DENTRO O FUORI, PRIMI O ULTIMI?

XXI DOMENICA DEL T.O.

Is 66,18b-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

Penso che la domanda che quel tale fece al Signore in cammino verso Gerusalemme, sotto sotto, ce l’abbiamo tutti (Lc 13,23). Ma Lui non soddisfa questo genere di curiosità, anche se tutti, me lo auguro, speriamo che si salvino in tanti. Altrimenti, che Paradiso sarebbe? Cosa risponde il Signore? Come al solito, mette le cose ben in chiaro: sforzatevi (lottate) di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare ma non ci riusciranno (Lc 13,24). Ad una prima reazione sentiamo che Gesù non da una risposta incoraggiante. Non spaventiamoci. Ricordate: quel che dice il Signore non va mai sganciato da altre sue parole. Cioè, non si può mai interpretare isolatamente un brano del vangelo dagli altri. Chi procede così in genere diventa un fondamentalista (non molto diverso da fondamentalisti di altre fedi) che attribuisce al Signore intenzioni che non ha. Pertanto, ad esempio, se uno osserva il v. 25, noterà che qui Gesù parla di un padrone di casa il cui comportamento non è molto dissimile dal personaggio della parabola di Lc 11,5-8, con la differenza che in quella, l’uomo che sembrava non essere disposto ad aprire all’amico che bussava alla sua porta, alla fine gliela apre per accondiscendere alla sua richiesta non per amicizia ma per la sua insistenza (Lc 11,8). Mentre qui, nel vangelo di oggi, la sua posizione sembra irremovibile: non so di dove siete si ripete per 2 volte (vv.25-26) e allontanatevi da me voi tutti operatori di ingiustizia è espressione drastica che sembra chiudere ogni possibilità di cambiamento. Che significa? Come combinare assieme queste parole di Gesù? Qual è il volto di Dio che ne esce? E cos’è questa porta stretta che conduce alla salvezza?

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Nel 2010 ho vissuto gli esercizi spirituali in una casa di preghiera in Trentino dove vive stabilmente una comunità di tipo monastico. Ricordo che sopraggiunto in quel posto, dopo la rituale accoglienza, il sacerdote responsabile mi accompagnò a vedere gli ambienti della casa. Prima di portarmi al mio alloggio, volle mostrarmi la sala degli incontri. Mentre ci dirigevamo insieme ecco che il corridoio si restringeva sia lateralmente che in altezza. Rimaneva davanti a noi una piccola porta che introduceva alla sala. Il sacerdote che mi precedeva si voltò e guardandomi con un bel sorriso mi disse: “questa è una porta speciale, ti ricorda qualcosa?” Una breve pausa per pensarci, poi, uno dietro l’altro, abbassandoci e rimpicciolendoci, la varcammo. Come non ricordare questo vangelo? Non so se quella sera ebbi una illuminazione. Gesù è la porta stretta che ci introduce nel Regno di Dio. Egli stesso si definisce altrove la porta delle pecore (cfr. Gv 10,7). Ma perché “stretta”? Non certo perché il suo cuore è stretto! Non certo perché il suo Regno ha in sé poco spazio! E’ stretta perché per varcarla bisogna farsi piccoli, bisogna lasciare fuori ogni umano protagonismo, ogni ricchezza che ci gonfia, ogni nostra presunta giustizia e conoscenza di Dio! In verità vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Quanto è vero Gesù quando dice che molti cercheranno di entrare ma non ci riusciranno: infatti, quanto è difficile all’uomo farsi piccolo! Come è difficile per l’uomo accettare la salvezza come un dono perché ci si riconosce peccatori incapaci di salvarci, piuttosto che cercare di conquistarcela con le buone azioni per poi dire a se stessi: me la sono meritata! Difficilissimo! Perciò Gesù parla così nel vangelo: ci mette davanti la nostra realtà di persone dure da convertire. Se all’inizio con la sua risposta sembra quasi restringere lo spazio dei salvati, dal v.28 invece ci parla di Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti, di coloro che verranno da oriente e occidente da settentrione e da mezzogiorno: segno inequivocabile di una moltitudine innumerevole che siederà salva al banchetto del Regno; segno del suo cuore con la porta sempre spalancata per tutti! E allora chi sarà dentro e chi resterà fuori? Il vangelo di oggi non dice chi; solo assicura, come altre parabole, che ci sarà un epilogo e ci dice come esso sarà. Alla fine chi sarà dentro, vivrà una mensa festosa con Dio; fuori, pianto e stridore di denti. Con Dio, felicità senza fine, senza di Lui, infelicità infinita. E poi aggiunge chi corre il vero pericolo di restare fuori. Versetto n.26. Allora comincerete a dire: abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze…Il pericolo più insidioso lo corriamo noi, ossia tutti coloro che si ritrovano primi ad aver ricevuto la fede: ebrei e cristiani. Il pericolo oggi lo corriamo noi che siamo in casa, cioè nella chiesa. Il versetto è una chiara allusione alle eucaristie e alla conoscenza degli insegnamenti ricevuti in essa. Non ci salva il numero delle messe celebrate né la conoscenza di quanto si è ricevuto nella propria formazione. Chiunque pone la sua sicurezza in questo rischia di ritrovarsi tristemente fuori dal Regno, cioè senza aver incontrato e conosciuto il volto di Dio! Siamo alla fine del cap.13 di Luca. Nei capitoli 14-15 Gesù spiegherà più approfonditamente questo rischio proprio mentre chiarisce meravigliosamente chi è Dio. Perché il vero problema del credente del passato, come del presente e del futuro, è stato, è e sarà sempre la Misericordia di Dio. Ricordate la fine del cap.15? Anche in quella casa, uno che era andato fuori entra dentro e si ritrova in un festoso banchetto, un altro invece che era dentro esce e rimane fuori, stridendo i denti di rabbia per quello a cui assiste e reclamando pure giustizia!…

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Tiriamo un po’ le somme con l’ultimo versetto del vangelo: ed ecco vi sono ultimi che saranno primi e vi sono primi che saranno ultimi (v.30). E’ evidente che quanto alle intenzioni del Signore c’è solo una volontà di salvezza per tutti. Ma c’è una dinamica di tipo spirituale da intendere bene: avviene infatti che nel Regno ci entrano dentro prima coloro che ai nostri occhi sono ultimi, e per ultimi ci entrano quelli che ai nostri occhi sono primi. Come mai? Ve lo faccio spiegare dalle parole di uno dei miei maestri, il compianto p. Silvano Fausti S.I. Nella lotta per entrare nella porta stretta del Regno il primo della fila diviene l’ultimo per 2 motivi:

1) Perché Colui che da il biglietto d’ingresso ha il suo sportello in fondo alla coda.

2) Perché chi si crede a posto per entrare nel Regno si presenta in prima fila ed è l’ultimo a sentire il bisogno di convertirsi.

L’ultimo della fila invece diviene il primo per gli stessi 2 motivi:

1) Perché è oggettivamente più vicino a Colui che è andato all’ultimo posto per salvare tutti.

2) Perché riconoscendosi peccatore, quindi non meritevole di presentarsi tra primi in fila, è il primo a convertirsi.”

E tu che mi stai leggendo che ne dici? Ti senti dentro o fuori? In fila tra i primi o tra gli ultimi? Se non riesci a dare ancora una risposta non temere. Nel vangelo di domenica prossima Gesù darà in proposito un consiglio a tutti, una parola con cui il Signore ha iniziato a farsi largo nella mia vita.

Buona domenica e alla prossima!

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Pienso que la pregunta que ese tal hizo al Señor de camino hacia Jerusalén, muy en fondo, la tenemos todos (Lc 13,23). Pero Él no satisface este tipo de curiosidad, aunque si todos, eso espero, esperamos que se salven muchos. Sino, ¿qué Paraíso sería? ¿Qué responde el Señor? Como siempre, pone las cosas bien en claro: esfuércense (luchar) en entrar por la puerta estrecha, porque muchos, yo les digo, intentarán entrar pero no lo lograrán (Lc 13,24). Como primera reacción sentimos que Jesús no da una respuesta que anima. No nos asustemos. Recuérdate: que lo que dice el Señor nunca va desenganchado de otras palabras suyas. O sea, nunca se puede interpretar un texto del evangelio aislado de los demás. Quien procede así generalmente se vuelve un fundamentalista (no tan diferente de los fundamentalistas de otras religiones) que atribuye al Señor intenciones que no tiene. Por lo tanto, por ejemplo, si uno observa el v. 25, notará que aquí Jesús habla de un padrón de casa el cual comportamiento no es muy diferente del personaje de la parábola de Lc 11,5-8, con la diferencia que en esa, el hombre que parecía no estar dispuesto a abrir al amigo que tocaba su puerta, al final le abre para satisfacer su pedido no por amistad sino por su insistencia (Lc 11,8). Mientras que aquí, en el evangelio de hoy, su posición parece inflexible: no sé de dónde son se repite por dos veces (vv.25-26) y aléjense de mí todos ustedes obreros de injusticia es expresión drástica que parece cerrar cada posibilidad de cambio. ¿Qué significa? ¿Cómo combinar junto estas palabras de Jesús? ¿Cuál es el rostro de Dios que sale? ¿Y qué es esta puerta estrecha que conduce a la salvación?

En el 2010 he vivido los ejercicios espirituales en una casa de oración del Trentino donde vive establemente una comunidad de tipo monástica. Recuerdo que habiendo llegado en aquél lugar, después de la ritual acogida, el sacerdote responsable me acompañó a ver los ambientes de la casa. Antes de llevarme a mi alojamiento, quizo mostrarme la sala de los encuentros. Mientras nos dirigíamos juntos he aquí que el corredor se reducía ya sea lateralmente como en altura. Quedaba delante de nosotros una pequeña puerta que introducía a la sala. El sacerdote que me precedía se volteó y mirándome con una linda sonrisa me dijo: “esta es una puerta especial, te recuerda algo? Una breve pausa para pensar, luego, uno detrás del otro, agachándonos y achicándonos, la pasamos. ¿Cómo no recordar este evangelio? No sé si esa noche tuve una iluminación. Jesús es la puerta estrecha que nos intruduce al Reino de Dios. Él mismo se define en otro lugar la puerta de las ovejas (cfr. Jn 10,7). Pero ¿Por qué “estrecha”? ¡No seguramente porque su corazón es estrecho! ¡No cierto porque su Reino tiene en sí poco espacio! Es estrecha porque para pasarla es necesario hacerse pequeños, es necesario dejar afuera cada protagonismo humano, cada riqueza que nos infla, cada nuestra presunta justicia y conocimiento de Dios! En verdad les digo, si no se convierten y no se vuelven como niños, no entrarán en el Reino de los cielos (Mt 18,3) Cuánto es verdadero Jesús cuando dice que muchos intentarán entrar pero no lo lograrán: de hecho, ¡cuánto es difícil al hombre hacerse pequeño! ¡Cómo es difícil para el hombre aceptar la salvación como un don porque nos reconocemos pecadores incapaces de salvarnos, antes que buscar de conquistarnosla con las buenas acciones para después decir a sí mismos: ¡Me la he merecido! ¡Dificilísimo! Por esto Jesús habla así en el evangelio: nos pone delante de nuestra realidad de personas duras de convertir. Si al inicio con su respuesta parece casi restringir el espacio de los salvados, del v.28 en cambio nos habla de Abraham, Isaac, Jacob y todos los profetas, de aquellos que vendrán del oriente y del poniente, del norte y del sur: signo inequívoco de una multitud innumerable que se sentará salvada en el banquete del Reino; signo de su corazón con la puerta siempre espalancada para todos! Y entonces ¿quién estará adentro y quien se quedará afuera? El evangelio de hoy no dice quién; solo asegura, como en otras parábolas, que habrá un epílogo y nos dice como será eso. Al final quién estará dentro, vivirá una mesa de fiesta con Dios; afuera, llanto y el rechinar de dientes. Con Dios, felicidad sin fin, sin Él, infelicidad infinita. Y luego agrega quién corre el verdadero peligro de quedarse afuera. Versículo n.26. Entonces ustedes comenzarán a decir: Nosotros comimos y bebimos contigo, tú enseñaste en nuestras plazas… El peligro más insidioso lo corremos nosotros, o sea todos aquellos que se encuentran primeros en haber recibido la fe: hebreos y cristianos. El peligro hoy lo corremos nosotros que estamos en casa, o sea, en la iglesia. El versículo es una clara alusión a las eucaristías y al conocimiento de las enseñanzas recibidas en ella. No nos salva el número de las misas celebradas ni el conocimiento de lo que se ha recibido en la propia formación. Cualquiera que pone su seguridad en esto arriesga de encontrarse tristemente fuera del Reino, o sea sin haber encontrado y conocido el rostro de Dios! Estamos al final del cap. 13 de Lucas. En los capítulos 14-15 Jesús explicará más profundamente este riesgo justamente mientras aclara maravillosamente quién es Dios. Porque el verdadero problema del creyente del pasado, como del presente y del futuro, ha sido, es y será siempre la Misericordia de Dios. ¿Recuerdan el final del cap. 15? También en aquella casa, uno que había ido afuera entra dentro y se encuentra en un festín de banquete, otro en cambio que estaba dentro sale y se queda afuera, rechinando los dientes de rabia por lo que está viendo y reclamando además justicia!…

Sacando conclusiones con el último versículo del evangelio: Pues algunos que ahora son últimos, serán los primeros, y en cambio los que ahora son primeros serán los últimos (v.30). Es evidente que en cuanto a las intensiones del Señor hay solo una voluntad de salvación para todos. Pero hay una dinámica de tipo espiritual que hay que entender bien: ocurre en efecto que en el Reino entran dentro primero aquellos que a nuestros ojos son últimos, y por últimos entran aquellos que a nuestros ojos son primeros. ¿Cómo así? Se los hago explicar de las palabras de uno de mis maestros, el compianto p. Silvano Fausti S.I. “En la lucha para entrar en la puerta estrecha del Reino el primero de la fila se vuelve el último por dos motivos:

  • Porque Aquél que da el boleto de ingreso tiene su puerta al fondo de la fila.
  • Porque quien se cree en su lugar para entrar en el Reino se presenta en primera fila y es el último en escuchar la necesidad de convertirse.

El último de la fila en cambio se vuelve el primero por los mismos dos motivos:

  • Porque es objetivamente más cercano a Aquél que ha ido al último lugar para salvar a todos.
  • Porque reconociéndose pecador, entonces no merecedor de presentarse entre los primeros de la fila, es el primero en convertirse.”

Y tú que me estás leyendo ¿Qué dices? ¿Te sientes dentro o fuera? ¿Entre los primeros de la fila o entre los últimos?

Si no logras a dar todavía una respuesta no temas. En el evangelio del próximo domingo Jesús dará a propósito de esto un consejo a todos, una palabra con la cual el Señor ha iniciado a hacerse espacio en mi vida. ¡Buen domingo y a la próxima!

CURATI DI LUI, GUARDA E PASSAGLI ACCANTO

XV DOMENICA DEL T.O.

Dt 30,10-14; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

 

Il dottore della Legge vuole fare una domanda a Gesù. Ma il Vangelo dice che la fece per metterlo alla prova (Lc 10,25). Anche oggi molti si avvicinano così a Gesù. Non è che se lo dicono (genericamente si tratta di fratelli che non sono molto attenti ad osservare ciò che avviene nel loro cuore, ma piuttosto a quel che fanno gli altri…), anzi, il più delle volte non ne sono consapevoli. Fanno domande, ma da “dottori”. Cioè, non si fanno piccoli davanti a Gesù perché in realtà diffidano di Lui come degli altri: la fiducia è il loro problema. E si ritrovano così a mettere alla prova gli altri, mentre sarebbe meglio riservare questo mestiere a Dio. Alla fine del vangelo, dalle parole di Gesù, comprendiamo che il dottore della Legge metteva al centro se stesso. Come facciamo anche noi quando vogliamo giustificarci davanti alle sue parole (Lc 10,29). Il dottore sa bene qual è il comandamento di tutti i comandamenti (Lc 10,27-28), ma chi è il mio prossimo? è domanda che tradisce il suo problema di uomo di legge. Come tutti quelli che fanno delle Legge il loro Dio, si aspetta che dall’esterno arrivi la rassicurante risposta. Per loro voler bene a Dio è osservare scrupolosamente quel che dice la Legge; in questa logica allora si vuol sapere con precisione chi è il prossimo da amare, forse ci sarà anche qualcuno che si potrà non amare!…Gesù racconta la celebre parabola di un pagano disprezzato e incapace di conoscere il vero Dio (così erano considerati i samaritani al suo tempo) che si comporta molto diversamente (Lc 10,33-35) da un sacerdote e un levita anch’essi incappati in un uomo mezzo morto (Lc 10,30-32). Il sacerdote e il levita rappresentano la Legge e il culto. C’è già implicito in questo primo quadretto della parabola un sano ammonimento: la Legge e il culto possono essere, nella nostra vita di credenti, un grande inganno. Crediamo di servire e piacere a Dio nell’osservanza dei comandamenti, nelle pignolerie dei decreti e nella cura/frequenza puntualissima delle liturgie, ma esse possono far avanzare impercettibilmente la nostra insensibilità verso i fratelli che soffrono. Chissà cosa fece passare oltre i due religiosi. La paura di sporcarsi le mani? La fretta degli impegni che incombevano? La paura di essere ingannati da quell’uomo steso per terra? La paura dell’impegno che richiede il soccorso a un moribondo? Passare oltre davanti alle sofferenze dell’uomo il più delle volte è segnale di una vita guidata dal peccato, ovvero il nostro egoismo. E se mi permettete, (lo dico prima a me stesso) sono convinto che anche se non sempre siamo chiamati a risolvere i problemi di tutti i fratelli sofferenti, siamo però sempre chiamati a far sentire loro la nostra vicinanza.

Vide e passò oltre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Vide e passò oltre, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Alcuni giorni fa un amico che insegna in scuola media mi raccontava questa lezione appresa nei suoi primi anni di lavoro. Si dirigeva ogni giorno a piedi verso la scuola dove insegnava e puntualmente incontrava un uomo che mendicava sulla strada che percorreva. Dopo aver chiesto la prima volta come si chiamava e da dove proveniva, passava sempre a salutarlo e gli lasciava ogni giorno qualche soldo. Visse fedelmente quest’incontro mattutino per tanto tempo, ma un giorno si ritrovò senza soldi. Decise allora di passare oltre, perciò quel giorno non si avvicinò a salutarlo. Ma, mentre stava attraversando un incrocio, si sentì toccare dietro le spalle. Era il povero mendicante che, sorridendo, gli disse: “ma tu pensi che ogni giorno io stessi aspettando quei soldini che mi hai sempre lasciato? Io ti ho sempre aspettato perché tu mi salutassi!…”

Si fece vicino, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Si fece vicino, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Dietro il modello di azione del buon samaritano si cela il nostro unico punto di riferimento per quel che riguarda la conoscenza di Dio, quel che piace a Lui e quel che riguarda il nostro cammino di fede. Gesù è infatti il buon samaritano che passa sempre accanto, mai oltre, prendendosi cura di ogni uomo, soprattutto quello ferito e mezzo morto che noi scansiamo. Nel suo viaggio, Gesù ci ha lasciato questa traccia chiarissima e ha affidato a noi sua chiesa la cura di ogni essere umano spezzato dalla vita, anzi, si è identificato con essi e ha lasciato dietro di sé una importante promessa: abbi cura di lui; ciò che spenderai in più te lo pagherò al mio ritorno (Lc 10,35). Coordinando con altra parabola evangelica: ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avrete fatto a me (Mt 25,40). Ogni secondo del nostro tempo speso per amore sincero dei fratelli si imprime nell’eternità! Ma si imprime anche quello che non spendiamo per loro!…Come sua chiesa non possiamo non interrogarci, davanti all’umanità mezza morta che bussa incessantemente alle porte della nostra realtà, se stiamo accogliendo e spendendo del tempo, nel nome di Gesù, per i fratelli cui hanno portato via tutto: terra, casa, famiglia e dignità…

Abbi cura di lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Abbi cura di lui, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2013

Alla fine della parabola scopriamo che Gesù ha capovolto il senso della domanda del dottore. Nella vita, bisogna passare dal “chi è il mio prossimo?” a “come posso io diventare sempre più prossimo?” Se sono incamminato a smetterla di fare di me stesso il centro della vita potrò capirci qualcosa di Dio. E allora, piano piano, Dio stesso mi farà entrare nel mistero della sua compassione, movente di ogni sua azione. Diversamente, anche se si moltiplicassero opere buone, si rischia di cercare solo se stessi, come spesso accade tra noi e come vedremo anche domenica prossima con l’episodio di Marta e Maria. Allora affrettiamoci, se davvero abbiamo sperimentato l’Amore che si prende cura di ciascuno, ad andare e fare anche noi così (Lc 10,37), come Lui fa con noi.

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El doctor de la ley quiere hacer una pregunta a Jesús. Pero el Evangelio dice que la hizo para ponerlo a la prueba (Lc 10,25). También hoy muchos se acercan así a Jesús. No es que se lo dicen (genéricamente se trata de hermanos que no son muy atentos a observar lo que sucede en su corazón, sino más bien a lo que hacen los demás…), Es más, muchas de las veces no lo saben. Hacen preguntas, pero como “doctores”. O sea, no se hacen pequeños delante de Jesús porque en realidad desconfían de Él como de los demás: la confianza es su problema. Y así se encuentran a poner a la prueba a los demás, mientras sería mejor dejar este trabajo reservado a Dios. Al final del evangelio, de las palabras de Jesús, comprendemos que el doctor de la Ley ponía al centro a él mismo. Como hacemos también nosotros cuando queremos justificarnos delante de sus palabras (Lc 10,29)

El doctor sabe bien cuál es el mandamiento de todos los mandamientos (Lc 10,27-28), pero ¿quién es mi prójimo? Es una pregunta que traiciona su problema de hombre de ley. Como todos aquellos que hacen de la Ley su Dios, se espera que de la exterioridad llegue la tranquilizadora respuesta. Para ellos querer mucho a Dios es observar escrupulosamente lo que la Ley dice; en esta lógica entonces se quiere saber con precisión quién es el prójimo para amar, ¡quizás habrá alguno también que se podrá no amar!… Jesús cuenta la célebre parábola de un pagano despreciado e incapaz de conocer el verdadero Dios (así eran considerados los samaritanos en su tiempo) que se comporta muy diferente (Lc 10,33-35) a un sacerdote y a un levita también ellos atascados en un hombre medio muerto (Lc 10,30-32). El sacerdote y el levita representan a la Ley y el culto. Está ya implícito en este primer cuadro de la parábola una sana amonestación: la Ley y el culto pueden ser, en nuestra vida de creyentes, un gran engaño. Creemos servir y gustar a Dios en la observancia de los mandamientos, en las pedanterías de los decretos y en el cuidado/frecuencia puntual de las liturgias, pero eso pueden hacer avanzar imperceptiblemente nuestra insensibilidad hacia los hermanos que sufren. Quizás qué cosa hizo tomar el otro lado a los dos religiosos. ¿El miedo de ensuciarse las manos? ¿El apuro de los compromisos que les incumbía? ¿El miedo de ser engañados por aquel hombre tirado en el piso? ¿El miedo del compromiso que requería el auxilio a un moribundo? Pasar de largo delante de los sufrimientos del hombre la mayor de las veces es señal de una vida guiada por el pecado, o mejor dicho por nuestro egoísmo. Y si me permiten, (lo digo antes a mí mismo) estoy convencido que también si no siempre estamos llamados a resolver los problemas de todos los hermanos que sufren, estamos siempre llamados a hacerles sentir nuestra cercanía.

Hace algunos días  un amigo que enseña en el colegio me contaba esta lección aprendida en sus primeros años de trabajo. Se dirigía cada día a pie hacia la escuela donde enseñaba y puntualmente encontraba a un hombre que mendigaba en el camino que recorría. Después de haber preguntado la primera vez cómo se llamaba y de dónde provenía, pasaba siempre a saludarlo y le dejaba cada día un poco de dinero. Después de haber vivido fielmente este encuentro matutino por tanto tiempo, un día se encontró sin dinero. Decidió entonces pasar de largo, por lo cual aquel día no se acercó a saludarlo. Pero, mientras estaba atravesando un cruce, sintió ser tocado por las espaldas. Era el pobre mendigo que, sonriendo, le dijo: “pero ¿piensas tú que cada día estoy esperando esas monedas que me has dejado siempre? ¡Yo siempre te he esperado para que tú me saludaras!…”

Detrás del modelo de acción del buen samaritano se conserva nuestro único punto de referencia por lo que concierne al conocimiento de Dios, lo que le gusta a Él y lo que respecta a nuestro camino de fe. Jesús es de hecho el buen samaritano que siempre pasa cerca, nunca por otro lado, cuidando de cada hombre, sobretodo del herido y medio muerto que nosotros apartamos. En su viaje, Jesús nos ha dejado esta huella clarísima y ha confiado a nosotros su iglesia el cuidado de cada ser humano partido por la vida, es más, se ha identificado con ellos y ha dejado detrás de sí una importante promesa: cuídalo; y si gastas más, yo te lo pagaré a mi vuelta (Lc 10,35). Coordinando con otra parábola evangélica: cuando lo hicieron con alguno de los más pequeños de estos mis hermanos, me lo hicieron a mí (Mt 25,40). ¡Cada segundo de nuestro tiempo muchas veces por amor sincero de los hermanos se imprime en la eternidad! ¡Pero se imprime también aquello que no gastamos por ellos!… Como su iglesia no podemos no interrogarnos, delante a la humanidad media muerta que toca incesantemente a la puerta de nuestra realidad, si estamos acogiendo y gastando tiempo, en el nombre de Jesús, por los hermanos a los cuales se les ha quitado todo: tierra, casa, familia y dignidad…

Al final de la parábola descubrimos que Jesús ha dado vuelta al sentido de la pregunta del doctor. En la vida, es necesario pasar del “¿quién es mi prójimo?” a “¿cómo puedo yo volverme siempre más prójimo?” Si estoy encaminado a acabar de hacer de mí mismo el centro de la atención podré entender algo de Dios. Y entonces, poco a poco, Dios mismo me hará entrar en el misterio de su compasión, motivo de cada acción suya. Diversamente, también si se multiplicaran obras buenas, se arriesga de buscar solo a sí mismos, como muchas veces sucede entre nosotros y como veremos también el domingo próximo con el episodio de Marta y María. Entonces apurémonos, si de verdad hemos experimentado el Amor que cuida de cada uno, a ir y hacer así también nosotros (Lc 10,37), como Él hace con nosotros.

SI VOLTO’E LI RIMPROVERO’

XIII DOMENICA DEL T.O.

1Re 19,16b.19-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Domenica scorsa siamo giunti alle porte della seconda metà del vangelo di Luca, concepito come un racconto della vita di Gesù incamminato con i suoi discepoli verso il destino che lo attende a Gerusalemme. Spartiacque della narrazione, la domanda rivolta ai discepoli circa la propria identità: e voi, chi dite che io sia? Pietro risponde a nome di tutti, e la risposta sembrerebbe azzeccata: il Cristo di Dio (Lc 9,20). Sì, ma quale Cristo? La verità è che finora i discepoli hanno interpretato il Cristo come vogliono loro. Allora Gesù comincia a giocare a carte scoperte con la prima predizione della sua passione, morte e resurrezione. Il Cristo di Dio è il Figlio dell’uomo che farà una brutta fine (Lc 9,22). Comincia una lenta catechesi rivolta ai discepoli che durerà ben 9 capitoli. Gesù chiede di imbroccare risolutamente la via dell’amore che ci porta a rinnegare il nostro egoismo (Lc 9,23). Ma Pietro, camminando insieme a Gesù, a Gerusalemme si ritroverà a rinnegare il Signore, non se stesso, e gli altri faranno come lui. Come mai? Che cosa non ha funzionato?

Nella prima parte del vangelo di questa domenica è contenuto “in nuce” quel che non va nella ricezione delle istruzioni del maestro mentre si cammina verso Gerusalemme; per questo mi soffermerò a commentare solo questo testo. Il problema è che la parola della Croce, la parola di Cristo che si consegna e viene (apparentemente) sconfitto, proprio non la si riesce né ad accettare né a capire. Gesù si avvicina ai giorni decisivi della sua missione e prende la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme (Lc 9,51): in realtà, una traduzione ancor più fedele alla lettera dice: indurì il suo volto per camminare verso Gerusalemme. Nel testo per ben 3 volte ricorre la parola volto, dal v.51 al v.55. Il volto è quella prima parte del corpo che individua la persona: senza volto non si ricostruisce la sua identità, perciò è fondamentale vedere il volto di una persona per iniziare a conoscerla. Gesù “indurisce” il volto e questo vuol dire che oramai è determinato a fare come ha detto perché ne va della sua vera identità. Egli è il volto di Dio che, fattosi uomo, va a dare la vita per tutti. Perciò, potremmo dire, Gesù è indurito nella misericordia, l’unica durezza che Dio conosce. Da questo punto del vangelo in poi, il racconto di Luca è tutto concentrato a delineare per bene i tratti di questo volto fino alla crocifissione: ed è proprio in questo cammino che vengono fuori i problemi interiori dei discepoli, dei primi che camminarono fisicamente con lui come di quelli di ogni tempo, anche del nostro! Infatti, Gesù manda alcuni dei suoi davanti al suo volto per preparare il suo ingresso in un villaggio di Samaria (Lc 9,52), cioè presso una popolazione considerata lontana da Dio; ma quella gente non lo accolse perché il suo volto era in cammino verso Gerusalemme (Lc 9,53). Allora Giovanni e Giacomo, tra i discepoli più bravi e più buoni perché vogliono tanto bene al Signore (!!!), gli domandano se possono far scendere un accidente dal cielo per toglierli di mezzo. Più o meno come Pietro, quando nell’orto degli Ulivi sguainerà la spada per difendere Gesù, simbolo di tutte quelle opere che noi diciamo di fare per amore di Cristo, certo, ma di quale Cristo? Abbiamo fatto, facciamo e faremo ancora crociate per difendere Cristo e la sua Croce, ma Cristo non si è difeso nell’orto degli ulivi, anzi, ha rimproverato anche lì Pietro: Cristo si è consegnato nelle mani di chi gli metteva le mani addosso! Ai samaritani che lo rifiutarono Cristo non lanciò un giudizio o un ultimatum ma, girato il volto verso di loro li minacciò (Lc 9,55). Capito? Rimproverò i suoi discepoli non i samaritani! Perché? Perché è in gioco il suo volto, ed è proprio questo volto che i suoi non capiscono, perciò Gesù glielo mette davanti nuovamente!

Indurì il suo volto verso Gerusalemme, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2016

Indurì il suo volto verso Gerusalemme, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2016

Ci sono fratelli autorevoli, (articolisti molto seguiti nei blog personali o nelle rubriche di quotidiani), che mal sopportano gli ammonimenti di papa Francesco che si dirigono maggiormente al mondo clericale e dei cristiani praticanti piuttosto che al mondo pagano. Lo tacciano di non avere veramente a cuore la chiesa! Inoltre, constato un sensibile incremento di fratelli che giungono al mio confessionale con una sorda protesta indirizzata al papa: parla sempre di misericordia, ha indetto un Giubileo sulla misericordia, ma insomma il giudizio di Dio? E la sua giustizia? Non bisognerebbe parlare di più del suo giudizio e della sua giustizia? Molti di essi giungono a dubitare che Francesco ci stia parlando a nome di Dio, nella migliore delle ipotesi. E allora ecco il dilemma: ma Dio è veramente quel Cristo re di misericordia che il papa annuncia e spiega, oppure c’è nella sua predicazione/magistero qualcosa che non va? In realtà, mi pare che i dubbi/dilemmi di questi fratelli assomiglino tanto a quelli che sorsero nel cuore del Battista ormai vicino al suo martirio, quando ricevette notizie sulle opere di Gesù e sul suo comportamento: se era veramente lui quel messia per il quale aveva preparato la strada, che ne era di tutta la sua predicazione incentrata sulla giustizia e il giudizio di Dio? Allora mandò un paio di suoi discepoli a domandargli: sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro? (Lc 7,18-19). Cos’è che fondamentalmente fa in loro problema? Il volto misericordioso di Cristo.

