoro che circonda la nostra vita di mille attenzioni perché essa si realizzi pienamente come il fico che esiste per produrre fichi. Ed è immagine della tenera e misericordiosa pazienza verso l’uomo, sempre disposto ad accordargli una dilazione di tempo (v.9) perché la sua vita fruttifichi e non debba essere tagliata: Dio non gode della rovina del peccatore (Ez 18,23ss.). E’ immagine di quell’anno di Misericordia che, inauguratosi con la venuta di Gesù, continua per tutto il tempo del cammino della umanità, perché Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4)

Per la Scrittura una vita veramente realizzata è quella di chi scopre Dio intorno a sé circondarlo del suo amore misericordioso. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia (Sal 102). E ancora: alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano (Sal 138). Chi vive cercando ogni giorno di convertire la propria vita al Signore lo scoprirà così, ricco di misericordia. Anzi, sarà prima di tutto proprio il peccato e il dolore umano messi nelle sue mani il luogo di questa sua rivelazione. Ma il rischio per l’uomo di vivere una vita non orientata alla conversione incombe sempre. Se no, lo taglierai via (v.9): non è la minaccia di un giudizio, ma l’amara constatazione dell’ostinazione dell’uomo che, non convertitosi e non unito a Lui come il tralcio alla vite (Gv 15,1ss.), rimane sterile e incapace di riconoscere la bontà di Dio.

GESU’, IL DIO VICINO AI LONTANI

V DOMENICA DEL T.O.

Is 6,1-2a.3-8; 1Cor 15,3-8.11; Lc 5,1-11

 

Quando Gesù tirò fuori nella sinagoga di Nazareth i due episodi della storia di Elia ed Eliseo profeti, il cuore dei suoi uditori si sarebbe potuto aprire al messaggio che percorre tutta la Scrittura: Dio è il padre amorevole e misericordioso di ogni essere umano, soprattutto del più lontano geograficamente, sociologicamente, culturalmente, moralmente e spiritualmente. La parola di Gesù ha il potere di far venire a galla quello che c’è dentro il cuore di ognuno. Gesù conosceva tutti, non aveva bisogno che qualcuno gli dicesse qualcosa di un altro, Egli infatti sapeva bene quello che c’è in ogni uomo (Gv 2,24b-25). Nella sinagoga, all’udire quelle parole, tutti lo rifiutarono fino al punto da desiderare la sua morte. Come dire: Gesù, anche se sei dei nostri, tu non assecondi il Dio delle nostre accomodanti interpretazioni, il Dio che vogliamo plasmare a nostra immagine e somiglianza, perciò bisogna che tu sparisca! E’ il suo destino, annunciato da Lui stesso, e di tutti i profeti che seguono il suo tracciato.

Gesù predicava nelle sinagoghe e nelle case, in montagna e anche presso il mare. Non c’era luogo che non fosse adatto alla predicazione della Parola di Dio. Sul lago di Genesaret la folla gli faceva ressa attorno per ascoltarlo (v.2). Due barche attirano l’attenzione del Signore: i loro proprietari non lo stanno ascoltando, hanno ben altro da fare. Li si può capire: c’è una delusione da smaltire perchè non si è pescato niente quella notte. Gesù chiede una cortesia a Simone e, da come si muove, sembra quasi sapere già che quel pescatore non gliela negherà. Ora la barca di Simone è diventata una insolita cattedra (v.3). Gesù finisce di parlare alla folla. E cosa fa? Fa una proposta indecente a Pietro e compagni. Prendi il largo e calate le reti per la pesca (v.4). Signore, ma cosa stai chiedendo? Ma non lo sai che si pesca di notte e non di giorno? Non ti sembra di chiedere troppo a questi uomini tornati affaticati da una notte insonne? Sono appena rientrati frustrati dalla sterile battuta di pesca e tu proponi uscire di nuovo? Ma se hanno appena terminato di lavare accuratamente le reti! (v.2) Che fai, li prendi in giro? Quel che chiedi non è logico!…

La chiamata sul lago di Genesaret, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015
La chiamata sul lago di Genesaret, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

Nel film di Franco Zeffirelli “Gesù di Nazareth”, a questo punto dell’episodio del vangelo, c’è uno spezzone sublime che ci mostra Gesù fare la sua proposta mentre fissa lo sguardo su Pietro con infinita tenerezza. Pietro invece brontola verso coloro che attorno a lui cercano di convincerlo a prestare ascolto al maestro. Poi, lentamente, si lascia avvolgere dallo sguardo di quell’improbabile profeta di turno: “e tu cos’hai da guardarmi così?” – gli chiede inizialmente. Quello sguardo posato su di lui vince la ruvidezza del suo cuore: abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti (v.5). Simone ordina di uscire nuovamente con la sua barca. Le reti si spezzano, troppi pesci, è necessario chiamarne un altra. La pesca abbondante rischia non solo di spezzare le reti, ma di far affondare anche le due barche, eppure non affondano! E’ troppo, troppo bello! Un grande stupore si sprigiona nel cuore dei pescatori che si vedono improvvisamente benedetti oltre ogni attesa! (v.9)

Prendete il largo, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, Aprile 2015
Prendete il largo, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

Ma sulla tua parola…Simone tocca con mano che la parola di quell’uomo ha un potere sconosciuto. Lui stesso aveva accettato la proposta, lui stesso gli aveva lanciato la sfida: vediamo se la tua parola mi fa pescare laddove io non ci sono riuscito!…Simon Pietro vede tutto quanto sta accadendo: un’emozione profonda e inspiegabile lo afferra dal di dentro e lo fa cadere alle ginocchia di quello strano maestro (v.8a). Non so chi tu sia, ma la tua parola ha a che fare con Dio, tu sei un uomo di Dio, lo sento, e allora: Signore, allontanati da me che sono un peccatore (v.8b). E’ la più grande scoperta fatta da Pietro, anche se non terminerà qui: Gesù si è scoperto a Pietro, Pietro ha scoperto sé stesso. Se incontri davvero il Dio vivente allora incontri la verità di te stesso. In questo incontro l’uomo non può non sentire tutta la sua indegnità, la sua inadeguatezza, la sua piccolezza. Si sente lontano da Dio oppure invita Dio ad allontanarsi da lui, che è più o meno lo stesso. E’ il disagio di Adamo raggiunto nel suo nascondino. Dove non c’è timore, stupore e senso del proprio peccato, non si sta alla presenza di Dio, ma solo di un idolo più o meno maneggevole, anche se non lo si ammette (P.Silvano Fausti).

Non temere, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2016
Non temere, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2016

Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini (v.10). Gesù, l’uomo che sta rivelando il volto di Dio al pescatore di Galilea, non si allontana; al contrario, con la sua parola si avvicina ancora di più a quel pescatore che si sente perduto e lontano. Perché Egli è il Dio venuto a cercare e a farsi vicino ai lontani, Colui che tutto promette e niente chiede all’uomo, se non di non aver paura di Lui. La promessa è inaudita: Pietro diventerà come il suo Signore, pescatore di uomini lontani e perduti.

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Cuando Jesús sacó afuera en la sinagoga de Nazareth los dos episodios de la historia de Elías y Elíseo profetas, el corazón de sus auditores se hubiera podido abrir al mensaje que recorre toda la Escritura: Dios es el padre amoroso y misericordioso de cada ser humano, sobretodo del más lejano geograficamente, sociológicamente, culturalmente, moralmente y espiritualmente. La palabra de Jesús tiene el poder de hacer venir a gala aquello que hay dentro del corazón de cada uno. Jesús conocía a todos, no era necesario que alguien le diga algo de otro, Él de hecho sabia bien lo que hay en cada hombre (Jn 2,24b-25). En la sinagoga, al oír esas palabras, todos lo rechazaban hasta el punto de desear su muerte. Como decir: ¡Jesús, también si eres de los nuestros, tú no sostienes al Dios de nuestras interpretaciones cómodas, al Dios que queremos plasmar a nuestra imagen y semejanza, por lo cual es necesario que tu desaparezcas! Es su destino, anunciado por Él mismo, y de todos los profetas que siguen sus pasos.