Se Gesù invece di camminare “indurito” verso Gerusalemme per dare la vita avesse camminato come gli suggerì Pietro, gli altri discepoli lo avrebbero accettato, i samaritani non lo avrebbero rifiutato, i giudei lo avrebbero riconosciuto, i romani avrebbero cercato un accordo con lui. Invece Gesù è rifiutato da tutti proprio per questo suo volto indurito nella misericordia, indurito nella povertà, nell’umiltà, nel servizio, nel dare la vita. Per questo tutti lo hanno rifiutato e per questo lo rifiutiamo ancora oggi…Questo è il mistero di Cristo che nessuno dei potenti di questo mondo ha capito, compreso me e tutti voi, perché siamo tutti uomini. Gesù minaccia i suoi discepoli come minacciò Pietro e i demoni perché il loro zelo è demoniaco. Tanto del nostro zelo è demoniaco. Noi amiamo Gesù fino a che non lo conosciamo, poi quando lo conosciamo (cfr. seconda parte di questo vangelo…) gli diciamo “aspetta un po’, ti seguirò dopo!”. Quando lo conosciamo non vogliamo seguirlo, quando non lo conosciamo gli vogliamo bene, lo vogliamo difendere, perché sia e faccia quel che noi vogliamo…Così, nella nostra vita di discepoli, mettiamoci davanti a questo volto indurito nella misericordia e chiediamoci: quale spirito abbiamo? Quale volto di Cristo e di Chiesa presentiamo? (P.Silvano Fausti S.I., Lo stile di Gesù)

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El domingo pasado hemos llegado cerca al comienzo de la segunda mitad del evangelio de Lucas, concebido como una historia de la vida de Jesús encaminado con sus discípulos hacia el destino que lo espera en Jerusalén. Momento crucial de la narración, la pregunta dirigida a los discípulos acerca de la propia identidad: y ustedes, ¿quién dicen que soy yo? Pedro responde en nombre de todos, y la respuesta parecería adivinada: el Cristo de Dios (Lc 9,20). Sí, pero ¿qué Cristo? La verdad es que hasta ahora los discípulos han interpretado a Cristo como ellos querían. Entonces Jesús comienza a jugar con las cartas en las manos con la primera predicción de su pasión, muerte y resurrección. El Cristo de Dios es el Hijo del hombre que tendrá un final horrible (Lc 9,22). Comienza una lenta catequesis dirigida a los discípulos y que durará hasta 9 capítulos. Jesús pide que acertemos con resolución la vía del amor que nos lleva a negar nuestro egoísmo (Lc 9,23). Pero Pedro, caminando junto a Jesús, se encontrará en Jerusalén renegando al Señor, no a sí mismo, y los demás harán como él. ¿Cómo así? ¿Qué es lo que no ha funcionado?

En la primera parte del evangelio de este domingo está contenido “en germen” lo que no va en la recepción de las instrucciones del maestro mientras se caminaba hacia Jerusalén: por esto me detengo a comentar solo este texto. El problema es que la palabra de la Cruz, la palabra de Cristo que se entrega y viene (aparentemente) derrotado, no se logra a aceptar ni a entender. Jesús se acerca a los días decisivos de su misión y toma la firme decisión de ponerse en camino hacia Jerusalén (Lc 9,51): en realidad, una traducción todavía más fiel a las palabras precisas dice: endureció su rostro para caminar hacia Jerusalén. En el texto por bien tres veces vuelve la palabra rostro, desde el v.51 al v.55. El rostro es aquella primera parte del cuerpo que localiza a la persona: sin rostro no se reconstruye su identidad, por lo cual es fundamental ver el rostro de una persona para comenzar a conocerla. Jesús “endurece” el rostro y esto quiere decir que ya estaba determinado a hacer como había dicho porque he ahí de su verdadera identidad. Él es el rostro de Dios que, hecho hombre, va a dar la vida por todos. Por esto, podemos decir, Jesús está endurecido en la misericordia, la única dureza que Dios conoce. Desde este punto del evangelio para adelante, el relato de Lucas está todo concentrado a delinear bien los rasgos de este rostro hasta la crucifixión: ¡y es justamente en este camino que salen afuera los problemas interiores de los discípulos, de los primeros que caminaron físicamente con él como de aquellos de cada tiempo, también del nuestro! De hecho, Jesús manda a algunos de los suyos delante a su rostro para preparar su ingreso en una aldea de Samaria (Lc 9,52), o sea, cerca de una población considerada lejana de Dios; pero aquella gente no lo acogió porque su rostro estaba en camino hacia Jerusalén (Lc 9,53).

Entonces Juan y Santiago, entre los discípulos más capaces y más buenos porque quieren tanto al Señor (!!!), le preguntan si pueden hacer caer fuego del cielo para quitarlos del medio. Más o menos como Pedro, cuando en el huerto de los Olivos desenvainará la espada para defender a Jesús, símbolo de todas aquellas obras que nosotros decimos hacer por amor a Cristo, cierto, pero ¿de cuál Cristo? Hemos hecho, hacemos y haremos todavía cruzadas para defender a Cristo y su Cruz, pero Cristo no se ha defendido en el huerto de los olivos, más bien, ha reprochado también allí a Pedro: ¡Cristo se ha entregado en las manos de quien le ponía las manos encima! A los samaritanos que lo rechazaron Cristo no lanzó un juicio o un ultimátum pero, volteando el rostro hacia ellos los amenazó (Lc 9,55). ¿Entendieron? ¡Reprochó a sus discípulos no a los samaritanos! ¿Por qué? Porque está en juego su rostro, y es justamente este rostro que los suyos no entienden, ¡por esto Jesús se los pone nuevamente delante!

Hay hermanos acreditados, (columnistas muy seguidos en los blog personales o en las agendas de los periódicos), que soportan mal las amonestaciones de Papa Francisco que se dirigen mayormente al mundo clerical y de los cristianos practicantes en cambio que al mundo pagano. Lo tachan de no tener ¡a corazón realmente a la iglesia! Además, constato un sensible incremento de hermanos que llegan a mi confesionario con una sorda protesta dirigida al papa: habla siempre de misericordia, ha convocado un jubileo de la misericordia, pero entonces ¿el juicio de Dios? ¿Y su justicia? ¿No se necesitaría hablar más de su juicio y de su justicia? Muchos de ellos llegan a dudar de que Francisco nos esté hablando en nombre de Dios, en la mejor de las hipótesis. Y entonces he aquí el dilema: pero ¿Dios es verdaderamente aquel Cristo rey de misericordia que el papa anuncia y explica, o quizás hay en su predicación/magisterio algo que no va? En realidad, me parece que las dudas/dilemas de estos hermanos se asemejan tanto a aquellos que surgieron en el corazón del Bautista ya cercano a su martirio, cuando recibió noticias de las obras de Jesús y sobre su comportamiento: si era verdaderamente él aquél mesías por el cual había preparado el camino, ¿qué había con toda su predicación centrada en la justicia y el juicio de Dios? Entonces mandó a un par de sus discípulos a preguntarle: ¿eres tú aquel que debe venir o debemos esperar a otro? (Lc 7,18-19). ¿Qué es lo que fundamentalmente hace el  problema en ellos? El rostro misericordioso de Cristo.

Si Jesús en cambio de caminar “endurecido” hacia Jerusalén para dar la vida hubiera caminado como le sugirió Pedro, los demás discípulos lo hubieran aceptado, los samaritanos no lo hubieran rechazado, los judíos lo hubieran reconocido, los romanos hubieran buscado un acuerdo con él. En cambio Jesús es rechazado por todos justamente por este rostro suyo endurecido en la misericordia, endurecido en la pobreza, en la humildad, en el servicio, en el dar la vida. Por esto todos lo han rechazado y por esto lo rechazamos todavía ahora… Este es el misterio de Cristo que ninguno de los potentes de este mundo ha entendido incluido yo y todos ustedes, porque somos todos hombres. Jesús amenaza a sus discípulos como amenazó a Pedro y a los demonios porque el celo de ellos es demoniaco. Tanto de nuestro celo es demoniaco. Nosotros amamos a Jesús hasta que no lo conocemos, luego cuando lo conocemos (cfr. Segunda parte de este evangelio…) le decimos “¡espera un poco, te seguiré después!”. Cuando lo conocemos no queremos seguirlo, cuando no lo conocemos lo queremos mucho, lo queremos defender, para que sea y haga lo que nosotros queremos… Así, en nuestra vida de discípulos, pongámonos delante a este rostro endurecido en la misericordia y preguntémonos: ¿qué espíritu tenemos? ¿Qué rostro de Cristo y de Iglesia presentamos? (P. Silvano Fausti S.I., El estilo de Jesús)

 

STANDO DIETRO, PRESSO I SUOI PIEDI

XI DOMENICA DEL T.O.

2Sam 12,7-10.13; Gal 2,16.19-21; Lc 7,36-50

Ogni volta che leggo questo vangelo, il cuore e la mente si affollano di tante persone incontrate sulla mia strada. Se fosse possibile farle uscire da me e proiettarle come tanti ologrammi davanti a tutti voi lettori, ve le presenterei con gioia una ad una e vi racconterei volentieri la loro storia. Si tratta di fratelli di cui Gesù parla in una celebre espressione del vangelo. E’ una frase di cui mi sono presto invaghito quando da ragazzo ricominciavo a frequentare ambienti di fede: in verità vi dico, i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. Anche oggi questa meravigliosa pagina del vangelo è ben scritta e leggibile nella storia di tanti fratelli.

Alla tavola di Simone il fariseo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Alla tavola di Simone il fariseo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Gesù andava ovunque venisse invitato. Quel giorno a invitarlo fu Simone dei farisei, gruppo che certamente non amava il Signore. Allora perché invitarlo? Era solo incuriosito dallo strano maestro? Forse il suo cuore si stava aprendo alla sua parola? Oppure voleva solo “studiarne” le prossime mosse, sentendosi con quel gruppo minacciato dal suo ministero? Gesù è a tavola con lui e, molto probabilmente, con altri convitati del gruppo. Irrompe improvvisamente nella scena del racconto una donna, una peccatrice di quella città (v.37). Espressione delicatissima di Luca, ma non ci sono dubbi: è una donna che si prostituisce. Aveva saputo che il Signore era lì. Il vangelo dice solo che vi entra senza invito (e rischiando di essere buttata fuori…). Non una parola, ma con sé un vaso di profumo e poi alcuni gesti lenti, precisi, coinvolgendosi molto emotivamente, verso una parte precisa del corpo di Gesù: stando dietro, presso i suoi piedi (v.38). Cosa ti era successo o donna, da accorrere in quella casa, ospite indesiderata, ma così desiderosa di incontrarti ai piedi di Gesù?

Presso i suoi piedi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Presso i suoi piedi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Un giorno predicavo a messa questo vangelo nella piccola cappella di una zona molto povera della periferia di Lima (Perù), dove operavo solo da pochi mesi. Al termine della celebrazione mi ritrovai a conoscere un gruppetto di giovani. Fra essi c’era una ragazza sui 15-16 anni, bella e dal sorriso molto bello. Ma, non so perché, più guardavo quel sorriso, più avvertivo negli occhi della giovane qualcosa che non andava. Solo qualche giorno dopo mi chiese di parlare. La conversazione diventò inaspettatamente una confessione. Afferrando e stringendomi forte la mano mi chiese a proposito del vangelo ascoltato: “padre, davvero Gesù perdonò quella donna che piangeva ai suoi piedi?…” Le dissi semplicemente che era scritto proprio così, anzi, aggiunsi che il Signore la amava moltissimo. Ma non terminai di parlarle che la ragazza scoppiò in un lungo pianto. Da alcuni mesi infatti, essendo povera, stava vendendo il suo giovane corpo per avere qualche soldo per sé. Dopo quella confessione, compreso che Dio ci teneva molto a lei, non lo fece più.

Vedi questa donna?, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Vedi questa donna?, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Simone vide tutta la scena. Ma non vide dentro il cuore di quella donna. Vedere dentro il cuore umano è cosa possibile solo al Signore Gesù e a coloro cui Egli lo concede, se ci si decide a seguirlo sulla via dell’amore. Solo che, se non batti quella strada, finisci per battere la strada del giudizio che ti convince erroneamente di essere dalla parte di Dio, come se Lui fosse un essere che accoglie e approva alcuni che si attengono alle regole e allontana da sé altri che le trasgrediscono (v.39). La genialità divina di Gesù che vuol condurre alla conoscenza di Dio anche il presuntuoso fariseo, imbastisce ad arte una piccola parabola che lo intrappola in una domanda: chi di loro dunque lo amerà di più? (vv.41-43). Simone risponde bene. Adesso tocca a lui aprire il cuore alla lezione di Gesù e di quella donna. Altrimenti nel mistero di Dio non ci entra e non lo conoscerà mai. La vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non…lei invece…tu non…lei invece…tu non…lei invece (vv.44-46). Il messaggio è chiaro: a Dio di noi interessa solo l’amore. E l’amore, dicono nelle loro lettere gli apostoli Pietro e Giacomo, cancella una moltitudine di peccati. Attenzione perché la nostra salvezza non si gioca nell’evitare a tutti i costi il peccato, ma nel credere nella Misericordia di Gesù che ha già pagato per il mio peccato. Perciò S.Paolo giunge a dire ai Galati, nella odierna 2a lettura, che oramai vive la sua vita nella fede del Figlio di Dio che l’ha amato dando sé stesso per lui e che non vuole rendere vana la grazia di Dio, perché se la sua salvezza venisse dall’osservanza della Legge allora Cristo è morto invano (Gal 2,20-21). Solo se si è fatta l’esperienza della misericordia di Dio nella propria vita, si può amare veramente/gratuitamente i fratelli. Diversamente, li stiamo amando per qualche tornaconto o cercando religiosamente solo noi stessi. Inoltre, per quel che comprendo dai vangeli, dobbiamo dire che nella vita ci possono essere in giro tante persone apparentemente molto pie che consideriamo sante magari perché non cadono in gravi peccati, ma che in realtà non sono nemmeno entrati nel regno di cui ci parla Gesù; mentre possono esserci tanti la cui vita è incorsa in vicende di peccato grave, ma che amano con tale sincerità e intensità il Signore da essere sante senza che ce ne accorgiamo. Quanto è diverso il Signore da come lo pensano e lo dipingono gli uomini! Quanto è diverso il Signore da come lo vorrebbero! Davvero pubblicani e prostitute ci precedono nel regno di Dio!

La tua fede ti ha salvato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

La tua fede ti ha salvato, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012

Ma Egli disse alla donna: la tua fede ti ha salvata; va in pace! (v.50). Laddove l’occhio umano e religioso vedeva solo una specie di donna (v.39), l’occhio di Dio vedeva una signora dalla fede ammirabile. Come gli occhi di Papa Francesco, che ci invitano da tempo a riscoprire il vero volto di Dio, specialmente in quest’anno giubilare in corso. Sentite cosa racconta lui stesso nel libro-intervista Il nome di Dio è Misericordia (pp.73-74), ricordando un episodio della sua vita di pastore. “Al tempo in cui ero rettore del Collegio Massimo dei Gesuiti e parroco in Argentina, ricordo una madre che aveva dei bambini piccoli ed era stata abbandonata dal marito. Non aveva un lavoro fisso, riusciva a trovare dei lavori saltuari soltanto qualche mese all’anno. Quando non trovava lavoro, per dar da mangiare ai suoi bambini faceva la prostituta. Era umile, frequentava la parrocchia, cercavamo di aiutarla con la Caritas. Ricordo che un giorno – eravamo nel periodo delle festività natalizie – è venuta con i figli al Collegio e ha chiesto di me. Mi hanno chiamato e sono andato a riceverla. Era lì per ringraziarmi. Io credevo che fosse per il pacco con i generi alimentari della Caritas che le avevamo inviato: “Lo ha ricevuto?”, le ho chiesto. E lei: “Sì, sì, la ringrazio anche per quello. Ma io sono venuta qui per ringraziarla soprattutto perché lei non ha mai smesso di chiamarmi “signora”. Sono esperienze dalle quali uno impara quanto sia importante accogliere con delicatezza chi si ha di fronte, non ferire la sua dignità. Per lei il fatto che il parroco, pur intuendo la vita che conduceva nei mesi in cui non poteva lavorare, continuasse a chiamarla “signora” era importantissimo tanto quanto, o forse di più, quell’aiuto concreto che le davamo”.

Dio ci faccia la stessa grazia che fiorì nel cuore della donna del vangelo. Possa rivelarci il suo segreto, quello che la portò a stare dietro, presso i suoi piedi: il luogo dove si impara a conoscere il Signore e si diventa, poco a poco, suoi discepoli.

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Cada vez que leo este evangelio, el corazón y la mente se llenan de tantas personas encontradas en mi camino. Si fuera posible hacerlas salir de mí y proyectarlas como tantos hologramas delante de todos ustedes lectores, se los presentaría con gozo una a una y les contaría con mucho gusto sus historias. Se trata de hermanos de los cuales Jesús habla en una célebre expresión del evangelio. Es una frase de la cual me he enamorado rápidamente cuando de joven volvía a frecuentar ambientes de fe: en verdad les digo, que los publicanos y las prostitutas llegan antes que ustedes al Reino de los cielos. También hoy esta maravillosa página del evangelio está bien escrita y legible en la historia de tantos hermanos.

Jesús iba a cualquier lugar donde venía invitado. Aquél día a invitarlo fue Simón de los fariseos, grupo que ciertamente no amaba al Señor. Entonces ¿Por qué invitarlo? ¿Era solo curiosidad del extraño maestro? ¿Quizás su corazón se estaba abriendo a su palabra? O ¿quizás quería solo “estudiar” sus próximas movidas, sintiéndose con aquel grupo amenazado por su ministerio? Jesús está en la mesa con él y, muy probablemente, con otros invitados del grupo. Irrumpe de improviso en la escena del relato una mujer, una pecadora de aquella ciudad (v.37). Expresión delicadísima de Lucas, pero no hay dudas: es una mujer que se prostituye. Había sabido que el Señor estaba allí. El evangelio dice solo que entró sin invitación (y arriesgando ser echada fuera…). No una palabra, pero con ella un frasco de perfume y luego algunos gestos lentos, precisos, involucrándose muy emotivamente, hacia una parte precisa del cuerpo de Jesús: poniéndose detrás, a los pies de Él (v.38). ¿Qué te había sucedido oh mujer, para acudir a aquella casa, huésped indeseado, pero así deseosa de encontrarte a los pies de Jesús?

Un día predicaba en la misa este evangelio en la pequeña capilla de una zona muy pobre de la periferia de Lima (Perú), donde trabajaba solo desde pocos meses. Al concluir con la celebración me encontré a conocer un grupito de jóvenes. Entre ellos estaba una joven entre 15 y 16 años, bella y con una sonrisa muy bonita. Pero, no sé por qué, más miraba esa sonrisa, advertía más en los ojos de la joven que algo no iba bien. Solo algunos días después me pidió para que conversemos. La conversación se volvió inesperadamente una confesión. Agarrándome y apretándome fuerte la mano me preguntó a propósito del evangelio escuchado: “padre, ¿de verdad Jesús perdonó aquella mujer que lloraba a sus pies?…” Le dije simplemente que estaba escrito justamente así. Además, agregué que el Señor la amaba muchísimo. Pero no terminé de hablar que la joven explotó en un largo llanto. Desde algunos meses de hecho, siendo pobre, estaba vendiendo su joven cuerpo para tener algo de dinero para sí. Después de aquella confesión, comprendiendo que Dios se preocupaba mucho por ella, no lo hizo más.

Simón vio toda la escena. Pero no vio dentro del corazón de aquella mujer. Ver dentro el corazón humano es cosa posible solo al Señor Jesús y a aquellos al cual Él lo concede, si nos decidimos a seguirlo en el camino del amor. Solo que, si no tocas aquel camino, terminas por tocar el camino del juicio que te convence erradamente de estar de la parte de Dios, como si Él fuera un ser que acoge y aprueba a algunos que se atienen a las reglas y aleja de sí a otros que la trasgreden (v.39). La genialidad divina de Jesús que quiere conducir al conocimiento de Dios también al presuntuoso fariseo, cose con arte una pequeña parábola que lo atrapa en una pregunta: ¿quién de ellos entonces lo amará más? (vv.41-43). Simón responde bien. Ahora le toca a él abrir su corazón a la lección de Jesús y de aquella mujer. Si no en el misterio de Dios no entra y no lo conocerá nunca. ¿Vez a esta mujer? Entré en tu casa y no me diste… Ella, en cambio… tu no… ella en cambio (vv.44-46). El mensaje es claro: a Dios, de nosotros, le interesa solo el amor. Y el amor, dicen en sus cartas los apóstoles Pedro y Santiago, cancela una multitud de pecados. Atención porque nuestra debilidad no se juega en el evitar a toda costas el pecado, sino en el creer en la Misericordia de Jesús que ya pagó por mi pecado. Por esto S. Pablo alcanza a decir a los Gálatas, en la actual 2ª lectura, que ya vive su vida en la fe del Hijo de Dios que lo ha amado dando a sí mismo por él y que no quiere rendir vana la gracia de Dios, porque si su salvación viniera de la práctica de la Ley entonces Cristo ha muerto inútilmente (Gal 2,20-21). Solo si se ha hecho la experiencia de la misericordia de Dios en la propia vida, se puede amar verdaderamente/gratuitamente a los hermanos. Diversamente, lo estamos amando por algún provecho o buscando religiosamente solo a nosotros mismos. Además, por lo que comprendo de los evangelios, debemos decir que en la vida pueden haber tantas personas aparentemente muy devotas que quizás consideramos santas porque no caen en grave pecado pero que en realidad no han entrado ni siquiera en el Reino del cual nos habla Jesús; mientras pueden haber tantos cuya vida ha incurrido en hechos de pecado grave, pero que aman con tal sinceridad e intensidad al Señor de ser santas sin que nos demos cuenta. ¡Cuánto es diferente el Señor de cómo lo piensan y pintan los hombres! ¡Verdaderamente publicanos y prostitutas nos preceden en el Reino de los cielos!

Pero Él dijo a la mujer: tu fe te ha salvado; ve en paz! (v.50). Allí donde el ojo humano y religioso veía solo una especie de mujer (v.39), el ojo de Dios veía una señora de fe admirable. Como los ojos de Papa Francisco, que nos invita desde hace tiempo a descubrir el verdadero rostro de Dios, especialmente en este año jubilar en curso. Escuchen que cosa cuenta él mismo en el libro-entrevista El nombre de Dios es Misericordia (pp.73-74), recordando un episodio de su vida de pastor. “En el tiempo en el cual era rector del Colegio Máximo los Jesuitas y párroco en Argentina, recuerdo a una madre que tenía niños pequeños y había sido abandonada por el esposo. No tenía un trabajo fijo, lograba a encontrar trabajos esporádicos solo algunos meses del año. Cuando no encontraba trabajo, para dar de comer a sus niños hacia la prostituta. Era humilde, frecuentaba la parroquia, intentábamos ayudarla con la Cáritas. Recuerdo que un día – estábamos en el período de las fiestas natalicias – ha venido con los hijos al Colegio y ha preguntado por mí. Me han llamado y he ido a recibirla. Estaba allí para agradecerme. Yo creía que fuera por el paquete con los víveres de la Cáritas que le habíamos enviado: “¿lo ha recibido?, le pregunté. Y ella: “Sí, sí, le agradezco también por eso. Pero yo he venido aquí para agradecerle sobre todo porque usted nunca ha dejado de llamarme “señora”. Son experiencias de las cuales uno aprende cuanto es importante acoger con delicadeza a quien se tiene delante, no herir su dignidad. Para ella el hecho que el párroco, aunque si intuyendo la vida que llevaba en los meses en el cual no podía trabajar, continuaba a llamarla “señora” era importantísimo tanto cuanto, o quizás mucho más, de aquella ayuda concreta que le dábamos”.

Dios nos haga la misma gracia que floreció en el corazón de la mujer del evangelio. Pueda revelarnos su secreto, lo que la llevó a estar detrás, cerca de sus pies: el lugar donde se aprende a conocer al Señor y se vuelve poco a poco sus discípulos.

 

 

GESÙ, IL CORPO DELL’AMORE

SOLENNITA’ DEL SS.MO CORPO E SANGUE DI CRISTO

Gn 14,18-20; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11b-17

Questa è la domenica in cui ricordiamo solennemente cosa ha inventato l’amore del Signore Gesù per noi: ha lasciato nelle nostre mani il suo corpo, ogni giorno. Il che vuol dire: ha lasciato la sua stessa persona, la sua reale presenza, proprio come ci aveva promesso. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Se ci pensiamo, non poteva essere altrimenti: chi ama non sopporta l’idea di stare fisicamente lontano dall’amato. Così il nostro Dio ha inventato questa sua nuova presenza tra noi. Ma come è possibile che un’ostia di pane e un po di vino nascondano la sua reale presenza corporea? Come spiegare questa indicibile realtà posta nelle nostre mani? Appunto, un tale mistero non si può spiegare. Quando stiamo davanti all’Eucarestia, bisogna approcciare con il cuore. Altrimenti, si rischia di fallire il contatto. Altrimenti, in quel pane non si vede niente.

Papa Francesco solleva l'ostensorio al termine della processione del Corpus Domini dalla Basilica di San Giovanni in Laterano alla Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, 30 maggio 2013. Pope Francis holds a monstrance containing a Holy Host at the end of the Corpus Domini procession from St. John Lateran Basilica to St. Mary Major Basilica, in Rome, 30 May 2013. UPDATE IMAGES PRESS/Riccardo De Luca STRICTLY ONLY FOR EDITORIAL USE

Papa Francesco solleva l’ostensorio al termine della processione del Corpus Domini dalla Basilica di San Giovanni in Laterano alla Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, 30 maggio 2013.

Durante la mia prima esperienza in America Latina (in Perù, periferia di Lima), nell’ultima parrocchia dove svolgevo il mio servizio c’era una cappellina di adorazione permanente del SS.mo Sacramento. Mi ci recavo quasi ogni giorno intorno alle tre del pomeriggio. Lì incontravo sempre Basilia, una mamma molto povera il cui solo inginocchiarsi e poi rimanere davanti al SS.mo esposto, rapiva la mia attenzione. Dopo parecchi giorni, mi sono accorto che questo mi accadeva sistematicamente. Perciò mi dissi: “perché Signore questa donna così povera prende la mia attenzione più di te?”. Pensai tra me: “questo non va bene…”. Poi un giorno mi sono alzato, sono andato da lei inginocchiata e le ho detto: “senti Basilia, adesso tu mi devi dire una cosa. Perché vieni ogni giorno qui? Come fai a restare così a lungo in silenzio con gli occhi verso il SS.mo? Basilia mi guardò solo qualche istante, poi mi disse: “padre, vengo ogni giorno qui per parlare al Signore Gesù. Se non vengo qui, dove andrei? Chi mi ascolterebbe? Chi mi capirebbe? Chi mi aiuterebbe? Vengo e gli parlo di tutto, soprattutto dei miei problemi. Gesù mi ascolta e mi da forza. Senza di Lui non posso andare avanti”. Quel giorno capii che la mia non era distrazione, ma assistevo a una lezione. Gesù stesso spingeva il mio sguardo verso quella donna.

Gesù e i suoi al Cenacolo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2015

Gesù e i suoi al Cenacolo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2016

Cos’è l’Eucarestia? E’ il Signore Gesù che, silenzioso e rispettoso, attende che gli andiamo a parlare della nostra vita. Cos’è l’Eucarestia? E’ il Signore Gesù che ci accoglie e ascolta sempre, ci nutre e ci dona energia per camminare in questa vita scoprendo che si può già vivere un altra vita: la sua, ovvero una vita spesa per amore dei fratelli. Cos’è l’Eucarestia? E’ il Signore Gesù, non un suo mero ricordo, che in ogni s.messa ci chiama al banchetto della fraternità per prendere tra le sue mani noi che prendiamo nelle nostre mani Lui; ci alza al cielo pronunciando su di noi la sua benedizione, ci spezza affinché anche noi, come Lui che si spezza, possiamo sfamare una umanità affamata di amore ancor prima che di pane. E’ questo il movimento esatto che fa il sacerdote con il Suo Corpo tra le mani. Ma bisogna essere convinti di essere cinque pani e due pesci, troppo poca cosa per tutta questa gente (Lc 9,13). E bisogna tuttavia essere convinti che questa poca cosa che siamo, nelle sue mani, diventa una grande cosa. Bisogna essere disposti ad essere spezzati, credendo che le mani di Gesù ci spezzano per una vita benedetta che feconda la mia e quella degli altri (Lc 9,16-17).

Eucaristia7

Quello che mi è successo qualche giorno fa, dopo alcuni giorni di amarezza, forse illumina questo ultimo pensiero. Orismenne è una mamma nigeriana povera che viene con altri fratelli a ricevere in parrocchia degli aiuti alimentari dalla Caritas. Ogni volta che la incrocio mi saluta sempre con tanta affabilità. Un giorno mi sono fermato con lei e l’ho ascoltata nei suoi problemi. Vi lascio immaginare. Un marito e due figli alla continua ricerca di una vita più dignitosa. Quella mattina Orismenne, in attesa della distribuzione, mi ha raggiunto in chiesa dove mi stavo recando per la mia preghiera. Mi disse con un gran sorriso sul volto “padre, mi scusi, ma non trovo la buchetta per le offerte…” – “E’ nell’albero dove si accendono i lumini votivi” – le risposi. Mi diressi con lei verso l’albero votivo, le mostrai la piccola buchetta e lei subito (non volendo far vedere cosa aveva in mano) vi allungò “furtivamente” del denaro cartaceo con la mano, ma non riusciva a farlo entrare. Quando mi feci avanti per aiutarla non credevo ai miei occhi: “Orismenne, cosa stai facendo? Perché stai mettendo tutto quel denaro? Ma guarda che forse può servire a te e la tua famiglia!…”. Erano 105 €! Allora lei mi disse: “padre, questa è la decima del nuovo stipendio di Maurice mio marito. Dopo tanta ricerca finalmente ha trovato lavoro, siamo tanto contenti! Perciò padre, la prego, prenda questi soldi per la parrocchia: mio marito ed io abbiamo deciso di dare al Signore la decima di quello che abbiamo ricevuto per ringraziarlo, come dice di fare la Bibbia. Nella vita, prima viene Dio…”.

corpus-domini

“PRIMA VIENE DIO”. Orismenne e suo marito hanno deciso che le necessità proprie e quelle dei loro figli non sono più importanti della risposta da dare al Signore, non sono più importanti del grazie concreto da dirgli. Se mi fossi messo a far calcoli, avrei potuto impedirle di compiere questo gesto, ma grazie a Dio non le ho tolto la possibilità di scrivere questa pagina di vangelo. Con il loro gesto infatti hanno permesso, liberamente, che il Signore spezzasse qualcosa della loro vita: perciò sono benedetti e sono stati la benedizione per me. Non dimenticherò mai la gioia con cui mi ha consegnato quel denaro. L’Eucarestia è il corpo dell’amore che ci fa capaci di amare come Gesù.

LO SPIRITO DI DIO ABITA IN VOI

SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

At 2,1-11; Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26
Pentecoste, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Pentecoste, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

 

La solennità che si celebra oggi ci ricorda il dono dello Spirito Santo: per dirla con il vangelo, il compimento della promessa di Gesù di non lasciarci orfani dopo la sua Ascensione: pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre (Gv 14,15). La liturgia della parola del giorno offre, come sempre, il racconto dell’evento presente negli Atti degli Apostoli; questa volta però ci soffermeremo sulla 2a lettura, un brano tratto dalla lettera ai Romani che invita a meditare sul mistero della inabitazione dello Spirito Santo nel cuore umano dal giorno del suo battesimo. Tremo e nello stesso tempo gioisco al solo fermarmi a pensare questa verità di fede. Una regola esegetica ci dice che quando meditiamo un testo biblico bisogna fermarsi ad osservare attentamente quella parola o quella espressione che ricorre maggiormente nel brano esaminato: ebbene qui Paolo dice “lo Spirito di Dio abita in voi” per ben 3 volte in 3 versetti (Rm 8,8-11). E’ innegabile che voglia attirare l’attenzione sulla presenza dello Spirito Santo nella nostra anima.

Di solito quando battezzo un bimbo rinnovo sempre con piacere la mia fede insieme a familiari e amici convenuti al rito liturgico. E di solito mi soffermo sempre a spiegare che nel corso della nostra breve vita l’uomo rincorre tanti obiettivi e titoli, ma per noi cristiani si tratta di cose che impallidiscono di fronte alla luce invisibile e abbagliante di ciò che accade nel battesimo. La vita umana viene immersa nella vita divina, viene liberata dalla forza del peccato originale, Dio “entra” nella sua creatura come nel suo proprio tempio e ci assicura il titolo maggiormente ambito da tutti gli esseri viventi dell’universo visibile ed invisibile: figli di Dio. Da lì lo Spirito di Dio non se ne va più e ci accompagnerà lungo tutto il cammino della nostra esistenza per farci comprendere, se lo vogliamo, che cosa significa che dopo il battesimo siamo figli di Dio. S.Giovanni nella sua 1a lettera ce lo spiega con una breve ma densissima espressione: quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!…Noi sin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato (1Gv 3,1-2). Questo grande amore è lo Spirito Santo. Ed è lo stesso Spirito Santo che, rivelandosi nell’arco della vita del credente, insegnerà ogni cosa e ricorderà tutto ciò che vi ho detto (Gv 16,26); è Lui stesso che attesta insieme al nostro spirito che siamo figli di Dio (Rm 8,16). Lo Spirito Santo presente nei nostri cuori è la prova concreta che Dio ci ama: l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,5).