Jesús predicaba en la sinagoga y en las casas, en la montaña y también en el mar. No había lugar que no fuera apto a la predicación de la Palabra de Dios. Sobre el lago de Genesareth la gente se le ponía alrededor para escucharlo (v.2). Dos barcas atraen la atención del Señor: los propietarios no lo están escuchando, tienen otras cosas que hacer. Se les puede entender: hay una desilusión que arreglar porque no se ha pescado nada esa noche. Jesús pide una cortesía a Simón y, de como se mueve, parece casi que ya supiera que ese pescador no se lo negará.  Ahora la barca de Simón se ha vuelto una insólita cátedra (v.3). Jesús termina de hablar a la gente. Y ¿que hace? Hace una propuesta indecente a Pedro y compañeros. Tomen el largo y tiren las redes para la pesca (v.4). Señor, pero ¿qué cosa estás pidiendo? ¿Pero no lo sabes que se pesca de noche y no de día? ¿No te parece que estas pidiendo demasiado a estos hombres que han regresado cansados de una noche sin dormir? ¿Pero si apenas han regresado golpeados del estéril golpe de la pesca y tu propones salir de nuevo? ¡Pero si apenas han terminado de lavar con atención las redes! (v.2) ¿Qué haces, les tomas el pelo? Lo que pides no es lógico!…

En la película de Franco Zeffirelli “Jesús de Nazareth”, a este punto del episodio del evangelio, hay un  sublime corte que nos muestra a Jesús que hace su propia propuesta mientras fija la mirada sobre Pedro con infinita ternura. Pedro en cambio gruñe hacia aquellos que están alrededor de él que intentan convencerlo a dar atención al maestro. Luego, lentamente, se deja envolver de la mirada de aquél improbable profeta de turno: “y tú ¿qué tienes para mirarme así?” – le pregunta inicialmente. Aquella mirada puesta sobre él vence la rudeza de su corazón: hemos fatigado toda la noche y no hemos pescado nada; pero sobre tu palabra echaré las redes (v.5) Simón ordena salir nuevamente con su barca. Las redes se rompen, demasiados peces, pero haría hundir las dos barcas, y sin embargo no se hunden! Es demasiado, demasiado bello! Un gran asombro se libera  en el corazón de los pescadores que se ven improvisadamente bendecidos mas allá de toda espera! (v.9)

Pero sobre tu palabra… Simón toca con mano que la palabra de aquél hombre tiene un poder desconocido. Él mismo había aceptado la propuesta, él mismo le había lanzado el desafió: ¡veámos si tu palabra me hace pescar allá donde yo no he logrado!… Simón Pedro ve todo lo que está sucediendo: una emoción profunda y inexplicable lo aferra desde dentro y lo hace caer de rodillas delante de aquél maestro extraño (v.8°). No se quién eres tú, pero tu palabra tiene algo que ver con Dios, tú eres un hombre de Dios, lo siento y entonces:Señor, aléjate de mi que soy un pecador (v.8b). Es el más grande descubrimiento hecho por Pedro, también si no terminará aquí: Jesús se ha descubierto a Pedro, Pedro ha descubierto así mismo. Si encuentras verdaderamente al Dios viviente entonces encuentras la verdad de ti mismo. En este encuentro el hombre no puede no sentir toda su indignidad, su inadecuación, su pequeñez. Se siente lejano de Dios o sino invita a Dios a alejarse de él, que es más o menos lo mismo. Es la incomodidad de Adán encontrado en su  escondite.Donde no hay temor, estupor y sentido del propio pecado, no se está a la presencia de Dios, sino de un ídolo mas o menos manejable, también si no se admite (P. Silvano Fausti)

No temas; desde ahora en adelante serás pescador de hombres (v.10). Jesús, el hombre que esta revelando el rostro de Dios al pescador de Galilea, no se aleja; al contrario, con su palabra se acerca todavía más a aquel pescador que se siente perdido y lejano. Porque Él es el Dios que ha venido a buscar y a hacerse cercano a los lejanos, Aquél que todo promete y nada pide  al hombre, sino de no tener miedo de Él. La promesa es inaudita: Pedro se volverá como su Señor, pescador de hombres lejanos y perdidos.

IL FIGLIO DI GIUSEPPE E’ UNA DELUSIONE

IV DOMENICA DEL T.O.

Ger 1,4-5.17-19; 1Cor 13,4-13; Lc 4,21-30

 

Una delle cose che mi piacerebbe molto conoscere in Cielo, (di certo lassù non ci si annoierà, mi basta considerare quel pullulare di desideri che ho già qui in terra per intuirlo…) è rivedere dal vivo la storia di Gesù: penso proprio che glielo chiederò al Signore questo regalo, sarei tanto curioso di vedere le facce dei tanti protagonisti umani del vangelo che hanno incrociato la sua vita, quelli che hanno interloquito con Lui, quelli che lo hanno accolto e quelli che non lo sopportavano, insomma tutti coloro che hanno vissuto la loro esistenza presso la sua, per molto o per poco tempo. Ad esempio mi piacerebbe molto vedere il volto di tutti quelli che quel giorno si trovavano in sinagoga e che rimasero meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca dicendo: “non è costui il figlio di Giuseppe?” (v.22) Ma di quale meraviglia si trattava? Passano solo 5 versetti e poi leggiamo che quegli stessi nazareni, al solo udire le parole di Gesù, si riempirono di sdegno, si alzarono, lo cacciarono fuori della città conducendolo fin sul ciglio del monte per gettarlo giù (vv.28-29). Lo volevano uccidere! Come è possibile passare così rapidamente dalla meraviglia ad un tentativo di omicidio e per giunta partendo dalla sinagoga?!!!…

Signore Gesù, i tuoi compaesani si meravigliano di te: hai appena detto loro che in te si è compiuta quella Scrittura che annunciava la venuta del Messia. Essi hanno capito bene cosa intendevi dire: hai detto loro che tu sei quel Messia annunciato. Se le tue parole erano per loro di grazia, allora perché fermarsi a considerarti né più né meno uno di loro? (v.22b). Perché non considerare che stessi dicendo la verità con tutto ciò che ne consegue? Cosa si aspettavano? Che il Messia dovesse presentarsi attorniato da tutta la classe sacerdotale, dagli scribi, dai farisei e i leviti provenienti in corteo da Gerusalemme? O forse che questi rappresentanti ufficiali della fede lo autenticassero come Messia con procedure speciali? Pensavano che il Messia dovesse giungere con cavalli e cavalieri al seguito? Oppure che dovesse arrivare accompagnato da inconfutabili segni provenienti dal Cielo? Dicci Signore Gesù, cosa aveva il tuo aspetto, cosa avevano Giuseppe e Maria, la tua famiglia, la tua abitazione, il tuo lavoro, che suscitasse un tale stupore negli uditori, che stridesse così tanto con quell’immagine dominante del Messia che avevano. Anche Marco e Matteo evangelisti sono concordi: la meraviglia dei nazareni non era quella di chi spalanca la bocca perché sta ammirando un’opera di Dio, bensì il preludio di chi trova uno scandalo dover ammettere che Dio, proprio Dio, si riveli ed agisca in un comunissimo compaesano che si ritiene di conoscere nelle sue relazioni. (Mt 13,57; Mc 6,3) Signore Gesù, hai deluso la tua parrocchia!

Gesù cacciato fuori da Nazareth, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini,
Gesù cacciato fuori da Nazareth, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, Aprile 2014

Nessun profeta è bene accetto nella sua patria (v.24). E’ una legge. Questo è proprio tangibile, dimostrabile, ripetibile nella storia. Ricordo ancora quel primo sacerdote che il Signore mi affiancò per accompagnare il mio cammino di conversione. Dopo vari anni di servizio nella chiesa degli Stati Uniti rientro’ nella sua patria, un paese in provincia di Salerno, e lì continuò il suo ministero di predicazione attraendo a Gesù una quantità enorme di persone provenienti da tutta Italia. Ma i suoi concittadini, che dicevano di conoscerlo, che conoscevano le sue radici familiari, rifiutavano il suo ministero. Facevano di tutto pur di ostacolarlo nella organizzazione dei suoi ritiri e di ogni altra iniziativa; giunsero persino a rifiutare di attenderlo negli esercizi commerciali. Ricordo ancora quel giorno in cui mi disse: “ieri sono andato dal barbiere per tagliarmi i capelli, ma lui appena mi ha visto mi ha cacciato fuori”. Mistero della vita del profeta di Dio.

Ma Egli passò in mezzo a loro, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, Aprile 2014
Ma Egli passò in mezzo a loro, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, Aprile 2014

Gesù aggiunge, a conferma della sua affermazione, alcune parole tratte nella Bibbia da 2 precisi episodi della storia di Elia ed Eliseo profeti. Queste scatenano il rifiuto più radicale dei nazareni fino a suscitare una pulsione omicida. Qual è la sostanza del suo discorso? Che il Dio di Israele non concede privilegi ad Israele, né permette che Nazareth, luogo di infanzia e di crescita di Gesù, vanti un diritto a ricevere, in via prioritaria, segni che confermino di poter godere speciali prerogative presso il proprio concittadino. Nazareth e Israele non hanno l’esclusiva su Dio. E questo, per chi vuole che Dio sia al proprio servizio e non viceversa, è insopportabile oltre che deludente. Il volto e il cuore di Dio che risplendono nell’umanità povera e semplice di Gesù Cristo sono stati, sono e saranno sempre uno scandalo per costoro: essi sono i non credenti mascherati da credenti che si aggirano anche oggi nella sua Chiesa. Il suo agire partendo dal più lontano (Naaman il Siro), dall’escluso (Vedova di Sarepta di Sidone), dalla periferia della vita del popolo (Cafarnao) e non dal centro (la propria Nazareth) irrita (gelosia? invidia?) tutti quelli che fanno della fede una realtà che li promuova o gli possa procurare una qualche fama. Per i credenti invece, quelle stesse parole di Gesù sono la gioia del cuore: l’agire di Dio è attento alle singole persone, cominciando da quelle che noi escluderemmo come improbabili a incontrarsi con Dio, perché dimenticate, insignificanti o troppo lontane per quanto sono invischiate nel male. Gesù, io trovo che nelle tue parole e nei tuoi gesti, sei l’unico Dio affascinante e credibile: tu sei Colui che si fa incontrare anche da quelli che non lo cercano (Is 65,1).

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Una de las cosas que me gustaría mucho conocer en el cielo, (ciertamente allá arriba no nos aburriremos, me basta considerar aquel pulular de deseos que ya tengo aquí en tierra para intuirlo…) es volver a ver en vivo la historia de Jesús: pienso que se lo pediré al Señor este regalo, seré tan curioso de ver las caras de los muchos protagonistas humanos del evangelio que han cruzado su vida, los que han intercambiado con Él, los que lo han acogido y aquellos que no lo soportaban, en fin todos los que han vivido su existencia cerca a la suya, por mucho o por poco tiempo. Por ejemplo me gustaría mucho ver el rostro de todos aquéllos que aquel día se encontraban en la sinagoga y que se quedaron maravillados de las palabras de gracia que salían de su boca diciendo: “¿no es ése el hijo de José?” (v.22), pero de ¿qué maravilla se trataba? Pasan solo 5 versículos y luego leemos que aquellos mismos nazarenos, al solo oír las palabras de Jesús, se llenaron de indignación, se levantaron, lo botaron fuera de la ciudad conduciéndolo hasta la orilla del monte para echarlo abajo (vv.28-29). ¡Lo querían matar! ¡¡¡¿Cómo es posible pasar tan rápidamente de la maravilla a una intensión de homicidio y además partiendo de la sinagoga?!!!…

Señor Jesús, tus paisanos se asombran de ti: apenas has dicho a ellos que en ti se ha cumplido aquella Escritura que anunciaba la llegada del Mesías. Ellos han entendido bien lo que intentabas decir: has dicho a ellos que tú eres aquel Mesías anunciado. ¿Si tus palabras eran para ellos de gracia, entonces por qué detenerse a considerarte ni más ni menos uno de ellos? (v.22b) ¿Por qué no considerar que estés diciendo la verdad con todo lo que conlleva? ¿Qué cosa se esperaban? ¿Qué el Mesías debería presentarse rodeado con toda la clase sacerdotal, desde los escribas, los fariseos y los levitas procedentes en cortejo desde Jerusalén? ¿O quizás que estos representantes oficiales de la fe lo autenticaran como Mesías con procedimientos especiales? ¿Pensaban que el Mesías debería llegar con caballos y caballeros que lo seguían? ¿O bien qué debiera llegar acompañado por irrefutables señales procedentes del Cielo? Dinos Señor Jesús, qué cosa tuvo tu aspecto, qué tenían Giuseppe y María, tu familia, tu vivienda, tu trabajo, que suscitara un tal estupor en los auditores, que chocaran así tanto aquella imagen dominante del Mesías que tenían. También Marcos y Mateo evangelistas están de acuerdo: la maravilla de los nazarenos no era aquella de quien abre la boca porque está admirando una obra de Dios, sino más bien el preludio de quien encuentra un escándalo el tener que admitir que Dios, exactamente Dios, se revele y actúe en un común paisano que se retiene conocer en sus relaciones. (Mt 13,57; Mc 6,3) ¡Señor Jesús, has desilusionado tu parroquia!

Ningún profeta es bien aceptado en su patria (v.24). Es una ley. Esto es exactamente tangible, demostrable, repetible en la historia. Recuerdo todavía aquel primer sacerdote que el Señor mi acercó para acompañar mi camino de conversión. Después de varios años de servicio en la iglesia de los Estados Unidos regresó en su patria, un pueblo en la provincia de Salerno, y allí continuó su ministerio de predicación atrayendo a Jesús una cantidad enorme de personas provenientes de toda Italia. Pero sus conciudadanos, que decían conocerlo, que conocían sus raíces familiares, rechazaban su ministerio. Hacían de todo con tal de obstaculizarlo en la organización de sus retiros y de cada otra iniciativa; llegaron hasta rechazar de atenderlo en los ejercicios comerciales. Recuerdo todavía aquel día en el cual me dijo: “ayer he ido al peluquero para cortarme los cabellos, pero apenas me ha visto me ha botado afuera”. Misterio de la vida del profeta de Dios.

Jesús agrega, confirmando su afirmación, algunas palabras sacadas de la Biblia de dos precisos episodios de la historia de Elías y Eliseo profetas. Estas desencadenan el rechazo más radical de los nazarenos hasta suscitar una pulsión homicida. ¿Cuál es la sustancia de su discurso? Que el Dios de Israel no concede privilegios a Israel, ni permite que Nazareth, lugar de infancia y de crecimiento de Jesús, jacte un derecho a recibir, en vía prioritaria, demostración de amor o signos que confirmen gozar especiales prerrogativas delante al propio conciudadano. Nazareth e Israel no tienen la exclusividad sobre Dios. Y esto para quien quiere que Dios sea al propio servicio y no viceversa, es insoportable más allá que desilusionante. El rostro y el corazón de Dios que resplandecen en la humanidad pobre y sencilla de Jesucristo han sido, son y serán siempre un escándalo para ellos: esos son los no creyentes enmascarados de creyentes que se burlan también hoy en su Iglesia. Su actuar partiendo del más lejano (Naamán el Siro), del excluido (viuda de Sarepta de Sidón), de la periferia de la vida del pueblo (Cafarnaum) y no del centro (la propia Nazareth) irrita (¿celos? ¿envidia?) todos aquellos que hacen de la fe una realidad que los promueva o les pueda procurar alguna fama. Para los creyentes en cambio, aquellas mismas palabras de Jesús son la alegría del corazón: el actuar de Dios es atento a cada persona, comenzando por aquellas que nosotros excluiremos como improbables a encontrarse con Dios, porque olvidadas, insignificantes o demasiado lejanas por cuanto son engatusados en el mal. Jesús, yo encuentro que en tus palabras y en tus gestos, eres el único Dios fascinante y creíble: tú eres Aquél que se hace encontrar también por aquellos que no lo buscan (Is 65,1)

   

GESU’, L’OPERA SCRITTA E COMPIUTA DI DIO

III DOMENICA DEL T.O.

Ne 8,2-4a.5-6.8-10; 1Cor 12,12-14.27; Lc 1,1-4.4,14-21

 

Non ho mai nascosto la mia predilezione per Luca evangelista, per come ci racconta la storia di Gesù, per il profilo della personalità che ne emerge. De gustibus. Sappiamo che era medico e anche pittore. Forse queste due attività aguzzarono per bene il suo orecchio, il suo occhio e la sua mano, poi la grazia di Dio gli ha donato di cogliere in profondità il mistero di Gesù con la parola e con la pittura. Il suo vangelo ha un solo dichiarato obiettivo: perché tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto (Lc 1,4). Ecco, mi sembra già molto significativa questa semplice annotazione: tornare sempre ad ascoltare il vangelo è fondamentale, perché giorno dopo giorno ci si renda conto che Luca e fratelli evangelisti, con tutti coloro che hanno collaborato a trasmetterci la fede, non ci hanno raccontato frottole. Con tutte le frottole spacciate per verità che oggi si trovano un po’ dappertutto, meglio costruire la nostra vita sulle cose solide della fede.

Secondo Luca evangelista, Gesù, all’inizio della sua pubblica manifestazione, si presenta al Giordano in fila con i peccatori per farsi battezzare. Non è che questa cosa dovette subito consolidare la fede di Giovanni Battista, anzi. Poco prima (Lc 3,15-16) Giovanni  chiariva che lui non era il messia e che attendeva (come tutti) qualcuno di cui non era nemmeno degno di slegare i lacci dei sandali. Il che, più o meno, equivaleva a dire che non si sentiva nemmeno degno di inginocchiarsi davanti a lui. Però qualche istante dopo troviamo Giovanni “costretto” a battezzare Gesù, il messia che s’inginocchia davanti a lui! Il primo modo per rendere solida la nostra fede è lasciare che l’Autore della stessa scombini un po’ le nostre certezze. Come ci sta insegnando Francesco pontifex. Scrutando nel ministero della sua parola, troviamo come tema ricorrente l’invito a lasciarsi sorprendere da Dio: lo chiama proprio così, “il Dio delle sorprese”, perché la sua azione è imprevedibile.

Il vangelo di oggi ci narra di Gesù che rientra nella sua Nazareth, il luogo dove visse per circa 30 anni vivendo una vita così comune, così umana, così poco sotto i riflettori, così semplice che….che era proprio difficile credere che fosse il figlio di Dio e non di Giuseppe! (Lc 3,23) Chi l’avrebbe mai previsto? Lo vedremo meglio domenica prossima, nella seconda parte di questo vangelo, dove gran parte dell’uditorio passerà dalla meraviglia all’incredulità in un brevissimo lasso di tempo. Gesù era solito andare in sinagoga e leggere le Scritture; quel giorno gli toccò il rotolo di Isaia, quel passo dove il messia atteso esprime la sua coscienza di essere inviato, nello Spirito di Dio, ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi e agli oppressi, per proclamare l’anno di grazia del Signore (Lc 4,18-19). Poi Luca, con poche e magistrali righe ci conduce, come dentro lo zoom di una macchina fotografica, a concentrarci su Gesù che compie i gesti naturali e lenti del riavvolgere e riconsegnare il rotolo per poi sedersi. Sembra quasi che la narrazione rallenti di proposito per creare un clima di grande attesa nel lettore. E’ come se Luca ci volesse dire: adesso apri bene l’orecchio a quello che sta per comunicare, sono le prime parole pubbliche di Gesù. La sua omelia fu solamente dire: oggi si è compiuta questa Scrittura che avete ascoltato (Lc 4,21). I nazaretani non si aspettavano quella affermazione così categorica. Il Signore non fece l’esegesi del testo, né fece applicazioni morali su di esso, ma con quelle poche parole attirò l’attenzione di tutti su di sé. In Lui, la parola predicata e il predicatore diventano una sola cosa. Gesù è il messia atteso, l’opera annunciata e scritta da Dio che si è finalmente compiuta. Come dicevano gli antichi padri, tutte le Scritture ci parlano di Cristo e tutto è stato scritto in vista di Lui. Il rotolo del libro profetico di Isaia ora è chiuso. Da allora, chi vuole capire il senso profondo di tutto quanto è stato scritto nella Bibbia, deve guardare a Lui.