Da qualche tempo una buona parte delle domande “teologiche” che ricevo in colloqui personali riguarda la persona dello Spirito Santo. Molti mi dicono: dov’è lo Spirito Santo? Cos’è? Io non sento lo Spirito Santo, come posso avvertire la sua presenza? Devo invocarlo come qualcuno che è fuori o dentro di me? Come posso capire quando è lo Spirito Santo che mi parla? Segno evidente che quando ci si interroga su di Lui, emerge una sorta di fatica a stabilire una relazione che lo consideri persona. Non mi sembra il caso di dare risposte puntuali o di definizioni precise, anche perché non ne ho: le lascio volentieri a chi se ne occupa. Eppure dirò qualcosa in merito. Infatti, se leggi una parola della Scrittura e questa si illumina improvvisamente dando una comprensione nuova al tuo intelletto o riscaldando/guarendo il tuo fragile cuore: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che fa questo. Se una persona molesta offende con la parola o con un gesto la tua dignità e invece di reagire ripagandola con la stessa moneta pazienti e lasci cadere l’offesa, non tenendo conto del male ricevuto: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ti ha guidato in questa scelta. Se dopo un periodo trascorso nelle gozzoviglie di qualche peccato senti il vuoto e il dispiacere dentro di te per aver sciupato tanto tempo e risorse in quello che non può dare felicità al proprio cuore, e ti senti spinto ad andare a confessare il male accumulato: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ha creato questo. E se in quella confessione, attraverso le parole del sacerdote, ti senti di nuovo libero interiormente e convinto del perdono di Dio: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ha operato tutto questo. Se guardando uno straniero povero in difficoltà che cerca accoglienza ti viene da avvicinarlo mentre gli altri rimangono indifferenti, ascolti la sua storia e la sua sofferenza provando compassione e poi ti adoperi con gioia per far qualcosa per lui: non avere dubbi, è lo Spirito Santo che ti spinge a far questo. Se davanti a una scelta importante da prendere, dopo tanta incertezza trovi il coraggio di prendere risolutamente quella decisione che era da prendere superando la paura che ti bloccava: non avere dubbi, lo Spirito Santo era dentro quella decisione. Potrei continuare, ma penso possa bastare.

Cari amici, forse ora state pensando che non è poi così difficile riconoscere la sua presenza ed entrare in una relazione confidenziale con lo Spirito Santo, o almeno questo mi e vi auguro. Perciò, mi viene ora da concludere con semplicità insieme a voi invocandolo come la Chiesa lo invoca da secoli:

Vieni, o Spirito creatore,
visita le nostre menti,
riempi della tua grazia
i cuori che hai creato.

O dolce consolatore,
dono del Padre altissimo,
acqua viva, fuoco, amore,
santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio,
promesso dal Salvatore,
irradia i tuoi sette doni,
suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto,
fiamma ardente nel cuore;
sana le nostre ferite
col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico,
reca in dono la pace,
la tua guida invincibile
ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza,
svelaci il grande mistero
di Dio Padre e del Figlio
uniti in un solo Amore.

Sia gloria a Dio Padre,
al Figlio, che è risorto dai morti
e allo Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

BUONA DOMENICA A TUTTI!

LE PAROLE DA OSSERVARE

VI DOMENICA DI PASQUA

At 15,1-2.22-29; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

 

Ho ancora in mente la tragedia di qualche giorno fa. Una promettente studentessa fotomodella che attraversa i binari di una stazione di Milano, la musica a tutto volume con le cuffie alle orecchie. Non avverte il sopraggiungere di un treno ad alta velocità, l’impatto è fatale. Leggo qualche commento. Non ne ho trovato uno che si chiedesse se non ci sia qualcosa di anomalo nell’andare in giro assordando le proprie orecchie, quando la realtà che mi sta davanti richiederebbe una concentrazione auditiva ben diversa e rivolta a tante altre persone o cose che mi circondano, non solo su se stessi. Questo fatto mi ha fatto pensare quanto sia importante dirigere il traffico di quello che arriva alle mie orecchie: senza questa attenzione, possono giungere ad esse anche semi di morte.

La tua parola è lampada, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2013

La tua parola è lampada, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2013

Come è importante ricevere parole che comunichino vita e ottimismo! E’ così importante che da qualche tempo siamo arrivati a capire quanto sono determinanti persino nella vita intrauterina, come dimostrano vari studi scientifici al riguardo. I cristiani si fidano di uno che dice: le mie parole sono spirito e vita (Gv 6,63). Anzi, nel vangelo di oggi il Signore sembra dirci che l’amore per Lui è proporzionale alla accoglienza/frequenza della sua parola (Gv 14,23). Però ci si sarebbe aspettato che dicesse: se uno mi ama ascolterà la mia parola. Invece dice: osserverà la mia parola. Ma come si può “guardare” la parola? E’ solo un povero esempio, ma può aiutare. Sui banchi universitari di teologia ho incrociato due luminari dell’esegesi biblica, ritenuti allora i maggiori esperti italiani del vangelo di Giovanni per le conoscenze linguistiche-semantiche e i prolungati studi su quel vangelo. Quando uno di essi dava le sue lezioni bastavano poche battute iniziali perché in classe regnasse un autentico dormitorio: il professore esponeva tutta la sua scienza, eppure le ore delle sue lezioni ci sembravano interminabili. Quando invece l’altro professore ci dava lezione era sempre come se stesse per iniziare una sinfonia: si creava immediatamente un silenzio pieno di ascolto e le sue ore di lezione correvano velocissime al punto che al suono della campanella ti dicevi sempre: “è già finita l’ora?”. Ed era così per tutti. Perché stessa grande competenza e così grande differenza? Mi sono dato una risposta quando mi sono accorto che c’era una grande differenza tra i due anche quando li incontravi fuori dall’aula. Uno scontroso, poco disponibile e a volte persino sprezzante difronte alle tue domande. L’altro affabile, disponibile e sempre interessato alle stesse domande. Di quest’ultimo professore ricordo quasi ogni lezione, persino alcune puntuali espressioni delle sue spiegazioni. Dell’altro non ricordo niente, se non la noia che avvolgeva noi studenti. E questo perché uno può sapere tante cose senza conoscere veramente ciò di cui parla a menadito. Invece, quando P.Giuseppe Ferraro S.I. svolgeva le sue lezioni, noi “vedevamo” sul suo volto, nei suoi gesti, in tutta la sua originale umanità quelle parole di Gesù che insegnava: credo che questo ci succedesse perché lui per primo “vedeva” quella parola che trasmetteva.

Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Potremmo anche tradurre: se uno mi ama vedrà la mia parola. La rivelazione di Dio passa attraverso questo atto di amore e di fiducia verso le parole di Gesù. Ancora oggi, quando ascoltiamo i vangeli, quelle parole attendono di essere accolte e di incarnarsi in noi, di rendersi visibili in noi. Perciò, se davvero si vuole conoscere la persona di Gesù, bisogna frequentare spesso le Sacre Scritture. Ignorantia scriptura ignorantia Christi, diceva S.Girolamo. Poi, siccome abbiamo spesso “la memoria corta”, Gesù ci ha promesso il suo Spirito: il “Paraclito”, ovvero “colui che viene in nostro soccorso”, compie il servizio di ricordarci le parole di Gesù con il loro insegnamento. Viene proprio da dire che il Signore, il quale sa come siamo fatti, pensa proprio a tutto! Il vangelo poi ci dice che se amiamo Gesù così come siamo, se accettiamo di vivere questo cammino per imparare da Lui, Dio stesso farà di noi la sua casa portandoci ogni dono necessario di cui il primo è una pace stabile che questo mondo non conosce: una pace capace di farci superare le nostre paure e di farci sperimentare già su questa terra la gioia dell’amicizia con Dio (Gv 14,27-28 e anche 15,11).

BUONA DOMENICA A TUTTI!

 

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Tengo todavía en mente la tragedia de algunos días atrás. Una estudiante fotomodelo que prometía mucho y que atraviesa los binarios de una estación de Milán, la música a todo volumen con los auriculares en los oídos. No advierte el sobrevenir de un tren a alta velocidad, el impacto es fatal. Leo algunos comentarios. No he encontrado ni siquiera uno que se preguntara si hay algo de anormal en el caminar por las calles ensordando los propios oídos, cuando la realidad que me está delante requeriría una concentración auditiva muy diferente y dirigida a tantas otras personas o cosas que me circundan, no solo sobre uno mismo. Este hecho me ha hecho pensar en cuánto es importante dirigir el tráfico de lo que llega a mis oídos: sin esta atención, también pueden llegar a ellas semillas de muerte.

¡Como es importante recibir palabras que comunican vida y optimismo! Es así importante que desde algún tiempo hemos llegado a entender cuanto es determinante hasta en la vida intrauterina, como demuestran varios estudios científicos al respecto. Los cristianos se fían de uno que dice: mis palabras son espíritu y vida (Jn 6,63). Más bien, en el evangelio de hoy el Señor parece decirnos que el amor por Él es proporcional a la acogida/frecuencia de su palabra (Jn 14,23). Pero nos hubiéramos esperado que dijera: si uno me ama escuchará mi palabra. En cambio dice: observará mi palabra. Pero cómo se puede “mirar” la palabra? Es solo un pobre ejemplo, pero puede ayudar. Sobre los bancos universitarios de teología he cruzado a dos lumbreras de la exégesis bíblica, creídos entonces como los mayores expertos italianos del evangelio de Juan por los conocimientos lingüísticos-semántico y los prolongados estudios sobre aquel evangelio. Cuando uno de ellos daba sus lecciones bastaban pocas frases iniciales para que en la clase reinase un auténtico dormitorio: el profesor exponía toda su ciencia, y sin embargo las horas de sus lecciones nos parecían interminables. Cuando en cambio el otro profesor nos daba lecciones era siempre como si estuviera por comenzar una sinfonía: se creaba inmediatamente un silencio lleno de escucha y sus horas de lección corrían velozmente al punto que al sonido de la campana te decías siempre: “¿ya terminó la hora?”. Y era así para todos. ¿Por qué la misma gran competencia y así gran diferencia? Me he dado una respuesta cuando me he dado cuenta que había una grande diferencia entre los dos aunque cuando los encontraba fuera del aula. Uno hosco, poco disponible y a veces hasta desdeñoso delante a tus preguntas. El otro afable, disponible y siempre interesado a las mismas preguntas. De este último profesor recuerdo casi cada lección, hasta algunas puntuales expresiones de sus explicaciones. Del otro no recuerdo nada, sino el aburrimiento que envolvía a nosotros estudiantes. Y esto porque uno puede saber tantas cosas sin conocer verdaderamente de lo que habla a dedillo. En cambio, cuando P. Giuseppe Ferraro S.I. desenvolvía sus lecciones, nosotros “veíamos” en su rostro, en sus gestos, en toda su original humanidad esas palabras de Jesús que enseñaba: creo que esto nos sucedía porque él primeramente “veía” esa palabra que transmitía.

Si uno me ama observará mi palabra y el Padre mío lo amará y nosotros vendremos a él y pondremos demora en él. Podríamos también traducir: si uno me ama verá mi palabra. La revelación de Dios pasa a través de este acto de amor y de confianza hacia las palabras de Jesús. También hoy, cuando escuchamos los evangelios, aquellas palabras esperan ser acogidas y de encarnarse en nosotros, de rendirse visible en nosotros. Por esto, si de verdad se quiere conocer a la persona de Jesús, es necesario frecuentar mucho las Sagradas Escrituras. Ignorantia scriptura ignorantia Christi, decía S. Girolamo. Luego, como muchas veces tenemos “la memoria corta”, Jesús nos ha prometido su Espíritu: el “Paráclito”, es decir “aquél que viene en nuestra ayuda”, cumple el servicio de recordarnos las palabras de Jesús con su enseñanza. Me viene exactamente en decir que el Señor, el cual sabe cómo somos hechos, ¡piensa exactamente en todo! El evangelio luego nos dice que si amamos a Jesús así como somos, si aceptamos de vivir este camino para aprender de Él, Dios mismo hará de nosotros su casa trayéndonos cada don necesario de la cual el primero es una paz estable que este mundo no conoce: una paz capaz de hacernos superar nuestros miedos y de hacernos experimentar ya sobre esta tierra el gozo de la amistad con Dios (Jn 14,27-28 y también 15,11).

LA VOCE CHE RASSICURA L’UOMO

IV DOMENICA DI PASQUA

At 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

 

Per iniziare a commentare il vangelo di questa 4a domenica di Pasqua vi voglio raccontare qualcosa che mi è accaduto molti anni fa, quando avevo 14 anni. Ero andato a una festa di compleanno a casa di una amica che viveva vicino alla mia parrocchia. Erano passati solo 3 mesi da un violentissimo terremoto che aveva interessato la terra di mio padre, nella provincia di Napoli. In quel tempo la mia famiglia viveva lì, ricordo ancora che quella sera mi incamminai verso casa di quella amica insieme a mia madre che invece doveva andare a messa. Ero giunto solo da pochi minuti alla festa quando all’improvviso una nuova forte scossa di terremoto sconvolse la nostra riunione giovanile: cominciammo a scappare tutti giù per le scale per metterci al sicuro fuori dall’abitazione. Mentre scendevo giù in fretta ebbi subito un pensiero per mia mamma. Appena uscito, corsi verso la chiesa. Un fiume di persone usciva dall’entrata gridando dallo spavento e, per di più, non c’era luce perché era venuta meno l’elettricità: questo avrebbe dovuto rendere più difficile individuare mia madre. La chiesa gremita di persone in movimento era al buio, eppure tra tutte le voci e le grida ne ho riconosciuta una: “mia madre è là” – mi dissi. Mi diressi verso quell’inconfondibile tono di voce passando in mezzo alla corrente di persone che scappava dalla chiesa e la trovai! Lei parlava, non stava urlando né stava richiamando l’attenzione di qualcuno, ma la riconobbi tra tanti perché conoscevo quella voce.

Io sono il buon pastore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2012

Io sono il buon pastore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2012

La stessa cosa succede con la voce di Dio: quando la conosciamo allora la distinguiamo tra tante voci. Gesù nel vangelo afferma che le sue pecore ascoltano la sua voce. E’ molto bella questa immagine che Gesù sceglie per parlare della sua relazione con chi gli appartiene. Le conosco ed esse mi seguono (Gv 10,27). Ho vissuto in Sardegna per 4 anni e mezzo e ho potuto osservare molto da vicino il rapporto tra il pastore e le pecore di sua proprietà. Sono rimasto sbalordito da come egli conosce una a una le pecore (che ai miei occhi sembravano tutte uguali), e anche da come esse si incamminano seguendo il richiamo della sua voce, senza lasciarsi trarre in inganno da voci imitatrici. Dunque “prova di conoscenza” della voce del Signore è seguirlo sulla via dove Egli chiama. La sua vita, meditata e contemplata nei vangeli, è essa stessa “via” (cfr. Gv 14,6). Come dire, più si segue Gesù sulla via dell’amore, più si distingue la sua voce quando chiama. Tanti anni fa conobbi, durante un corso di esercizi spirituali, la storia di un sacerdote polacco che si trovava in Ruanda all’epoca della sanguinosa guerra tribale che sconvolse quella terra africana. Le cose precipitarono al punto che le missioni cristiane non potevano più restare sicure in quei luoghi. Mandarono delle truppe dell’ONU per evacuare ogni zona, ma non poterono portar via tutta la popolazione presente. Quel sacerdote polacco salì su una jeep venuta a portarlo via. Ad un certo punto disse ai caschi blu dell’ONU: “lasciatemi scendere un istante, ho dimenticato qualcosa”. Corse in cappella e andò a prendere la Bibbia pregando: “dammi Signore una parola prima di partire in quest’ora drammatica”. Aprì la Bibbia al vangelo di Giovanni dove dice : “il buon pastore da la vita per le pecore, il mercenario invece se ne va..”. Allora quel sacerdote tornò indietro e disse ai funzionari dell’ONU: “andate, io resto!”. Venne assassinato dentro la sua chiesa insieme ad altre 4000 persone mentre implorava pietà per loro dicendo: “uccidete me, ma non toccate la mia gente!”.

Ascoltano la mia voce, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Ascoltano la mia voce, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Se da una parte seguire la via dell’amore può portare anche al dono cruento della propria vita, da un altra Gesù stesso ci rassicura su cosa significhi seguirlo su questa via (Gv 10,28): è promessa la vita eterna, anzi, essa è già comunicata a chi lotta ogni giorno contro il suo egoismo; inoltre, ci assicura la dolce esperienza di essere nelle sue mani sicure, persino quando a noi non sembrerà così. E questo perché il Padre mio è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,29-30). L’amore invincibile di Dio ci custodisce da chi vuole strapparci dalle sue mani. Perché c’è indubbiamente qualcuno che ci prova e ci proverà sempre: satana, il nemico di Dio e dell’uomo che lavora giorno e notte per convincerci a non credere nell’amore del Signore. Il diavolo punta a questo: sfiduciare Dio fino al punto da prestar ascolto a lui, padre della menzogna, come accadde per Adamo ed Eva. C’è dunque un’altra voce, subdola e malvagia, che cerca di trascinarci con false promesse di sicurezza verso il luogo dove lui vive: la perdizione eterna. Perciò preghiamo il Padre dicendo ogni giorno: non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Chiudo con un breve racconto, chiedendo la grazia a Dio, con tutti voi, di preservarci da tutti i disegni di morte del maligno e di affidarci sempre più a Lui per ogni cosa.

Se qualcuno vuol venire dietro di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2013

Se qualcuno vuol venire dietro di me, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2012

Un uomo disperava dell’amore di Dio. Un giorno mentre errava sulle colline che attorniano la sua città incontrò un pastore. Questi vedendolo afflitto gli chiese: “Cosa ti turba amico?” – “Mi sento immensamente solo” – gli rispose quell’uomo. “Anch’io sono solo eppure non sono triste” – disse il pastore. “Forse perché Dio ti fa compagnia…” – aggiunse quell’uomo. “Hai indovinato!” – esclamò il pastore. “Io invece non ho la compagnia di Dio. Non riesco a credere nel suo amore: com’è possibile che ami gli uomini uno per uno? Com’è possibile che ami me personalmente?…” – Allora il pastore gli disse: “Vedi laggiù la nostra città? Vedi ogni casa? Vedi le finestre di ogni casa?” – “Vedo tutto questo” – soggiunse quell’uomo. “Allora non devi disperare: il sole è uno solo, ma ogni finestra della città anche la più piccola e nascosta, viene baciata dal sole. Forse tu ti disperi perché tieni chiusa la tua finestra…

BUONA DOMENICA A TUTTI!

Citazione

SI MANIFESTO’ DI NUOVO

III  DOMENICA DI PASQUA

At 5,27b-32.40b-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-15 (forma breve)

 

Il racconto evangelico di oggi ci parla della terza apparizione ai discepoli. Gesù è già apparso ai suoi per due volte (Gv 21,14). Tommaso ha resistito, ma alla fine è caduto in ginocchio davanti al Signore. Ora essi sanno che il maestro crocifisso è tornato in vita dal mondo dei morti. Ora sanno che tutto quello che diceva era vero. Ora sanno che Gesù condivide con il Padre la stessa natura divina. Eppure questo racconto sembra quasi suggerire una fede che rientra nell’ombra. Si ritrovano in sette sul familiare mare di Tiberiade (e gli altri quattro dove sono?…). Pietro decide di andare a pescare e gli altri sei lo seguono (Gv 21,3a). C’è un che di regressione in quelle scarne parole. Sembra quasi che si rientri alla vita di prima senza alcuna traccia di quanto è accaduto. Nessuna preghiera, nessuna richiesta, nessun dialogo: il maestro risorto non viene interpellato. L’esito di quella pesca conferma la mia impressione, si è faticato per pescare nulla (Gv 21,3b). La luminosa esperienza di Gesù risorto non ci sottrae alla realtà, sempre presente in chiaroscuro, della nostra umanità fragile nella fede.

E' il Signore! acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2016

E’ il Signore! acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2016

Ma il Signore si manifesta proprio lì, nei nostri deboli e incerti passi. Egli va loro incontro sulla riva del mare non per rimproverarli, ma per aiutarli; lo fa con una delicatezza infinita, chiedendo loro solo qualcosa da mangiare e indicando una zona precisa per la pesca (Gv 21,5-6a). I pescatori obbediscono, ed ecco il segno a sorpresa: la rete si riempie di pesci al punto che non riuscivano a tirarla su (Gv 21,6b). La memoria si attiva: dove avevamo già assistito a questa scena? Giovanni ci arriva sempre prima: è Lui! (Gv 21,7). E Pietro questa volta è più reattivo alla voce di Giovanni…come è bello Pietro che si butta in mare per raggiungere la riva al solo sentire che c’è il Signore! Gli altri si affrettano a rientrare con la barca ed ecco a riva un altra sorpresa: c’è una grigliata di pesce che già cuoce sul fuoco. Gesù ha domandato da mangiare, ma ha già preparato da mangiare per loro, come una mamma che aspetta i propri figli di rientro da una attività per poi chiamarli a tavola: venite a mangiare (Gv 21,12). Successo nella pesca, cibo già pronto e in abbondanza, gioia nel ritrovarsi con il Signore…Gesù, quando ci sei tu, c’è tutto!!!

Venite a mangiare, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2016

Venite a mangiare, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2016

In questa scena molto semplice, dove ci si appresta a mangiare insieme con del pesce preparato dal Signore e del pesce appena pescato dai discepoli, c’è da fare un fermo-immagine eucaristico molto importante: allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce (Gv 21,13). Gesù rilancia nuovamente la sua chiamata a Pietro e compagni nel luogo del loro lavoro quotidiano. Essi dovranno diventare, come promesso, dei pescatori di uomini. Ma dovranno ricordare che senza di Lui non si pesca nulla, dovranno ricordare in che modo essi stessi sono stati pescati e ripescati, cioè invitati al banchetto di un amore premuroso e discreto che dona gratuitamente. Dovranno ricordare che i pesci trovati nella rete sono 153, il totale del numero delle specie di pesci esistenti al tempo di Gesù: simbolo della moltitudine umana di ogni popolo della terra che l’amore di Dio vuole raggiungere attraverso di loro, poveri discepoli di ogni tempo della Chiesa, nelle cui mani il Signore mette tutto!

BUONA DOMENICA A TUTTI!

 

IL SUO AMORE E’ PER SEMPRE

II DOMENICA DI PASQUA

“DELLA DIVINA MISERICORDIA”

At 5,12-16; Ap 19-11a.12-13.17-19; Gv 20,19-31

Pietro e Giovanni al sepolcro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

Pietro e Giovanni al sepolcro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

La parte del salmo 117 che la Chiesa prega nella 2a domenica di Pasqua esprime tutto lo stupore credente per le meraviglie che Dio opera. Giustamente lo si applica per l’opera di tutte le opere di Dio, la Resurrezione di Cristo che celebriamo in questo tempo pasquale. Vorrei evidenziare quel versetto che recita: dicano quelli che temono il Signore “il suo amore è per sempre”. E’ interessante notare come il salmista ritenga timorato di Dio l’uomo convinto del suo amore fedele e incondizionato, nonché della eternità e irremovibilità dello stesso. Temere Dio allora non vuol dire che si deve avere paura di Dio: al contrario, questo sarebbe piuttosto come darla vinta a satana che generò questa paura nel peccato di Adamo. Un altro salmo, il 129, gli fa eco dicendo: se consideri le colpe Signore, chi potrà sussistere davanti a te? Ma presso di te è il perdono, perciò avremo il tuo timore (Sal 129,3-4). La misericordia divina è il fondamento del timore che Gli si deve. Il timore di Dio è dunque quel dono dello Spirito che, ricordandoci cosa e quanto siamo costati a Lui, ci aiuta a riconoscere, rispettare e rispondere all’amore che Egli ha dichiarato per sempre a ogni uomo in Cristo: non ti ho amato per scherzo disse il Signore in locuzione interiore a S.Angela da Foligno (Angela da Foligno, Istruzioni, 22,1-11).

Stette in mezzo a loro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Stette in mezzo a loro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

Deve essere successo qualcosa del genere a S.Tommaso otto giorni dopo (Gv 20,26) che il Signore era apparso risorto ai suoi amici. Aveva vissuto dolorosamente come gli altri lo scandalo della Croce e l’incomprensione della vicenda del suo Maestro: perché era apparso agli altri e a lui no? Oppure, perché in quella prima apparizione Tommaso non era con gli altri nel Cenacolo? L’incredulo Tommaso formula senza troppi preamboli agli altri le sue richieste (Gv 20,25) per poter credere a quanto accaduto loro. In fondo, che cosa sto chiedendo? A voi ha mostrato mani e costato, o no? Beh, lo voglio vedere anch’io in carne e ossa, voglio vedere se costui è lo stesso che era appeso sulla croce, anzi, ci voglio pure mettere le mani! Gesù viene incontro alla sua debolezza e Tommaso finalmente si convince non solo che Egli è risorto, ma anche dell’amore misericordioso del Signore per lui (Gv 20,28): ha visto e toccato le sue piaghe su esplicito invito di Gesù. Le brevi parole esprimono la nuova fede, l’adorazione del mistero, il santo timore davanti alla Misericordia di Dio fattasi visibile e tangibile in Gesù. In questo modo Dio ha vinto il nostro male antico: l’aver creduto che Egli fosse il falso personaggio presentato dal serpente maledetto (cfr. Gn 3).

Metti qui il tuo dito, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

Metti qui il tuo dito, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

Questa 2a domenica di Pasqua è anche detta della “Divina Misericordia” da quando S.Giovanni Paolo II ha decretato di intitolarla così per rispondere al desiderio che il Signore in persona espresse a S. Faustina Kowalska. Come Tommaso, anche noi siamo chiamati ad adorare il Signore Gesù perché il suo amore è per sempre. Non c’è un altro modo per onorarLo e ringraziarLo. Alla santa mistica polacca il Signore rivela che alla sua misericordia non si possono mettere limiti e che l’unico modo per onorarLo e ringraziarLo è appunto riconoscerlo e adorarlo nel suo amore misericordioso e incondizionato verso l’uomo. Nei giorni scorsi, molto impegnato ad ascoltare le confessioni nel sacramento della riconciliazione, ho riflettuto a lungo su alcune espressioni dei fedeli. Uno di loro ha espresso il suo disagio perché “recidivo” nel peccato. Ho pensato in quel momento che in realtà tutti lo siamo. Ho detto a quell’uomo che fortunatamente per noi anche Dio è “recidivo”, ma nell’amore ostinato verso gli uomini. Quell’uomo è tornato sorridente e visibilmente sollevato dal confessionale ma, quando qualche giorno dopo, durante un incontro, ho raccontato di questo scambio di parole tra confessore e penitente, sono rimasto colpito dalla incredulità espressiva di tanti fratelli: davvero il Signore è così con noi? Davvero mi perdona anche se sono recidivo nel peccato? Possibile che a un certo punto non ne possa più di me? Mi sembra impossibile che non si stanchi di perdonarmi!… A costoro e a tutti quei fratelli che leggendo questo commento si riconoscono in questi ricorrenti dubbiosi pensieri, invito a recarsi nel luogo che più gli aggrada dove c’è un crocifisso. Anche se non apparisse risorto come quel giorno a Tommaso, consideriamo la beatitudine di cui il Signore ci parla (Gv 20,29) e guardiamo lo stesso alle sue piaghe in Lui ancora crocifisso: da lì Gesù non si muove per rassicurarci che il suo amore è per sempre, anche se noi ricadiamo nel peccato. Tocca a noi credergli oppure chiamarlo, come Tommaso, ad aiutarci nella nostra fragile fede affinché crediamo che il suo amore è più grande del nostro peccato.

BUONA DOMENICA A TUTTI!

L’ADULTERIO NASCOSTO

5a DOMENICA DI QUARESIMA

Is 43,16-21; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

 

A scanso di equivoci, bisogna dire che le parabole di Gesù non sono raccontini offerti per addolcire la vita di chi sbaglia. Nella scena del vangelo di oggi la donna in questione l’ha combinata grossa, non ci sono dubbi. E grossa gliela aveva combinata a suo papà anche il figlio minore della parabola di domenica scorsa. Ma una prova esistenziale del Dio padre misericordioso di Lc 15 si trova qui, nella umanità con cui il Signore Gesù guarda e parla con la donna scoperta in flagrante adulterio e buttata in mezzo al pubblico ludibrio (Gv 8,3). Il peccato va sempre chiamato con il suo nome, certamente, ma è proprio lì che Dio ci raggiunge. Le autorità religiose che controllano Gesù dovunque vada, lo sappiamo, hanno un solo scopo: distruggere la sua figura come maestro. La donna serve solamente al loro malizioso progetto, è oggetto di una manipolazione e basta. Il trabocchetto è ben architettato (Gv 8,4-6). Caro Gesù, se ti schieri con la donna adultera ti metti contro la Legge di Mosè, pensaci bene. Se invece dai il via libera alla lapidazione, smentisci clamorosamente quanto hai raccontato a tutti sulla misericordia di Dio attraverso le parabole e tutti gli altri tuoi insegnamenti e gesti: questa volta sei in trappola!

La posero in mezzo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2015

La posero in mezzo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2016

Ogni volta che leggo e medito questa pagina del vangelo rimango sempre ammirato dall’iniziale, maestoso silenzio del Signore. Si può immaginare facilmente la scena. Arrivano tutti eccitati trascinando quella donna, già pronti a scaricare su di lei la propria voglia di giustizia sommaria. C’è gran confusione di parole e di movimento di gente che si accalca incuriosita. Un po come accade oggi in nuova edizione, quando dall’anonimato qualcuno esce improvvisamente alla ribalta delle cronache mediatiche per aver compiuto qualcosa di grave. Ci accalchiamo tutti all’osservatorio della televisione o dei social-network e chissà perché subito si ha da dire qualcosa, con i media che te ne danno la immediata possibilità! Viviamo davvero in una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e al tempo stesso ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente ammalata di curiosità morbosa (Papa Francesco, Evangelii Gaudium n. 169). Gesù, sempre silenzioso, scrive per terra. Si sono scritti fiumi di inchiostro su questo gesto di Gesù cercando di interpretarne il senso. Non so se sia così, ma a me piace pensare che stesse solo scarabocchiando per terra per lasciare libero corso alla foga giustizialista che circondava la donna, ma nello stesso tempo manifestando tutt’altro atteggiamento difronte ad essa. Gesù viene sollecitato ancora a rispondere (Gv 8,7a). Allora il Signore si alza da terra, ma solo perché insistono: chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei (Gv 8,7b). Ora, piano piano, tutti fanno silenzio. E’ importante far silenzio, altrimenti non si riflette, altrimenti si è solo preda degli istinti che si agitano dentro di noi. Tutti, piano piano, mollano le pietre, se ne vanno uno dietro l’altro, dal più vecchio al più giovane.

Se ne andarono uno per uno, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2015

Se ne andarono uno per uno, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2016

L’ultima scena del vangelo è un capolavoro. Lasciano da solo Gesù, lasciano da sola la donna ancora là in mezzo (Gv 8,9). Generalmente gli uomini, quando commetti qualche grosso sbaglio, spariscono presto (ma se per caso ti capitasse di incontrare un uomo che rimane con te, non fartelo scappare, quello è “tanta roba”, come si dice oggi tra i giovani…). Gesù invece condivide subito la solitudine del peccatore lasciato a sé stesso con il proprio peccato. Egli è il Dio che non se ne scappa da te perché hai peccato gravemente. Gli scribi e i farisei, abbandonando il peccatore, rappresentano solo una caricatura deformata del Dio che proclamano di credere. Pensano di non avere niente a che fare con l’adulterio della donna perché pensano che Dio giudichi come loro. Ma Gesù con la sua parola ha scoperto l’adulterio nascosto nel loro cuore. L’adulterio della legge di Dio, Misericordia io voglio non sacrificio (Os 6,6 e Mt 12,7), quella legge che dichiaravano di conoscere bene e che invece manipolavano ad arte per i loro vantaggi.

Nemmeno io ti condanno, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2016

Nemmeno io ti condanno, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2016

Gesù, il volto e il cuore dell’amore misericordioso di Dio, adesso può parlare alla donna faccia a faccia. La donna non ha più addosso gli occhi morbosi e pieni di giudizio di tanti, ora può ascoltare bene quello che il Maestro ha da dirle: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? – Ed ella rispose – Nessuno Signore. – E Gesù le disse: Nemmeno io ti condanno; va e d’ora in poi non peccare più. Ecco il centro di gravità della legge di Dio, ecco la verità dell’uomo e la verità di Dio: rimasero da soli lì, la miseria e la Misericordia (S.Agostino, Discorso 16/A). Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono. La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona (Papa Francesco, Misericordiae Vultus n.3). Hai ragione Francesco, Dio ama troppo la sua creatura: il suo Amore è più grave di ogni peccato!