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Gesù nella sinagoga di Nazareth, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

L’evangelista sottolinea che Gesù cominciò a dire “oggi…”. Cioè, quell’oggi è iniziato con Gesù ma si protrae fino a i nostri giorni: è l’oggi di Dio che compie ancora la sua Parola in chi l’ascolta e la pratica. E’ l’anno di misericordia del Signore che, una volta cominciato, non finisce più! Lo Spirito di Dio anche oggi, invita la sua Chiesa a vivere l’anno di grazia, il Giubileo, nella rinnovata missione di dirigersi dove si è diretto per primo Cristo suo capo: verso i poveri e gli emarginati, verso gli oppressi da ogni sorta di male. La Chiesa non è al mondo per condannare, ma per permettere l’incontro con quell’amore viscerale che è la misericordia di Dio. Perché ciò accada, è necessario uscire. Uscire dalle chiese e dalle parrocchie, uscire e andare a cercare le persone la dove vivono, dove soffrono, dove sperano…(Papa Francesco, Il nome di Dio è Misericordia). Per vivere l’anno giubilare con questo spirito, per poter essere veramente un segno tangibile della misericordia divina, c’è una prima cosa fondamentale da non trascurare: gli occhi della chiesa devono stare fissi su Gesù per ascoltarlo e imparare da Lui.

 

SI PROSTRARONO E LO ADORARONO

Epifania del Signore

Is 60,1-6; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

 

Alla notizia del concepimento o della nascita di un bambino, il cuore umano può rispondere con sentimenti di gioia ma anche con imprevedibili reazioni negative: perplessità, disappunto, disorientamento, paura, incertezza, voglia di togliere di mezzo la nuova vita…Non dovrebbe essere così, ma, ahimè, è proprio così. Pensate alla facilità con cui si sopprime oggi la vita umana al concepimento, in gestazione o alla nascita, e ci capiamo subito. In questi giorni una donna mi ha confidato che quando la sua terzogenita è stata concepita in modo imprevisto, il marito era visibilmente scontento, deluso. Cosa c’è dentro il cuore dell’uomo che può determinare una o l’altra delle reazioni?

Il viaggio dei re Magi, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014
Il viaggio dei re Magi, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

A Natale abbiamo visto che Gesù è nato nella difficoltà di trovare accoglienza: come annota il vangelo di Luca, non c’era posto nell’alloggio. E’ vero che Betlemme non era così grande (non lo è nemmeno oggi), ma possibile che non ci fosse un posticino più idoneo che permettesse a una donna gravida di partorire? Come se non bastasse, dal racconto che ci offre oggi Matteo nella solennità dell’Epifania, veniamo a sapere che tre misteriosi (e forse regali) personaggi venuti da lontano, si presentano a Gerusalemme con una domanda precisa: dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? (v.2) Il re Erode rimase turbato e questo possiamo capirlo: si chiedono informazioni su un re appena nato, logico che chi ami il proprio scranno di potere più di ogni altra cosa si senta minacciato alla sola domanda. Ma che tutta Gerusalemme rimanga turbata, questo non è immediatamente comprensibile. Non aspettavano forse il Messia? Non si attendeva che nascesse proprio in Giudea? Non sono le stesse autorità di Gerusalemme a confermare, come da profezia, che è Betlemme il luogo dove sarebbe nato l’atteso capo di Israele? (vv.5-6) E perché, una volta trasmessa l’informativa ai Magi, non si sono mossi verso Betlemme per verificare la loro tesi? Alla nascita di Gesù non c’è soltanto la luce degli angeli in festa con lo stupore che avvolge i pastori e forse altra povera gente accorsa alla mangiatoia. Non c’è soltanto chi ama la vita con le sue sorprese, i suoi imprevisti, quella lieta novità che sempre arreca un neonato che chiede accoglienza. No. C’è anche chi vive nella paura della novità, c’è chi vive nella paura di perdere le proprie sicurezze; c’è chi vive difendendo il proprio posto o potere ricorrendo all’inganno e ad ogni altro mezzo lecito o illecito, pur di non perderlo. Insomma, c’è che vive nell’egoismo che si sente minacciato dal più minimo dei fuori-programma e che non ammette alcun cambiamento: persino un bimbo adagiato in una mangiatoia può essere pericoloso! E’ la solita storia. Quando Erode verrà evitato dai Magi al loro rientro da Betlemme (v.12), si scatenerà la sua follia omicida. Come alcuni secoli prima, quando il faraone d’Egitto decretò l’eliminazione dei primogeniti degli ebrei, non sapendo come contenere la paura di essere surclassati numericamente dal popolo degli israeliti. L’egoismo umano è sempre omicida.

Si prostrarono, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014
Si prostrarono, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

I Magi rappresentano i popoli pagani chiamati alla fede, ma anche tutti quegli uomini che cercano con fatica, onestà e amore alla verità, il vero volto di Dio. Mi sembra siano anche simpatici nella loro ricerca. Giungono a Gerusalemme e fanno la loro domanda cercando un punto di congiunzione tra la loro ricerca e la religione del popolo ospitante. Non si mettono a discutere su quanto gli riferiscono, accolgono le indicazioni del loro sapere e si muovono fiduciosamente verso il luogo indicato: il segno che essi seguono, la stella, li conferma nel loro cammino. Verrebbe da dire che obbediscono a una autentica dinamica di fede: nel loro mondo si sono lasciati interpellare dall’apparire di quella stella, hanno lasciato l’ambiente più sicuro delle proprie conoscenze, della propria condizione, e della reputazione di cui probabilmente godevano. Si sono messi in cammino affrontando tutte le incognite del viaggio senza fare troppi calcoli. Si sono lasciati affascinare e guidare da quel segno. Si anticipa così, nei Magi, uno dei temi più ricorrenti nella vita di Gesù: i lontani salgono improvvisamente sulla cattedra della fede, perché tra i primi ad accoglierlo e riconoscerlo nella sua identità. Cosa da non considerare scontata: il re che doveva nascere, quei Magi, lo trovarono assiso su un insolito trono e attorniato da una insolita corte. Eppure, a quella vista, non esitarono ad aprire i loro scrigni e a prostrarsi per adorarlo. (v.11)

TROVERETE UN BAMBINO

S.MESSA DELLA NOTTE DI NATALE

Lc 2,1-14

 

L’evangelista Luca, si sa, è medico sopraffino. Le parole del vangelo che descrivono la nascita del Salvatore sono un racconto accurato che contrappone da un lato la potenza dell’uomo che si auto-celebra, per esaltare il proprio dominio, nel primo censimento mondiale della storia; dall’altro, l’abbassamento di Dio nella sua creazione fino a farsi incontrare in un inerme bambino che nasce tra grandi difficoltà. E mentre il mondo intero si muove dietro all’evento straordinario del censimento, nessuno sembra accorgersi di questo bambino. Che cosa significhi questo, ce lo possiamo immaginare aiutati da qualche evento a noi più vicino. Pensate cosa ha fatto Expo quest’anno. Quanta gente da tutta Italia, da tutto il mondo, muoversi verso Milano, quanta comunicazione, quanta onnipresenza dei media. E pensate invece quegli uomini e quelle donne che fuggono dall’Africa, dalla Siria, dall’Iraq. Ci si accorge di loro maggiormente quando diventano un problema per la nostra sicurezza. Quanti riflettori e attenzione di lì, e quanta chiusura e riserve di qui. Maria era incinta, Giuseppe doveva assolvere al compito di farsi censire con il suo nucleo familiare, quindi partirono verso la Giudea, sua terra nativa. Gesù viene al mondo all’interno di questo viaggio e subito c’è il dramma di non riuscire a trovare un posto dove nascere: ma perché non c’era posto per loro? Perché non ci si accorse che Maria era in grande bisogno? Cosa c’era di più importante tra la gente di quel luogo da non accorgersi di quella donna? Con Giuseppe e Maria, il Signore vive da subito la realtà di tutta quell’umanità scartata, che non trova posto alla nostra attenzione, che non ha voce, che non ha nessuno dalla sua parte proprio perché scartata, debole e senza alcuna credenziale.