 

 

GESU’, L’AMORE CHE CERCA E SUPPLICA L’UOMO

4a DOMENICA DI QUARESIMA “LAETARE”

Gs 5,9-12; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

 

Ci sono almeno 3 motivi per cui chiedo subito di armarvi di pazienza e comprensione. Eccoli:

1. I capitoli 14 e 15 del vangelo di Luca sono la parola della mia vita. Abito lì da circa 28 anni, ogni volta che sono chiamato a commentarli mi nasce sempre una gioia molto particolare, come fosse la prima volta che ascolto quelle parole: difficilmente riesco ad essere breve…

2. Nella 4a Domenica di Quaresima siamo chiamati a rallegrarci per la Pasqua vicina cercando di entrare un po di più nel mistero della gioia divina. Ma cos’è la gioia di Dio? La sua gioia e la nostra gioia sono la stessa cosa?

3. Al termine del maldestro tentativo di una sintetica riflessione sul vangelo, vi lascio il racconto di un miracolo che l’amore misericordioso di Dio ha compiuto nell’anno 2007 con il povero asinello che vi parla: il Signore non smette mai di fare il suo lavoro, mai!

Quindi, come avrete capito, sarò più lungo del solito, così potete subito esercitarvi nel perdono… In sintonia con l’ispirazione che ha mosso papa Francesco a indire un Giubileo della misericordia, ho riletto prima di tutto questo vangelo per ascoltare Gesù, ancora una volta, come quei pubblicani e peccatori (v.1) che si avvicinavano a Lui, attratti dalla sua umanità o forse desiderosi di ricevere da Lui una speranza che per le loro vite non c’era, data l’esclusione e la distanza che in quel tempo religiosi autorevoli generavano nei loro confronti con le parole e il comportamento. Lo scandalo di Gesù Cristo è già tutto qui, nell’accoglienza incondizionata offerta a tutti: costui accoglie i peccatori e mangia con loro (v.3).

Partì per un paese lontano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

     Partì per un paese lontano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Rientrò in sé stesso, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Rientrò in sé stesso, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Nella parabola Gesù ci racconta di un papà la cui condotta riflette questo scandalo. Il profondo rispetto della libertà di un figlio che capricciosamente pretende, ancor prima della morte del padre, l’eredità che gli spetta, sembra essere più importante del far rispettare tempi e leggi che non lo consentirebbero. Il racconto si sofferma sulla progressiva scoperta che il ragazzo fa dell’inganno nascosto in una vita dissoluta, spesa per consumare egoisticamente qualcosa che si pensava di poter “possedere”. Ma la vera, sorprendente scoperta che egli fa, dopo essere “rientrato in sé stesso“(v.17) ed aver preparato da sé un downgrade del suo status filiale per essere riaccolto a casa, è che quel papà, appena lo vede tornare all’orizzonte, gli si lancia addosso, non gli rinfaccia alcuna colpa, e invece di procedere alla retrocessione del ragazzo nello status di dipendente in servizio, lo riempie di baci, lo riveste con i segni della sua figliolanza, e indice persino ansiosamente una festa in suo onore! (vv.20-24). A questo punto bisogna dirselo: questo padre non è solo uno scandalo, questo è matto!… O no?… Che ne dici tu che stai leggendo? Ti sembra un modo corretto di affrontare quel che è realmente accaduto in quella casa? Ti sembra educativo per quel ragazzo sommergerlo di amore senza nemmeno mettere alla prova il suo pentimento? Ti sembra “giusto”, “equilibrato”, questo papà nella relazione con suo figlio? Non doveva forse quel figlio capire prima quanto aveva fatto soffrire suo padre?

Commosso gli corse incontro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Commosso gli corse incontro, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Gli si gettò al collo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Adesso andiamo a vedere il resto. Vediamo se lo scandalo si prolunga, se questo padre continua su questa linea, o se offre qualche segno di ravvedimento anche lui, rientrando di più in se stesso. C’è infatti un altro figlio che rientra dal lavoro dei campi; egli nota che qualcosa di strano sta avvenendo a casa sua. Si informa, riceve le notizie del caso e scopre pure che si mangia alla grande per il ritorno del fratello! (v.27). Questo è troppo. Si arrabbia. Proprio non se l’aspettava. Questo papà non è uno scandalo, è più di uno scandalo, è una autentica delusione come padre, non sa fare il suo mestiere, non è giusto! Non s’accorge di lui, non si accorge di tutti gli anni e delle forze date per la sua casa, della sua obbedienza pressoché perfetta, del suo non aver mai preteso niente dal padre…No, in casa non ci torna. In realtà, quel papà si era accorto di lui: si era accorto che non c’era a far festa con lui per il ritorno del fratello. Gli era uscito incontro a supplicarlo (v.28). E alle argomentazioni piuttosto fiscali del figlio risponde con una tenerezza sconvolgente: figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo (v.31). In verità il padre non risponde alle sue proteste. O meglio, quel che dice al v.32 non è motivazione ragionevole per spiegare al figlio maggiore la sua condotta: ma bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato alla vita, era perduto ed è stato ritrovato. Ragionevole può essere solo per chi, leggendo questo vangelo in ogni tempo e memore solo del suo peccato, si apre alla novità assoluta che questo padre rappresenta. Perché ci sono delle ragioni del cuore che la ragione non conosce (B.Pascal), e perché l’unico modo per incontrare il Dio vivo e vero con i tratti materni di questo padre, è aprirgli il proprio cuore: il che implica riconoscersi peccatori e infedeli al suo Amore (Papa Francesco, omelia a S.Marta del 3.03.2016). La gioia di Dio è perdonare l’uomo, la sua sofferenza è vedersi impedito nel condividere la propria gioia dall’uomo stesso. Sin da piccolo sono rimasto sempre molto colpito dalla gioia delle mamme che si chinano sul proprio bimbo perché si è sporcato con i suoi bisogni naturali mentre lo lavano, gli cambiano pannolino, vestiti e gli balbettano qualcosa nella sua lingua. Non ho mai visto una mamma fare questa azione tristemente o di malavoglia: come mai se a me faceva schifo il solo vedere la cacca dei bimbi, a loro invece sembrava niente toccarla, anzi, l’azione del pulire la propria creatura era fonte di tanta gioia? E’ solo una immagine, lo so. Ma è quella più fedele al testo biblico che abbiamo davanti. Dio gioisce nel perdonarci, perché gli stiamo tanto a cuore, perché ama teneramente ognuno come una madre il proprio piccolo! (cfr. Is 49,15)

Il fratello maggiore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Il fratello maggiore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Uscì a supplicarlo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Uscì a supplicarlo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo 2014

Questa volta, devo dire che quel che più mi ha colpito del vangelo, è che questo padre, dietro cui si nasconde così poco il nostro Dio, giunge a supplicare l’uomo che lo rifiuta, anche quello religioso che non lo accetta così come è. Lo supplica con la stessa dolcezza misericordiosa con cui accoglie l’uomo che si perde nei grovigli del peccato. Come non vedere questa azione divina negli instancabili appelli di papa Francesco verso i membri (laici e clericali) della chiesa di oggi? Cosa non fa il Signore pur di raggiungere il cuore della sua creatura! Perché ricordiamolo, c’è un peccato più insidioso, più difficile da togliere dal cuore umano: il peccato di chi si ritiene giusto davanti a Lui. Nel cuore del cristianesimo c’è l’annuncio inaudito e perennemente scandaloso (cfr. anche 1Cor 1,17-31) di un Dio che non ci condanna e finisce come un malfattore pur di raggiungere il cuore dell’uomo imprigionato nel suo male e rassicurarci sul suo Amore: Dio ha riconciliato a sé il mondo in Gesù Cristo non imputando agli uomini le loro colpe…Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio! Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore (2Cor 5,19.21). Anche oggi, come Paolo, ambasciatore di Gesù Cristo insieme a tanti fratelli nel sacerdozio, supplico chi sta leggendo di lasciarsi raggiungere da queste parole, dalla sua Misericordia: credere all’Amore di Dio e convertirsi, è una stessa unica azione, non c’è prima una e poi l’altra. Preghiamo insieme per avvicinarci ai giorni della Settimana Santa con il cuore aperto e pronto per accogliere l’Amore che ci viene incontro.

“Nell’anno 2007 mi trovavo nella periferia di Lima, capitale del Perù, dove ho vissuto per cinque indimenticabili anni. Una domenica mi recai come sempre nella cappella affidata alla mia cura pastorale denominata “Sacra Famiglia” della parrocchia “SS.ma Trinità”. Quel giorno il Vangelo raccontava che Dio è un Padre pieno di misericordia che attende ansioso il ritorno del figlio più giovane e che “spinge” in casa il figlio maggiore perché condivida la gioia del suo ritrovamento. Entrai nel piccolo cortile della povera cappella e, da lontano, subito notai un uomo seduto in modo po’ insolito, ricurvo, su una pietra collocata in una aiuola. Seduto così, in mezzo ad altre piante, mi sembrava una piantina ormai giunta alla fine del suo tempo. “Padre Giacomo, c’è un amico di famiglia che avrebbe bisogno di parlarle”, mi disse una collaboratrice della parrocchia. Lo ricevetti e mi accorsi che era proprio quell’uomo visto poco prima all’ingresso. Capii subito che si trattava di una confessione, anche se non ci fu diretta richiesta dall’interessato. “Sa Padre, poche settimane fa ho perso l’amicizia e la fiducia di mia moglie e delle mie figlie: stanche della mia dipendenza dall’alcool e delle violenze psicologiche a cui le sottoponevo, mi hanno cacciato fuori di casa. Avevo già perso gli amici, il lavoro e i pochi risparmi rimasti, ora ho perso anche loro. Poi, tre giorni fa due uomini hanno atteso il momento propizio e mi hanno derubato delle ultime cose che possedevo. Sono rimasto senza niente, senza casa, senza famiglia, senza amici, senza soldi, senza lavoro… Allora mi sono chiesto se poteva davvero finire tutto qui o se ci fosse ancora qualcuno cui potevo ancora stare a cuore… Ho deciso di venire qua, sentivo il bisogno di parlarne…”. Il volto di Gonzalo, una cinquantina di anni e un peso troppo grande nel cuore, non lasciava trasparire la minima emozione, ma la pacata serietà con cui parlava mi fece immaginare che quella desolazione era figlia di qualche dolore più antico. “Nella vita ho commesso dei grande sbagli, di quelli che non si possono più correggere, e allora vorrei capire perché mai sono venuto al mondo, se tutto ciò che faccio è sbagliato. Mio padre, saputo del mio concepimento, abbandonò mia madre. Lei morì quando avevo tre anni, e da allora sono passato di casa in casa, da una zia all’altra… sembrava che per tutti fossi solo un problema da risolvere piuttosto che un figlio da amare. Non penso di aver conosciuto che cos’è l’amore, che cos’è una famiglia, che cosa significhi sapere di essere nel cuore di qualcuno… Così mi ritrovai presto per la strada, tra le gang giovanili della città, a sfogare la mia rabbia in tutti quei modi che può immaginare. Ma un giorno arrivò una colpa irreparabile: uccisi un rivale durante uno scontro tra bande. Quel giorno non lo potrò mai più dimenticare. Decisi di rompere con le gang giovanili e imparai a lavorare il legno. Conobbi Juana e, vivendo con lei,  pensai che tutto sarebbe passato, invece cominciai a bere e a non riuscire ad essere quell’onesto lavoratore che volevo essere. Nemmeno la presenza delle mie bimbe riusciva più a frenarmi. Dopo le mie ubriacature mi sentivo sempre più in colpa, cercavo di uscirne con i miei sforzi, ma più mi sforzavo più ricadevo rovinosamente. Non so dirle quanto la mia famiglia ha sofferto per causa mia, quante volte mi hanno riaccolto ubriaco. Ora però sono definitivamente fuori di casa da più di due mesi”. “Dove stai dormendo ora ?” – gli chiesi. Vidi sul volto di Gonzalo un leggero sussulto, un’emozione che cercava di farsi spazio. “In un’auto abbandonata fuori la falegnameria dove stavo lavorando… ma non mi riesci di dormire bene… in quell’auto vengono inattesi ospiti… ci vengono a dormire anche i topi…”. Ad entrambi cominciarono ad uscire, timide, le lacrime, anche se evitavamo di guardarci nel volto. Allora annunciai con semplicità il Vangelo che di lì a poco avremmo ascoltato nella s.Messa. Mentre gli parlavo dell’Amore di Dio, Gonzalo mi guardava come se vedesse per la prima volta il mondo che lo circonda. Assistevo ancora una volta all’incomparabile spettacolo della Misericordia Divina nel cuore dell’uomo. “Dio ti stava aspettando per dirti questo: tu sei e per sempre sarai suo figlio. Oggi tutto il Cielo con Dio è in festa per te, Gonzalo!Non lo dico io, lo dice la parola di Dio!”. Il suo stupore divenne presto commozione, la commozione un atto di fede. Finalmente Gonzalo sapeva che poteva vivere nel Cuore di Qualcuno che non l’aveva mai abbandonato. “Ti piacerebbe fare qualcosa perché anche tua moglie e le tue figlie possano giungere a perdonarti come oggi ha fatto Dio?”. “Certamente”,-  mi disse ancora stupefatto. “Allora aspettami dopo la Messa perché andremo subito a casa tua: diremo quello che è successo oggi, poi chiederemo loro perdono insieme e ce ne andremo”. Gonzalo accettò e così, dopo l’Eucaristia, ci incamminammo verso casa sua. Venne ad aprirci la figlia maggiore che al solo vedere il papà ebbe una brusca ritrazione. “Sono padre Giacomo, vorrei parlare con la mamma e chiedo il permesso di venire in casa con il tuo papà”. Acconsentì solo per la mia presenza. La moglie era a letto, influenzata e con un braccio fratturato. Il suo volto esprimeva tutta la storia di dolore di quella povera famiglia. Chiesi di chiamare le figlie al suo capezzale, poi raccontai loro quel che era accaduto in chiesa mentre Gonzalo ascoltava in silenzio a capo chino. Poi entrambi ci inginocchiammo davanti a loro. “Perdonatemi”, disse quell’uomo con voce roca e strozzata dall’emozione. Aggiunsi: “Vi invito insieme con me a chiedere a Dio di farci conoscere quell’amore che oggi ha manifestato a Gonzalo e, nel tempo, a imparare a darglielo come ha fatto Lui”. Ci alzammo e, mentre eravamo sul punto di uscire dalla stanza senza altre richieste, Juana prese la parola e disse: “Grazie Padre”. Mi girai verso di lei e in un solo colpo d’occhio mi parve che il Crocifisso sopra il suo letto fosse una sola cosa con la sua persona. Gli occhi di Juana avevano ripreso speranza, quasi mi sorridevano. Quello sguardo e la sua accoglienza furono la prova tangibile del miracolo della Misericordia Divina. Uscimmo da lì e per un po’ di tempo andai a visitare Gonzalo nella sua nuova “casa”, l’auto abbandonata. Il datore di lavoro lo aveva ripreso in falegnameria per affidargli qualche piccolo lavoretto. Andavo a dargli la buonanotte nella sua insolita abitazione ed egli si mostrava sempre contento di vedermi. Dopo qualche settimana la notizia: “P.Giacomo, mi hanno permesso di tornare a casa! Due delle mie tre figlie ancora non mi rivolgono neppure la parola, ma non importa, non posso chiedere alla vita tutto e subito…”. Una sera mi recai a casa loro con l’intento di fare una sorpresa. Si avvicinava Natale e volli fermarmi a conversare e mangiare qualcosa in loro compagnia. Non tutto era risolto tra moglie e marito, ma sicuramente era tornata nei cuori la speranza. Partii per tornare in Italia. Dopo alcuni mesi, ricevetti una commovente lettera di Juana. “Carissimo padre Giacomo… a volte affiora in me ancora la paura che Gonzalo possa ritornare ad essere violento e schiavo dell’alcool, ma ormai c’è qualcosa di nuovo in casa che non so neppure spiegare… Una presenza di pace… Gonzalo non è più quello di prima, anche se a volte si concede qualche pausa… Ho ritrovato la speranza, anzi, credo che Gonzalo, dopo di me, riuscirà a riconciliarsi anche con le nostre figlie. Prego per questo e ti chiedo di pregare con me. Grazie!”

PER LA GLORIA DI DIO CHE E’ LA SUA MISERICORDIA!


 

 

Hay almenos 3 motivos por la cual pido inmediatamente que se armen de paciencia y comprensión. He aqui:

  1. Los capítulos 14 y 15 del evangelio de Lucas son la palabra de mi vida. Vivo allí desde casi 28 años, cada vez que estoy llamado a comentarlas me nace siempre un gozo muy particular, como si esas palabras fueran la primera vez que las escucho: dificilmente logro a ser breve…
  2. En el 4° Domingo de Cuaresma estamos llamados a alegrarnos por la Pascua ya cercana intentando entrar un poco más en el misterio del gozo divino. Pero ¿qué cosa es el gozo de Dios? ¿Su gozo y nuestro gozo son la misma cosa?
  3. Al final del torpe tentativo de una reflexión sintética sobre el evangelio, les dejo la narración de un milagro que el amor misericordioso de Dios ha cumplido en el año 2007 con el pobre burro que les habla: el Señor no termina nunca de hacer su trabajo, nunca!

Entonces, como han entendido, seré más largo de lo normal, así podrán inmediatamente ejercitarse en el perdón… En sintonía con la inspiración que ha movido a papa Francisco a convocar un Jubileo de la Misericordia, he releido antes de todo este evangelio para escuchar a Jesús, una vez más, como aquellos publicanos y pecadores (v.1) que se acercaban a Él, atraidos por su humanidad o quizás deseosos de recibir de Él una esperanza que para sus vidas no había, dada la exclusión y la distancia que en aquel tiempo los religiosos con autoridad generaban en su contra con las palabras y el comportamiento. El escandalo de Jesucristo está todo ya aquí, en la acogida incondicional ofrecida a todos: este hombre recibe a los pecadores y come con ellos (v.3). En la parabola Jesus nos cuenta de un papá que con su conducta refleja este escandalo. El profundo respeto de la libertad de un hijo que caprichosamente pretende, todavía antes de la muerte del padre, la herencia que le corresponde, parece ser más importante que hacer respetar tiempos y leyes que no lo consentirián. La narración se detiene en el progresivo descubrimiento que el joven hace del engaño escondido en una vida disoluta, gastada por consumir egoístamente algo que se pensaba poder “poseer”. Pero el verdadero, sorprendente descubrimiento que él hace, después de “entrar en sí mismo” (v.17) y haberse preparado un downgrade de su estado filial para ser nuevamente acogido en la casa, es que ese papá, apenas lo ve regresar por el horizonte, se le lanza encima, no le saca en cara ninguna culpa, y en cambio de proceder al retroceso del joven en el estado de dependiente en servicio, lo llena de besos, lo reviste con los signos de su filiación, y hasta convoca ansiosamente una fiesta en su honor! (vv.20-24). A este punto es necesario decirlo: este padre no solamente es un escándalo, este está loco!… O no?… ¿Qué dices tú que estás leyendo? ¿Te parece un modo correcto de afrontar lo que realmente ha sucedido en esa casa? ¿Te parece educativo para ese joven sumergirlo de amor sin nisiquiera poner a la prueba su arrepentimiento? ¿Te parece “justo”, “equilibrado”, este papá en la relación con su hijo? ¿No debería quizás ese hijo entender antes de todo lo que había hecho sufrir a su padre?.

Ahora vamos a ver el resto. Veámos si el escándalo se prolonga, si este padre continúa en esta línea, o si ofrece alguna señal de arrepentimiento también él, entrando aún más en sí mismo. Hay de hecho otro hijo que regresa del trabajo en el campo; él nota que algo extraño está sucediendo en su casa. Se informa, recibe las noticias del caso y descubre además que se come a la grande por el regreso del hermano! (v.27). Esto es demasiado. Se enfada. Esto no se lo esperaba. Este papá no es un escandalo, es más que un escándalo, es una autentica desilusión como padre, no sabe hacer su trabajo, ¡no es justo! No se da cuenta de él, no se da cuenta de todos los años y de las fuerzas dadas por su casa, de su obediencia casi perfecta, de su no haber nunca pretendido nada del padre… No, a la casa no regresa. En realidad, ese papá se había dado cuenta de él: se habia dado cuenta que no estaba haciendo fiesta con él por el regreso de su hermano. Le salió al encuentro para suplicarlo (v.28). Y a las argumentaciones bastante fiscales del hijo responde con una ternura sobrecogedora: hijo, tú  estas siempre conmigo y todo lo que es mío es tuyo (v.31). En verdad el padre no responde a sus protestas. O mejor dicho, lo que dice en el v.32 no es una motivación razonable para explicar al hijo mayor su conducta: pero era necesario hacer fiesta y alegrarse porque este hermano tuyo estaba muerto y ahora vive, estaba perdido y ha sido encontrado. Razonable puede ser solo para quien, leyendo este evangelio en cada tiempo y en memoria solo de su pecado, se abre a la novedad absoluta que este padre representa. Porque hay razones del corazon que la razón no conoce (B. Pascal), y porque el único modo para encontrar al Dios vivo y verdadero con los razgos maternos de este padre, es abrirle el proprio corazón: lo que implica reconocerse pecadores e infieles a su Amor (Papa Francisco, homilía en S. Marta del 3.03.2016). El gozo de Dios es perdonar al hombre, su sufrimiento es verse impedido en compartir el proprio gozo del mismo hombre. Desde pequeño siempre me he quedado impactado del gozo de las mamás que se agachan sobre su propio bebé porque se ha ensuciado con sus necesidades naturales mientras lo lavan, le cambian el pañal, la ropa y le balbucean algo en su idioma. Nunca he visto a una mamá hacer esta acción tristemente o de malagana: ¿cómo así si a mi me daba asco solo ver la caca de los niños , a ellas en cambio no les hacía nada tocarlo, además, la acción de limpiar a la propia criatura era fuente de tanto gozo? Es solo una imagen, lo sé. Pero es la más fiel al texto bíblico que tenemos delante. Dios actua en el perdonarnos, porque le estamos tanto a pecho, porque ama tiernamente a cada uno como una madre al proprio hijo! (cfr. Is 49,15)

Esta vez, debo decir que lo que me ha impactado mas del evangelio, es que este padre, detras del cual se esconde asi poco nuestro Dios, alcanza a suplicar al hombre que lo rechaza, también el religioso que no lo acepta así como es. Lo suplica con la misma dulzura misericordiosa con la cual acoge al hombre que se pierde en los enredos del pecado. ¿Cómo no ver esta accion divina en los incansables llamados de Papa Francisco hacia los miembros (laicos y clérigos) de la iglesia de hoy? ¡Qué cosa no hace el Señor contal de alcanzar el corazón de la criatura! Porque recordemoslo, hay un pecado más insidioso, más dificil de quitar del corazón humano: el pecado de quien se retiene justo delante de Él. En el corazón del cristianismo está el anuncio inaudito y perennemente escandaloso (cfr. también 1Cor 1,17-31) de un Dios que non se condena y termina como un malhechor contal de alcanzar el corazón del hombre prisionera en su mal y asegurarse de su Amor: Dios ha riconciliado con él al mundo en  Jesucristo no imponiendo a los hombres su culpa…Lessuplicamos en nombre de Cristo: déjense reconciliar con Dios! Aquel quee no había conocido pecado, Dios lo hizo pecado a nuestro favor (2Cor 5,19.21) También hoy, como Pablo, embajador de Jesucristo junto a tantos hermanos en el sacerdocio, suplico a quien está leyendo de dejarse alcanzar de estas palabras, de su Misericordia: creer al Amor de Dios y convertirse, es una misma única acción, no hay antes una y luego la otra. Recemos juntos para acercarnos a los dias de la Semana Santa con el corazón abierto y listo para acoger al Amor que viene en nuestro encuentro.

En el año del Señor 2007 me encontraba en la perifería de Lima, en Perú, donde he vivido por cinco años inolvidables. Un día fui a la capilla de la “Sagrada Familia” de la parroquia La Trinidad, siendo encargado de la pastoral. Ese domingo el Evangelio nos decía que Dios es un Padre Misericordioso que espera ansioso el regreso del hijo más joven y que “empuja” hacia la casa al hijo mayor para gozar junto a Él por su regreso. Entre en el pequeño patio de la pobre capilla y desde lejos noté a un hombre sentado de manera un poco insólita, encurvado, apoyado sobre una piedra  colocada en un pequeño jardín. Sentado así, en medio a las otras plantas, me parecía una plantita que ya había llegado al final de su vida.

“Padre Giacomo, tengo un amigo de familia que necesita hablarle”, me dijo una participante de la parroquia. Lo recibí y me dí cuenta que era justamente aquél hombre que poco antes había visto a la entrada. Entendí inmediatamente que se trataba de una confesión, aunque si no me lo pidió directamente el interesado. “Sabe Padre, hace pocas semanas he perdido la amistad y la confianza de mi esposa y de mis hijas: cansadas de mi alcoholismo y de la violencia psicológica a la cual las sometía, me han botado de la casa. Ya había perdido a mis amigos, el trabajo y los pocos ahorros que me quedaban, ahora he perdido también a ellas. Además, hace tres dias dos hombres han esperado el momento oportuno y me han robado las ultimas cosas que poseia. Me he quedado sin nada, sin casa, sin familia, sin amigos, sin dinero, sin trabajo… Entonces me he preguntado si todo podia terminar aquí o si todavia habia alguien a quien yo le podría importar. He decidido venir aquí, porque sentía la necesidad de hablar de esto…”

El rostro de Gonzalo, de cuarenta y ocho años y un peso demasiado grande en el corazón, no dejaba reflejar la mínima emoción, pero la sosegada seriedad con la cual hablaba me hizo imaginar que aquella desolación era fruto de algún dolor más antiguo.

He cometido grandes errores en la vida, de esos que no se pueden corregir más, y entonces quisiera entender por que entonces he venido al mundo, si en todo lo que hago me equivoco. Mi padre, cuando supo de mi concepción, abandonó a mi madre. Ella murió cuando tenía tres años, y desde entonces he pasado de casa en casa, de una tia a la otra… parecía que para todos era solo un problema que resolver en cambio de ser un hijo al cual amar. No creo haber conocido qué es el amor, qué es una familia, que cosa signifiqui saberse en el corazón de alguien… De esta manera me encontré rapidamente en la calle, entre pandilleros de la ciudad, a desahogar mi rabia en todos esos modos que puede imaginar… Pero un día llego una culpa irreparable: maté a un rival durante una pelea entre bandas. Aquél dia no lo podré olvidar nunca. Decidí terminar con las pandillas y aprendí a trabajar la madera. Conocí a Juana y, viviendo con ella, pense que todo hubiera pasado, en cambio comencé a tomar y a no lograr a ser ese honesto trabajador que tanto deseaba ser. Ni siquiera la presencia de mis niñas lograban a detenerme. Después de mis emborracheras me sentía siempre más en culpa, intentaba salir con mis esfuerzos, pero más me esforzaba más recaía malamente. No sé decirle cuánto ha sufrido mi familia por causa mia, cuántas veces me han recogido borracho. Pero ahora estoy definitivamente fuera de mi casa desde hace mas de dos meses”. “Donde estas durmiendo?” le pregunte. Vi en el rostro de Gonzalo un lijero susulto, una emocion que intentaba darse un espacio. “En un carro abandonado fuera de la carpintería donde estaba trabajando… pero no logro a dormir bien… en ese carro llegan huéspedes… vienen a dormir también las ratas…”

A los dos nos comenzaron a caer, tímidas lágrimas. Entonces anuncié con sencillez el Evangelio que aquél domingo hubieramos escuchado y rezado. Mientras hablaba del Amor de Dios, Gonzalo me miraba como si estuviera viendo por la primera vez el mundo que lo circundaba. Una vez más asistía al incomparable espectáculo de la Misericordia Divina en el corazón del hombre. “Dios te estaba esperando para decirte esto: “tú eres su hijo y por siempre lo serás. Hoy todo el cielo con Dios está de fiesta por ti, Gonzalo!”. La maravilla se volvió rápidamente conmoción, la conmoción un acto de fe. Finalmente Gonzalo sabía que podía vivir en el Corazón de Alguien que no lo había abandonado.

 “¿Te gustaría hacer algo para que también tu esposa y tus hijas puedan llegar a perdonarte como Dios?. “Seguramente”, me dijo todavía estupefacto. “Entonces esperame después de la Misa porque iremos a tu casa: diremos lo que ha sucedido hoy, luego  pediremos perdón juntos y nos iremos”. Gonzalo estuvo de acuerdo, y así, después de la Eucaristía, nos encaminamos hacia la casa. Vino a abrirnos la hija mayor que al solo ver a su papá tuvo una brusca reacción. “Soy padre Giacomo, quisiera hablar con la mamá y pido el permiso de entrar en tu casa con tu papá”.

Consintió. La esposa estaba en la cama, resfriada y con un brazo fracturado. Su rostro expresaba toda la historia de dolor de aquella pobre familia. Pedí que llame a las hijas a su cabecera y conté a ellas lo que había sucedido aquel domingo. Luego Gonzalo y yo nos arrodillamos delante de ellas. “Perdónenme”, dijo aquél hombre con voz ronca y ahogada de la emoción. Agregué: “Les invito a pedir a Dios junto a mi que nos haga conocer ese amor que hoy ha manifestado a Gonzalo y, con el tiempo, a aprender a darlo como ha hecho Él”. Luego nos levantamos, y, mientras estábamos por salir del cuarto, Juana tomó la palabra y dijo: “Gracias, Padre”.

Me di vuelta hacia la cama y con una sola mirada me pareciò que el crucifijo que estaba sobre su cama fuera una sola cosa con su persona. Los ojos de Juana habían recuperado la esperanza, casi me sonreía. Su mirada, su acogida, fueron la prueba tangible del milagro de la Misericordia Divina.

Salimos de la habitación y por un poco de tiempo iba a visitar a Gonzalo a su “casa”. El dueño del trabajo lo había contratado nuevamente en la carpintería para confiarle algunos pequeños trabajitos. Iba a darle las buenas noches en su insólita habitación y él se mostraba siempre contento de verme. Después de algunas semanas la noticia: “Me han permitido regresar a casa! Dos de mis tres hijas todavía no me devuelve ni siquiera la palabra, pero no importa, no puedo pedir todo y de inmediato  a la vida…”

Una noche me acerqu​é​ a casa de ellos con la intensión de dar una sorpresa. Se acercaba la Navidad y quise detenerme a conversar y comer algo en compañía de ellos. No todo estaba resuelto entre estas personas, pero seguramente había regresado la esperanza al corazón. Partí para regresar a Italia. Después de algunos meses, recibí una conmovedora y sincera carta de Juana. “Querido padre Giacomo… a veces aflora en mí todavía el miedo que Gonzalo pueda regresar a ser violento y esclavo del alcohol, pero ya hay algo de nuevo en casa que ni siquiera explicar… Una presencia de paz… Gonzalo no es más el de antes, también si a veces se concede alguna pausa… He vuelto a encontrar la esperanza, es más, creo que Gonzalo, después de mí, logrará a reconciliarse también con nuestras hijas. Rezo por esto y te pido que reces conmigo. Gracias!”.

¡PARA LA GLORIA DE DIOS QUE ES SU MISERICORDIA!

SIAMO CIRCONDATI DA DIO

III DOMENICA DI QUARESIMA

Es 3,1-8a.13-15; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

 

In queste prime due settimane di quaresima la morte ha colto di sorpresa varie persone che conoscevo. Sono stati giorni nei quali i classici interrogativi sulla nostra esistenza riaffioravano nei cuori di tanti, compreso me. Nello stesso tempo, con un gruppo di fratelli ho vissuto il Giubileo in pellegrinaggio verso Roma, sulle tracce del Signore della Misericordia. La vita è questo mistero impastato di gioia e di dolore, di luce e di oscurità. Bisogna imparare a saper vivere tenendo unite entrambe queste polarità. S.Paolo, nella 2a lettura di oggi, guardando alla storia del suo popolo chiamato dall’Egitto alla libertà come una lezione da meditare, ricorda che il nostro cammino è l’esperienza dell’attraversamento di un deserto che, a seconda di come lo affrontiamo, può diventare luogo di pericolo o di fecondità per la nostra vita.

Il Signore Gesù nel vangelo, in linea con le parole di S.Paolo, rivolge a tutti un richiamo all’urgenza della conversione. Ai tempi di Gesù c’era chi interpretava certi tragici avvenimenti di morte come l’indizio di una vita più peccaminosa (vv.1-5). Anche oggi molti pensano che la morte improvvisa o assurda che colpisce alcuni sia segno di uno sfavore divino. Niente di più equivoco per il Signore. Anzi, quelle stesse notizie che circolavano ai suoi tempi (un’uccisione premeditata e un incidente con molte vittime), diventano per Gesù occasione di richiamo ad una verità essenziale. Al credente Egli offre una comune chiave di lettura per gli eventi storici e naturali: il male presente sia nell’uomo che nelle cose create è misteriosamente connesso con il peccato, ma non sfugge di mano a Colui che ha tutto nelle sue mani. Si tratta di interpretare diversamente gli stessi eventi, anche se di segno negativo. Questi fatti evocano il nostro limite e la nostra fragilità originaria che, dopo il peccato dell’uomo, è divenuta tragica. Ogni evento insensato ed assurdo di morte ci richiama pertanto a cercare nella conversione a Dio il senso ultimo della vita (vv.3-5). Il momento presente è il punto preciso in cui ci si può convertire da una vita insensata, ovvero preoccupata solo di salvare se stessa. Insomma, Gesù offre un criterio di corretto discernimento della realtà: bisogna leggere ogni fatto come appello a passare dalla paura alla libertà, dall’egoismo al dono, dalla volontà di dominio (controllare tutti e tutto) al servizio.

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Il proprietario e il vignaiolo, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2016

Dunque, per chi crede in Lui, cos’è in fondo la nostra vita? E’ un tempo sempre propizio per convertirsi, cioè per scoprire, come dice il salmista, quanto misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore (Sal 102). Ed è uno spazio che ci è concesso dentro il quale posso rispondere (o non rispondere) a questo instancabile amore. Dietro la piccola parabola del proprietario e dell’albero di fichi sterile si cela (ma non tanto) questa invisibile realtà. Dio è Colui che si prende da sempre amorosa cura dell’uomo, ma questi non si decide a fare frutti degni di autentica conversione. Il dialogo tra il proprietario della vigna e il vignaiolo circa il fico sterile rivela il misterioso dramma interno a Dio tra giustizia (“taglialo”) e misericordia (“lascialo ancora quest’anno”) sempre in dialogo tra loro. E’ molto bella questa immagine del vignaiolo che invita il suo padrone a indulgere con l’albero, offrendo di lavorarci attorno ancora per un anno. E’ immagine della fatica di Dio a farsi ascoltare dall’uomo, è immagine del suo instancabile lavoro che circonda la nostra vita di mille attenzioni perché essa si realizzi pienamente come il fico che esiste per produrre fichi. Ed è immagine della tenera e misericordiosa pazienza verso l’uomo, sempre disposto ad accordargli una dilazione di tempo (v.9) perché la sua vita fruttifichi e non debba essere tagliata: Dio non gode della rovina del peccatore (Ez 18,23ss.). E’ immagine di quell’anno di Misericordia che, inauguratosi con la venuta di Gesù, continua per tutto il tempo del cammino della umanità, perché Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4)

Per la Scrittura una vita veramente realizzata è quella di chi scopre Dio intorno a sé circondarlo del suo amore misericordioso. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia (Sal 102). E ancora: alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano (Sal 138). Chi vive cercando ogni giorno di convertire la propria vita al Signore lo scoprirà così, ricco di misericordia. Anzi, sarà prima di tutto proprio il peccato e il dolore umano messi nelle sue mani il luogo di questa sua rivelazione. Ma il rischio per l’uomo di vivere una vita non orientata alla conversione incombe sempre. Se no, lo taglierai via (v.9): non è la minaccia di un giudizio, ma l’amara constatazione dell’ostinazione dell’uomo che, non convertitosi e non unito a Lui come il tralcio alla vite (Gv 15,1ss.), rimane sterile e incapace di riconoscere la bontà di Dio.

GESU’, IL DIO VICINO AI LONTANI

V DOMENICA DEL T.O.

Is 6,1-2a.3-8; 1Cor 15,3-8.11; Lc 5,1-11

 

Quando Gesù tirò fuori nella sinagoga di Nazareth i due episodi della storia di Elia ed Eliseo profeti, il cuore dei suoi uditori si sarebbe potuto aprire al messaggio che percorre tutta la Scrittura: Dio è il padre amorevole e misericordioso di ogni essere umano, soprattutto del più lontano geograficamente, sociologicamente, culturalmente, moralmente e spiritualmente. La parola di Gesù ha il potere di far venire a galla quello che c’è dentro il cuore di ognuno. Gesù conosceva tutti, non aveva bisogno che qualcuno gli dicesse qualcosa di un altro, Egli infatti sapeva bene quello che c’è in ogni uomo (Gv 2,24b-25). Nella sinagoga, all’udire quelle parole, tutti lo rifiutarono fino al punto da desiderare la sua morte. Come dire: Gesù, anche se sei dei nostri, tu non assecondi il Dio delle nostre accomodanti interpretazioni, il Dio che vogliamo plasmare a nostra immagine e somiglianza, perciò bisogna che tu sparisca! E’ il suo destino, annunciato da Lui stesso, e di tutti i profeti che seguono il suo tracciato.

Gesù predicava nelle sinagoghe e nelle case, in montagna e anche presso il mare. Non c’era luogo che non fosse adatto alla predicazione della Parola di Dio. Sul lago di Genesaret la folla gli faceva ressa attorno per ascoltarlo (v.2). Due barche attirano l’attenzione del Signore: i loro proprietari non lo stanno ascoltando, hanno ben altro da fare. Li si può capire: c’è una delusione da smaltire perchè non si è pescato niente quella notte. Gesù chiede una cortesia a Simone e, da come si muove, sembra quasi sapere già che quel pescatore non gliela negherà. Ora la barca di Simone è diventata una insolita cattedra (v.3). Gesù finisce di parlare alla folla. E cosa fa? Fa una proposta indecente a Pietro e compagni. Prendi il largo e calate le reti per la pesca (v.4). Signore, ma cosa stai chiedendo? Ma non lo sai che si pesca di notte e non di giorno? Non ti sembra di chiedere troppo a questi uomini tornati affaticati da una notte insonne? Sono appena rientrati frustrati dalla sterile battuta di pesca e tu proponi uscire di nuovo? Ma se hanno appena terminato di lavare accuratamente le reti! (v.2) Che fai, li prendi in giro? Quel che chiedi non è logico!…

La chiamata sul lago di Genesaret, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

La chiamata sul lago di Genesaret, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

Nel film di Franco Zeffirelli “Gesù di Nazareth”, a questo punto dell’episodio del vangelo, c’è uno spezzone sublime che ci mostra Gesù fare la sua proposta mentre fissa lo sguardo su Pietro con infinita tenerezza. Pietro invece brontola verso coloro che attorno a lui cercano di convincerlo a prestare ascolto al maestro. Poi, lentamente, si lascia avvolgere dallo sguardo di quell’improbabile profeta di turno: “e tu cos’hai da guardarmi così?” – gli chiede inizialmente. Quello sguardo posato su di lui vince la ruvidezza del suo cuore: abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti (v.5). Simone ordina di uscire nuovamente con la sua barca. Le reti si spezzano, troppi pesci, è necessario chiamarne un altra. La pesca abbondante rischia non solo di spezzare le reti, ma di far affondare anche le due barche, eppure non affondano! E’ troppo, troppo bello! Un grande stupore si sprigiona nel cuore dei pescatori che si vedono improvvisamente benedetti oltre ogni attesa! (v.9)

Prendete il largo, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, Aprile 2015

Prendete il largo, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2015

Ma sulla tua parola…Simone tocca con mano che la parola di quell’uomo ha un potere sconosciuto. Lui stesso aveva accettato la proposta, lui stesso gli aveva lanciato la sfida: vediamo se la tua parola mi fa pescare laddove io non ci sono riuscito!…Simon Pietro vede tutto quanto sta accadendo: un’emozione profonda e inspiegabile lo afferra dal di dentro e lo fa cadere alle ginocchia di quello strano maestro (v.8a). Non so chi tu sia, ma la tua parola ha a che fare con Dio, tu sei un uomo di Dio, lo sento, e allora: Signore, allontanati da me che sono un peccatore (v.8b). E’ la più grande scoperta fatta da Pietro, anche se non terminerà qui: Gesù si è scoperto a Pietro, Pietro ha scoperto sé stesso. Se incontri davvero il Dio vivente allora incontri la verità di te stesso. In questo incontro l’uomo non può non sentire tutta la sua indegnità, la sua inadeguatezza, la sua piccolezza. Si sente lontano da Dio oppure invita Dio ad allontanarsi da lui, che è più o meno lo stesso. E’ il disagio di Adamo raggiunto nel suo nascondino. Dove non c’è timore, stupore e senso del proprio peccato, non si sta alla presenza di Dio, ma solo di un idolo più o meno maneggevole, anche se non lo si ammette (P.Silvano Fausti).

Non temere, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2016

Non temere, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, febbraio 2016

Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini (v.10). Gesù, l’uomo che sta rivelando il volto di Dio al pescatore di Galilea, non si allontana; al contrario, con la sua parola si avvicina ancora di più a quel pescatore che si sente perduto e lontano. Perché Egli è il Dio venuto a cercare e a farsi vicino ai lontani, Colui che tutto promette e niente chiede all’uomo, se non di non aver paura di Lui. La promessa è inaudita: Pietro diventerà come il suo Signore, pescatore di uomini lontani e perduti.

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Cuando Jesús sacó afuera en la sinagoga de Nazareth los dos episodios de la historia de Elías y Elíseo profetas, el corazón de sus auditores se hubiera podido abrir al mensaje que recorre toda la Escritura: Dios es el padre amoroso y misericordioso de cada ser humano, sobretodo del más lejano geograficamente, sociológicamente, culturalmente, moralmente y espiritualmente. La palabra de Jesús tiene el poder de hacer venir a gala aquello que hay dentro del corazón de cada uno. Jesús conocía a todos, no era necesario que alguien le diga algo de otro, Él de hecho sabia bien lo que hay en cada hombre (Jn 2,24b-25). En la sinagoga, al oír esas palabras, todos lo rechazaban hasta el punto de desear su muerte. Como decir: ¡Jesús, también si eres de los nuestros, tú no sostienes al Dios de nuestras interpretaciones cómodas, al Dios que queremos plasmar a nuestra imagen y semejanza, por lo cual es necesario que tu desaparezcas! Es su destino, anunciado por Él mismo, y de todos los profetas que siguen sus pasos.

Jesús predicaba en la sinagoga y en las casas, en la montaña y también en el mar. No había lugar que no fuera apto a la predicación de la Palabra de Dios. Sobre el lago de Genesareth la gente se le ponía alrededor para escucharlo (v.2). Dos barcas atraen la atención del Señor: los propietarios no lo están escuchando, tienen otras cosas que hacer. Se les puede entender: hay una desilusión que arreglar porque no se ha pescado nada esa noche. Jesús pide una cortesía a Simón y, de como se mueve, parece casi que ya supiera que ese pescador no se lo negará.  Ahora la barca de Simón se ha vuelto una insólita cátedra (v.3). Jesús termina de hablar a la gente. Y ¿que hace? Hace una propuesta indecente a Pedro y compañeros. Tomen el largo y tiren las redes para la pesca (v.4). Señor, pero ¿qué cosa estás pidiendo? ¿Pero no lo sabes que se pesca de noche y no de día? ¿No te parece que estas pidiendo demasiado a estos hombres que han regresado cansados de una noche sin dormir? ¿Pero si apenas han regresado golpeados del estéril golpe de la pesca y tu propones salir de nuevo? ¡Pero si apenas han terminado de lavar con atención las redes! (v.2) ¿Qué haces, les tomas el pelo? Lo que pides no es lógico!…

En la película de Franco Zeffirelli “Jesús de Nazareth”, a este punto del episodio del evangelio, hay un  sublime corte que nos muestra a Jesús que hace su propia propuesta mientras fija la mirada sobre Pedro con infinita ternura. Pedro en cambio gruñe hacia aquellos que están alrededor de él que intentan convencerlo a dar atención al maestro. Luego, lentamente, se deja envolver de la mirada de aquél improbable profeta de turno: “y tú ¿qué tienes para mirarme así?” – le pregunta inicialmente. Aquella mirada puesta sobre él vence la rudeza de su corazón: hemos fatigado toda la noche y no hemos pescado nada; pero sobre tu palabra echaré las redes (v.5) Simón ordena salir nuevamente con su barca. Las redes se rompen, demasiados peces, pero haría hundir las dos barcas, y sin embargo no se hunden! Es demasiado, demasiado bello! Un gran asombro se libera  en el corazón de los pescadores que se ven improvisadamente bendecidos mas allá de toda espera! (v.9)

Pero sobre tu palabra… Simón toca con mano que la palabra de aquél hombre tiene un poder desconocido. Él mismo había aceptado la propuesta, él mismo le había lanzado el desafió: ¡veámos si tu palabra me hace pescar allá donde yo no he logrado!… Simón Pedro ve todo lo que está sucediendo: una emoción profunda y inexplicable lo aferra desde dentro y lo hace caer de rodillas delante de aquél maestro extraño (v.8°). No se quién eres tú, pero tu palabra tiene algo que ver con Dios, tú eres un hombre de Dios, lo siento y entonces:Señor, aléjate de mi que soy un pecador (v.8b). Es el más grande descubrimiento hecho por Pedro, también si no terminará aquí: Jesús se ha descubierto a Pedro, Pedro ha descubierto así mismo. Si encuentras verdaderamente al Dios viviente entonces encuentras la verdad de ti mismo. En este encuentro el hombre no puede no sentir toda su indignidad, su inadecuación, su pequeñez. Se siente lejano de Dios o sino invita a Dios a alejarse de él, que es más o menos lo mismo. Es la incomodidad de Adán encontrado en su  escondite.Donde no hay temor, estupor y sentido del propio pecado, no se está a la presencia de Dios, sino de un ídolo mas o menos manejable, también si no se admite (P. Silvano Fausti)

No temas; desde ahora en adelante serás pescador de hombres (v.10). Jesús, el hombre que esta revelando el rostro de Dios al pescador de Galilea, no se aleja; al contrario, con su palabra se acerca todavía más a aquel pescador que se siente perdido y lejano. Porque Él es el Dios que ha venido a buscar y a hacerse cercano a los lejanos, Aquél que todo promete y nada pide  al hombre, sino de no tener miedo de Él. La promesa es inaudita: Pedro se volverá como su Señor, pescador de hombres lejanos y perdidos.

IL FIGLIO DI GIUSEPPE E’ UNA DELUSIONE

IV DOMENICA DEL T.O.

Ger 1,4-5.17-19; 1Cor 13,4-13; Lc 4,21-30

 

Una delle cose che mi piacerebbe molto conoscere in Cielo, (di certo lassù non ci si annoierà, mi basta considerare quel pullulare di desideri che ho già qui in terra per intuirlo…) è rivedere dal vivo la storia di Gesù: penso proprio che glielo chiederò al Signore questo regalo, sarei tanto curioso di vedere le facce dei tanti protagonisti umani del vangelo che hanno incrociato la sua vita, quelli che hanno interloquito con Lui, quelli che lo hanno accolto e quelli che non lo sopportavano, insomma tutti coloro che hanno vissuto la loro esistenza presso la sua, per molto o per poco tempo. Ad esempio mi piacerebbe molto vedere il volto di tutti quelli che quel giorno si trovavano in sinagoga e che rimasero meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca dicendo: “non è costui il figlio di Giuseppe?” (v.22) Ma di quale meraviglia si trattava? Passano solo 5 versetti e poi leggiamo che quegli stessi nazareni, al solo udire le parole di Gesù, si riempirono di sdegno, si alzarono, lo cacciarono fuori della città conducendolo fin sul ciglio del monte per gettarlo giù (vv.28-29). Lo volevano uccidere! Come è possibile passare così rapidamente dalla meraviglia ad un tentativo di omicidio e per giunta partendo dalla sinagoga?!!!…

Signore Gesù, i tuoi compaesani si meravigliano di te: hai appena detto loro che in te si è compiuta quella Scrittura che annunciava la venuta del Messia. Essi hanno capito bene cosa intendevi dire: hai detto loro che tu sei quel Messia annunciato. Se le tue parole erano per loro di grazia, allora perché fermarsi a considerarti né più né meno uno di loro? (v.22b). Perché non considerare che stessi dicendo la verità con tutto ciò che ne consegue? Cosa si aspettavano? Che il Messia dovesse presentarsi attorniato da tutta la classe sacerdotale, dagli scribi, dai farisei e i leviti provenienti in corteo da Gerusalemme? O forse che questi rappresentanti ufficiali della fede lo autenticassero come Messia con procedure speciali? Pensavano che il Messia dovesse giungere con cavalli e cavalieri al seguito? Oppure che dovesse arrivare accompagnato da inconfutabili segni provenienti dal Cielo? Dicci Signore Gesù, cosa aveva il tuo aspetto, cosa avevano Giuseppe e Maria, la tua famiglia, la tua abitazione, il tuo lavoro, che suscitasse un tale stupore negli uditori, che stridesse così tanto con quell’immagine dominante del Messia che avevano. Anche Marco e Matteo evangelisti sono concordi: la meraviglia dei nazareni non era quella di chi spalanca la bocca perché sta ammirando un’opera di Dio, bensì il preludio di chi trova uno scandalo dover ammettere che Dio, proprio Dio, si riveli ed agisca in un comunissimo compaesano che si ritiene di conoscere nelle sue relazioni. (Mt 13,57; Mc 6,3) Signore Gesù, hai deluso la tua parrocchia!

Gesù cacciato fuori da Nazareth, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini,

Gesù cacciato fuori da Nazareth, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, Aprile 2014

Nessun profeta è bene accetto nella sua patria (v.24). E’ una legge. Questo è proprio tangibile, dimostrabile, ripetibile nella storia. Ricordo ancora quel primo sacerdote che il Signore mi affiancò per accompagnare il mio cammino di conversione. Dopo vari anni di servizio nella chiesa degli Stati Uniti rientro’ nella sua patria, un paese in provincia di Salerno, e lì continuò il suo ministero di predicazione attraendo a Gesù una quantità enorme di persone provenienti da tutta Italia. Ma i suoi concittadini, che dicevano di conoscerlo, che conoscevano le sue radici familiari, rifiutavano il suo ministero. Facevano di tutto pur di ostacolarlo nella organizzazione dei suoi ritiri e di ogni altra iniziativa; giunsero persino a rifiutare di attenderlo negli esercizi commerciali. Ricordo ancora quel giorno in cui mi disse: “ieri sono andato dal barbiere per tagliarmi i capelli, ma lui appena mi ha visto mi ha cacciato fuori”. Mistero della vita del profeta di Dio.

Ma Egli passò in mezzo a loro, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, Aprile 2014

Ma Egli passò in mezzo a loro, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, Aprile 2014

Gesù aggiunge, a conferma della sua affermazione, alcune parole tratte nella Bibbia da 2 precisi episodi della storia di Elia ed Eliseo profeti. Queste scatenano il rifiuto più radicale dei nazareni fino a suscitare una pulsione omicida. Qual è la sostanza del suo discorso? Che il Dio di Israele non concede privilegi ad Israele, né permette che Nazareth, luogo di infanzia e di crescita di Gesù, vanti un diritto a ricevere, in via prioritaria, segni che confermino di poter godere speciali prerogative presso il proprio concittadino. Nazareth e Israele non hanno l’esclusiva su Dio. E questo, per chi vuole che Dio sia al proprio servizio e non viceversa, è insopportabile oltre che deludente. Il volto e il cuore di Dio che risplendono nell’umanità povera e semplice di Gesù Cristo sono stati, sono e saranno sempre uno scandalo per costoro: essi sono i non credenti mascherati da credenti che si aggirano anche oggi nella sua Chiesa. Il suo agire partendo dal più lontano (Naaman il Siro), dall’escluso (Vedova di Sarepta di Sidone), dalla periferia della vita del popolo (Cafarnao) e non dal centro (la propria Nazareth) irrita (gelosia? invidia?) tutti quelli che fanno della fede una realtà che li promuova o gli possa procurare una qualche fama. Per i credenti invece, quelle stesse parole di Gesù sono la gioia del cuore: l’agire di Dio è attento alle singole persone, cominciando da quelle che noi escluderemmo come improbabili a incontrarsi con Dio, perché dimenticate, insignificanti o troppo lontane per quanto sono invischiate nel male. Gesù, io trovo che nelle tue parole e nei tuoi gesti, sei l’unico Dio affascinante e credibile: tu sei Colui che si fa incontrare anche da quelli che non lo cercano (Is 65,1).

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Una de las cosas que me gustaría mucho conocer en el cielo, (ciertamente allá arriba no nos aburriremos, me basta considerar aquel pulular de deseos que ya tengo aquí en tierra para intuirlo…) es volver a ver en vivo la historia de Jesús: pienso que se lo pediré al Señor este regalo, seré tan curioso de ver las caras de los muchos protagonistas humanos del evangelio que han cruzado su vida, los que han intercambiado con Él, los que lo han acogido y aquellos que no lo soportaban, en fin todos los que han vivido su existencia cerca a la suya, por mucho o por poco tiempo. Por ejemplo me gustaría mucho ver el rostro de todos aquéllos que aquel día se encontraban en la sinagoga y que se quedaron maravillados de las palabras de gracia que salían de su boca diciendo: “¿no es ése el hijo de José?” (v.22), pero de ¿qué maravilla se trataba? Pasan solo 5 versículos y luego leemos que aquellos mismos nazarenos, al solo oír las palabras de Jesús, se llenaron de indignación, se levantaron, lo botaron fuera de la ciudad conduciéndolo hasta la orilla del monte para echarlo abajo (vv.28-29). ¡Lo querían matar! ¡¡¡¿Cómo es posible pasar tan rápidamente de la maravilla a una intensión de homicidio y además partiendo de la sinagoga?!!!…

Señor Jesús, tus paisanos se asombran de ti: apenas has dicho a ellos que en ti se ha cumplido aquella Escritura que anunciaba la llegada del Mesías. Ellos han entendido bien lo que intentabas decir: has dicho a ellos que tú eres aquel Mesías anunciado. ¿Si tus palabras eran para ellos de gracia, entonces por qué detenerse a considerarte ni más ni menos uno de ellos? (v.22b) ¿Por qué no considerar que estés diciendo la verdad con todo lo que conlleva? ¿Qué cosa se esperaban? ¿Qué el Mesías debería presentarse rodeado con toda la clase sacerdotal, desde los escribas, los fariseos y los levitas procedentes en cortejo desde Jerusalén? ¿O quizás que estos representantes oficiales de la fe lo autenticaran como Mesías con procedimientos especiales? ¿Pensaban que el Mesías debería llegar con caballos y caballeros que lo seguían? ¿O bien qué debiera llegar acompañado por irrefutables señales procedentes del Cielo? Dinos Señor Jesús, qué cosa tuvo tu aspecto, qué tenían Giuseppe y María, tu familia, tu vivienda, tu trabajo, que suscitara un tal estupor en los auditores, que chocaran así tanto aquella imagen dominante del Mesías que tenían. También Marcos y Mateo evangelistas están de acuerdo: la maravilla de los nazarenos no era aquella de quien abre la boca porque está admirando una obra de Dios, sino más bien el preludio de quien encuentra un escándalo el tener que admitir que Dios, exactamente Dios, se revele y actúe en un común paisano que se retiene conocer en sus relaciones. (Mt 13,57; Mc 6,3) ¡Señor Jesús, has desilusionado tu parroquia!

Ningún profeta es bien aceptado en su patria (v.24). Es una ley. Esto es exactamente tangible, demostrable, repetible en la historia. Recuerdo todavía aquel primer sacerdote que el Señor mi acercó para acompañar mi camino de conversión. Después de varios años de servicio en la iglesia de los Estados Unidos regresó en su patria, un pueblo en la provincia de Salerno, y allí continuó su ministerio de predicación atrayendo a Jesús una cantidad enorme de personas provenientes de toda Italia. Pero sus conciudadanos, que decían conocerlo, que conocían sus raíces familiares, rechazaban su ministerio. Hacían de todo con tal de obstaculizarlo en la organización de sus retiros y de cada otra iniciativa; llegaron hasta rechazar de atenderlo en los ejercicios comerciales. Recuerdo todavía aquel día en el cual me dijo: “ayer he ido al peluquero para cortarme los cabellos, pero apenas me ha visto me ha botado afuera”. Misterio de la vida del profeta de Dios.

Jesús agrega, confirmando su afirmación, algunas palabras sacadas de la Biblia de dos precisos episodios de la historia de Elías y Eliseo profetas. Estas desencadenan el rechazo más radical de los nazarenos hasta suscitar una pulsión homicida. ¿Cuál es la sustancia de su discurso? Que el Dios de Israel no concede privilegios a Israel, ni permite que Nazareth, lugar de infancia y de crecimiento de Jesús, jacte un derecho a recibir, en vía prioritaria, demostración de amor o signos que confirmen gozar especiales prerrogativas delante al propio conciudadano. Nazareth e Israel no tienen la exclusividad sobre Dios. Y esto para quien quiere que Dios sea al propio servicio y no viceversa, es insoportable más allá que desilusionante. El rostro y el corazón de Dios que resplandecen en la humanidad pobre y sencilla de Jesucristo han sido, son y serán siempre un escándalo para ellos: esos son los no creyentes enmascarados de creyentes que se burlan también hoy en su Iglesia. Su actuar partiendo del más lejano (Naamán el Siro), del excluido (viuda de Sarepta de Sidón), de la periferia de la vida del pueblo (Cafarnaum) y no del centro (la propia Nazareth) irrita (¿celos? ¿envidia?) todos aquellos que hacen de la fe una realidad que los promueva o les pueda procurar alguna fama. Para los creyentes en cambio, aquellas mismas palabras de Jesús son la alegría del corazón: el actuar de Dios es atento a cada persona, comenzando por aquellas que nosotros excluiremos como improbables a encontrarse con Dios, porque olvidadas, insignificantes o demasiado lejanas por cuanto son engatusados en el mal. Jesús, yo encuentro que en tus palabras y en tus gestos, eres el único Dios fascinante y creíble: tú eres Aquél que se hace encontrar también por aquellos que no lo buscan (Is 65,1)

   

GESU’, L’OPERA SCRITTA E COMPIUTA DI DIO

III DOMENICA DEL T.O.

Ne 8,2-4a.5-6.8-10; 1Cor 12,12-14.27; Lc 1,1-4.4,14-21

 

Non ho mai nascosto la mia predilezione per Luca evangelista, per come ci racconta la storia di Gesù, per il profilo della personalità che ne emerge. De gustibus. Sappiamo che era medico e anche pittore. Forse queste due attività aguzzarono per bene il suo orecchio, il suo occhio e la sua mano, poi la grazia di Dio gli ha donato di cogliere in profondità il mistero di Gesù con la parola e con la pittura. Il suo vangelo ha un solo dichiarato obiettivo: perché tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto (Lc 1,4). Ecco, mi sembra già molto significativa questa semplice annotazione: tornare sempre ad ascoltare il vangelo è fondamentale, perché giorno dopo giorno ci si renda conto che Luca e fratelli evangelisti, con tutti coloro che hanno collaborato a trasmetterci la fede, non ci hanno raccontato frottole. Con tutte le frottole spacciate per verità che oggi si trovano un po’ dappertutto, meglio costruire la nostra vita sulle cose solide della fede.

Secondo Luca evangelista, Gesù, all’inizio della sua pubblica manifestazione, si presenta al Giordano in fila con i peccatori per farsi battezzare. Non è che questa cosa dovette subito consolidare la fede di Giovanni Battista, anzi. Poco prima (Lc 3,15-16) Giovanni  chiariva che lui non era il messia e che attendeva (come tutti) qualcuno di cui non era nemmeno degno di slegare i lacci dei sandali. Il che, più o meno, equivaleva a dire che non si sentiva nemmeno degno di inginocchiarsi davanti a lui. Però qualche istante dopo troviamo Giovanni “costretto” a battezzare Gesù, il messia che s’inginocchia davanti a lui! Il primo modo per rendere solida la nostra fede è lasciare che l’Autore della stessa scombini un po’ le nostre certezze. Come ci sta insegnando Francesco pontifex. Scrutando nel ministero della sua parola, troviamo come tema ricorrente l’invito a lasciarsi sorprendere da Dio: lo chiama proprio così, “il Dio delle sorprese”, perché la sua azione è imprevedibile.

Il vangelo di oggi ci narra di Gesù che rientra nella sua Nazareth, il luogo dove visse per circa 30 anni vivendo una vita così comune, così umana, così poco sotto i riflettori, così semplice che….che era proprio difficile credere che fosse il figlio di Dio e non di Giuseppe! (Lc 3,23) Chi l’avrebbe mai previsto? Lo vedremo meglio domenica prossima, nella seconda parte di questo vangelo, dove gran parte dell’uditorio passerà dalla meraviglia all’incredulità in un brevissimo lasso di tempo. Gesù era solito andare in sinagoga e leggere le Scritture; quel giorno gli toccò il rotolo di Isaia, quel passo dove il messia atteso esprime la sua coscienza di essere inviato, nello Spirito di Dio, ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi e agli oppressi, per proclamare l’anno di grazia del Signore (Lc 4,18-19). Poi Luca, con poche e magistrali righe ci conduce, come dentro lo zoom di una macchina fotografica, a concentrarci su Gesù che compie i gesti naturali e lenti del riavvolgere e riconsegnare il rotolo per poi sedersi. Sembra quasi che la narrazione rallenti di proposito per creare un clima di grande attesa nel lettore. E’ come se Luca ci volesse dire: adesso apri bene l’orecchio a quello che sta per comunicare, sono le prime parole pubbliche di Gesù. La sua omelia fu solamente dire: oggi si è compiuta questa Scrittura che avete ascoltato (Lc 4,21). I nazaretani non si aspettavano quella affermazione così categorica. Il Signore non fece l’esegesi del testo, né fece applicazioni morali su di esso, ma con quelle poche parole attirò l’attenzione di tutti su di sé. In Lui, la parola predicata e il predicatore diventano una sola cosa. Gesù è il messia atteso, l’opera annunciata e scritta da Dio che si è finalmente compiuta. Come dicevano gli antichi padri, tutte le Scritture ci parlano di Cristo e tutto è stato scritto in vista di Lui. Il rotolo del libro profetico di Isaia ora è chiuso. Da allora, chi vuole capire il senso profondo di tutto quanto è stato scritto nella Bibbia, deve guardare a Lui.

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Gesù nella sinagoga di Nazareth, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014

L’evangelista sottolinea che Gesù cominciò a dire “oggi…”. Cioè, quell’oggi è iniziato con Gesù ma si protrae fino a i nostri giorni: è l’oggi di Dio che compie ancora la sua Parola in chi l’ascolta e la pratica. E’ l’anno di misericordia del Signore che, una volta cominciato, non finisce più! Lo Spirito di Dio anche oggi, invita la sua Chiesa a vivere l’anno di grazia, il Giubileo, nella rinnovata missione di dirigersi dove si è diretto per primo Cristo suo capo: verso i poveri e gli emarginati, verso gli oppressi da ogni sorta di male. La Chiesa non è al mondo per condannare, ma per permettere l’incontro con quell’amore viscerale che è la misericordia di Dio. Perché ciò accada, è necessario uscire. Uscire dalle chiese e dalle parrocchie, uscire e andare a cercare le persone la dove vivono, dove soffrono, dove sperano…(Papa Francesco, Il nome di Dio è Misericordia). Per vivere l’anno giubilare con questo spirito, per poter essere veramente un segno tangibile della misericordia divina, c’è una prima cosa fondamentale da non trascurare: gli occhi della chiesa devono stare fissi su Gesù per ascoltarlo e imparare da Lui.

 

SI PROSTRARONO E LO ADORARONO

Epifania del Signore

Is 60,1-6; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

 

Alla notizia del concepimento o della nascita di un bambino, il cuore umano può rispondere con sentimenti di gioia ma anche con imprevedibili reazioni negative: perplessità, disappunto, disorientamento, paura, incertezza, voglia di togliere di mezzo la nuova vita…Non dovrebbe essere così, ma, ahimè, è proprio così. Pensate alla facilità con cui si sopprime oggi la vita umana al concepimento, in gestazione o alla nascita, e ci capiamo subito. In questi giorni una donna mi ha confidato che quando la sua terzogenita è stata concepita in modo imprevisto, il marito era visibilmente scontento, deluso. Cosa c’è dentro il cuore dell’uomo che può determinare una o l’altra delle reazioni?