Natività, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014
Natività, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

Qui c’è già tutta la storia di Gesù, c’è la sua prima presentazione “normativa”: chi volesse conoscerlo, deve passare di qui, deve percorrere questa strada, deve sostare a lungo davanti alla mangiatoia. Lo capì bene Francesco d’Assisi che rimase talmente ammaliato di questa presentazione al punto da inventare il primo presepe dell’umanità. Ma ce lo fa capire oggi anche Francesco papa, il quale, all’aprire qualche giorno fa la comunissima porta di una mensa per i poveri presso la Stazione Termini di Roma, ci ha detto: “Gesù vive nell’umiltà. Lui viene a salvarci e non trova miglior maniera per farlo che camminando con noi, fare una vita come la nostra. E nel momento di scegliere il modo di come fare questa vita, non sceglie la grande città di un grande impero, non sceglie una principessa, una contessa per madre, una persona importante, non sceglie un palazzo di lusso, no, anzi, sceglie una ragazzina di 16-17 anni, non di più, in un villaggio perduto nelle periferie dell’impero romano che nessuno conosceva. E sceglie Giuseppe un ragazzo che l’amava, che voleva sposarla, un falegname che si guadagnava il pane. Sembra che tutto sia stato fatto intenzionalmente quasi di nascosto. E tutto avviene così: nella semplicità e nel nascondimento. Tutto nell’umiltà, senza che le grandi città del mondo sapessero nulla della nascita del Figlio di Dio… Il Signore, quando è nato, era lì nella mangiatoia, ma nessuno si era accorto che era Dio”.

L'annuncio degli angeli ai pastori, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014
L’annuncio dell’angelo ai pastori, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

Perché ci si possa rendere davvero conto di quanto sia necessario, per incontrarLo e conoscerLo, meditare attentamente ciò che avviene e come avviene a Betlemme, è importante soffermarsi sui versetti 8-14, capolavoro letterario oltre che teologico dell’evangelista. L’angelo di Dio si presenta a dei pastori comunissimi, gente disprezzata e senza alcuna valenza nella società, per annunciare la notizia più attesa dell’epoca. Non si può non notare una assoluta sproporzione tra l’annuncio della nascita del Messia atteso da tutti (con tutta la luce e la presenza divina che circonda l’annuncio) e il suo segno che si invita a scoprire e riconoscere: un bambino adagiato in una mangiatoia con un papà e una mamma a fianco. La lezione da imparare per incontrare Dio è già tutta concentrata in questa sproporzione. E solo il cuore che si apre allo stupore, cioè al messaggio di amore che c’è dentro, può entrarci e cominciare a capire qualcosa. Come il cuore di quest’uomo che ha lasciato queste righe: “Umile Gesù, che hai voluto essere uomo per noi, come possiamo renderti grazie? Ci hai amato tanto che per noi sei nato nel tempo, tu, per mezzo del quale è stato creato il tempo. Sei diventato uomo, tu, che hai fatto l’uomo. Sei stato formato da una madre che tu hai creato. Sei stato sorretto da mani che tu hai formato, tu, Verbo senza il quale è muta l’umana eloquenza, hai vagito nella mangiatoia, come un bambino che non sa ancora parlare. Cosa sei diventato per me!”  (S.Agostino, Sermo 188,2)

E NOI COSA DOBBIAMO FARE?

III DOMENICA DI AVVENTO

Sof 3,14-17; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

 

“Che cosa dobbiamo fare?” (Lc 3,10), si chiedono le folle, i peccatori e i pubblicani insieme ad alcuni soldati giunti davanti a Giovanni nel deserto. Ed è anche quello che ci chiediamo noi, giunti da Giovanni alla terza domenica di avvento, sperando di aver fatto un po’ di deserto dentro i nostri cuori. E’ importante porsi questa domanda. Diversamente si vive la propria fede da “addetti ai lavori”, come quei personaggi dei vangeli (scribi, farisei, sacerdoti, dottori della legge ecc.) così sicuri di sé che non solo non si lasciano interpellare, ma nemmeno interessare dalle parole di Dio. Costoro infatti non andarono da Giovanni, su cui venne la Parola di Dio (Lc 3,2). Ci andranno soltanto quando, temendo che Giovanni in qualche modo potesse pregiudicare la loro autorità, invieranno una loro delegazione a interrogarlo sulla sua identità (Gv 1,19ss.).

Giovanni Battista
Giovanni il Battista, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2015

Le letture domenicali e l’inizio del Giubileo straordinario ci offrono la prima risposta. La prima cosa da fare è aprire il nostro cuore alla gioia di Dio. E’ quello che ci raccomanda il profeta Sofonia, poi S.Paolo, poi il profeta Jorge da Buenos Aires, alias Francesco vescovo di Roma e papa della Chiesa di Dio. Notate bene: la gioia di Dio, cioè quella che viene da Lui e che ha il potere di cambiare la nostra vita. Perché la gioia di Dio coincide esattamente nel farci grazia ogni giorno, nel perdonarci e offrirci la sua immutata e infinita misericordia. “Questo Giubileo, è un momento privilegiato, perché la Chiesa impari a scegliere unicamente “ciò che a Dio piace di più”. E, che cosa è che “a Dio piace di più”? Perdonare i suoi figli, aver misericordia di loro, affinché anch’essi possano a loro volta perdonare i fratelli, risplendendo come fiaccole della misericordia di Dio nel mondo. Questo è quello che a Dio piace di più!…Il Giubileo sarà un tempo favorevole per la Chiesa se impareremo a scegliere ciò che a Dio piace di più”, senza cedere alla tentazione di pensare che ci sia qualcos’altro che sia più importante o prioritario. Niente è più importante di scegliere ciò che a Dio piace di più”, cioè la sua misericordia, il suo amore, la sua tenerezza!…” (Papa Francesco, Udienza Generale del 9.12.2015). Dunque nel “gaudete” di questa domenica di avvento, prima di tutto, dobbiamo chiederci: è diventato per me causa di gioia riconoscermi peccatore davanti al Signore Gesù? Mi sento accolto/a dal suo personale amore, mi sento portato/a sulle sue spalle? E’ giunta nel mio cuore la sua gioia di avermi ritrovato/a? Sento il bisogno profondo di tornare sempre da Lui, per invocare misericordia sulla mia vita e quella altrui? Ma soprattutto, credo davvero che Egli è Misericordia, che ciò che gli piace di più è appunto ricoprirci di misericordia e che non c’è niente di più importante per Lui di vedermi impegnato a diventare a mia volta misericordioso/a? Sono domande per niente scontate. Rimango sempre molto colpito da quei fratelli e sorelle che spacciano coloro che camminano su questa strada, in primis il papa, come persone deboli e ingenue, a cui mancano persino gli attributi. Non so quale immagine di Dio e della sua chiesa governi questo modo di pensare e di parlare ma, facendo eco alle parole di Francesco, mi vengono in mente le parole di S.Paolo ai Corinzi: ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (1 Cor 1,25). Forse siamo già caduti nella tentazione di andar dietro a un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, forse siamo già caduti nel pensare che ci sia qualcosa di più importante e prioritario, nella nostra fede, di credere nella misericordia di Dio e nell’imparare a essere misericordiosi.

Giovanni battezza nel Giordano
Giovanni battezza nel Giordano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2015

Allora ecco Giovanni venire in nostro aiuto, affinché non ci imbrogliamo in questo tempo di avvento. In fondo anche a lui chiedevano, in quel “che cosa dobbiamo fare?”, cosa c’era di più importante da praticare. Nelle tre risposte che il Battista da a questa domanda, la prima riguarda due opere di misericordia corporale: chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare, faccia altrettanto (Lc 3,11). Poi il richiamo all’onestà, al rispetto delle persone, al sapersi accontentare di quanto abbiamo, al non approfittarsi degli altri. Un evidente primato, quello della misericordia, anche in chi, come Giovanni, ancora non aveva una piena rivelazione del volto di Dio. Ma soprattutto, una cartina di tornasole per verificare il proprio rapporto con il meraviglioso Dio così ricco di misericordia nei nostri confronti. Se davvero credo che il volto del Dio è questo, non posso non sentire, come un appello urgente, di dover diventare misericordioso con gli altri: questo è molto concreto! La parabola del Buon Samaritano docet. E allora per concludere, una breve storia di una samaritana dei nostri tempi: un uomo è entrato in un supermercato ed ha rubato il portafoglio ad una donna, la quale, invece di chiamare subito la polizia, ha fatto qualcosa di imprevedibile. L’uomo è rimasto talmente spiazzato dal suo gesto tanto da restituirle il portafoglio. La protagonista di questo incredibile episodio si chiama Jessica Eaves , ha 4 figli e vive a Guthrie, in Oklahoma (USA). Come ogni settimana, Jessica è andata al locale supermercato per fare la spesa, quando si è accorta che un uomo la stava seguendo in modo sospetto. Poco dopo, Jessica si è accorta che dalla borsetta mancava il suo portafoglio: sicura che fosse stato lui, ha deciso di non chiamare la polizia, ma di risolvere il problema a modo suo. “In una corsia affollata di gente, mi sono avvicinata a lui”, ha raccontato Jessica. “Di solito sono impulsiva, ma in quel momento ero molto tranquilla. Gli ho detto: senti tu hai qualcosa che mi appartiene. Ti do la possibilità di scegliere. Se mi restituisci il portafoglio, non solo ti perdono ma ti pago anche la spesa”. Il messaggio sottinteso era chiaro: se invece non mi ridai il portafoglio, chiamo la polizia. “Ha messo la mano in tasca e mi ha restituito il portafoglio. Mentre prendeva il cibo che gli serviva dagli scaffali, mi ha chiesto scusa almeno una ventina di volte. E mentre ci avvicinavamo alla cassa, ha cominciato a piangere. Mi ha detto che era disperato”. L’uomo, che continuava a ringraziare Jessica per averlo aiutato e perdonato, ha comprato generi alimentari per un totale di 27 dollari. “Di solito non porto mai contanti, ma quel giorno avevo giusto 28 dollari nel portafoglio. L’ultima cosa che mi ha detto è stata: “Non dimenticherò mai questa serata. Sono davvero disperato, ho dei figli, mi vergogno e mi dispiace tantissimo”. “Qualcuno mi ha criticato, perché non l’ho denunciato, e forse ha ragione”, ha spiegato Jessica, “ma a volte credo che la cosa giusta da fare è dare a qualcuno che ha sbagliato una seconda possibilità per non perdere la propria dignità. Quando avevo sette anni, io e mio fratello abbiamo perso nostro padre, ma ricordo che mi diceva sempre: non importa cosa diventerai da grande, ma ricorda che dovrai sempre essere gentile con tutti”.