Il viaggio dei re Magi, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

Il viaggio dei re Magi, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

A Natale abbiamo visto che Gesù è nato nella difficoltà di trovare accoglienza: come annota il vangelo di Luca, non c’era posto nell’alloggio. E’ vero che Betlemme non era così grande (non lo è nemmeno oggi), ma possibile che non ci fosse un posticino più idoneo che permettesse a una donna gravida di partorire? Come se non bastasse, dal racconto che ci offre oggi Matteo nella solennità dell’Epifania, veniamo a sapere che tre misteriosi (e forse regali) personaggi venuti da lontano, si presentano a Gerusalemme con una domanda precisa: dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? (v.2) Il re Erode rimase turbato e questo possiamo capirlo: si chiedono informazioni su un re appena nato, logico che chi ami il proprio scranno di potere più di ogni altra cosa si senta minacciato alla sola domanda. Ma che tutta Gerusalemme rimanga turbata, questo non è immediatamente comprensibile. Non aspettavano forse il Messia? Non si attendeva che nascesse proprio in Giudea? Non sono le stesse autorità di Gerusalemme a confermare, come da profezia, che è Betlemme il luogo dove sarebbe nato l’atteso capo di Israele? (vv.5-6) E perché, una volta trasmessa l’informativa ai Magi, non si sono mossi verso Betlemme per verificare la loro tesi? Alla nascita di Gesù non c’è soltanto la luce degli angeli in festa con lo stupore che avvolge i pastori e forse altra povera gente accorsa alla mangiatoia. Non c’è soltanto chi ama la vita con le sue sorprese, i suoi imprevisti, quella lieta novità che sempre arreca un neonato che chiede accoglienza. No. C’è anche chi vive nella paura della novità, c’è chi vive nella paura di perdere le proprie sicurezze; c’è chi vive difendendo il proprio posto o potere ricorrendo all’inganno e ad ogni altro mezzo lecito o illecito, pur di non perderlo. Insomma, c’è che vive nell’egoismo che si sente minacciato dal più minimo dei fuori-programma e che non ammette alcun cambiamento: persino un bimbo adagiato in una mangiatoia può essere pericoloso! E’ la solita storia. Quando Erode verrà evitato dai Magi al loro rientro da Betlemme (v.12), si scatenerà la sua follia omicida. Come alcuni secoli prima, quando il faraone d’Egitto decretò l’eliminazione dei primogeniti degli ebrei, non sapendo come contenere la paura di essere surclassati numericamente dal popolo degli israeliti. L’egoismo umano è sempre omicida.

Si prostrarono, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

Si prostrarono, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

I Magi rappresentano i popoli pagani chiamati alla fede, ma anche tutti quegli uomini che cercano con fatica, onestà e amore alla verità, il vero volto di Dio. Mi sembra siano anche simpatici nella loro ricerca. Giungono a Gerusalemme e fanno la loro domanda cercando un punto di congiunzione tra la loro ricerca e la religione del popolo ospitante. Non si mettono a discutere su quanto gli riferiscono, accolgono le indicazioni del loro sapere e si muovono fiduciosamente verso il luogo indicato: il segno che essi seguono, la stella, li conferma nel loro cammino. Verrebbe da dire che obbediscono a una autentica dinamica di fede: nel loro mondo si sono lasciati interpellare dall’apparire di quella stella, hanno lasciato l’ambiente più sicuro delle proprie conoscenze, della propria condizione, e della reputazione di cui probabilmente godevano. Si sono messi in cammino affrontando tutte le incognite del viaggio senza fare troppi calcoli. Si sono lasciati affascinare e guidare da quel segno. Si anticipa così, nei Magi, uno dei temi più ricorrenti nella vita di Gesù: i lontani salgono improvvisamente sulla cattedra della fede, perché tra i primi ad accoglierlo e riconoscerlo nella sua identità. Cosa da non considerare scontata: il re che doveva nascere, quei Magi, lo trovarono assiso su un insolito trono e attorniato da una insolita corte. Eppure, a quella vista, non esitarono ad aprire i loro scrigni e a prostrarsi per adorarlo. (v.11)

TROVERETE UN BAMBINO

S.MESSA DELLA NOTTE DI NATALE

Lc 2,1-14

 

L’evangelista Luca, si sa, è medico sopraffino. Le parole del vangelo che descrivono la nascita del Salvatore sono un racconto accurato che contrappone da un lato la potenza dell’uomo che si auto-celebra, per esaltare il proprio dominio, nel primo censimento mondiale della storia; dall’altro, l’abbassamento di Dio nella sua creazione fino a farsi incontrare in un inerme bambino che nasce tra grandi difficoltà. E mentre il mondo intero si muove dietro all’evento straordinario del censimento, nessuno sembra accorgersi di questo bambino. Che cosa significhi questo, ce lo possiamo immaginare aiutati da qualche evento a noi più vicino. Pensate cosa ha fatto Expo quest’anno. Quanta gente da tutta Italia, da tutto il mondo, muoversi verso Milano, quanta comunicazione, quanta onnipresenza dei media. E pensate invece quegli uomini e quelle donne che fuggono dall’Africa, dalla Siria, dall’Iraq. Ci si accorge di loro maggiormente quando diventano un problema per la nostra sicurezza. Quanti riflettori e attenzione di lì, e quanta chiusura e riserve di qui. Maria era incinta, Giuseppe doveva assolvere al compito di farsi censire con il suo nucleo familiare, quindi partirono verso la Giudea, sua terra nativa. Gesù viene al mondo all’interno di questo viaggio e subito c’è il dramma di non riuscire a trovare un posto dove nascere: ma perché non c’era posto per loro? Perché non ci si accorse che Maria era in grande bisogno? Cosa c’era di più importante tra la gente di quel luogo da non accorgersi di quella donna? Con Giuseppe e Maria, il Signore vive da subito la realtà di tutta quell’umanità scartata, che non trova posto alla nostra attenzione, che non ha voce, che non ha nessuno dalla sua parte proprio perché scartata, debole e senza alcuna credenziale.

Natività, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

Natività, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

Qui c’è già tutta la storia di Gesù, c’è la sua prima presentazione “normativa”: chi volesse conoscerlo, deve passare di qui, deve percorrere questa strada, deve sostare a lungo davanti alla mangiatoia. Lo capì bene Francesco d’Assisi che rimase talmente ammaliato di questa presentazione al punto da inventare il primo presepe dell’umanità. Ma ce lo fa capire oggi anche Francesco papa, il quale, all’aprire qualche giorno fa la comunissima porta di una mensa per i poveri presso la Stazione Termini di Roma, ci ha detto: “Gesù vive nell’umiltà. Lui viene a salvarci e non trova miglior maniera per farlo che camminando con noi, fare una vita come la nostra. E nel momento di scegliere il modo di come fare questa vita, non sceglie la grande città di un grande impero, non sceglie una principessa, una contessa per madre, una persona importante, non sceglie un palazzo di lusso, no, anzi, sceglie una ragazzina di 16-17 anni, non di più, in un villaggio perduto nelle periferie dell’impero romano che nessuno conosceva. E sceglie Giuseppe un ragazzo che l’amava, che voleva sposarla, un falegname che si guadagnava il pane. Sembra che tutto sia stato fatto intenzionalmente quasi di nascosto. E tutto avviene così: nella semplicità e nel nascondimento. Tutto nell’umiltà, senza che le grandi città del mondo sapessero nulla della nascita del Figlio di Dio… Il Signore, quando è nato, era lì nella mangiatoia, ma nessuno si era accorto che era Dio”.

L'annuncio degli angeli ai pastori, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

L’annuncio dell’angelo ai pastori, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2014

Perché ci si possa rendere davvero conto di quanto sia necessario, per incontrarLo e conoscerLo, meditare attentamente ciò che avviene e come avviene a Betlemme, è importante soffermarsi sui versetti 8-14, capolavoro letterario oltre che teologico dell’evangelista. L’angelo di Dio si presenta a dei pastori comunissimi, gente disprezzata e senza alcuna valenza nella società, per annunciare la notizia più attesa dell’epoca. Non si può non notare una assoluta sproporzione tra l’annuncio della nascita del Messia atteso da tutti (con tutta la luce e la presenza divina che circonda l’annuncio) e il suo segno che si invita a scoprire e riconoscere: un bambino adagiato in una mangiatoia con un papà e una mamma a fianco. La lezione da imparare per incontrare Dio è già tutta concentrata in questa sproporzione. E solo il cuore che si apre allo stupore, cioè al messaggio di amore che c’è dentro, può entrarci e cominciare a capire qualcosa. Come il cuore di quest’uomo che ha lasciato queste righe: “Umile Gesù, che hai voluto essere uomo per noi, come possiamo renderti grazie? Ci hai amato tanto che per noi sei nato nel tempo, tu, per mezzo del quale è stato creato il tempo. Sei diventato uomo, tu, che hai fatto l’uomo. Sei stato formato da una madre che tu hai creato. Sei stato sorretto da mani che tu hai formato, tu, Verbo senza il quale è muta l’umana eloquenza, hai vagito nella mangiatoia, come un bambino che non sa ancora parlare. Cosa sei diventato per me!”  (S.Agostino, Sermo 188,2)

E NOI COSA DOBBIAMO FARE?

III DOMENICA DI AVVENTO

Sof 3,14-17; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

 

“Che cosa dobbiamo fare?” (Lc 3,10), si chiedono le folle, i peccatori e i pubblicani insieme ad alcuni soldati giunti davanti a Giovanni nel deserto. Ed è anche quello che ci chiediamo noi, giunti da Giovanni alla terza domenica di avvento, sperando di aver fatto un po’ di deserto dentro i nostri cuori. E’ importante porsi questa domanda. Diversamente si vive la propria fede da “addetti ai lavori”, come quei personaggi dei vangeli (scribi, farisei, sacerdoti, dottori della legge ecc.) così sicuri di sé che non solo non si lasciano interpellare, ma nemmeno interessare dalle parole di Dio. Costoro infatti non andarono da Giovanni, su cui venne la Parola di Dio (Lc 3,2). Ci andranno soltanto quando, temendo che Giovanni in qualche modo potesse pregiudicare la loro autorità, invieranno una loro delegazione a interrogarlo sulla sua identità (Gv 1,19ss.).

Giovanni Battista

Giovanni il Battista, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2015

Le letture domenicali e l’inizio del Giubileo straordinario ci offrono la prima risposta. La prima cosa da fare è aprire il nostro cuore alla gioia di Dio. E’ quello che ci raccomanda il profeta Sofonia, poi S.Paolo, poi il profeta Jorge da Buenos Aires, alias Francesco vescovo di Roma e papa della Chiesa di Dio. Notate bene: la gioia di Dio, cioè quella che viene da Lui e che ha il potere di cambiare la nostra vita. Perché la gioia di Dio coincide esattamente nel farci grazia ogni giorno, nel perdonarci e offrirci la sua immutata e infinita misericordia. “Questo Giubileo, è un momento privilegiato, perché la Chiesa impari a scegliere unicamente “ciò che a Dio piace di più”. E, che cosa è che “a Dio piace di più”? Perdonare i suoi figli, aver misericordia di loro, affinché anch’essi possano a loro volta perdonare i fratelli, risplendendo come fiaccole della misericordia di Dio nel mondo. Questo è quello che a Dio piace di più!…Il Giubileo sarà un tempo favorevole per la Chiesa se impareremo a scegliere ciò che a Dio piace di più”, senza cedere alla tentazione di pensare che ci sia qualcos’altro che sia più importante o prioritario. Niente è più importante di scegliere ciò che a Dio piace di più”, cioè la sua misericordia, il suo amore, la sua tenerezza!…” (Papa Francesco, Udienza Generale del 9.12.2015). Dunque nel “gaudete” di questa domenica di avvento, prima di tutto, dobbiamo chiederci: è diventato per me causa di gioia riconoscermi peccatore davanti al Signore Gesù? Mi sento accolto/a dal suo personale amore, mi sento portato/a sulle sue spalle? E’ giunta nel mio cuore la sua gioia di avermi ritrovato/a? Sento il bisogno profondo di tornare sempre da Lui, per invocare misericordia sulla mia vita e quella altrui? Ma soprattutto, credo davvero che Egli è Misericordia, che ciò che gli piace di più è appunto ricoprirci di misericordia e che non c’è niente di più importante per Lui di vedermi impegnato a diventare a mia volta misericordioso/a? Sono domande per niente scontate. Rimango sempre molto colpito da quei fratelli e sorelle che spacciano coloro che camminano su questa strada, in primis il papa, come persone deboli e ingenue, a cui mancano persino gli attributi. Non so quale immagine di Dio e della sua chiesa governi questo modo di pensare e di parlare ma, facendo eco alle parole di Francesco, mi vengono in mente le parole di S.Paolo ai Corinzi: ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (1 Cor 1,25). Forse siamo già caduti nella tentazione di andar dietro a un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, forse siamo già caduti nel pensare che ci sia qualcosa di più importante e prioritario, nella nostra fede, di credere nella misericordia di Dio e nell’imparare a essere misericordiosi.

Giovanni battezza nel Giordano

Giovanni battezza nel Giordano, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, dicembre 2015

Allora ecco Giovanni venire in nostro aiuto, affinché non ci imbrogliamo in questo tempo di avvento. In fondo anche a lui chiedevano, in quel “che cosa dobbiamo fare?”, cosa c’era di più importante da praticare. Nelle tre risposte che il Battista da a questa domanda, la prima riguarda due opere di misericordia corporale: chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare, faccia altrettanto (Lc 3,11). Poi il richiamo all’onestà, al rispetto delle persone, al sapersi accontentare di quanto abbiamo, al non approfittarsi degli altri. Un evidente primato, quello della misericordia, anche in chi, come Giovanni, ancora non aveva una piena rivelazione del volto di Dio. Ma soprattutto, una cartina di tornasole per verificare il proprio rapporto con il meraviglioso Dio così ricco di misericordia nei nostri confronti. Se davvero credo che il volto del Dio è questo, non posso non sentire, come un appello urgente, di dover diventare misericordioso con gli altri: questo è molto concreto! La parabola del Buon Samaritano docet. E allora per concludere, una breve storia di una samaritana dei nostri tempi: un uomo è entrato in un supermercato ed ha rubato il portafoglio ad una donna, la quale, invece di chiamare subito la polizia, ha fatto qualcosa di imprevedibile. L’uomo è rimasto talmente spiazzato dal suo gesto tanto da restituirle il portafoglio. La protagonista di questo incredibile episodio si chiama Jessica Eaves , ha 4 figli e vive a Guthrie, in Oklahoma (USA). Come ogni settimana, Jessica è andata al locale supermercato per fare la spesa, quando si è accorta che un uomo la stava seguendo in modo sospetto. Poco dopo, Jessica si è accorta che dalla borsetta mancava il suo portafoglio: sicura che fosse stato lui, ha deciso di non chiamare la polizia, ma di risolvere il problema a modo suo. “In una corsia affollata di gente, mi sono avvicinata a lui”, ha raccontato Jessica. “Di solito sono impulsiva, ma in quel momento ero molto tranquilla. Gli ho detto: senti tu hai qualcosa che mi appartiene. Ti do la possibilità di scegliere. Se mi restituisci il portafoglio, non solo ti perdono ma ti pago anche la spesa”. Il messaggio sottinteso era chiaro: se invece non mi ridai il portafoglio, chiamo la polizia. “Ha messo la mano in tasca e mi ha restituito il portafoglio. Mentre prendeva il cibo che gli serviva dagli scaffali, mi ha chiesto scusa almeno una ventina di volte. E mentre ci avvicinavamo alla cassa, ha cominciato a piangere. Mi ha detto che era disperato”. L’uomo, che continuava a ringraziare Jessica per averlo aiutato e perdonato, ha comprato generi alimentari per un totale di 27 dollari. “Di solito non porto mai contanti, ma quel giorno avevo giusto 28 dollari nel portafoglio. L’ultima cosa che mi ha detto è stata: “Non dimenticherò mai questa serata. Sono davvero disperato, ho dei figli, mi vergogno e mi dispiace tantissimo”. “Qualcuno mi ha criticato, perché non l’ho denunciato, e forse ha ragione”, ha spiegato Jessica, “ma a volte credo che la cosa giusta da fare è dare a qualcuno che ha sbagliato una seconda possibilità per non perdere la propria dignità. Quando avevo sette anni, io e mio fratello abbiamo perso nostro padre, ma ricordo che mi diceva sempre: non importa cosa diventerai da grande, ma ricorda che dovrai sempre essere gentile con tutti”.

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“¿Qué debemos hacer? (Lc 3,10), se pregunta la muchedumbre, los pecadores y los publicanos junto a algunos soldados llegados delante de Juan en el desierto. Y es también lo que nos preguntamos nosotros, llegando a Juan en el tercer domingo de adviento, esperando haber hecho un poco de desierto dentro de nosotros. Es importante hacernos esta pregunta. De lo contrario se vive la propia fe como “adictos al trabajo”, como esos personajes de los evangelios (escribas, fariseos, sacerdotes, doctores de la ley, etc.) así seguros de sí mismos que no solo no se dejan interrogar, sino que ni siquiera interés por la Palabra de Dios. Ellos de hecho no fueron a Juan, sobre el cual vino la Palabra de Dios (Lc 3,2). Irán solamente cuando, temiendo que Juan de algún modo pudiera perjudicar su autoridad, enviarán una delegación a interrogarlo sobre su identidad (Jn 1,19ss.)

Las lecturas dominicales y el inicio del Jubileo extraordinario nos ofrecen la primera respuesta. La primera cosa que hay que hacer es abrir nuestro corazón al gozo de Dios. Es lo que nos recomienda el profeta Sofonías, luego S. Pablo, luego el profeta Jorge de Buenos Aires, alias Francisco obispo de Roma y papa de la Iglesia de Dios. Noten bien: el gozo de Dios, o sea, esa que viene de Él y que tiene el poder de cambiar nuestra vida. Porque el gozo de Dios coincide exactamente en el hacernos gracia cada día, en el perdonarnos y ofrecernos su inalterada e infinita misericordia. Este jubileo, es momento privilegiado, para que la Iglesia aprenda a elegir únicamente “lo que a Dios le gusta más”. Y, ¿qué es lo que “a Dios le gusta más”? Perdonar a sus hijos, tener misericordia de ellos, para que también ellos puedan a su vez perdonar a los hermanos, resplandeciendo como antorchas de la misericordia de Dios en el mundo. ¡Esto es lo que a Dios le gusta más!…El Jubileo será un tiempo favorable para la Iglesia si aprenderán a elegir “lo que a Dios le gusta más”, sin ceder a la tentación de pensar que haya otra cosa que sea más importante o prioritario. Nada es más importante que elegir “lo que a Dios le gusta más”, o sea, ¡su misericordia, su amor, su ternura!… (Papa Francisco, Audiencia General del 9.12.2015) Pues en el “gaudete” de este domingo de adviento, ante todo, debemos preguntarnos: ¿Para mí se ha vuelto causa de gozo reconocerme pecador delante del Señor Jesús? ¿Me siento acogido/a de su amor personal, me siento llevado/a sobre sus espaldas? ¿Ha llegado a mi corazón su gozo de haberme encontrado/a? ¿Siento la necesidad profunda de regresar siempre a Él, para invocar misericordia sobre mi vida y la de los demás? Pero sobretodo, creo verdaderamente ¿que Él es Misericordia, que lo que le gusta más es justamente recubrirnos de misericordia y que no hay nada más importante para Él que verme comprometido a volverme a su vez misericordioso/a? Son preguntas para nada deducidas. Siempre quedo muy impactado por aquellos hermanos y hermanas que venden a los que caminan sobre esta vía, en primer lugar el papa como personas débiles e ingenuas, a las cuales faltan hasta los atributos. No sé qué imagen de Dios y de su Iglesia gobierne este modo de pensar y de hablar pero, haciendo eco a las palabras de Francisco, me vienen en mente las palabras de S. Pablo a los Corintios: Porque la locura de Dios es más sabia que la sabiduría de los hombres, y la debilidad de Dios es más fuerte que la fortaleza de los hombres (1Cor 1,25). Quizás ya hemos caído en la tentación de ir detrás de un Dios hecho a nuestra imagen y semejanza, quizás hemos ya caído en creer que haya algo más importante y prioritario, en nuestra fe, que creer en la misericordia de Dios y de aprender a ser misericordiosos.

Entonces he aquí venir a Juan en nuestra ayuda, para que no nos engañemos en este tiempo de adviento. En fondo también a él le preguntaban, en ese “¿qué debemos hacer?”, qué cosa era más importante para practicar. En las tres respuestas que el Bautista da a esta pregunta, la primera compete dos obras de misericordia corporal: quien tiene dos túnicas, de una a quien no tenga y quien tenga para comer, haga lo mismo (Lc 3,11) Luego la llamada a la honestad, al respeto de las personas, al saberse contentar de lo que tenemos, a no aprovecharse de los demás. Un evidente primado, aquella de la misericordia, también en quien, como Juan, todavía no tenía una plena revelación del rostro de Dios. Pero sobretodo, una hoja a la luz del sol para verificar la propia relación con nuestro maravilloso Dios así rico de misericordia con respecto a nosotros. Si verdaderamente creo que el rostro del Dios en el cual creo es este, no puedo no sentir, como una llamada urgente, de tener que volverme misericordioso con los demás: ¡es muy concreto! La parábola del Buen Samaritano docet. Entonces para concluir, una breve historia de una samaritana de nuestros tiempos:  un hombre ha entrado en un supermercado y ha robado la billetera a una mujer, la cual, en lugar de llamar inmediatamente a la policía, ha hecho algo  imprevisible. El hombre se quedó desalmado de tal manera por su gesto tanto que restituyó la billetera. La protagonista de este increíble episodio se llama Jessica Ealves, tiene 4 hijos y vive en Guthrie, en Oklahoma (USA). Como cada semana, Jessica ha ido al local del supermercado para hacer las compras, cuando se ha dado cuenta que un hombre la estaba siguiendo de manera sospechosa. Poco después, Jessica se ha dado cuenta que de la bolsa le faltaba su billetera: segura que hubiera sido él, ha decidido no llamar a la policía, sino resolver el problema a su modo. “En un corredor lleno de gente, me acerqué a él”, ha contado Jessica. “Normalmente soy impulsiva, pero en ese momento estaba muy tranquila. Le he dicho: escucha tú tienes algo que me pertenece. Te doy la posibilidad de escoger. Si me devuelves la billetera, no solo te perdono sino que te pago también tus compras”. El mensaje implícito era claro: si en cambio no me devuelves la billetera, llamo a la policía. “Ha puesto su mano en el bolsillo y me ha restituido la billetera. Mientras tomaba la comida que le servía de  los estantes, me ha pedido disculpas al menos una veintena de veces. Y mientras nos acercábamos a la caja, ha comenzado a llorar. Me ha dicho que estaba desesperado”. El hombre, que continuaba a agradecer a Jessica por haberlo ayudado y perdonado, ha comprado géneros alimentarios por un total de 27 dólares. “Normalmente no llevo conmigo efectivo, pero ese día tenía justo 28 dólares en mi billetera. La última cosa que me ha dicho ha sido: “No me olvidaré jamás esta tarde. Estoy de verdad desesperado, tengo hijos, me avergüenzo y lo siento tanto”. “Algunos me han criticado, porque no lo he denunciado, y quizás tiene razón”, ha explicado Jessica, “pero a veces creo que lo justo que hay que hacer es dar a alguien que se ha equivocado una segunda posibilidad para no perder la propia dignidad. Cuando tenía siete años, mi hermano y yo hemos perdido a nuestro padre, pero recuerdo que me decía siempre: no importa qué cosa te volverás cuando seas grande, pero recuerda que deberás ser siempre gentil con todos”.

LA FORZA DI RESTARE IN PIEDI

I DOMENICA DI AVVENTO

Ger 33,14-16; 1 Ts 3,12-14; Lc 21,25-28.34-36

 

Comincia oggi il tempo liturgico di avvento: un tempo propizio che ricorda a ciascun discepolo di essere una persona che vive ogni giorno nell’attesa di un mondo nuovo e dell’incontro definitivo con il Signore Gesù. Avevo 21 anni quando ripresi a leggere i vangeli. In realtà, era come se li leggessi per la prima volta. In quel tempo, tutto quel poco che dalla loro lettura avevo ricevuto da bambino nel catechismo, era completamente dimenticato. Quando poi mi imbattevo in brani come quello di questa prima domenica di avvento, ne uscivo sempre alquanto spaventato. Segni nel sole, nella luna e nelle stelle, cieli che si sgretolano, ansia e terrore tra i popoli…tutto ciò mi sembrava dar corpo a quelle angosce mortali che si manifestavano in tanti film premonitori che vedevo normalmente al cinema o in tv. E a dire il vero, non ci capivo un granché. Perché Gesù parlava così? Perché dirci che Lui sarebbe tornato ma dentro una cornice così fosca? Per incuterci paura?

Il figlio dell'uomo venire sulle nubi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Il Figlio dell’uomo viene sulle nubi, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Mi fa un certo effetto oggi commentare questo testo e avere nel cuore ben altri sentimenti. Quando cominceranno ad accadere queste cose raddrizzatevi in piedi e alzate il capo perché la vostra liberazione è vicina (v.28). Questo versetto del vangelo di oggi è come un raggio di luce che squarcia le tenebre che si descrivono nei versetti precedenti. Siamo avvertiti dal Signore sulla ineluttabilità degli eventi tragici di questo mondo che passa, sul crollo sicuro di tutte le umane sicurezze, ovvero di tutti quei progetti e di tutte quelle ideologie umane che hanno voluto fare a meno di Dio: in questa prospettiva, la fine del mondo è già cominciata! Dunque l’intento di Gesù non è certo quello di spaventarci ma siamo invitati a leggere, proprio dentro il susseguirsi di questi fatti, il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria (v.27). Facciamo un esempio. Siamo rimasti tutti shoccati dall’ennesimo grave episodio di terrorismo che ha investito la nostra Europa durante gli assalti di venerdì 13 novembre a Parigi. Penso che da quel giorno fino ad oggi, se esistesse ai nostri giorni un termometro dell’ansia e della paura umana, sicuramente ne misurerebbe un livello crescente tra gli uomini. Eppure un uomo di nome Antoine Leiris, che ha perso la propria moglie in quella notte drammatica, ha lanciato un messaggio chiaro non solo a coloro che si sono macchiati di tali ignobili delitti, ma anche a tutta quell’umanità che oggi non si sente più sicura nemmeno a casa sua. “Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo “petit garçon” vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio”.

Ecco, questo è un uomo che si è raddrizzato in piedi e ha alzato il capo (v.28). Questo è il Figlio dell’uomo che viene con potenza e gloria (v.27). Questo è l’uomo che ha capito che la vera vittoria ce l’ha lui in mano, è l’uomo che ha scelto di attenderla fiduciosamente (“vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata…”) nel mondo nuovo (“ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere…”); ha scelto di far passare l’ennesima barbarie nel nulla che inghiotte ogni cattiveria umana, convinto che alla fine il male si ritorce prima di tutto su chi lo compie.

Vegliate pregando, Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Vegliate pregando, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Gesù non ci avverte soltanto sul progressivo crollo di questo mondo assoggettato alle conseguenze del peccato. Ci dice anche come coltivare la speranza e l’attesa del mondo nuovo che viene con Lui e tutti i suoi amici. I consigli riguardano un sano monitoraggio di ciò che avviene nel nostro cuore perché quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso (v.34), e la necessità di vegliare in ogni momento pregando (v.36a). Perché il mondo nuovo non lo si attende con le braccia conserte. Chi davvero sta attendendo il Signore, se non vuole soccombere al clima di paura di quel che è accaduto e accadrà ancora sulla terra, è chiamato prima di tutto a curare nella preghiera la propria vita spirituale, il proprio mondo interiore, affinché il cuore non si appesantisca per i tanti affanni e vizi che il dio di questo mondo sempre genera. E’ lì, nella preghiera, che si gioca tutto. E’ lì che riceviamo la forza per sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e per restare in piedi davanti al Figlio dell’uomo (v.36b). Infatti, per il credente, quel giorno (v.34) può essere qualsiasi giorno. E se vogliamo davvero attenderlo in una fiduciosa operosità per non cadere nel laccio della paura e della disperazione, ci conviene ascoltare i suoi consigli. Maranathà! Vieni Signore Gesù! Dacci questa forza! Sei Tu la nostra forza!

 

BUON AVVENTO A TUTTI!

PER QUESTO IO SONO NATO

Solennità di Cristo Re

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33-37

 

Domenica scorsa abbiamo ascoltato dal vangelo di Marco una parte del discorso escatologico del Signore. Egli ci assicura che la storia dell’umanità ha una meta ben precisa, certissima: il suo corso volge verso un fine in cui tutti gli uomini saranno chiamati a render conto della propria vita davanti a Colui che ha vinto il mondo e che tiene saldo nelle sue mani il destino di ogni essere umano. Perciò, di fronte al dilagare del male in tutte le sue forme e di fronte agli attesi sconvolgimenti umani e cosmici, siamo chiamati a non farci disorientare, ma piuttosto a ricordarci delle sue infallibili parole: anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che Egli è vicino (Mc 13,29).

Della festa solenne di Cristo Re (che mi piace tantissimo) devo ammettere però che non ho mai sentito molta sintonia su come la si celebrava in passato o come la si celebra talvolta ancora oggi. Troni, corone auree e grandi fasti, non mi sembra si addicano alla regalità manifestatasi in nostro Signore che finisce fino ai nostri piedi per lavarli e muore con una corona di spine in testa come un delinquente qualificato; e se da un lato è umanamente comprensibile che celebriamo la festa in questo modo anche solo per voler dimostrare il nostro affetto, dall’altro ci fa bene guardare come la regalità di Gesù cresce in modo del tutto opposto e inatteso nel racconto dei vangeli. In Giovanni il tema della regalità di Cristo domina la scena del processo davanti a Pilato. Siamo nel vivo della passione. Dopo la discussione con i giudei circa la necessità o meno del suo giudizio, il procuratore romano si fa condurre Gesù per interrogarlo sulla sua identità e sul suo operato. La genialità dell’evangelista fa sì che la narrazione di quel processo inviti noi lettori a scoprire cosa esso rappresenta realmente. E’ il processo che attraversa tutta la storia umana: quello che vede di fronte il mondo e Gesù, il mondo e il discepolo, l’ipocrisia e la verità, il potere e l’amore. Così anche i personaggi storici del racconto diventano simbolici. I giudei incarnano l’incredulità religiosa quale primo esempio di rifiuto che continuerà a manifestarsi in tante forme nel mondo, Pilato invece il potere politico che si oppone alla verità perché lo mette in crisi. Perciò, il racconto va letto su due piani, quello storico e quello della fede che legge la storia. Quello che ne esce è, come sempre, sorprendente. Gesù, da persona sotto interrogatorio diventa colui che interroga, da uomo sottoposto a giudizio diventa giudice, da arrestato come malfattore diventa ai nostri occhi l’unico uomo autenticamente libero tra tutti i protagonisti.

Sei tu il re dei giudei? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Sei tu il re dei giudei? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Pilato domanda a Gesù se Lui è il re dei giudei. Il Signore risponde con un’altra domanda (v.34) che ha più o meno questo senso: me lo stai chiedendo perché la domanda è proprio tua, cioè nasce da te, da un tuo interesse sulla mia persona, oppure la tua domanda nasce da qualcos’altro, per esempio da quello che gli altri ti propinano, magari dalla paura di quello che altri ti stanno dicendo sul mio conto? La prima reazione di Pilato è di difesa. Egli rivolge a Gesù altrettanti interrogativi: sono forse io giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti… cosa hai fatto? (v.35), sono parole già degne di quel gesto che compirà a conclusione del lungo processo. Infatti, di quanto sta per accadere, lui se ne laverà le mani. A volte capita di incontrare persone che vengono a sottopormi delle questioni che apparentemente si presentano come interrogativi personali. In realtà, appena il dialogo rischia di coinvolgere la loro libertà o posizione di fronte al problema, trovano mille giustificazioni per non affrontarlo nella sua verità, giustificazioni che di solito riguardano la paura di assumere una responsabilità o di essere messi in discussione. Gesù rispose: “Il mio regno non è di questo mondo…” (v.36). Il Signore, cercando il dialogo anche con il procuratore romano, afferma la totale estraneità del suo regno al modo di regnare dei poteri terreni. La sua parola incuriosisce nuovamente Pilato e lo muove a una ulteriore domanda sulla sua regalità (v.37a). E qui Gesù afferma la sua regalità collegandola al mistero della sua persona e alla verità (v.37b). Alcuni anni fa l’attore e regista americano Mel Gibson ha offerto nel film La passione di Cristo qualche spunto interessante circa la figura controversa di Ponzio Pilato. Nel film lo vediamo in un crescendo di indecisione e di paura davanti all’odio che i capi e il popolo manifestano verso Gesù. Lo troviamo poi in un vero e proprio tormento quando la moglie gli suggerisce di lasciarlo libero a motivo di un sogno fatto su di Lui. Dopo aver interrogato Gesù, Pilato rientra a casa sua e ripete alla moglie la stessa domanda con cui si conclude l’interrogatorio: quid est veritas Claudia? Mi colpì molto quello che il regista pose sulla bocca della donna come risposta: Pilato, nessuno ti può dire cos’è la verità se tu non l’ascolti. E già, quale verità si può far largo in una persona che non si mette in autentico ascolto dell’altro? Quale verità può entrare nel cuore di chi mette al centro di un dialogo non l’altro da ascoltare, ma il proprio interesse da proteggere?

Dunque tu sei re? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Dunque tu sei re? Acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Il prosieguo del racconto evangelico lo conosciamo. Il processo a Gesù fa uscire il vero volto del potere di questo mondo, religioso o politico che sia, e il vero volto di Dio e del suo regno; mette a nudo i mezzi che il potere usa per far valere le proprie ragioni, ossia per mantenere al sicuro i propri interessi (che poi sono proprio i mezzi che il Signore scarta), e la verità offesa e sacrificata sull’altare di quegli stessi interessi. Tutta la storia della salvezza si contraddistingue nella Bibbia per un costante scontro tra Dio (sempre dalla parte degli oppressi) e il potere, quando quest’ultimo non cerca la verità ma il proprio tornaconto a spese del popolo. Gesù davanti a Pilato ci ricorda poi che la verità è tale perché disarmata. E non potrebbe essere diversamente. In tutta la sua vita Gesù, nostra via, verità e vita, ci ha mostrato fino alla fine che Dio conosce un solo potere, che è l’unica forma del suo essere re: il potere dell’amore che si fa servizio per gli altri fino al dono della vita. Nel volto di Gesù non soltanto risplende la verità di Dio ma anche quella dell’uomo; ecco allora che ogni uomo che voglia davvero essere libero ascolterà la voce del Signore assicurarci che la sua libertà e regalità è un dono per chi rimane fermo (e rischia) sulla sua parola: chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce (v.37b). E ancora: se rimanete nella mia parola sarete miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Gv 8,31-32).

Io sono re, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo-aprile 2013

Io sono re, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, marzo-aprile 2013

Per questo io sono nato (v.37b), dice Gesù a proposito del suo essere re. E noi, facendo eco alle sue parole, se davvero scommettiamo su di esse, possiamo dire che per questo siamo nati: per condividere, come figli e fratelli suoi, la sua regalità e libertà. Quale potente di questo mondo lo farebbe? Signore Gesù, davvero tu ci hai portato il regno di un altro mondo!

“Il giorno in cui il potere dell’amore supererà l’amore per il potere, il mondo potrà scoprire la via che conduce alla pace” (M. Gandhi)

 

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Domingo pasado hemos escuchado del evangelio de Marcos una parte del discurso escatológico del Señor. Él nos asegura que la historia de la humanidad tiene una meta bien precisa, muy cierta: su curso va hacia un fin en la cual todos los hombres serán llamados a rendir cuentas de la propia vida delante de Aquel que ha vencido el mundo y que tiene saldo en sus manos el destino de cada ser humano. Por esto, frente a la extensión del mal en todas sus formas y frente a los esperados trastornos humanos y cósmicos, estamos llamados a no hacernos desorientar, sino más bien a recordarnos de sus infalibles palabras: también ustedes, cuando vean ocurrir estas cosas, sepan que Él está cerca (Mc 13,29).

De la fiesta solemne de Cristo Rey (que me gusta muchísimo) debo admitir que nunca he sentido mucha sintonía sobre el cómo se celebraba en el pasado o como se celebra a veces todavía hoy. Tronos, coronas áureos y grandes lujos, no me parecen se adhieran a la majestad manifestada en nuestro Señor que termina por llegar a lavar nuestros pies y a morir con una corona de espinas como un delincuente calificado; y si de un lado es humanamente comprensible que celebremos la fiesta en este modo aunque solo para querer demostrar nuestro afecto, del otro lado nos hace bien mirar como la realeza de Jesús crece de modo completamente opuesto e inesperado en el relato de los evangelios. En Juan el tema de la realeza de Cristo domina la escena del proceso delante a Pilato. Estamos en vivo de la pasión.     Después de la discusión con los judíos acerca de la necesidad o no de su juicio, el procurador romano se hace traer a Jesús para interrogarlo sobre su identidad y sobre sus obras. La genialidad del evangelista hace que la narración de ese proceso invite a nosotros lectores a descubrir que cosa representa esto realmente. Es el proceso que atraviesa toda la historia humana: lo que ve delante al mundo y Jesús, el mundo y el discípulo, la hipocresía y la verdad, el poder y el amor.  Así también los personajes históricos del relato se vuelven simbólicos. Los judíos encarnan la incredulidad religiosa como primer ejemplo de rechazo que continuará a manifestarse en tantas formas en el mundo, Pilato en cambio el poder político que se opone a la verdad porque lo pone en crisis. Por lo cual, el relato va leído sobre dos planes, el histórico y el de la fe que lee la historia. Lo que sale es, como siempre, sorprendente. Jesús, de persona bajo interrogatorio se vuelve aquél que interroga, de hombre sometido a juicio se vuelve juez, de arrestado como malhechor se vuelve a nuestros ojos el único hombre auténticamente libre entre todos los protagonistas.

Pilato pregunta a Jesús si Él es el rey de los judíos. El Señor responde con otra pregunta (v.34) que tiene más o menos este sentido: ¿Me lo estás preguntando porque la pregunta es tuya, o sea, nace de ti, de tu interés sobre mi persona, o  más bien tu pregunta nace de otra cosa, por ejemplo de lo que los otros te dicen, quizás por el miedo de lo que otros te están diciendo sobre mí? La primera reacción de Pilato es de defensa. Él dirige a Jesús también otras preguntas: ¿Es que yo soy judío? Tu pueblo y los sumos sacerdotes… ¿Qué has hecho? (v.35), son palabras ya dignas de aquél gesto que ejecutará en conclusión del largo proceso. De hecho, de todo lo que está por suceder, él se lavará las manos. A veces sucede de encontrar personas que vienen a hacerme preguntas que aparentemente se presentan como interrogantes personales. En realidad, apenas el diálogo arriesga de involucrar su libertad o posición delante del problema, encuentran miles de justificaciones para no afrontarlo en su verdad, justificaciones que normalmente reguardan el miedo de asumir una responsabilidad o de ser puestos en discusión. Jesús respondió: “Mi reino no es de este mundo…” (v.36). El Señor, buscando el diálogo también con el Procurador romano, afirma la total extrañeza de su reino al modo de reinar de los poderes terrenos. Su palabra da curiosidad nuevamente a Pilato y lo mueve a una ulterior pregunta sobre su realeza (v.37a). Y aquí Jesús afirma su realeza conectándola al misterio de su persona y a la verdad (v.37b). Algunos años atrás el actor y director americano Mel Gibson ha ofrecido en la película La pasión de Cristo algunos puntos interesantes acerca de la controvertida figura de Poncio Pilato. En la película lo vemos en un crecer de indecisiones y de miedos delante al odio que los jefes y el pueblo manifiestan hacia Jesús. Luego lo encontramos en un verdadero y propio tormento cuando la esposa le sugiere que lo deje libre por motivo de un sueño hecho sobre Él. Después de haber interrogado a Jesús, Pilato vuelve a casa suya y repite a la esposa la misma pregunta con la cual se concluye el interrogatorio: ¿quid est veritas Claudia? Me impresionó mucho lo que el director puso en la boca de la mujer como respuesta: Pilato, nadie te puede decir qué es la verdad si tú no la escuchas. He sí, ¿Qué verdad puede hacerse amplio en una persona que no se pone en autentica escucha del otro? ¿Qué verdad puede entrar en el corazón de quien pone al centro de un diálogo no al otro a quien escuchar, sino el propio interés por proteger?

La continuidad del relato evangélico lo conocemos. El proceso a Jesús hace salir el verdadero rostro del poder de este mundo, religioso o político que sea, y el verdadero rostro de Dios y de su reino; pone al desnudo los medios que el poder usa para hacer valer las propias razones, o sea para mantener al seguro los propios intereses (que además son justamente los medios que el Señor descarta), y la verdad ofendida y sacrificada sobre el altar de aquellos mismos intereses. Toda la historia de la salvación se distingue en la Biblia por un constante enfrentamiento entre Dios (siempre de la parte de los oprimidos) y el poder, cuando este último no busca la verdad sino el propio provecho a costas del pueblo. Luego Jesús frente a Pilato nos recuerda que la verdad es tal porque está desarmada. Y no podría ser de otro modo. En toda su vida Jesús, nuestro camino, verdad y vida, nos ha mostrado hasta el fin que Dios conoce un solo poder, que es la única forma de su ser rey: el poder del amor que se hace servicio por los demás hasta el don de la vida. En el rostro de Jesús no solamente resplandece la verdad de Dios sino también aquella del hombre; he ahí entonces que cada hombre que quiera de verdad ser libre escuchará la voz del Señor, asegurarnos que su libertad y realeza es un don para quien se queda firme (y arriesga) en su palabra: todo el que es de la verdad, escucha mi voz (v.37b). Y todavía: si permanecen en mi Palabra, serán verdaderamente mis discípulos y conocerán la verdad y la verdad los hará libres (Jn 8,31-32)

Yo para esto he nacido (v.37b), dice Jesús a propósito de su ser rey. Y nosotros, haciendo eco a sus palabras, si de verdad apostamos sobre ellas, podemos decir que para esto hemos nacido: para compartir, como hijos y hermanos suyos, su realeza y libertad. ¿Qué potente de este mundo lo haría? ¡Señor Jesús, de verdad tú nos has traído el reino de otro mundo!

“El día en el cual el poder del amor superará el amor por el poder, el mundo podrá descubrir el camino que conduce a la paz” (M. Gandhi)

SULLA SUA CATTEDRA UNA POVERA VEDOVA

XXXII DOMENICA DEL T.O.

1 Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

Gesù insegnava a vivere. Il suo insegnamento lasciava spesso a bocca aperta i suoi uditori. Possano sempre rimanere aperte le nostre bocche ogni volta che leggiamo il vangelo! I vangeli ci raccontano che la gente semplice ascoltava molto volentieri il Signore e rimaneva stupefatta di quello che udiva dalla sua bocca; pertanto, veniva loro spontaneo fare il confronto con l’insegnamento che davano scribi, farisei e dottori della legge. La gente notava che non era affatto la stessa cosa. I vangeli sinottici narrano che alla fine di un insegnamento o di un gesto prodigioso compiuto da Gesù, tutti rimanevano stupiti rivolgendosi l’un l’altro la domanda: che insegnamento nuovo (dato con autorità) è mai questo?…

Gesù sta insegnando nel Tempio. Qui si possono vedere tante cose. Come oggi, quando vai nelle basiliche, nelle cattedrali, o anche nelle nostre chiese parrocchiali. Gesù faceva aprire la bocca di molti per lo stupore, ad altri invece la chiudeva perché si rendessero conto della malizia nascosta nelle loro domande. Gesù ha appena chiuso la bocca di tutti rispondendo a uno scriba che gli aveva chiesto qual era il primo di tutti i comandamenti: e nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo (Mc 12,34). Adesso lasciamoci interrogare da Lui. Gesù vede che nel Tempio, quasi scambiato per un “red carpet” cinematografico, c’è chi passeggia in elegantissime vesti occupando i primi posti, quelli più in vista: toh! Sono gli scribi! Sono quelli che dovrebbero insegnare le cose di Dio, sono quelli che hanno fatto studiare per tanti anni nelle università e che dovrebbero dare una bella testimonianza! Ma come? Eppure fanno preghiere lunghissime alla vista di tutti! Gesù ammonisce chiunque di guardarsi da questi falsi maestri e dal loro modo di vivere. Apparentemente religiosi, costoro vivono nel culto del proprio io cercando la gloria dagli uomini e nascondendo, dietro la loro ricchezza, più grandi ingiustizie: divorano le case delle vedove (Mc 12,40). Ho letto poco fa una intervista rilasciata da Francesco a un settimanale olandese: “un credente non può parlare di povertà e poi vivere come un faraone”. C’è una mondanità (il papa ce l’ha più volte ripetuto) che uccide la fede e l’essere umano. Ma chi rappresenta in qualche modo la fede e poi la smentisce con il suo modo di vivere, amando di più il potere, l’apparire e l’avere, avrà un giudizio più severo. Come sempre, il Signore ci avverte ed è giusto in quel che ci dice.

Il tesoro del Tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Il tesoro del Tempio, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Ma Gesù, se da un lato ci dice di guardarci da chi si serve della parola di Dio e degli altri per primeggiare, dall’altro, ci dice anche di guardare chi Lui guarda (Mc 12,42). Come è diverso quel che guarda Dio e quel che guarda l’uomo! C’è una celebre pagina della Scrittura che lo esprime a chiare lettere: l’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore (1 Sam 16,7). Ma non solo. Gesù ci dice di guardare quella donna che nel Tempio ai più passa inosservata. Perché possiamo capire e credere che il Signore si identifica prima di tutto con coloro che non sono guardati dagli uomini: in essi sono nascoste grandissime lezioni da apprendere! Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei (Mt 23,2), ma Gesù seduto davanti al tesoro del Tempio oggi ci dice che sulla sua cattedra, ad insegnare con Lui, ci va con diritto una povera vedova! Lei è il suo tesoro! Quel che fa lei in silenzio deve diventare il nostro tesoro!

L'obolo della vedova, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

L’obolo della vedova, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2015

Mi ricordo ancora, tra i tanti maestri qualificati da Gesù e squalificati dagli uomini incontrati sulla mia strada, una vedova conosciuta durante una missione di evangelizzazione in un villaggio delle Ande peruviane. Per questo evento si mosse un gruppo di circa 40-50 persone, per lo più giovani. Eravamo alloggiati negli ambienti poverissimi delle scuole. Abbiamo vissuto una settimana indimenticabile. Andavamo a portare il messaggio di amore del vangelo tra quella popolazione molto povera, dappertutto trovavamo una accoglienza incredibile. Un giorno quella donna che viveva da sola, vedova, mi invitò a pranzo insieme alla mia equipe di 5 ragazzi. Quando giungemmo nella sua casa (per noi una baracca) la trovammo indaffarata a preparare qualcosa su cui sederci ed appoggiarci per mangiare. Mentre alcuni ragazzi l’aiutavano, poggiai il mio sguardo sulle uniche due pentole della vecchia cucina. Come cibo non v’era altro, né sulla cucina, né attorno a noi. Dentro una pentola c’era un pollo già diviso in porzioni. Dentro l’altra del riso. Allora quella povera donna ci fece sedere e, così come riusciva, con quelle poverissime stoviglie, cominciò silenziosamente a distribuirci quel riso e quel pollo. Dovevate vederla, era una liturgia. Per noi dunque, una giusta porzione, anche se piccolissima. Per lei invece, una porzione solo simbolica: un cucchiaio di riso. In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri…ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere (Mc 12,43-44). Terminata la distribuzione, quella donna stupenda si raccolse un poco. Poi, nel suo sorriso, ci guardò con affetto, e contenta cominciò a benedire e lodare Dio perché eravamo andati a visitarla per parlarle dell’amore di Dio per lei. E noi ce ne tornammo da lì, contenti, perché Ella ci aveva parlato dell’amore di Dio per noi.

BUONA DOMENICA A TUTTI!

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SOBRE SU CÁTEDRA UNA POBRE VIUDA

 

Jesús enseñaba a vivir. Su enseñanza dejaba muchas veces con la boca abierta a sus auditores. ¡Puedan quedarse siempre abiertas nuestras bocas cada vez que leemos el evangelio! Los evangelios nos cuentan que la gente sencilla escuchaba con mucho gusto al Señor y se quedaba estupefacta de lo que oía de su boca; por lo tanto, a ellos les venía espontáneo confrontar con la enseñanza que daban los escribas, fariseos y doctores de la ley. La gente notaba que de hecho no era la misma cosa. Los evangelios sinópticos narran que al final de una enseñanza o de un gesto prodigioso hecho por Jesús, todos se quedaban maravillados haciéndose los unos a los otros la pregunta: ¿qué enseñanza nueva (dado con autoridad) es esta?

Jesús está enseñando en el Templo. Aquí se pueden ver tantas cosas. Como hoy, cuando vas a las basílicas, a las catedrales, o también en nuestras iglesias parroquiales. Jesús hacia abrir la boca por la maravilla, a otros en cambio las cerraba para que se dieran cuenta de la malicia escondida en sus preguntas. Jesús ha apenas cerrado la boca de todos respondiendo a un escriba que le había preguntado cuál era el primero de todos los mandamientos: y nadie más tenía el coraje de interrogarlo (Mc 12,34). Ahora dejémonos interrogar por Él. Jesús ve que en el Templo, casi intercambiado por una “red carpet” cinematográfica, hay quien pasea en elegantísimos vestidos ocupando los primeros lugares, aquellos más en vista: ¡ah! !Son los escribas! ¡Son los que deberían enseñar las cosas de Dios, son aquellos que han hecho estudiar por muchos años en las universidades y que deberían dar un lindo testimonio! Pero ¿cómo? Además ¡hacen oraciones larguísimas a la vista de todos! Jesús amonesta a todos que se cuiden de estos falsos maestros y de su modo de vivir. Aparentemente religiosos, estos viven en el culto del propio yo buscando la gloria de los hombres y escondiendo, detrás de sus riquezas, más grandes injusticias: devoran las casas de las viudas (Mc 12,40). He leído hace poco tiempo una entrevista concedida por Francisco a una revista holandesa: “un creyente no puede hablar de pobreza y luego vivir como un faraón” Hay una mundanidad (el papa nos lo ha repetido muchas veces) que mata la fe y el ser humano. Pero quien representa de alguna manera la fe y luego la desmiente con su modo de vivir, amando más el poder, la apariencia y el tener, tendrá un juicio más severo. Como siempre, el Señor nos advierte y es justo en lo que nos dice.

Pero Jesús, si de un lado nos dice que nos cuidemos de quien se sirve de la Palabra de Dios y de los demás para primar, del otro, nos dice también que miremos a quien Él mira (Mc 12,42). ¡Cómo es diferente lo que mira Dios y lo que mira el hombre! Hay una célebre página de la Escritura que lo expresa con claras letras: el hombre mira la apariencia, el Señor mira el corazón (1Sam 16,7) Pero no solo. Jesús nos dice que miremos aquella mujer que en el Templo para los demás pasa desapercibida. Para que podamos entender y creer que el Señor se identifica antes que nada con aquellos que no son mirados por los hombres: ¡en ellos se esconde grandísimas lecciones para aprender! Sobre la cátedra de Moisés se han sentado los escribas y los fariseos (Mt 23,2), pero Jesús sentado delante del tesoro del Templo hoy nos dice que sobre su cátedra, a enseñar con Él, va con derecho ¡una pobre viuda! ¡Ella es su tesoro! ¡Lo que hace ella en silencio debe volverse nuestro tesoro! Me acuerdo todavía, entre los tantos maestros calificados de Jesús y descalificados para los hombres encontrados en mi camino, una viuda encontrada durante una misión de evangelización en un pueblo de los Andes peruanos. Para este evento se movió un grupo de más o menos 40-50 personas, más que nada jóvenes. Estábamos alojados en los ambientes muy pobres de los colegios. Hemos vivido una semana inolvidable. Íbamos a llevar el mensaje de amor del evangelio entre esa población muy pobre, por todas partes encontrábamos una acogida increíble. Un día una mujer que vivía sola, viuda, me invitó a almorzar junto a mi equipo de 5 jóvenes. Cuando llegamos a su casa (para nosotros una choza) la encontramos atareada en preparar algo en donde sentarnos y apoyarnos para comer. Mientras algunos jóvenes la ayudaban, puse mi mirada sobre las únicas dos ollas de la vieja cocina. Como almuerzo no había otra cosa, ni sobre la cocina, ni alrededor de nosotros. Dentro de una olla había pollo ya dividido en porciones. Dentro de la otra había arroz. Entonces esa pobre mujer nos hizo sentar y, así como lograba, con esos pobres servicios, comenzó silenciosamente a distribuirnos el arroz y el pollo. Debían verla, era una liturgia. Para nosotros entonces, una justa porción, aunque si pequeña. Para ella en cambio, una porción solo simbólica: una cuchara de arroz. En verdad les digo: esta viuda, así pobre, ha echado más que todos los demás en el tesoro… ha echado todo lo que tenía, todo lo que tenía para vivir (Mc 12,43-44). Terminada la distribución, aquella mujer estupenda se recogió un poco. Luego, en su sonrisa, nos miró con afecto, y contenta comenzó a bendecir y alabar a Dios porque habíamos ido a visitarla para hablar del amor de Dios por ella. Y nosotros regresamos de allí, contentos, porque Ella nos había hablado del amor de Dios por nosotros.

BUEN DOMINGO A TODOS!

FESTA DI TUTTI I SANTI

VEDETE QUALE GRANDE AMORE

Ap 7,2-4.9-14;  1Gv 3.1-3;  Mt 5, 1-12

 

Il primo giorno di novembre la Chiesa celebra, ogni anno, la presenza nel suo seno del dono inestimabile della santità. Ci sono tanti modi per riconoscerla e celebrarla. Le letture della odierna liturgia della parola aprono varie finestre su di essa perché possiamo ringraziare e meditare insieme su questo dono. Partiamo dallo sguardo proiettato sul futuro del libro dell’Apocalisse. In esso ci viene comunicato che questo futuro, davanti a Dio, vedrà la presenza di “una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua…avvolti in veste candide con palme nelle mani” (Ap 7,9). Questo immenso popolo grida la propria vittoria che altro non è che la stessa vittoria di Dio: “la salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello” (Ap 7,10). Se sostituiamo il termine “salvezza” con “santità”, al di là della differenza terminologica, di certo non manipoliamo la Parola di Dio ma evidenziamo, anche teologicamente, in cosa consiste il mistero della santità. Essa è realtà che appartiene a Dio e come tale è per noi, in primo luogo, un dono. La moltitudine dei salvati che sta davanti a quel trono ha piena coscienza di ciò, quindi da tutta la gloria a Dio: Lui solo è Santo! La domanda del personaggio anziano assiso nella corte celeste che attornia quel trono aiuta a focalizzare ancor di più l’identità di quella moltitudine in relazione al mistero della sua santità (Ap 7,13-14): quella moltitudine immensa si trova in piena comunione con Dio perché si tratta di tutti coloro che hanno vissuto la precarietà della vita umana come attraversando una grande tribolazione, permettendo così al sangue dell’Agnello di rivestirli della sua santità. S.Paolo avrebbe detto: si tratta di coloro che hanno partecipato alle sofferenze di Cristo e che ora si ritrovano a partecipare della sua gloria. Ancora una volta, l’accento ricade giustamente sulla persona del Signore: il candore di quell’innumerevole gruppo di persone è il frutto di quel sangue donato all’umanità!

Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2015

                Il discorso della montagna, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, ottobre 2015

Nel vangelo di Matteo il discorso di Gesù che sulla montagna proclama le Beatitudini ci ricorda invece che la santità, oltre che un dono, è anche cammino e compito del credente. In esse il Maestro indica il tracciato esistenziale che il discepolo deve necessariamente percorrere se vuol diventare santo. Il Signore ci chiama alla santità, cioè a imparare a vivere, come Lui, in una novità di vita che è riassunta esattamente dalle Beatitudini. Il discepolo incamminato verso la santità è una persona che sta diventando povera in spirito, che sa accogliere le afflizioni della vita, che esprime mitezza, è affamata e assetata di giustizia, misericordiosa, pura di cuore, impegnata a crear pace, nonché perseguitata, insultata e calunniata. Tutto questo per causa mia (Mt 5,11). E’ sempre Lui l’unica causa, il motivo, il significato per abbracciare questa vita. E se da un punto di vista prettamente umano questo modo di vivere si scontra con le tante logiche che portano avanti la vita in questo mondo, facendolo sembrare pura follia (o, come si dice oggi, una vita da “sfigati”…), la fede nelle parole del Signore che troviamo alla fine del vangelo manifesta che non solo il discepolo, alla lunga, diviene uomo saggio nell’abbracciare questo modo di vivere, ma trova in esso, paradossalmente, la vera gioia che lo porta ad esultare già su questa terra (Mt 5,12). Come non ricordare, in proposito, la celebre pagina dei Fioretti in cui Francesco d’Assisi comunica, con parole sue, il luogo e la causa di questa indicibile gioia?

“Venendo una volta san Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angei con frate Leone a tempo di inverno, e il freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Leone, il quale andava innanzi, e disse così: frate Leone, avvegnadiochè li frati minori in ogni terra dieno grande esemplo di santitade e di buona edificazione, nientedimeno iscrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia. E andando san Francesco più oltre, il chiamò la seconda volta: frate Leone, benchè ’l frate minore allumini i ciechi, e distenda gli attratti, iscacci le demonia, renda l’udire alli sordi e l’andare alli zoppi, il parlare alli mutoli, e ch’è, maggiore cosa, risusciti li morti di quattro dì, scrivi che in ciò non è perfetta letizia. E andando ancora un poco avanti, gridò forte: o frate Leone, se ’l frate minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le Scritture, sicché sapesse profetare e rivelare non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e degli animi; scrivi, che non è in ciò perfetta letizia. Andando un poco più oltre, san Francesco chiamò ancora forte: o frate Leone, pecorella di Dio, benchè il frate minore parli con lingua d’angelo, e sappia i corsi delle stelle e le virtù delle erbe; e fossonli rivelati tutti li tesori della terra, e cognoscesse le virtù degli uccelli, e de’ pesci, e di tutti gli animali, e degli uomini, e degli alberi, e delle pietre, e delle radici, e dell’acque, iscrivi, che non è in ciò perfetta letizia. E andando ancora un pezzo, san Francesco chiamò forte: frate Leone, benchè il frate minore sapesse sì bene predicare che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo; scrivi che non è ivi perfetta letizia. E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Leone, con grande ammirazione il domandò e disse: padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica, dove è perfetta letizia. E san Francesco sì gli rispuose: quando noi saremo a Santa Maria degli angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo, e infangati di loto, e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo; e ’l portinaio verrà adirato, e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati, e colui dirà: Voi non dite vero; anzi siete due ribaldi, che andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via: e non ci aprirà, e faracci istare di fuori alla neve e all’acqua col freddo e colla fame, insino alla notte, allora se noi tanta ingiuria, e tanta crudeltate, e tanti commiati sosterremo pazientemente senza turbarcene e senza mormorare di lui; e penseremo umilmente e caritativamente che quello portinaio veramente ci cognosca, e che Iddio il fa parlare contra a noi; frate Leone, iscrivi, che qui è perfetta letizia. E se noi perseveriamo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, che qui non mangerete voi, nè albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con amore; frate Leone, scrivi che qui è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame, e dal freddo, e dalla notte, più picchieremo, e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro; e quelli più scandolezzato dirà: costoro sono gaglioffi importuni; io gli pagherò bene come sono degni: e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio, e gitteracci in terra, e involgeracci nella neve, e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia; e però odi la conclusione, frate Leone. Sopra tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere sè medesimo, e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie ed obbrobrii e disagi; imperocchè in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, perocchè non sono nostri, ma di Dio; onde dice l’Apostolo: Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perchè te ne glorii come se tu l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e della afflizione ci possiamo gloriare, perocchè questo è nostro; e perciò dice l’Apostolo: io non mi voglio gloriare, se non nella croce di nostro Signore Gesù Cristo”.

Nella seconda lettura S.Giovanni ci assicura che il dono di questa santità di vita, cioè la possibilità di vivere le Beatitudini evangeliche, ci è stato già fatto. Nel battesimo siamo già stati fatti figli di Dio, e lo siamo realmente! (1Gv 3,1). Abbiamo ricevuto il seme della vita divina che è la sua santità. Il motivo di questa realtà è semplice ed unico: il suo grande amore. Quel grande amore che il Signore ci ha rivelato sulla Croce. Tutto quello che Lui fa per noi è sempre amore. Dio non sa fare altro. La vita del credente allora non è null’altro che la continua scoperta di cosa Lui ha fatto, fa e farà ancora per noi: fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato (1Gv 3,2). Tutto sarà sempre più chiaro, anche cosa sia la santità donataci, soprattutto dopo la grande tribolazione, la nostra morte, se cercheremo di vivere secondo quella fede che abbiamo ricevuto e se cercheremo di imbroccare e percorrere il tracciato delle Beatitudini segnato dal Signore.

TANTI AUGURI A TUTTI! BUONA FESTA DI OGNISSANTI!

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MIREN QUÉ GRANDE AMOR

Ap 7,2-4.9-14;  1Jn 3.1-3;  Mt 5, 1-12
 

En el primer día de noviembre la Iglesia celebra cada año la presencia, en su seno, del regalo inestimable de la santidad. Hay muchos modos para reconocerla y celebrarla. Las lecturas de la actual liturgia de la palabra nos abren varias ventanas sobre ella para agradecer y meditar sobre este don. Partimos de la mirada proyectada sobre el futuro del libro del Apocalipsis. Allí se nos comunica que este futuro, en Dios, verá la presencia de “una multitud inmensa que nadie podía contar, de cada nación, tribu, pueblo y lengua… envueltos en cándidos vestidos con las palmas en las manos” (Ap 7,9). Este inmenso pueblo grita la propia victoria que no es otra que la misma victoria de Dios: “la salvación le pertenece a nuestro Dios se sentado sobre el trono y al Cordero” (Ap 7,10). Si reemplazamos el término “salvación” con “santidad”, más allá de la diferencia terminológica, de seguro no manipulamos la Palabra de Dios sino que evidenciamos, también teológicamente, en qué consiste el misterio de la santidad. Ella es realidad que le pertenece a Dios y como tal es para nosotros en primer lugar un regalo. La multitud de los salvados que está delante de aquel trono tiene plena conciencia de eso y de toda la gloria a Dios: ¡Sólo Él es Santo! Y la pregunta del personaje anciano sentado en la corte celeste que rodea aquel trono ayuda a focalizar todavía más la identidad de aquella multitud en relación al misterio de la santidad (Ap 7,13 -14).  La santidad de Dios reviste aquella multitud inmensa porque se trata de todos los que han vivido la precariedad de la vida humana como atravesando una gran tribulación, permitiendo así a la sangre del Cordero de revestir a ésos de su santidad. S. Pablo diría que se trata de los que han participado en los sufrimientos de Cristo y que ahora se encuentran a participar de su gloria. Una vez más, el acento recae justamente sobre la persona del Señor: ¡el candor de aquel innumerable grupo de personas es el fruto de aquella sangre donada a la humanidad!

En el evangelio de Mateo el discurso de Jesús que sobre la montaña proclama las Beatitudes nos recuerda en cambio que la santidad, más allá de ser un don, es también camino y tarea del creyente. En ellas el Maestro indica el recorrido existencial que el discípulo necesariamente tiene que recorrer si quiere volverse santo. El Señor nos llama a la santidad, es decir a aprender a vivir, como Él, en una novedad de vida que es resumida exactamente por las Beatitudes. El discípulo encaminado hacia la santidad es una persona que se está volviendo pobre en espíritu, que sabe acoger las aflicciones de la vida, que expresa mansedumbre, hambrienta y sedienta de justicia, misericordiosa, pura de corazón, ocupada a crear paz, además de perseguida, insultada y calumniada. Todo esto por mi causa (Mt 5,11). Es siempre Él la única causa, el motivo, el sentido para abrazar esta vida. Y si de un punto de vista puramente humano este modo de vivir se choca con las muchas lógicas que llevan adelante la vida en este mundo, haciéndolo parecer pura locura (o, como se dice hoy, una vida de “desafortunados”…) la fe en las palabras del Señor que encontramos al final del evangelio manifiesta que no solo el discípulo, a la larga, se vuelve hombre sabio en abrazar este modo de vivir, sino que encuentra en ella, paradójicamente, la verdadera alegría que lo lleva a exultar ya en esta tierra (Mt 5,12) ¿Cómo no recordar, a propósito de esto, la célebre página de las Florecillas en la cual Francisco de Asís comunica, con palabras suyas, el “lugar” de esta indecible alegría?