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“¿Qué debemos hacer? (Lc 3,10), se pregunta la muchedumbre, los pecadores y los publicanos junto a algunos soldados llegados delante de Juan en el desierto. Y es también lo que nos preguntamos nosotros, llegando a Juan en el tercer domingo de adviento, esperando haber hecho un poco de desierto dentro de nosotros. Es importante hacernos esta pregunta. De lo contrario se vive la propia fe como “adictos al trabajo”, como esos personajes de los evangelios (escribas, fariseos, sacerdotes, doctores de la ley, etc.) así seguros de sí mismos que no solo no se dejan interrogar, sino que ni siquiera interés por la Palabra de Dios. Ellos de hecho no fueron a Juan, sobre el cual vino la Palabra de Dios (Lc 3,2). Irán solamente cuando, temiendo que Juan de algún modo pudiera perjudicar su autoridad, enviarán una delegación a interrogarlo sobre su identidad (Jn 1,19ss.)

Las lecturas dominicales y el inicio del Jubileo extraordinario nos ofrecen la primera respuesta. La primera cosa que hay que hacer es abrir nuestro corazón al gozo de Dios. Es lo que nos recomienda el profeta Sofonías, luego S. Pablo, luego el profeta Jorge de Buenos Aires, alias Francisco obispo de Roma y papa de la Iglesia de Dios. Noten bien: el gozo de Dios, o sea, esa que viene de Él y que tiene el poder de cambiar nuestra vida. Porque el gozo de Dios coincide exactamente en el hacernos gracia cada día, en el perdonarnos y ofrecernos su inalterada e infinita misericordia. Este jubileo, es momento privilegiado, para que la Iglesia aprenda a elegir únicamente “lo que a Dios le gusta más”. Y, ¿qué es lo que “a Dios le gusta más”? Perdonar a sus hijos, tener misericordia de ellos, para que también ellos puedan a su vez perdonar a los hermanos, resplandeciendo como antorchas de la misericordia de Dios en el mundo. ¡Esto es lo que a Dios le gusta más!…El Jubileo será un tiempo favorable para la Iglesia si aprenderán a elegir “lo que a Dios le gusta más”, sin ceder a la tentación de pensar que haya otra cosa que sea más importante o prioritario. Nada es más importante que elegir “lo que a Dios le gusta más”, o sea, ¡su misericordia, su amor, su ternura!… (Papa Francisco, Audiencia General del 9.12.2015) Pues en el “gaudete” de este domingo de adviento, ante todo, debemos preguntarnos: ¿Para mí se ha vuelto causa de gozo reconocerme pecador delante del Señor Jesús? ¿Me siento acogido/a de su amor personal, me siento llevado/a sobre sus espaldas? ¿Ha llegado a mi corazón su gozo de haberme encontrado/a? ¿Siento la necesidad profunda de regresar siempre a Él, para invocar misericordia sobre mi vida y la de los demás? Pero sobretodo, creo verdaderamente ¿que Él es Misericordia, que lo que le gusta más es justamente recubrirnos de misericordia y que no hay nada más importante para Él que verme comprometido a volverme a su vez misericordioso/a? Son preguntas para nada deducidas. Siempre quedo muy impactado por aquellos hermanos y hermanas que venden a los que caminan sobre esta vía, en primer lugar el papa como personas débiles e ingenuas, a las cuales faltan hasta los atributos. No sé qué imagen de Dios y de su Iglesia gobierne este modo de pensar y de hablar pero, haciendo eco a las palabras de Francisco, me vienen en mente las palabras de S. Pablo a los Corintios: Porque la locura de Dios es más sabia que la sabiduría de los hombres, y la debilidad de Dios es más fuerte que la fortaleza de los hombres (1Cor 1,25). Quizás ya hemos caído en la tentación de ir detrás de un Dios hecho a nuestra imagen y semejanza, quizás hemos ya caído en creer que haya algo más importante y prioritario, en nuestra fe, que creer en la misericordia de Dios y de aprender a ser misericordiosos.

Entonces he aquí venir a Juan en nuestra ayuda, para que no nos engañemos en este tiempo de adviento. En fondo también a él le preguntaban, en ese “¿qué debemos hacer?”, qué cosa era más importante para practicar. En las tres respuestas que el Bautista da a esta pregunta, la primera compete dos obras de misericordia corporal: quien tiene dos túnicas, de una a quien no tenga y quien tenga para comer, haga lo mismo (Lc 3,11) Luego la llamada a la honestad, al respeto de las personas, al saberse contentar de lo que tenemos, a no aprovecharse de los demás. Un evidente primado, aquella de la misericordia, también en quien, como Juan, todavía no tenía una plena revelación del rostro de Dios. Pero sobretodo, una hoja a la luz del sol para verificar la propia relación con nuestro maravilloso Dios así rico de misericordia con respecto a nosotros. Si verdaderamente creo que el rostro del Dios en el cual creo es este, no puedo no sentir, como una llamada urgente, de tener que volverme misericordioso con los demás: ¡es muy concreto! La parábola del Buen Samaritano docet. Entonces para concluir, una breve historia de una samaritana de nuestros tiempos:  un hombre ha entrado en un supermercado y ha robado la billetera a una mujer, la cual, en lugar de llamar inmediatamente a la policía, ha hecho algo  imprevisible. El hombre se quedó desalmado de tal manera por su gesto tanto que restituyó la billetera. La protagonista de este increíble episodio se llama Jessica Ealves, tiene 4 hijos y vive en Guthrie, en Oklahoma (USA). Como cada semana, Jessica ha ido al local del supermercado para hacer las compras, cuando se ha dado cuenta que un hombre la estaba siguiendo de manera sospechosa. Poco después, Jessica se ha dado cuenta que de la bolsa le faltaba su billetera: segura que hubiera sido él, ha decidido no llamar a la policía, sino resolver el problema a su modo. “En un corredor lleno de gente, me acerqué a él”, ha contado Jessica. “Normalmente soy impulsiva, pero en ese momento estaba muy tranquila. Le he dicho: escucha tú tienes algo que me pertenece. Te doy la posibilidad de escoger. Si me devuelves la billetera, no solo te perdono sino que te pago también tus compras”. El mensaje implícito era claro: si en cambio no me devuelves la billetera, llamo a la policía. “Ha puesto su mano en el bolsillo y me ha restituido la billetera. Mientras tomaba la comida que le servía de  los estantes, me ha pedido disculpas al menos una veintena de veces. Y mientras nos acercábamos a la caja, ha comenzado a llorar. Me ha dicho que estaba desesperado”. El hombre, que continuaba a agradecer a Jessica por haberlo ayudado y perdonado, ha comprado géneros alimentarios por un total de 27 dólares. “Normalmente no llevo conmigo efectivo, pero ese día tenía justo 28 dólares en mi billetera. La última cosa que me ha dicho ha sido: “No me olvidaré jamás esta tarde. Estoy de verdad desesperado, tengo hijos, me avergüenzo y lo siento tanto”. “Algunos me han criticado, porque no lo he denunciado, y quizás tiene razón”, ha explicado Jessica, “pero a veces creo que lo justo que hay que hacer es dar a alguien que se ha equivocado una segunda posibilidad para no perder la propia dignidad. Cuando tenía siete años, mi hermano y yo hemos perdido a nuestro padre, pero recuerdo que me decía siempre: no importa qué cosa te volverás cuando seas grande, pero recuerda que deberás ser siempre gentil con todos”.

LA FORZA DI RESTARE IN PIEDI

I DOMENICA DI AVVENTO

Ger 33,14-16; 1 Ts 3,12-14; Lc 21,25-28.34-36

 

Comincia oggi il tempo liturgico di avvento: un tempo propizio che ricorda a ciascun discepolo di essere una persona che vive ogni giorno nell’attesa di un mondo nuovo e dell’incontro definitivo con il Signore Gesù. Avevo 21 anni quando ripresi a leggere i vangeli. In realtà, era come se li leggessi per la prima volta. In quel tempo, tutto quel poco che dalla loro lettura avevo ricevuto da bambino nel catechismo, era completamente dimenticato. Quando poi mi imbattevo in brani come quello di questa prima domenica di avvento, ne uscivo sempre alquanto spaventato. Segni nel sole, nella luna e nelle stelle, cieli che si sgretolano, ansia e terrore tra i popoli…tutto ciò mi sembrava dar corpo a quelle angosce mortali che si manifestavano in tanti film premonitori che vedevo normalmente al cinema o in tv. E a dire il vero, non ci capivo un granché. Perché Gesù parlava così? Perché dirci che Lui sarebbe tornato ma dentro una cornice così fosca? Per incuterci paura?

Il figlio dell'uomo venire sulle nubi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015
Il Figlio dell’uomo viene sulle nubi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Mi fa un certo effetto oggi commentare questo testo e avere nel cuore ben altri sentimenti. Quando cominceranno ad accadere queste cose raddrizzatevi in piedi e alzate il capo perché la vostra liberazione è vicina (v.28). Questo versetto del vangelo di oggi è come un raggio di luce che squarcia le tenebre che si descrivono nei versetti precedenti. Siamo avvertiti dal Signore sulla ineluttabilità degli eventi tragici di questo mondo che passa, sul crollo sicuro di tutte le umane sicurezze, ovvero di tutti quei progetti e di tutte quelle ideologie umane che hanno voluto fare a meno di Dio: in questa prospettiva, la fine del mondo è già cominciata! Dunque l’intento di Gesù non è certo quello di spaventarci ma siamo invitati a leggere, proprio dentro il susseguirsi di questi fatti, il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria (v.27). Facciamo un esempio. Siamo rimasti tutti shoccati dall’ennesimo grave episodio di terrorismo che ha investito la nostra Europa durante gli assalti di venerdì 13 novembre a Parigi. Penso che da quel giorno fino ad oggi, se esistesse ai nostri giorni un termometro dell’ansia e della paura umana, sicuramente ne misurerebbe un livello crescente tra gli uomini. Eppure un uomo di nome Antoine Leiris, che ha perso la propria moglie in quella notte drammatica, ha lanciato un messaggio chiaro non solo a coloro che si sono macchiati di tali ignobili delitti, ma anche a tutta quell’umanità che oggi non si sente più sicura nemmeno a casa sua. “Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo “petit garçon” vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio”.

Ecco, questo è un uomo che si è raddrizzato in piedi e ha alzato il capo (v.28). Questo è il Figlio dell’uomo che viene con potenza e gloria (v.27). Questo è l’uomo che ha capito che la vera vittoria ce l’ha lui in mano, è l’uomo che ha scelto di attenderla fiduciosamente (“vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata…”) nel mondo nuovo (“ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere…”); ha scelto di far passare l’ennesima barbarie nel nulla che inghiotte ogni cattiveria umana, convinto che alla fine il male si ritorce prima di tutto su chi lo compie.

Vegliate pregando, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015
Vegliate pregando, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Gesù non ci avverte soltanto sul progressivo crollo di questo mondo assoggettato alle conseguenze del peccato. Ci dice anche come coltivare la speranza e l’attesa del mondo nuovo che viene con Lui e tutti i suoi amici. I consigli riguardano un sano monitoraggio di ciò che avviene nel nostro cuore perché quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso (v.34), e la necessità di vegliare in ogni momento pregando (v.36a). Perché il mondo nuovo non lo si attende con le braccia conserte. Chi davvero sta attendendo il Signore, se non vuole soccombere al clima di paura di quel che è accaduto e accadrà ancora sulla terra, è chiamato prima di tutto a curare nella preghiera la propria vita spirituale, il proprio mondo interiore, affinché il cuore non si appesantisca per i tanti affanni e vizi che il dio di questo mondo sempre genera. E’ lì, nella preghiera, che si gioca tutto. E’ lì che riceviamo la forza per sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e per restare in piedi davanti al Figlio dell’uomo (v.36b). Infatti, per il credente, quel giorno (v.34) può essere qualsiasi giorno. E se vogliamo davvero attenderlo in una fiduciosa operosità per non cadere nel laccio della paura e della disperazione, ci conviene ascoltare i suoi consigli. Maranathà! Vieni Signore Gesù! Dacci questa forza! Sei Tu la nostra forza!

 

BUON AVVENTO A TUTTI!

PER QUESTO IO SONO NATO

Solennità di Cristo Re

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33-37

 

Domenica scorsa abbiamo ascoltato dal vangelo di Marco una parte del discorso escatologico del Signore. Egli ci assicura che la storia dell’umanità ha una meta ben precisa, certissima: il suo corso volge verso un fine in cui tutti gli uomini saranno chiamati a render conto della propria vita davanti a Colui che ha vinto il mondo e che tiene saldo nelle sue mani il destino di ogni essere umano. Perciò, di fronte al dilagare del male in tutte le sue forme e di fronte agli attesi sconvolgimenti umani e cosmici, siamo chiamati a non farci disorientare, ma piuttosto a ricordarci delle sue infallibili parole: anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che Egli è vicino (Mc 13,29).

Della festa solenne di Cristo Re (che mi piace tantissimo) devo ammettere però che non ho mai sentito molta sintonia su come la si celebrava in passato o come la si celebra talvolta ancora oggi. Troni, corone auree e grandi fasti, non mi sembra si addicano alla regalità manifestatasi in nostro Signore che finisce fino ai nostri piedi per lavarli e muore con una corona di spine in testa come un delinquente qualificato; e se da un lato è umanamente comprensibile che celebriamo la festa in questo modo anche solo per voler dimostrare il nostro affetto, dall’altro ci fa bene guardare come la regalità di Gesù cresce in modo del tutto opposto e inatteso nel racconto dei vangeli. In Giovanni il tema della regalità di Cristo domina la scena del processo davanti a Pilato. Siamo nel vivo della passione. Dopo la discussione con i giudei circa la necessità o meno del suo giudizio, il procuratore romano si fa condurre Gesù per interrogarlo sulla sua identità e sul suo operato. La genialità dell’evangelista fa sì che la narrazione di quel processo inviti noi lettori a scoprire cosa esso rappresenta realmente. E’ il processo che attraversa tutta la storia umana: quello che vede di fronte il mondo e Gesù, il mondo e il discepolo, l’ipocrisia e la verità, il potere e l’amore. Così anche i personaggi storici del racconto diventano simbolici. I giudei incarnano l’incredulità religiosa quale primo esempio di rifiuto che continuerà a manifestarsi in tante forme nel mondo, Pilato invece il potere politico che si oppone alla verità perché lo mette in crisi. Perciò, il racconto va letto su due piani, quello storico e quello della fede che legge la storia. Quello che ne esce è, come sempre, sorprendente. Gesù, da persona sotto interrogatorio diventa colui che interroga, da uomo sottoposto a giudizio diventa giudice, da arrestato come malfattore diventa ai nostri occhi l’unico uomo autenticamente libero tra tutti i protagonisti.

Sei tu il re dei giudei? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015
Sei tu il re dei giudei? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Pilato domanda a Gesù se Lui è il re dei giudei. Il Signore risponde con un’altra domanda (v.34) che ha più o meno questo senso: me lo stai chiedendo perché la domanda è proprio tua, cioè nasce da te, da un tuo interesse sulla mia persona, oppure la tua domanda nasce da qualcos’altro, per esempio da quello che gli altri ti propinano, magari dalla paura di quello che altri ti stanno dicendo sul mio conto? La prima reazione di Pilato è di difesa. Egli rivolge a Gesù altrettanti interrogativi: sono forse io giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti… cosa hai fatto? (v.35), sono parole già degne di quel gesto che compirà a conclusione del lungo processo. Infatti, di quanto sta per accadere, lui se ne laverà le mani. A volte capita di incontrare persone che vengono a sottopormi delle questioni che apparentemente si presentano come interrogativi personali. In realtà, appena il dialogo rischia di coinvolgere la loro libertà o posizione di fronte al problema, trovano mille giustificazioni per non affrontarlo nella sua verità, giustificazioni che di solito riguardano la paura di assumere una responsabilità o di essere messi in discussione. Gesù rispose: “Il mio regno non è di questo mondo…” (v.36). Il Signore, cercando il dialogo anche con il procuratore romano, afferma la totale estraneità del suo regno al modo di regnare dei poteri terreni. La sua parola incuriosisce nuovamente Pilato e lo muove a una ulteriore domanda sulla sua regalità (v.37a). E qui Gesù afferma la sua regalità collegandola al mistero della sua persona e alla verità (v.37b). Alcuni anni fa l’attore e regista americano Mel Gibson ha offerto nel film La passione di Cristo qualche spunto interessante circa la figura controversa di Ponzio Pilato. Nel film lo vediamo in un crescendo di indecisione e di paura davanti all’odio che i capi e il popolo manifestano verso Gesù. Lo troviamo poi in un vero e proprio tormento quando la moglie gli suggerisce di lasciarlo libero a motivo di un sogno fatto su di Lui. Dopo aver interrogato Gesù, Pilato rientra a casa sua e ripete alla moglie la stessa domanda con cui si conclude l’interrogatorio: quid est veritas Claudia? Mi colpì molto quello che il regista pose sulla bocca della donna come risposta: Pilato, nessuno ti può dire cos’è la verità se tu non l’ascolti. E già, quale verità si può far largo in una persona che non si mette in autentico ascolto dell’altro? Quale verità può entrare nel cuore di chi mette al centro di un dialogo non l’altro da ascoltare, ma il proprio interesse da proteggere?