“Iba una vez San Francisco con el hermano León de Perusa a Santa María de los Ángeles en tiempo de invierno. Sintiéndose atormentado por la intensidad del frío, llamó al hermano León, que caminaba un poco delante, y le habló así: ¡Oh hermano León!: aun cuando los hermanos menores dieran en todo el mundo grande ejemplo de santidad y de buena edificación, escribe y toma nota diligentemente que no está en eso la alegría perfecta. Siguiendo más adelante, le llamó San Francisco segunda vez: ¡Oh hermano León!: aunque el hermano menor devuelva la vista a los ciegos, enderece a los tullidos, expulse a los demonios, haga oír a los sordos, andar a los cojos, hablar a los mudos y, lo que aún es más, resucite a un muerto de cuatro días, escribe que no está en eso la alegría perfecta. Caminando luego un poco más, San Francisco gritó con fuerza: ¡Oh hermano León!: aunque el hermano menor llegara a saber todas las lenguas, y todas las ciencias, y todas las Escrituras, hasta poder profetizar y revelar no sólo las cosas futuras, sino aun los secretos de las conciencias y de las almas, escribe que no es ésa la alegría perfecta. Yendo un poco más adelante, San Francisco volvió a llamarle fuerte: ¡Oh hermano León, ovejuela de Dios!: aunque el hermano menor hablara la lengua de los ángeles, y conociera el curso de las estrellas y las virtudes de las hierbas, y le fueran descubiertos todos los tesoros de la tierra, y conociera todas las propiedades de las aves y de los peces y de todos los animales, y de los hombres, y de los árboles, y de las piedras, y de las raíces, y de las aguas, escribe que no está en eso la alegría perfecta. Y, caminando todavía otro poco, San Francisco gritó fuerte: ¡Oh hermano León!: aunque el hermano menor supiera predicar tan bien que llegase a convertir a todos los infieles a la fe de Jesucristo, escribe que ésa no es la alegría perfecta. Así fue continuando por espacio de dos millas. Por fin, el hermano León, lleno de asombro, le preguntó: Padre, te pido, de parte de Dios, que me digas en que está la alegría perfecta. Y San Francisco le respondió: Si, cuando lleguemos a Santa María de los Ángeles, mojados como estamos por la lluvia y pasmados de frío, cubiertos de lodo y desfallecidos de hambre, llamamos a la puerta del lugar y llega malhumorado el portero y grita: “¿Quiénes sois vosotros?” Y nosotros le decimos: “Somos dos de vuestros hermanos”. Y él dice: “¡Mentira! Sois dos bribones que vais engañando al mundo y robando las limosnas de los pobres. ¡Fuera de aquí!” Y no nos abre y nos tiene allí fuera aguantando la nieve y la lluvia, el frío y el hambre hasta la noche. Si sabemos soportar con paciencia, sin alterarnos y sin murmurar contra él, todas esas injurias, esa crueldad y ese rechazo, y si, más bien, pensamos, con humildad y caridad, que el portero nos conoce bien y que es Dios quien le hace hablar así contra nosotros, escribe ¡oh hermano León! que aquí hay alegría perfecta. Y si nosotros seguimos llamando, y él sale fuera furioso y nos echa entre insultos y golpes, como a indeseables importunos, diciendo: “¡Fuera de aquí, ladronzuelos miserables; id al hospital, porque aquí no hay comida ni hospedaje para vosotros!” Si lo sobrellevamos con paciencia y alegría y en buena caridad, ¡oh hermano León!, escribe que aquí hay alegría perfecta. Y si nosotros, obligados por el hambre y el frío de la noche, volvemos todavía a llamar, gritando y suplicando entre llantos por el amor de Dios, que nos abra y nos permita entrar, y él más enfurecido dice: “¡Vaya con estos pesados indeseables! Yo les voy a dar su merecido”. Y sale fuera con un palo nudoso y nos coge por el capucho, y nos tira a tierra, y nos arrastra por la nieve, y nos apalea con todos los nudos de aquel palo; si todo esto lo soportamos con paciencia y con gozo, acordándonos de los padecimientos de Cristo bendito, que nosotros hemos de sobrellevar por su amor, ¡oh hermano León!, escribe que aquí  y en esto está la alegría perfecta; pero ahora escucha la conclusión, hermano León. Por encima de todas las gracias y de todos los dones del Espíritu Santo que Cristo concede a sus amigos, está el de vencerse a sí mismo y de sobrellevar gustosamente, por amor de Cristo Jesús, penas, injurias, oprobios e incomodidades; porque en todos los demás dones de Dios no podemos gloriarnos, ya que no son nuestros, sino de Dios; por eso dice el Apóstol: ¿Qué tienes que no hayas recibido de Dios? Y si lo has recibido de Él, ¿por qué te glorías como si lo tuvieras de ti mismo? Pero en la cruz de la tribulación y de la aflicción podemos gloriarnos, ya que esto es nuestro; por lo cual dice el Apóstol: No me quiero gloriar sino en la cruz de Cristo. En alabanza de Cristo.”

Juan en la segunda lectura nos asegura que el don de esta santidad de vida, es decir la posibilidad de vivir las Beatitudes evangélicas, nos ha sido ya hecha. ¡En el bautismo ya hemos sido hechos hijos de Dios, y realmente lo somos! (1Jn 3,1). Hemos recibido la semilla de la vida divina que es su santidad. El motivo de esta realidad es simple y único: su gran amor. Aquel gran amor que el Dios nos ha revelado sobre la Cruz. Todo lo que Él hace por nosotros siempre es amor. Dios no sabe hacer otra cosa. Entonces la vida del creyente no es otra cosa que el continuo descubrimiento de lo que Él ha hecho, hace y todavía hará por nosotros: ahora somos hijos de Dios y aún no se ha manifestado lo que seremos. (1Jn 3,2). Todo estará cada vez más claro, también lo que será la santidad donada a nosotros, después de la gran tribulación, nuestra muerte, si tratáremos de vivir según aquella fe que hemos recibido y si tratáremos de acertar el recorrido de las Beatitudes señalado por el Señor.

¡FELICIDADES A TODOS! ¡BUENA FIESTA DE TODOS LOS SANTOS!

 

  

 

XXX DOMENICA DEL T.O.

MA EGLI GRIDAVA MOLTO PIÙ’ FORTE

(Sapendo quel che chiedeva)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

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Nel vangelo di domenica scorsa Giacomo e Giovanni pretendevano qualcosa da Gesù. Lui, pacatamente, risponde con domanda assai disponibile ad accogliere la richiesta: “che cosa volete che io faccia per voi?” (Mc 10,36). Vogliono i primi posti mentre il Maestro sta dirigendosi all’ultimo posto e mentre parla a tutti di servizio e ultimi posti per poter divenire davvero grandi. È molto curioso che nel finale del vangelo di oggi Gesù rivolga la stessa domanda (Mc 10,51) a Bartimeo che gridava a Lui, ma con ben altro esito alla sua richiesta!…Il vangelo ci presenta i discepoli camminare instradati con il Signore e la folla, mentre il figlio cieco di Timeo mendica seduto e fuori strada. Quello che succede è semplicemente sorprendente. Ed è un avviso per noi che leggiamo oggi il vangelo di Mc, affinché riconosciamo che quanto capita ai primi discepoli è spesso quel che capita e può ancora capitare a noi.

Non conoscevo, fino a un paio di anni fa, i motivi della cecità che ha colpito Andrea Bocelli. Quand’era ancora piccolo gli fu diagnosticato un glaucoma congenito bilaterale. Circa ventisette operazioni, innumerevoli consulti medici, una vera via crucis. Per qualche tempo comunque Andrea ha visto il sole, il cielo, le stelle, gli animali e i volti degli uomini. “Vedevo male, ma senza alterazioni”, dice nella sua ultima autobiografia. Poi a 12 anni riceve una pallonata in faccia durante una partita di calcio. Il trauma colpisce i già fragili occhi e da allora scende l’oscurità totale. Inizia un percorso sofferto nel quale progressivamente Bocelli scopre l’amore per la musica e in particolare per la lirica. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, quel percorso che gli ha fatto raggiungere un rapido successo in tutto il mondo, non lo porta a divenire un vanesio campione del consenso, uno scaltro prodotto di mercato, oppure il tipico divo narcisista e nevrotico, anche se lui ammette di essere stato per un certo tempo stordito dal successo. Le premesse per un tale esito ci sarebbero tutte, eppure chi l’ha intervistato ha testimoniato sempre la sorpresa per la calma riservata con cui l’artista parla, per il suo gentile conversare che pone sempre un confine, una sorta di amabile distacco dal suo interlocutore. Bocelli dichiara sempre di credere in Dio e lo fa con semplicità, come se fosse ovvio e naturale. Si definisce un devoto di Pascal e di Tolstoj, dice che sono stati loro a salvarlo da indugi e false partenze nella fede. Ma soprattutto giunge ad affermare nella sua autobiografia, lui, un “non vedente”, che “tanti nella vita possono vedere tutto senza in realtà vedere nulla”.

Il cieco di Gerico, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2012

Il cieco di Gerico, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2012

Come dargli torto? Tanti che camminano con Gesù sembrano non occuparsi di conoscere con chi hanno a che fare. Sono per strada vicini a Lui, eppure si rivelano così lontani! Eterno e stupefacente paradosso del vangelo! Quell’uomo cieco che si trova ai bordi della strada, lontano dal suo sguardo, “sente” il suo passaggio e comincia a gridare: “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!” (Mc 10,47). Molti tra la folla lo sgridano. Sono infastiditi dalla sua presenza o solo dal suo grido? Hanno fretta? O non hanno voglia di ascoltare cosa vuole? Pensano che sia impossibile al Maestro, deciso sulla rotta di Gerusalemme, fermarsi per dare udienza a un cieco? Oppure non sopportano che un grido d’uomo faccia saltare la tabella di marcia del seguito di Gesù? Che si stesse ancora discutendo tra loro di cose importanti? (a chi i primi posti?…) Lo sgridano, vogliono che stia zitto, però non riescono a farlo tacere. “Ma egli gridava molto più forte” (Mc 10,48). Trovo questa annotazione di Marco una perla di rara bellezza. E’ il grido del misero, del piccolo, del peccatore che spera solo in Dio. E’ quel grido più forte di ogni voce avversa che si erge contro. E’ quella preghiera -gemito dello Spirito- che il Signore non può ignorare. Perché se c’è una preghiera che ci fa “toccare” Dio, questa è la preghiera di chi riconosce la propria radicale povertà e il suo essere profondo bisogno di Lui. Una mamma, anche se ascolta sempre volentieri la voce del figlio, può non corrispondere alle sue richieste se queste non gli fanno del bene. Ma non può non accorrere quando il figlio grida a lei. “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Quel cieco è l’unico uomo nel vangelo di Marco a chiamare Gesù per nome, come se già avesse con quel nome una relazione personale di conoscenza e familiarità. Egli sa cosa chiedere. Invoca misericordia per la sua vita e crede che Gesù è il Figlio di Davide, l’atteso di Israele che compie le promesse di Dio (cfr Ger 31,7-9), colui che esercita il suo potere usando misericordia.

Bartimeo 2

Gesù viene fermato da quel grido invincibile e ordina ai suoi di chiamarlo (v.49). Come sarà stata la loro faccia davanti a quella brusca fermata fuori programma? Adesso però possono assistere al meraviglioso incontro. Hanno qualcosa di importante da imparare. Devono convincersi di essere come quel cieco, piccolo, povero e fuori strada, altrimenti non capiranno nulla né del Signore né della loro stessa chiamata. Coloro che rifiutavano il cieco ora glielo conducono per mano. Perdonaci Gesù! Stiamo scoprendo che quando non siamo sintonizzati con il tuo Cuore non ti vediamo, non ti siamo vicini, e finiamo per tormentare il piccolo che ti cerca con tutto il cuore invece che portarlo a Te! Signore, abbi pietà di noi!

Bartimeo 4

Al solo sentire la voce dei discepoli, Bartimeo balza in piedi con la prontezza di chi sembrava attendere da tempo. Gesù gli chiede cosa vuole che faccia per lui. “Ora il cieco gli disse: Rabbunì (maestro mio), che io veda! – E Gesù gli disse: và, la tua fede ti ha salvato” (vv. 51-52).

Bartimeo 5

Maestro mio,

non voglio più sedermi alla tua destra

né alla tua sinistra

ma nemmeno davanti o di dietro

Non cerco più un posto che venga prima di tutti

o che sia visibile a tutti

Cerco solo il tuo Volto

Il tuo Volto Signore io cerco

non nascondermi il tuo Volto (Sal 27)

Maestro mio

possa io vedere ogni giorno Te

imparando ad ascoltare Te

 a camminare con Te

a lasciarmi cercare da Te

Gesù di Nazareth

anche io grido a Te

e griderò più forte

Fermati ancora!

Chiamami ancora!

perché se non mi parli,

io sono come chi scende nella fossa (Sal 28)

Che io vada fuori strada

purché conosca qual è la tua strada

e impari solo a seguirti

ovunque Tu sia

E così sia.

BUONA DOMENICA A TUTTI!

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PERO ÉL GRITABA MÁS FUERTE

 (Sabiendo lo que pedía)

En el evangelio del domingo pasado Giacomo y Giovanni pretendían algo de Jesús. Él, sosegadamente, responde más bien con una pregunta muy disponible a acoger el pedido: “¿qué quieren que yo haga por ustedes?” (Mc 10,36). Quieren los primeros puestos mientras que el Maestro está dirigiéndose al último puesto mientras habla a todos de servicio y últimos puestos para poder volvernos de verdad grandes. Es muy curioso que al final del evangelio de hoy Jesús dirija la misma pregunta (Mc 10,51) a Bartimeo que gritaba a Él, ¡pero con un mejor éxito a su pedido!… El evangelio nos presenta a los discípulos caminar encaminados con el Señor y la muchedumbre, mientras que el hijo ciego de Timeo mendiga sentado y en la calle. Lo que sucede es sencillamente sorprendente. Y es un aviso para nosotros que leemos hoy el evangelio de Marcos, para que reconozcamos que cuánto les ocurre a los primeros discípulos a menudo es lo que sucede y puede ocurrirnos a nosotros.

No conocía, hasta hace un par de años, los motivos de la ceguera que ha golpeado a Andrea Bocelli. Cuando todavía era pequeño le fue diagnosticado un glaucoma congénito bilateral. Unas veintisiete operaciones, innumerables consultas médicas, un verdadero vía crucis. Por algún tiempo en todo caso Andrea ha visto el sol, el cielo, las estrellas, los animales y los rostros de los hombres. “Veía mal, pero sin alteraciones”, dice en su última autobiografía. Luego a los 12 años recibe un pelotazo en la cara durante un partido de futbol. El trauma golpea los ya frágiles ojos y desde entonces baja la oscuridad total. Inicia un doloroso recorrido en el que progresivamente Bocelli descubre el amor por la música y en particular por la lírica. Contrariamente a lo que se podía pensar, ese recorrido que le ha hecho alcanzar un rápido suceso en todo el mundo, no lo lleva a volverse un fatuo campeón del consentimiento, un listo producto de mercado o bien el típico divo narcisista y neurótico, aunque él admite de haber sido por un cierto tiempo aturdido por el éxito. Estarían todas las premisas para un tal éxito, sin embargo quién lo ha entrevistado ha siempre testimoniado la sorpresa por la calma reservada con que el artista habla, por su gentil conversar que siempre pone un confín, un tipo de amable separación de su interlocutor. Bocelli siempre declara de creer en Dios y lo hace con sencillez, como si fuera obvio y natural. Un devoto de Pascal y Tolstoj se define, dice que han sido ellos a salvarlo de demoras y falsas salidas en la fe. Pero sobre todo llega a afirmar en su autobiografía, él, un “no vidente”, que “muchos en la vida pueden ver todo sin en realidad ver nada.”

¿Cómo no creerle? Tantos que caminan con Jesús parece que no se preocupen en conocer con quien tienen que estar. ¡Están por la calle cercanos a Él, sin embargo se revelan así lejanos! ¡Eterna y asombrosa paradoja del evangelio! Aquel hombre ciego que se encuentra al borde de la calle, lejos de su mirada, “siente” su paso y empieza a gritar: “¡Jesús, Hijo de David, ten piedad de mí!” (Mc 10,47). Muchos entre la muchedumbre lo regañan. ¿Están fastidiados por su presencia o sólo de su grito? ¿Tienen prisa? ¿O no tienen ganas de escuchar qué cosa quiere? ¿Piensan que sea imposible al Maestro, decidido sobre la ruta de Jerusalén, pararse para dar audiencia a un ciego? ¿O bien no soportan que un grito de hombre haga saltar los horarios de marcha de la continuación de Jesús? ¿Todavía se estaba discutiendo entre ellos de cosas importantes? (¿a quién los primeros puestos?…) Lo regañan, quieren que se calle, pero no logran hacerlo callar. “Pero él gritaba mucho más fuerte” (Mc 10,48). Encuentro a esta anotación de Marco una perla de rara belleza. Es el grito del misterio, del pequeño, del pecador que espera sólo en Dios. Es aquel grito más fuerte de cada voz adversa que se yergue contra. Es aquel ruego – gemido del Espíritu – que el Señor no puede ignorar. Porque si hay un ruego que nos hace “tocar” a Dios, esta es la oración de quien reconoce la propia radical pobreza y su ser profundo necesitado de Él. Una mamá, aunque si siempre escucha con gusto la voz del hijo, puede no corresponder a sus pedidos, si éstas no le hacen del bien. Pero no puede no acudir cuando el hijo le grita a ella. “¡Jesús, Hijo de David, ten piedad de mí!”. Aquel ciego es el único hombre en el evangelio de Marco a llamar a Jesús por nombre, como si ya tuviera con aquel nombre una relación personal de conocimiento y familiaridad. Él sabe qué cosa pedir. Invoca misericordia por su vida y cree que Jesús es el Hijo de David, el esperado de Israel que cumple las promesas de Dios (cfr. Jer 31,7 -9), el que ejerce su poder usando misericordia.

Jesús es detenido por aquel grito invencible y ordena a los suyos que lo llamen (v.49). ¿Cómo habrá sido la cara de ellos delante de aquella brusca parada fuera de programas? Pero ahora pueden asistir al maravilloso encuentro. Tienen algo importante que aprender. Tienen que convencerse de ser como ese ciego, pequeño, pobre y de la calle, sino no entenderán nada ni del Señor ni de sus mismas llamadas. Aquellos que rechazaban al ciego ahora se lo conducen de la mano. ¡Perdónanos Jesús! ¡Estamos descubriendo que cuando no estamos sintonizados con tu Corazón no te vemos, no te estamos cercanos, y acabamos por atormentar al pequeño que te busca de todo corazón en lugar de llevarlo a Ti! ¡Señor, ten piedad de nosotros!

Al solo escuchar la voz de los discípulos, Bartimeo brinca de pie con la prontitud de quien parecía esperar desde hace tiempo. Jesús le pregunta qué cosa quiere que haga por él. “Ahora el ciego le dijo: ¡Rabbuní (maestro mío), que yo vea! – Y Jesús le dijo: ve, tu fe te ha salvado” (vv. 51-52).

Maestro mío,

no quiero sentarme más a tu derecha

ni a tu izquierda

ni siquiera delante o detrás

No busco más un puesto que esté antes de todos

o que sea visible a todos

Busco solo tu Rostro

tu rostro Señor yo busco

no me escondas tu Rostro (Sal 27)

Maestro mío

Pueda yo verte cada día a Ti

aprendiendo a escucharte a Ti

 a caminar contigo

a dejarme buscar por Ti

Jesús de Nazareth

También yo grito a Ti

y gritaré más fuerte

¡Detente todavía!

¡Todavía llámame!

porque si no me hablas,

yo soy como quien baja a la fosa (Sal 28)

Que yo vaya fuera del camino

Con tal que conozca cuál es tu camino

y solo aprenda a seguirte

donde quiera Tú estés

Y así sea.

BUEN DOMINGO A TODOS!

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

NON SAPETE QUELLO CHE CHIEDETE

Is 53,2.3.10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

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Forse la reazione dei discepoli alla terza predizione della passione avrebbe stancato qualsiasi maestro provvisto di un certo buon senso. Ma Gesù è un maestro diverso, con un cuore e un senso spirituale diverso. Dopo la prima predizione ci fu un diverbio con Pietro cui viene chiesto di riposizionarsi dietro di Lui, perché non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini (cfr. Mc 8,32 ss.). Dopo la seconda predizione c’è l’incomprensione totale e il silenzio di chi, opportunisticamente, si rende conto che non è il caso di sollevare altre questioni con il maestro, dato che per strada si era discusso su chi fosse tra di loro il più grande (cfr. Mc 9,32 ss.). Con la terza predizione (cfr. Mc 10,32-34), quella che precede immediatamente il vangelo di oggi, uno si aspetterebbe un minimo di comprensione, o almeno mettersi un po in discussione prima di fare certe richieste. E invece è come se il Signore avesse insegnato un bel niente.

Non so se a voi è mai capitato. Quando tu fai un bel lavoro mettendoci tutta la tua passione, le tue energie, e poi, dopo tanta dedizione, ti rimane in mano un pugno di mosche. Nei primissimi anni di apostolato tra la gente povera della periferia di Lima (Perù), ce la misi tutta per dare una formazione incisiva agli agenti di pastorale con cui lavoravo. Ma più di una volta, con il passare del tempo, la realtà di quei fratelli smentiva tutto quello che seminavo. Il senso di frustrazione e di inutilità diventava in certi momenti invadente, lasciando seri interrogativi sul senso ultimo della mia presenza in quei luoghi e sul lavoro di evangelizzazione svolto. Permettetemi allora di dirvi che la prima cosa che mi balza dalle righe del vangelo di oggi è la pazienza infinita di Gesù, lo sguardo d’amore permanente sui suoi (lo ricordate?…quello di domenica scorso su quel tale che gli corse incontro…), la sua fede incrollabile nell’uomo. Il primo commento da offrire è: “grazie Signore Gesù, della pazienza con cui ci aspetti, della misericordia che ci usi, del tuo instancabile parlarci per generare quanto è impossibile a noi stessi!…”

Tra voi non è così, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2012

Tra voi però non è così, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2012

Poi però dobbiamo aggiungere: i figli di Zebedeo chiedono a Gesù quello che non dovrebbero chiedere. Egli aveva già detto loro insieme ai compagni (e mettendoci un bambino in mezzo) che se uno voleva essere il primo doveva scegliere di essere l’ultimo di tutti e il servo di tutti. A rigor di logica, come discepoli o aspiranti tali, avrebbero dovuto chiedere questo. E invece chiedono di essere alla destra e alla sinistra, suscitando l’indignazione degli altri, reazione che rivela in questi ultimi la stessa segreta ambizione. Che ci vogliamo fare, siamo così. Fino a quando non sbattiamo il muso contro la vera persona di Gesù. Fino a quando non abbandoniamo il Gesù dei nostri pensieri, quello che secondo noi dovrebbe assicurare sempre buon esito ai nostri desideri di grandezza e (oggi soprattutto) di sicurezza. Fino a quando non scopriamo la nostra cecità davanti a Lui, la nostra ignoranza sulla sua identità. Cosa che ci insegnerà a fare (lo vedremo domenica prossima) Bartimeo, il cieco che Gesù con Marco evangelista mette in cattedra, affinché il lettore di ogni tempo ci si possa identificare. Il problema dei discepoli è tutto in quell’espressione di Gesù al v.35 : “voi non sapete quello che chiedete”. Essi non sanno quello che chiedono perché non sanno ancora chi è Colui che stanno frequentando. E non potrebbe essere altrimenti. Essi stanno con Gesù, gli vogliono anche bene, ma a modo loro. Fin quando non entra la parola della Croce non c’è conoscenza della sua persona. Si è ancora in balia del “sottile ragionatore di questo mondo” (1 Cor 1,20), il pensiero satanico.

Nel vangelo di oggi scopriamo che il vero scoglio insormontabile, quello che ha bisogno dell’intervento dello Spirito Santo, è la falsa immagine che abbiamo di Dio, anche se lo chiamiamo fedelmente “Signore Gesù Cristo”. Qui è in gioco la sua identità. Nel dialogo tra il Signore e i due discepoli ci si trova di fronte al contrasto tra il desiderio dell’uomo nei confronti di Dio (v.35) e il desiderio di Dio per l’uomo (v.43). Noi, invece che ascoltare e fare quello che Lui ci dice, vorremmo che Lui ascoltasse e facesse quello che gli diciamo! Meno male che il Signore non risponde a certe richieste! Ricordo ancora un sacerdote amico, uno tra i primi che mi hanno ricondotto a Gesù, raccontarmi con il volto un po velato di tristezza, di un suo compagno di classe che giunse insieme con lui all’ordinazione sacerdotale. Sin dai banchi della teologia era tutto intento a primeggiare e a distinguersi dagli altri. Divenuto sacerdote, era risaputo negli ambienti ecclesiali che voleva a tutti i costi diventare vescovo, e ci stava riuscendo. Ma non lo divenne nei tempi opportuni e finì i suoi giorni in una casa di cura per malati mentali. Penso che lì Gesù lo stava amorosamente aspettando.

I discepoli vogliono sedersi vicino a Gesù, “nella sua Gloria” (v.37). Un desiderio che Egli non rigetta. Purché sia chiaro ai discepoli cosa sia questa Gloria. Non certamente la nostra gloria che confondiamo così facilmente con la sua. A Francesco di rientro dalla visita negli Stati Uniti sono state fatte sull’aereo tante domande dai giornalisti nella ormai abituale conferenza stampa. Ce n’è una che commenta meglio di me il nocciolo del vangelo. Gli hanno chiesto: “Negli Usa lei è diventato una star. È bene per la Chiesa che il Papa sia una star?” Il papa ha risposto: “Conosce lei il titolo che si usava e si deve usare per il papa? Servo dei servi di Dio. È un po’ diverso da star. Le stelle sono belle da guardare, a me piace guardarle quando il cielo è sereno d’estate. Ma il papa deve essere il servo dei servi di Dio. Nei media si usa frequentemente l’espressione “star” per le persone, ma c’è una altra verità: quante ‘star’ abbiamo visto apparire e poi si spengono e cadono. Essere “star” è una cosa passeggera. Ma essere servo dei servi di Dio è bello, non passa”.

Le parole di Gesù sono inconfondibili. La Gloria divina si manifesta in Lui, Figlio di Dio che chiama se stesso “Figlio dell’uomo”, amore che si fa servizio fino ad occupare l’ultimo posto, quello che nessun uomo vorrebbe occupare. Quello che poi farà vedere a tutti in diretta, scandalizzandoli, prima lavando i piedi di chi mangia con Lui nell’ultima cena, poi nella morte ignominiosa sulla Croce. Gesù ci vuole davvero donare la sua Gloria (v.40), ma prima è necessario non confondere Lui ed essa con il dio delle nostre proiezioni mentali, quello che tiene tutti in pugno come i dominatori di questo mondo. Per compiere questa operazione chirurgica, è necessario attraversare lo scandalo della Croce (v.39). Il Signore vuole che la sua Gloria continui a rivelarsi proprio tra i suoi discepoli, chiamati a vivere la gioia e la bellezza di una novità inaudita, quella di amarci gli uni gli altri facendo a gara nel servizio. Auguriamo di cuore a tutti, ma sopratutto ai padri sinodali riuniti a Roma in questo tempo di delicata riflessione sulla famiglia, quel “tra voi però non è così”: il miracolo che solo lo Spirito di Gesù può continuare a generare nella comunità credente.

BUONA DOMENICA A TUTTI!

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NO SABEN LO QUE PIDEN

Quizás la reacción de los discípulos a la tercera predicción de la pasión hubiera cansado a cualquier maestro proveído de cierto sentido común. Pero Jesús es un maestro diferente, con un corazón y un sentido espiritual diferente. Después de la primera predicción hubo una disputa con Pedro a quien le piden de reposicionarse detrás de Él, porque no piensa según Dios sino según los hombres, (cfr. Mc 8,32 ss.). Después de la segunda predicción hay la incomprensión total y el silencio de quien, oportunistamente, se da cuenta que no es el caso de levantar otras cuestiones con el maestro, puesto que por el camino se discutió sobre quien era entre ellos el más grande, (cfr. Mc 9,32 ss.). Con la tercera predicción, (cfr. Mc 10,32 -34), la que precede enseguida al evangelio de hoy, uno se esperaría un mínimo de comprensión, o al menos ponerse un poco en discusión antes de hacer ciertos pedidos. Y en cambio es como si el Señor no hubiera enseñado nada bueno.

No sé si a ustedes nunca les ha sucedido. Cuando tú haces un bonito trabajo poniéndole toda tu pasión, tus energías, y luego, después de mucha dedicación, te queda en la mano un puño de moscas. En los primeros años de apostolado entre la gente pobre de la periferia de Lima (Perú), lo puse todo para dar una formación incisiva a los agentes de pastoral con los que trabajé. Pero más de una vez, con el pasar del tiempo, la realidad de aquellos hermanos desmentía todo lo que sembraba. El sentido de frustración e inutilidad se volvía en ciertos momentos atrevido, dejando serias preguntas sobre el sentido final de mi presencia en aquellos lugares y sobre el trabajo de evangelización desarrollado. Permítanme entonces decirles que la primera cosa que me brota de las líneas del evangelio de hoy es la paciencia infinita de Jesús, la mirada de amor permanente sobre los suyos (¿lo recuerdan?… lo del domingo pasado sobre aquél que corrió a su encuentro…) su fe inquebrantable en el hombre. El primer comentario para ofrecer es: “gracias Señor Jesús, por la paciencia con la cual nos esperas, por la misericordia que nos das, ¡de tu incansable hablarnos para engendrar todo lo que es imposible a nosotros mismos!…”

Pero luego tenemos que añadir: los hijos de Zebedeo piden a Jesús lo que no deberían pedir. Él ya había dicho a ellos junto a los compañeros, (y poniendo un niño en medio) que si uno quería ser el primero tenía que elegir de ser el último de todos y el siervo de todos. A rigor de lógica, como discípulos o aspirantes a tales, hubieran tenido que pedir esto. Y en cambio piden de estar a la derecha y a la izquierda, suscitando la indignación de los otros, reacción que revela en este último la misma ambición oculta. Qué queremos hacer, somos así. Hasta cuando no nos golpeamos la cara contra la verdadera persona de Jesús. Hasta cuando no abandonamos al Jesús de nuestros pensamientos, aquél que según nosotros siempre debería asegurar buen resultado a nuestros deseos de grandeza y (hoy sobre todo) de seguridad. Hasta cuando no descubramos nuestra ceguera delante de Él, nuestra ignorancia sobre su identidad. Lo que nos enseñará a hacer (lo veremos el domingo próximo) Bartimeo, el ciego que Jesús con Marco evangelista pone en cátedra, para que el lector de cada tiempo se pueda identificar. El problema de los discípulos está todo en aquella expresión de Jesús en el v.35: “ustedes no saben lo que piden.” Ellos no saben lo que piden porque no saben todavía quién es Aquél al que están frecuentando. Y no podría ser de otro modo. Ellos están con Jesús, lo quieren también, pero a su modo. Hasta cuando no entra la palabra de la Cruz no hay conocimiento de su persona. Se está todavía en manos del “sutil razonador de este mundo” (1 Cor 1,20), el pensamiento satánico.

En el evangelio de hoy descubrimos que el verdadero obstáculo insuperable, lo que necesita la intervención del Espíritu Santo, es la falsa imagen que tenemos de Dios, aunque si lo llamamos fielmente “Señor Jesús Cristo.” Aquí está en juego su identidad. En el diálogo entre el Señor y los dos discípulos nos encontramos  en contraste entre el deseo del hombre respecto a Dios (v.35) y el deseo de Dios por el hombre (v.43). ¡Nosotros, en lugar de escuchar y hacer lo que Él nos dice, quisiéramos que Él escuchara e hiciera lo que le decimos! ¡Menos mal que el Señor no responde a ciertos pedidos! Todavía recuerdo a un sacerdote amigo, uno entre los primeros que me han conducido a Jesús, contarme con el rostro un poco nublado de tristeza, de un compañero suyo de clases que llegó junto a él a la ordenación sacerdotal. Vuelto sacerdote, era sabido en los ambientes eclesiales que quería a toda costa volverse obispo, y lo estaba logrando. Pero no lo fue en los tiempos oportunos y terminó sus días en una casa para enfermos mentales. Pienso que Jesús ahí lo estaba esperando amorosamente.

Los discípulos quieren sentarse cerca de Jesús, “en su Gloria” (v.37). Un deseo que Él no rechaza. Conque esté claro a los discípulos qué cosa sea esta Gloria. No ciertamente nuestra gloria que confundimos tan fácilmente con la suya. A Francisco de regreso de la visita a los Estados Unidos han sido hechas sobre el avión tantas preguntas por los periodistas en la ya habitual conferencia de prensa. Hay una que comenta mejor que yo el corazón del evangelio. Le han preguntado: “En los EE.UU. usted se ha convertido en una estrella. ¿Es bien para la Iglesia que el Papa sea una estrella?” El papa respondió: “¿Conoce usted el título que se usó y se debe usar para el papa? Siervo de los siervos de Dios. Es un poco diferente de las estrellas. Las estrellas son bonitas para mirar, a mí me gusta mirarlas cuando el cielo está sereno de verano. Pero el papa debe ser el siervo de los siervos de Dios. En los medios de comunicación se usa frecuentemente la expresión “estrella” para las personas, pero hay otra verdad: cuántas “estrellas” hemos visto aparecer y luego se apagan y caen. Ser “estrella” es una cosa pasajera. Pero ser siervo de los siervos de Dios es hermoso, no pasa”.

Las palabras de Jesús son inconfundibles. La Gloria divina con su belleza se manifiesta en Él, Hijo de Dios que llama a sí mismo “Hijo del hombre”, amor que se hace servicio hasta ocupar el último lugar, el que ningún hombre quisiera ocupar. Aquello que luego hará ver a todos en directa, escandalizándolos, primero lavando los pies de quien come con Él en la última cena, luego en la muerte vil sobre la Cruz. Jesús verdaderamente nos quiere donar su Gloria (v.40), pero primero es necesario no confundirlo a Él y esa con el dios de nuestras proyecciones mentales, quien tiene a todos en el puño como los dominadores de este mundo. Para cumplir esta operación quirúrgica es necesario atravesar el escándalo de la Cruz (v.39). El Señor quiere que su Gloria siga revelándose justo entre sus discípulos, llamados a vivir el gozo y la belleza de una novedad inaudita, aquella de amarnos los unos a los otros compitiendo en el servicio. Deseamos de corazón a todos, pero sobre todo a los padres del sínodo reunidos en Roma en este tiempo de delicada reflexión sobre la familia, aquél “pero entre ustedes no es así”: el milagro que solo el Espíritu de Jesús puede continuar a engendrar en la comunidad creyente.

BUEN DOMINGO A TODOS!