Dunque tu sei re? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015
Dunque tu sei re? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Il prosieguo del racconto evangelico lo conosciamo. Il processo a Gesù fa uscire il vero volto del potere di questo mondo, religioso o politico che sia, e il vero volto di Dio e del suo regno; mette a nudo i mezzi che il potere usa per far valere le proprie ragioni, ossia per mantenere al sicuro i propri interessi (che poi sono proprio i mezzi che il Signore scarta), e la verità offesa e sacrificata sull’altare di quegli stessi interessi. Tutta la storia della salvezza si contraddistingue nella Bibbia per un costante scontro tra Dio (sempre dalla parte degli oppressi) e il potere, quando quest’ultimo non cerca la verità ma il proprio tornaconto a spese del popolo. Gesù davanti a Pilato ci ricorda poi che la verità è tale perché disarmata. E non potrebbe essere diversamente. In tutta la sua vita Gesù, nostra via, verità e vita, ci ha mostrato fino alla fine che Dio conosce un solo potere, che è l’unica forma del suo essere re: il potere dell’amore che si fa servizio per gli altri fino al dono della vita. Nel volto di Gesù non soltanto risplende la verità di Dio ma anche quella dell’uomo; ecco allora che ogni uomo che voglia davvero essere libero ascolterà la voce del Signore assicurarci che la sua libertà e regalità è un dono per chi rimane fermo (e rischia) sulla sua parola: chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce (v.37b). E ancora: se rimanete nella mia parola sarete miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Gv 8,31-32).

Io sono re, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo-aprile 2013
Io sono re, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo-aprile 2013

Per questo io sono nato (v.37b), dice Gesù a proposito del suo essere re. E noi, facendo eco alle sue parole, se davvero scommettiamo su di esse, possiamo dire che per questo siamo nati: per condividere, come figli e fratelli suoi, la sua regalità e libertà. Quale potente di questo mondo lo farebbe? Signore Gesù, davvero tu ci hai portato il regno di un altro mondo!

“Il giorno in cui il potere dell’amore supererà l’amore per il potere, il mondo potrà scoprire la via che conduce alla pace” (M. Gandhi)

 

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Domingo pasado hemos escuchado del evangelio de Marcos una parte del discurso escatológico del Señor. Él nos asegura que la historia de la humanidad tiene una meta bien precisa, muy cierta: su curso va hacia un fin en la cual todos los hombres serán llamados a rendir cuentas de la propia vida delante de Aquel que ha vencido el mundo y que tiene saldo en sus manos el destino de cada ser humano. Por esto, frente a la extensión del mal en todas sus formas y frente a los esperados trastornos humanos y cósmicos, estamos llamados a no hacernos desorientar, sino más bien a recordarnos de sus infalibles palabras: también ustedes, cuando vean ocurrir estas cosas, sepan que Él está cerca (Mc 13,29).

De la fiesta solemne de Cristo Rey (que me gusta muchísimo) debo admitir que nunca he sentido mucha sintonía sobre el cómo se celebraba en el pasado o como se celebra a veces todavía hoy. Tronos, coronas áureos y grandes lujos, no me parecen se adhieran a la majestad manifestada en nuestro Señor que termina por llegar a lavar nuestros pies y a morir con una corona de espinas como un delincuente calificado; y si de un lado es humanamente comprensible que celebremos la fiesta en este modo aunque solo para querer demostrar nuestro afecto, del otro lado nos hace bien mirar como la realeza de Jesús crece de modo completamente opuesto e inesperado en el relato de los evangelios. En Juan el tema de la realeza de Cristo domina la escena del proceso delante a Pilato. Estamos en vivo de la pasión.     Después de la discusión con los judíos acerca de la necesidad o no de su juicio, el procurador romano se hace traer a Jesús para interrogarlo sobre su identidad y sobre sus obras. La genialidad del evangelista hace que la narración de ese proceso invite a nosotros lectores a descubrir que cosa representa esto realmente. Es el proceso que atraviesa toda la historia humana: lo que ve delante al mundo y Jesús, el mundo y el discípulo, la hipocresía y la verdad, el poder y el amor.  Así también los personajes históricos del relato se vuelven simbólicos. Los judíos encarnan la incredulidad religiosa como primer ejemplo de rechazo que continuará a manifestarse en tantas formas en el mundo, Pilato en cambio el poder político que se opone a la verdad porque lo pone en crisis. Por lo cual, el relato va leído sobre dos planes, el histórico y el de la fe que lee la historia. Lo que sale es, como siempre, sorprendente. Jesús, de persona bajo interrogatorio se vuelve aquél que interroga, de hombre sometido a juicio se vuelve juez, de arrestado como malhechor se vuelve a nuestros ojos el único hombre auténticamente libre entre todos los protagonistas.

Pilato pregunta a Jesús si Él es el rey de los judíos. El Señor responde con otra pregunta (v.34) que tiene más o menos este sentido: ¿Me lo estás preguntando porque la pregunta es tuya, o sea, nace de ti, de tu interés sobre mi persona, o  más bien tu pregunta nace de otra cosa, por ejemplo de lo que los otros te dicen, quizás por el miedo de lo que otros te están diciendo sobre mí? La primera reacción de Pilato es de defensa. Él dirige a Jesús también otras preguntas: ¿Es que yo soy judío? Tu pueblo y los sumos sacerdotes… ¿Qué has hecho? (v.35), son palabras ya dignas de aquél gesto que ejecutará en conclusión del largo proceso. De hecho, de todo lo que está por suceder, él se lavará las manos. A veces sucede de encontrar personas que vienen a hacerme preguntas que aparentemente se presentan como interrogantes personales. En realidad, apenas el diálogo arriesga de involucrar su libertad o posición delante del problema, encuentran miles de justificaciones para no afrontarlo en su verdad, justificaciones que normalmente reguardan el miedo de asumir una responsabilidad o de ser puestos en discusión. Jesús respondió: “Mi reino no es de este mundo…” (v.36). El Señor, buscando el diálogo también con el Procurador romano, afirma la total extrañeza de su reino al modo de reinar de los poderes terrenos. Su palabra da curiosidad nuevamente a Pilato y lo mueve a una ulterior pregunta sobre su realeza (v.37a). Y aquí Jesús afirma su realeza conectándola al misterio de su persona y a la verdad (v.37b). Algunos años atrás el actor y director americano Mel Gibson ha ofrecido en la película La pasión de Cristo algunos puntos interesantes acerca de la controvertida figura de Poncio Pilato. En la película lo vemos en un crecer de indecisiones y de miedos delante al odio que los jefes y el pueblo manifiestan hacia Jesús. Luego lo encontramos en un verdadero y propio tormento cuando la esposa le sugiere que lo deje libre por motivo de un sueño hecho sobre Él. Después de haber interrogado a Jesús, Pilato vuelve a casa suya y repite a la esposa la misma pregunta con la cual se concluye el interrogatorio: ¿quid est veritas Claudia? Me impresionó mucho lo que el director puso en la boca de la mujer como respuesta: Pilato, nadie te puede decir qué es la verdad si tú no la escuchas. He sí, ¿Qué verdad puede hacerse amplio en una persona que no se pone en autentica escucha del otro? ¿Qué verdad puede entrar en el corazón de quien pone al centro de un diálogo no al otro a quien escuchar, sino el propio interés por proteger?

La continuidad del relato evangélico lo conocemos. El proceso a Jesús hace salir el verdadero rostro del poder de este mundo, religioso o político que sea, y el verdadero rostro de Dios y de su reino; pone al desnudo los medios que el poder usa para hacer valer las propias razones, o sea para mantener al seguro los propios intereses (que además son justamente los medios que el Señor descarta), y la verdad ofendida y sacrificada sobre el altar de aquellos mismos intereses. Toda la historia de la salvación se distingue en la Biblia por un constante enfrentamiento entre Dios (siempre de la parte de los oprimidos) y el poder, cuando este último no busca la verdad sino el propio provecho a costas del pueblo. Luego Jesús frente a Pilato nos recuerda que la verdad es tal porque está desarmada. Y no podría ser de otro modo. En toda su vida Jesús, nuestro camino, verdad y vida, nos ha mostrado hasta el fin que Dios conoce un solo poder, que es la única forma de su ser rey: el poder del amor que se hace servicio por los demás hasta el don de la vida. En el rostro de Jesús no solamente resplandece la verdad de Dios sino también aquella del hombre; he ahí entonces que cada hombre que quiera de verdad ser libre escuchará la voz del Señor, asegurarnos que su libertad y realeza es un don para quien se queda firme (y arriesga) en su palabra: todo el que es de la verdad, escucha mi voz (v.37b). Y todavía: si permanecen en mi Palabra, serán verdaderamente mis discípulos y conocerán la verdad y la verdad los hará libres (Jn 8,31-32)

Yo para esto he nacido (v.37b), dice Jesús a propósito de su ser rey. Y nosotros, haciendo eco a sus palabras, si de verdad apostamos sobre ellas, podemos decir que para esto hemos nacido: para compartir, como hijos y hermanos suyos, su realeza y libertad. ¿Qué potente de este mundo lo haría? ¡Señor Jesús, de verdad tú nos has traído el reino de otro mundo!

“El día en el cual el poder del amor superará el amor por el poder, el mundo podrá descubrir el camino que conduce a la paz” (M. Gandhi)